Touch

Touch Jake è un ragazzino undicenne autistico che non ha mai detto una parola in vita sua. Si prende cura di lui il padre, Martin Bohm, ex giornalista di successo ora ridotto a fare lavori di bassa manovalanza, la madre è rimasta vittima nell’attentato alle Torri Gemelle. Jake ha una bizzarra propensione per i cellulari e ama scappare per rifugiarsi su un ripetitore telefonico, il che causa il suo ricovero in una struttura specializzata ma proprio a quel punto il padre capisce che le ossessioni numeriche di Jake sono in realtà dei messaggi che in un qualche modo prevedono il futuro…

Chissà qual’è il mio reale problema con Kiefer Sutherland: ho abbandonato 24 perché troppo violento e dopo due puntate fuggo da Touch perchè troppo melenso: il messaggio di base per ora è che apparentemente connessi da tanta tecnologia siamo in realtà tutti profondamente soli.
Il trailer del serial mi aveva intrigato per il riferimento ai numeri e siccome la mia fissazione per i numeri primi è peggiorata speravo di poter trovare in Touch qualcosa di intrigante invece non si è andati oltre la serie di Fibonacci che da quando fa bella mostra di sè sulla Mole Antonelliana per noi piemontesi è pane quotidiano.
Idiosincrasie personali a parte, quello che manca in realtà a Touch è la trama orizzontale, quella che lega tutti gli episodi di una serie: la ricerca di un serial killer, la scoperta di un segreto ecc.. ecc..
Nel primo episodio, già un po’ lento, si introduce la storia di Jake e di suo padre e si nutre un qualche interesse per le vicende dei vari protagonisti sparsi per il mondo legati dal filo rosso della leggenda orientale raccontata con voce off da Jake. Il secondo episodio ripete fedelmente lo stesso gioco dei protagonisti apparentemente lontani tra loro che però si potranno salvare solo insieme ma a questo punto è ormai scontato che l’hostess in questione è la figlia dell’uomo malato di cancro con cui non parla da tempo; per giunta l‘episodio si chiude senza un cliffhanger, il colpo di scena tipico della trama orizzontale che lega l’episodio a quello successivo invogliando lo spettatore a seguire la serie.

Homeland – Caccia alla spia

Homeland In Iraq, il sergente dei Marines Nicholas Brody viene ritrovato in un bunker dove e’ stato tenuto segregato da Al-Qaeda per otto anni. Rimpatriato, viene accolto come un eroe ma Carrie Mathison, un’agente dei servizi che ha ricevuto una soffiata su un soldato americano passato al nemico, è convinta che Brody sia stato plagiato dai suoi sequestratori.

Qualche tempo fa Aldo Grasso sosteneva che il serial televisivo americano è il nuovo sembiante del grande romanzo e vedendo Homeland non si puo’ che avvalorare la tesi del nostro critico televisivo. La serie che ha vinto i Golden Globe 2012 conferma come nell’immaginario americano (e mondiale) l’elaborazione del lutto per la tragedia dell’11 settembre sia avvenuto attraverso le serie televisive: se 24 simboleggiava la rabbia e Lost incarnava la rimozione, Homeland rappresenta l’accettazione.
I due personaggi antagonisti sono estremamente complessi e che Brody sia o meno una cellula terroristica dormiente, il racconto si addentra in una zona grigia dove si possono trovare delle giustificazioni anche per i terroristi, uscendo dallo schematismo dei buoni e dei cattivi, degli occidentali e degli islamici. Capire se Brody è effettivamente una spia è un espediente per raccontare lo stato di salute dell’America a 10 anni dall’attentato alle Torri Gemelle in particolare la difficile condizione dei reduci esasperata nell’emblematica vicenda di Brody che torna dopo otto anni e si deve confrontare con due figli sconosciuti lasciati poco più che fantolini e ritrovati alle soglie dell’adolescenza, oltre che una moglie che ha cercato di ricostruirsi una vita amorosa con il migliore amico del marito disperso.
Si tratta di un prodotto dal respiro filmico che dal grande schermo trae ispirazione in particolare ci sono reminiscenze di Và e uccidi, la pellicola del 1962 diretta da John Frankenheimer e rifatta nel 2004 da Jonathan Demme con il titolo originale di The Manchurian Candidate.
Il cast vede Claire Danes, la dolce Giulietta di Romeo+Giulietta di Baz Luhrmann nei panni della determinata Carrie Mathison, un’agente ossessionata da un fallimento precedente legato all‘11 settembre che deve assolutamente rimediare, mentre il sergente dei Marines Nicholas Brody è il britannico Damian Lewis, protagonista della serie Life, in cui impersonava Charlie Crews, un poliziotto ingiustamente incarcerato per un delitto che non ha commesso. Riabilitato e ottenuto un risarcimento milionario Crews cerca di capire chi lo ha incastrato e perchè. L’ambiguo Damian Lewis questa volta sarà davvero cattivo o ancora una volta dovra essere riabilitato?

