Il maestro

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Italia 2025
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Astrid Meloni, Dora Romano, Paolo Briguglia, Valentina Bellè, Edwige Fenech, Chiara Bassermann, Roberto Zibetti, Fabrizio Careddu
regia di Andrea Di Stefano

Il tredicenne Felice Milella diventa campioncino regionale di tennis sotto la guida del padre che, visto il successo del figlio, decide di far rinunciare alle vacanze tutta la famiglia per iscrivere il ragazzino ai tornei nazionali facendolo seguire da un allenatore accompagnatore. Quello che Pietro Milella non sa è che Raul Gatti è stato sì un tennista di talento ma soffre di forti crisi depressive tanto da essere appena uscito da una clinica…

Dopo il successo del noir L’ultima notte di Amore, Favino e il regista Andrea Di Stefano tornano a lavorare insieme in una commedia all’italiana che si muove tra il racconto di formazione, il road movie e il buddy movie.

C’è il classico protagonista all’italiana caciarone e sbruffone, un ex tennista che ha sprecato il suo talento dietro le donne e la bella vita ma Di Stefano ammanta il suo protagonista di una debolezza raramente caratterizzante un protagonista maschile, Raul Gatti soffre di gravi crisi depressive. i polsini da tennis che non toglie mai non sono il corollario del suo imbarazzante look da tennista in declino ma servono a nascondere le cicatrici di un tentato suicidio. È forse il resto che diventa una maschera pacchiana costruita attorno a un segreto da celare.

Il film è ambientato nei primi anni Ottanta e parte subito un’ondata nostalgica e d’identificazione: a quell’epoca chi non ha conosciuto, se non è stato, un ragazzino schiacciato dalle ambizioni dei genitori? Quelli con veri o presunti talenti sportivi erano ben più torchiati di noialtri che dovevamo “solo” studiare per agganciare l’ascensore sociale.
A parte la colonna sonora anche la scenografia è estremamente nostalgica: sono state recuperate location che restituiscono tutto il sapore di quelle estati in camere spartane.

Pur con qualche eccesso il film ha tematiche interessanti soprattutto perché riguardano un universo maschile che deve imparare a scendere a patti con la sconfitta e con i propri limiti.
Un altro tema fondamentale, che giustifica il cambio di trama a metà film, è quello della paternità: quella ossessiva, quella negata, quella recuperata diventando un mentore o diventato il padre del figlio di qualcun altro.

Gastone

Gastone

Italia, 1960
con Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Anna Maria Ferrero, Magali Noël, Chelo Alonso, Paolo Stoppa, Franca Marzi,Livio Lorenzon, Nanda Primavera, Tino Scotti, Mario Frera, Salvatore Cafiero, Nando Bruno
regia di Mario Bonnard

Roma, primi anni ’20, Gastone le Beau, ballerino di tabarin, con una sua scuola di ballo, incontra Nannina, una servetta che sogna il mondo dello spettacolo. La ragazza ha delle qualità e l’artista decide di puntare su di lei con l’aiuto di un vecchio principe vittima degli usurai che verrà interdetto dalla moglie. Per lanciare Anna la belle, Gastone decide di affittare il Salone Margherita ma lo spettacolo sarà un insuccesso clamoroso perché Gastone è ancora legato allo spettacolo d’anteguerra e non si è accorto che i tempi saranno cambiati. Nannina con la sua verve sarà l’unica ad avere successo mentre Gastone, con una vecchia fiamma ormai imbolsita si ridurrà ad esibirsi nei più squallidi teatrini romani.

l regista Mario Bonnard era stato anche un azzimato attore del cinema muto italiano e proprio a lui Petrolini s’era ispirato per creare il personaggio di Gastone, il fine dicitore da cui nasce l’idea del film diretto da Bonnard: una perfetta quadratura del cerchio.
Il film ha una trama non troppo originale: il vecchio artista che s’innamora della giovane talentuosa promessa che avrà successo mentre lui è destinato al declino è alla base delle varie versioni di E’ nata una stella fin dal primo a Che prezzo Hollywood e Chaplin ne ha fatto un capolavoro in Luci della città.



Gastone


Gastone si distingue per l’amara ironia della nascente commedia all’italiana: Gastone è un gaglioffo che non ha mai avuto un vero successo, truffaldino, sempre a un passo dalla galera e soprattutto totalmente convinto del suo fascino irresistibile sulle donne, anche dopo l’ultimo incontro con la protetta ormai vedette internazionale, Gastone rimarrà convinto della propria superiorità artistica che si riassume nella sua fedeltà al frac.



Gastone


Il film non va oltre al bozzetto seppure divertente a funzionare è sicuramente il cast: De Sica è il principe squattrinato che si bea di sguazzare nel sottobosco artistico dell’Apollo, il locale dove si esibisce Gastone, Paolo Stoppa è lo strozzino ingannato da tutti che s’innamora delle vedette, prima di Sonia, la ballerina a cui si accompagna Gastone che sostiene essere una nobildonna russa sfuggita alla rivoluzione e poi della caliente Carmencita ma è soprattutto Alberto Sordi a dare una magistrale interpretazione del protagonista mischiando un aplomb glaciale al suo solito cinico retropensiero romanesco

La bella di Lodi

Italia, 1963
con Stefania Sandrelli, Ángel Aranda, Elena Borgo, Maria Monti, Giuliana Pogliani, Cesare Di Montignano, Gianni Clerici, Renato Montalbano, Mario Missiroli
regia di Mario Missiroli


Labelladilodi


In una spiaggia della Versiglia la ricca Roberta si accorge che un giovanotto ha messo le mani nella sua borsa, lui dice di essere in cerca di una sigaretta e di non volerla disturbare e dopo qualche convenevole la invita a una gara a cui deve partecipare. La ragazza finge indifferenza ma si presenta all’appuntamento e finisce a letto con lui. Un’avventura estiva che però spaventa Roberta: dopo qualche mese Franco scopre il suo indirizzo e insiste per vederla, le telefona proprio il giorno in cui i nonni stanno festeggiando le nozze d’oro. Temendo un ricatto Roberta va all’appuntamento scortata da due carabinieri e fa arrestare il ragazzotto che voleva solo regalarle un cagnolino.
Franco è condannato a sei mesi di prigione e dopo qualche mese Roberta si va ad informare su come sta scontando la pena e scopre che è stato rilasciato, si fa dare il suo indirizzo e va a trovarlo. Ricomincia la relazione tra i due e Roberta pur di non perderlo è disposta a finanziargli l’acquisto di un garage ma quando lui ha un incidente con la spider di lei la pragmatica nonna interviene facendoli sposare purché Roberta ricominci a gestire come si deve le attività di famiglia.



Labelladilodi


Dal racconto omonimo di Alberto Arbasino, in seguito diventato romanzo, e sceneggiato dallo stesso autore, un film che, prima di tanti altri capolavori della commedia all’italiana stigmatizza i difetti del boom economico; in comune con molti film a venire, sicuramente molto più belli, c’è l’uso delle canzoncine estive, il contrasto tra il fascino della modernità qui i nascenti “non luoghi”, autogrill, motel e stazioni di benzina sulla neonata Autostrada del Sole rispetto alle austere case di famiglia; Roberta consiglia addirittura all’impiegato del carcere di trasformare le vecchie prigioni vicine al centro in appartamenti e ricostruire un nuovo carcere economico fuori città.
La bella di lodiDi profondamente diverso c’è lo stile dell’unica regia cinematografica di Missiroli: numerose ellissi temporali che tagliano i momenti topici della relazione: l’arresto, l’incidente in spider di Franco, il matrimonio della coppia. L’attenzione è tutta per la classe degli imprenditori lombardi che sta vivendo il passaggio dalla proprietà agricola agli investimenti immobiliari, con un pragmatismo tipicamente contadino allenato però alle letture del mercato azionario, un ceto che trasforma tutto in un’occasione di guadagno anche la relazione poco consona allo status di Roberta viene gestita dalla nonna, una virago più che una matriarca, che pur di non perdere le capacità imprenditoriali della nipote distratta dalla passione, consiglia il matrimonio con il giovanotto di oscuri natali e dubbie virtù pensando addirittura che la sua scarsa morale possa tornare a vantaggio della famiglia.
Resta molto interessante la figura di Roberta, interpretata da una Sandrelli appena 17enne doppiata con forte accento lombardo da Adriana Asti: oltre alle capacità imprenditoriali che mancano al fratello ha anche un approccio al sesso e all’amore molto maschile: promiscua nelle relazioni e disposta a mantenere l’uomo che le piace, un unicum forse in tutta la cinematografia italiana, almeno fino al nuovo millennio