Perche’ ho abbandonato 24

244stagione E’ piuttosto normale cambiare parere su una serie televisiva che si sta seguendo, ad esempio le mie titubanze nei confronti di The L world o di Lost si son perse per strada e ormai sono un’assida seguace di questi telefilm anche se non posso dire di essere una loro fan scatenata. Quello che mi ha portato ad abbandonare la visione di 24 nonostante ne riconosca le inequivocabili qualita’ tecniche e’ che, nonostante si tratti di un semplice telefilm che magari guardo con un occhio solo le sere che non ho voglia di uscire, non riesco ad accettarne l’immonda logica del “patriot act” che questo serial propugna, come avevo detto in precedenza ho iniziato a seguirlo da quest’ultima serie e se all’inizio avevo accettato senza batter ciglio che l’unita’ antiterrorismo potesse torturare il figlio del Ministro della Difesa che era stato rapito, per sapere se l’incauto rampollo si era lasciato sfuggire qualche informazione, avevo trovato un po’ piu’ irritante che il ministro, una volta liberato, autorizzasse il proseguo delle torture sul frutto dei suoi lombi (e poi si lamentava che riusciva ad andarci d’accordo!) ma quello che mi ha veramente fatto decidere di smettere di seguire lo sceneggiato e’ stato quando la povera impiegata, incastrata dalla vera spia, e’ stata messa sotto tortura dai suoi stessi compagni (e con mano piu’ pesante rispetto all’isolamento sensoriale inflitto al figlio del Ministro). Mi si ribattera’ che e’ “solo” un telefilm, visto, come dicevo prima, con un occhio solo nelle serate di noia casalinga ma forse e’ proprio da questi prodotti che bisogna guardarsi, quelli che cercano di insinuarci la bonta’ di un messaggio che razionalmente rifiuteremmo, proprio nel momento in cui la nostra soglia di attenzione e’ piu’ bassa.

24

24kiefer Incuriosita da tanti giudizi positivi e dalla pioggia di Emmy e Golden Globe che puntualmente premiano la serie, ho iniziato a vedere 24 alla quarta stagione trasmessa su Fox e sono subito rimata folgorata dalle avventure di Jack Bauer.
Come probabilmente quasi tutti sanno la serie ha questo titolo perche’ e’ composta da 24 episodi che raccontano ognuno un’ora delle folli giornate di Bauer, agente speciale del CTU, l’unita’ antiterrismo americana e nell’arco delle ventiquattr’ore raccontate in una stagione, Bauer riuscira’ coi suoi metodi poco ortodossi a sgominare terribili attentati contro il popolo americano o contro eminenti figure politiche degli Stati uniti.
Questa quarta edizione offre un’ottima occasione per iniziare a seguire le avventure del nostro eroe, perche’ e’ stato licenziato da CTU quindi le dinamiche personali che si erano create nelle altre stagioni hanno perso interesse. Adesso Bauer si occupa della sicurezza del Ministro della Difesa e ha una relazione segreta con la di lui figlia, si trova casualmente al CTU quando scopre che un attentato al treno serve da depistaggio per il rapimento del Ministro di cui cura la sicurezza. Cerca di avvisare la figlia al telefono ma non potra’ evitare il rapimento che cerchera’ di sventare nelle restanti 23 ore.
Mi ha colpito molto la scena del rapimento perche’ cita un film di mediocre successo che Kiefer Sutherland interpreto’ nel 1995: La prossima vittima, li’ era uno stupratore che violentava una ragazzina mentre la madre imbottigliata nel traffico ascoltava sgomenta al telefono la sorte della figlia, nella prima puntata di 24 tocca a lui ascoltare per telefono le fasi concitate del rapimento.
Girato in maniera molto abile e adrenalinica, il telefilm ricorre molto spesso alla tecnica dello split screen per mostrare tutti gli sviluppi della storia che avvengono contemporaneamente. Sono quasi certa che si rispetti anche la coincidenza temporale tra il tempo del film e quello della realta’, ma non riesco mai a farci veramente caso, troppo presa dagli sviluppi della vicenda che, per una perditempo come me, risulta ancora piu’ sconvolgente nel mostrare quante cose possono accadere in una sola ora.