Crimen

Italia 1960
con Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Franca Valeri, Dorian Gray, Bernard Blier, Georges Rivière, Tino Scotti
regia di Mario Camerini



Crimen-


L’edicolante Quirino Filonzi e la moglie Giovanna stanno andando a Montecarlo per restituire il bassotto perso da una ricca olandese, sul treno Roma Montecarlo incontrano il commendatore Franzetti che vorrebbe comprare la bestiola per far contenta la moglie, sempre Franzetti sul treno dispensa consigli ai coniugi Capretti che vanno a Montecarlo per tentar la sorte per potersi mettere in proprio. Quando i Filonzi arrivano alla villa scoprono che la vecchia signora è stata uccisa e temendo di essere sospettati del delitto fuggono maldestramente e coinvolgono nelle indagini anche le persone conosciute casualmente in treno. Con molta pazienza il commissario di polizia riuscirà a districarsi tra le bugie dei sei italiani e una volta risolto il caso farà loro una bella paternale così, nel viaggio di ritorno i sei saranno gli unici a collaborare con la polizia per un omicidio avvenuto in treno ma ancora una volta le loro testimonianze saranno così contraddittorie da finire nuovamente tra i sospettati.



Crimen mangano


Mario Camerini, regista eclettico del cinema italiano, noto soprattutto per le commedie degli anni ’30 con Vittorio De Sica, si cimenta con Crimen nella nascente commedia all’italiana disegnando sei tipi d’italiani all’estero con i difetti più classici: Alberto Sordi è il commendator Alberto Franzetti che ha giurato alla moglie di liberarsi del vizio del gioco (è andato anche da Padre Pio!) e sul treno millanta di aver ritrovato la morigeratezza salvo la sera stessa giocare contemporaneamente a più tavoli senza esser neppure passato a salutare la moglie che ovviamente nel frattempo si è fatta un amante, notizia che non sconvolge più di tanto Franzetti quando intuisce che l’adulterio può tornargli utile per liberarsi dei sospetti dell’omicidio della vecchia signora.



Crimen


I Capretti sono due parrucchieri che vorrebbero mettersi in proprio e sono andati a Montecarlo per tentare la sorte con i loro pochi risparmi, il marito vedendo in azione Franzetti si attacca a lui per racimolare qualcosa mentre la moglie, che pure era restia all’idea di giocarsi i risparmi, finisce per vincere una bella cifra e perderla poco dopo. Marina Capretti è interpretata da Silvana Mangano, bellissima e molto brava nella parte della parvenu che appena entrata nel casinò vuole incontrare la principessa Grace e altri vip, ostenta una classe che non ha ma ha la forza di trascinarsi fino in bagno prima di urlare tutta la sua disperazione.



Crimen


Quirino Filonzi è un edicolante succube della moglie che con le sue pensate geniali finisce per inguaiarli sempre più più: esilarante la scena in cui Giovanna cerca di annegare il cagnolino e finisce per rischiare la vita.
La trama è un po’ sfilacciata, le coppie interagiscono poco tra di loro ma la pellicola sa regalare momenti gustosi, anche la parodia del thriller con la scoperta del cadavere funziona.
Lo stesso Camerini gira il remake (che dicono superiore) nel 1971: Io non vedo, tu non parli, lui non sente mentre è dimenticabile il remake americano del 1992, Sette criminali e un bassotto.

I più grandi di tutti

Ipiùgrandiditutti Loris, sulla soglia dei quaranta, vive facendo lavoretti saltuari con cui aiutare il budget familiare sostenuto prevalentemente dalla moglie sotto lo sguardo critico del figlio Alessio di sette anni. Un giorno riceve la lettera calorosa di un fan che vorrebbe intervistare Loris e gli altri componenti del gruppo Pluto, attivo sulla scena musicale labronica sul finire degli anni ’90. Loris si reca all’apputamento con l’intenzione di spiegare che non è più in contatto con i membri della band ma si trova davanti un ragazzo entusiasta e paraplegico. Per accontentarlo e guadagnarsi la caparra dell’ingaggio Loris si mette sulle tracce degli altri musicisti..

Carlo Virzì, fratello minore di Paolo, ebbe un discreto successo con il gruppo Snaporaz sciolto nel 2001, da allora si è dedicato prevalentemente alla composizione delle colonne sonore dei film del fratello. Il suo secondo lungometraggio è un’opera che sicuramente risente dell’influenza dello stile dolce amaro da commedia all’italiana di Paolo Virzì ma che risulta credibile e piacevole perchè racconta un mondo che Virzì jr. conosce molto bene, la scena rock livornese a cavallo degli anni novanta e il duemila.
La storia è quella di un gruppo che in realtà era il più sfigato di tutti, il cui massimo successo fu quello di prestare un brano per la pubblicità di un anticalcare. Quando i membri si ritrovano si capisce che si sono lasciati in malo modo e la stima reciproca e’ bassissima: Mao (diminutivo di Maurilio) il front man vivacchia facendo il cameriere con il solito stile sbruffone di sempre, Sabrina la bassista, si è rifatta una vita borghese che le sta stretta dopo essere uscita dalla droga, Loris ex batterista, ha una famiglia ma ha problemi con il lavoro e Rino il chitarrista è l’unico ad avere un lavoro a tempo indeterminato come operaio suscitando l’invidia di tutti. I componenti dei Pluto non hanno grandi ricordi del loro periodo musicale e rimangono colpiti dalla caparbietà con cui Federico, il giornalista si ostina a volerli ricordare come star potenziali del rock italiano; si scoprirà che la sua determinazione è legata al ricordo della fidanzata morta nell’incidente che lo ha paralizzato. Il quadro di una generazione fallita che non vuole o (non può?) crescere ben rappresentato da un cast di attori che da sempre ruota nell’orbita dei Verzì con l’aggiunta di un bravissimo Alessandro Roja, bolso e timido ben diverso dal Dandy elegantone e spavaldo che abbiamo imparato a conoscere on Romanzo Criminale – La serie.
La compiacenza verso Federico si trasforma nella speranza di una nuova opportunità musicale ma il beffardo destino dei Pluto è segnato, del resto nomen omen: il piccolo Alessio spiega al padre che che lo stesso pianeta Plutone è stato declassato da pianeta a satellite. Finiscono i sogni di gloria ma resta la voglia di suonare per il gusto della musica, perchè cari ggggiovani d’oggi fino a qualche tempo fa amare la musica non significava solo prepararsi per il provino di un talent show.

La vita facile

Lavitafacile Mario e Luca sono amici di lunga data, entrambi medici ed entrambi innamorati della stessa donna, Ginevra. Luca ha dedicato la sua missione di medico alle popolazioni africane, mentre Mario ha fatto una brillante carriera nella clinica privata del padre di Luca. Un giorno Mario decide di raggiungere Luca in Africa, in cerca di un senso piu’ profondo dell’esistenza, dice lui, ma l’arrivo imprevisto di Ginevra, moglie di Mario fara’ scoprire il vero’ motivo della trasferta del celebre chirurgo: lasciare l’Italia per sfuggire alle indagini su certe tangenti…

Un film diretto con grande perizia: da segnalare il montaggio alternato iniziale che introduce le vite dei due protagonisti e il piano sequenza del rientro a casa di Ginevra. Lucio Pellegrini mette in scena una perfetta commedia all’italiana che mette alla berlina i peggiori difetti dell’arricchito italiano, magistralmente interpretato da un bravissimo Pierfrancesco Favino la cui interpretazione da sola vale il prezzo del biglietto. Basti dire che nell’ovvia scena madre con Accorsi (altrimenti perche’ chiamare Accorsi se non deve strillare?) la presenza di Favino riesce anche a contenere l’isteria propria di Accorsi.
C’e’ un triangolo amoroso rappresentato in maniera un po’ insolita per il cinema italiano, con il personaggio femminile che e’ una via di mezzo tra una perfetta svampita e una dark lady senza scrupoli. Altrettanto insolito il finale dove la giustizia trionfa non certo per vie legali ma per un colpo di mano cattivo quanto basta.

Quel che non si e’ capito

Mariomonicelli Si e’ chiuso con una lieve flessione negli ascolti l’evento televisivo Vieni via con me. Il programma ha dimostrato con i suoi ascolti straordinari che la gente e’ stufa, non solo di paillettes come sottolineano i giornali ma anche di dibattiti urlati: io ad esempio, per quanto mi ci metta di buona volonta’ non riesco praticamente mai a vedere per intero una puntata di Ballaro’ o Anno zero, per quanto il tema possa essere interessante, proprio perche’ lo starnazzo mi annoia mortalmente.
Come ha detto Roberto Saviano nel suo monologo conclusivo il potere sta nel narrare storie, raccontare un punto di vista da cui si puo’ dissentire o su cui si puo’ riflettere.
E proprio ieri sera abbiamo perduto un grande narratore di storie, Mario Monicelli, il cui annuncio della scomparsa e’ stato dato in diretta durante Vieni via con me.
Quello che la trasmissione di Fazio e Saviano ha dimostrato e cioe’ che il grande pubblico e’ affamato di storie intelligenti non e’ stato recepito dai dirigenti televisivi altrimenti oggi i palinsesti televisivi sarebbero stravolti per far spazio all’omaggio al maestro della commedia all’italiana. Solo rete4 conferma la sua dimensione cinematografica e nel pomeriggio ha sostituito il film previsto con La mortadella. Siamo al banco di prova dei canali dedicati del digitale terrestre ma Rai movie continua con la sua programmazione asfittica. Stasera alle 21,00 su Rai2 e’ previsto il primo capitolo de Le cronache di Narnia, tanto per riempire il vuoto lasciato da XFactor. Credo che stasera ci sarebbe potuto essere un altro record di ascolti se si fosse osato trasmettere in prima serata I soliti ignoti o La grande guerra o meglio ancora L’armata Brancaleone pellicola prediletta dal regista e di cui non ricordo l’ultimo passaggio sulla tv generalista, tanto e’ remoto; certo il cambio di programma avrebbe dovuto essere annunciato gia’ dai TG del mezzogiorno, son convinta che in quel caso molta gente avrebbe cambiato i programmi serali per starsene a casa a ricordare come si deve Mario Monicelli.

Il figlio piu’ piccolo

Ilfigliopiùpiccolo L’ascesa dell’imprenditore Luciano Baietti e’ iniziata una quindicina di anni fa, il giorno in cui ha impalmato in chiesa la madre dei suoi due figli e subito dopo l’ha abbandonata fuggendo con gli appartamenti della donna che si era appena fatto intestare.
Oggi la Baietti Enterprise e’ la classica holding fatta a scatole cinesi per frodare il fisco che va avanti a bustarelle e raccomandazioni ma la bancarotta e’ dietro l’angolo e la magistratura e’ sulle tracce dell’imprenditore che per sfuggire al suo destino decide di rifarsi vivo con la famiglia che non sente da anni con la scusa di invitare il figlio piu’ piccolo al suo imminente secondo matrimonio ma in realta’ per intestare tutto al giovane Guidobaldo detto Baldo e lasciare lui nei guai..

Spaccato puntuale di un’Italia maneggiona e spudorata che farebbe meno fatica a lavorare seriamente che a costruire equilibri sempre piu’ fragili e indegni per sfuggire alle magagne precedenti. Le scene inziali dei consigli d’amministrazione disperati per cercare una via di uscita all’imminente catastrofe sono ansiogene e claustrofobiche. Il sottofinale amaro con l’addio tra Baietti e il suo consigliere Bollino, un perfido Luca Zingaretti, ha un tono malinconico e amaro che sembra mettere un punto a quarant’anni di commedia all’italiana: ecco la fine ingloriosa e patetica dei vari furbetti che il cinema italiano ci ha raccontato dai tempi de Il sorpasso.
Non meno inquietante e’ la figura di Fiamma, la moglie abbandonata e derubata dall’infingardo Baietti (che non per nulla la chiama la scemina): tra crisi isteriche e calma da psicofarmaci la sua ossessione amorosa per l’ex marito mette i brividi quanto la mancanza di scrupoli di lui.
L’unico candido e’ il figlio piu’ piccolo: Baldo che ama disperatamente i suoi genitori e si illude che possano tornare insieme. Ma anche attraverso questa figura di ingenuo dal cuore d’oro, non nuova nella filmografia di Avati, il maestro bolognese si permette di tirare qualche frecciatina al mondo del cinema, descrivendo uno studente del Dams sfigatissimo e con la (ormai) banalissima idea di girare un suo film tarantinesco.
Lo sguardo di Avati sui suoi personaggi, anche i piu’ meschini e’ sempre bonario quasi conciliante, non c’e’ l’intento di stigmatizzare i costumi, anche se la pellicola ha un’aderenza spaventosa con la realta’ odierna. Avati mantiene sempre quell’occhio disincantato e ironico tipico di un certo mondo di provincia che e’ la sua cifra stilistica e che puo’ deludere lo spettatore in cerca di una morale o di un messaggio piu’ forte.

Auguri a Mario Monicelli

Monicelli

90 anni fa a Viareggio nasceva Mario Monicelli, padre fondatore della commedia all’italiana. Il Capo dell Stato si e’ ricordato di fargli gli auguri, la tv pubblica italiana no: nessuna restrospettiva per il grande maestro del cinema, forse si tratta di un misunderstanding con quelli di FuoriOrario: Monicelli dovrebbe rientrare nella loro area protetta dato che vedere in televisione La grande guerra e’ improbabile quanto vedere un film di Sergej Paradzanov?

E’ gia’ ieri

Il remake italiano di Ricomincio da capo non va oltre il carino. Si ride soprattutto la prima mezz’ora, poi il giochino viene a noia, colpa anche di una regia anonima che punta tutto sulla verve comica di Albanese e De Luigi.

è già ieri

I due attori dimostrano una discreta capacita’ di creare personaggi indipendenti dal loro cote’ comico televisivo, soprattutto Albanese e’ credibilissimo nei panni del presentatore cinico, e quasi mai cade nei cliche’ di Alex Drastico o Pier Piero (solo il balletto da ubriaco richiama un po’ le mossette di Epifanio), ma del suo talento aveva gia’
dato prova ne La lingua del santo di Mazzacurati.
ègiàieriMi pare l’ennesima dimostrazione della pessima abitudine del cinema italiano di sfruttare i comici solo nei loro ruoli macchiettistici per fare cassetta (sara’ un caso che il produttore televisivo si chiami Perego come un’altro personaggio inventato da Albanese?): siamo talmente negati nella commedia che l’avevamo reinventata nell’amara commedia all’italiana, ora ci rimangono solo le Vacanze di Natale e se il comico ha qualche velleita’ piu’ alta non gli resta che dirigersi da solo con esiti spesso disastrosi (vedi Benigni).
Promemoria per gli aspiranti registi: Lubitsch ed il suo allievo Billy Wilder facevano ridere ma erano comunque Autori.