Cosetta

It
USA,1927 Paramount Pictures
Clara Bow, Antonio Moreno, William Austin, Priscilla Bonner, Jacqueline Gadsden, Julia Swayne Gordon, Elinor Glyn
regia di Clarence G. Badger

Betty Lou commessa di un grande magazzino s’innamora a prima vista di Cyrus Waltham Jr., il serioso erede appena subentrato al padre alla guida dell’azienda. Pur di farsi notare Betty Lou accetta la corte di Monty, amico svagato di Cyrus e finalmente la commessa riesce a conquistare il rampollo. Intanto le dame della carità vogliono portare in orfanotrofio il figlioletto della coinquilina di Betty Lou rimasta senza lavoro per le conseguenze del parto. Betty Lou interviene e spaccia per suo il bambino dichiarando che può mantenerlo grazie al suo lavoro. La notizia finisce sul giornale e arriva a Cyrus che inizia a prendere le distanze dalla presunta ragazza madre. Quando Betty Lou scopre che Cyrus è a conoscenza della sua millantata maternità decide di vendicarsi ma l’amore trionfa.

Fuorviante titolo italiano che sembra far riferimento al personaggio de I Miserabili con cui la protagonista del film ha in comune giusto l’estrazione sociale ma ha tutt’altro temperamento.

Del resto l’it del titolo è quel certo non so che che rende una persona magnetica e intrigante per citare gli Afterhours, non per nulla oggi lo chiamiamo X factor.

Si tratta di una commedia sentimentale che si fa ricordare per la verve della protagonista, Clara Bow in grado di bucare lo schermo ancora oggi. It è il film che lancia la sua carriera e la trasforma nell’epitome dell’età del jazz.

clara bow
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Il film pochi giorni fa ha aperto la rassegna su cinema e moda che il Mic di Milano ha organizzato in concomitanza della Milano Fashion Week e effettivamente la protagonista si distingue anche nell’abbigliamento.

I costumi sono di Travis Banton ed è da sottolineare la sfacciataggine con cui Betty Lou sistema il suo abituccio nero per trasformarlo in una mise da sera adatta al Ritz, ovviamente il maître scafato riconosce subito la ragazza povera portata a cena dal riccone e propone un tavolo laterale ma la scenetta ironica di trasforma in un segno della moda emergente quando Betty Lou è accanto ad Adéla, la fidanzata di Cyrus il cui elegantissimo abito lungo appare improvvisamente datato accanto al modello corto e scollato di Clara Bow.

Il termine it girl nasce proprio da questo film che vanta anche altri primati: dovrebbe essere uno dei primi film in cui si usa lo zoom in avanti (scena al Ritz quando Betty Lou rifiuta il tavolo laterale e ne sceglie uno accanto a quello in cui cena Cyrus e lo zoom diventa la soggettiva di Betty la cui attenzione è tutta rivolta all’oggetto del suo desiderio).

It è un chiaro caso di product placement antelitteram. L’opera è tratta da un racconto della scrittrice Elinor Glyn anche produttrice della pellicola e che appare nel ruolo di sé stessa intenta a spiegare a Cyrus e alle sue commensali che cosa sia l’it, argomento del momento grazie al successo del suo racconto pubblicizzato anche su Cosmopolitan di cui viene inquadrata la copertina prima di passare all’articolo che intriga Monty e introduce il personaggio di Betty Lou.

Il giornalista che assiste alla scena in cui le dame di carità vogliono portar via il bambino è un debuttante Gary Cooper mentre paiono definitivamente smentite le voci che volevano alcune scene del film dirette da Josef von Sternberg non accreditato

The palace

2023
con Oliver Masucci, Fanny Ardant, John Cleese, Mickey Rourke, Bronwyn James, Joaquim de Almeida, Luisiana Kornuta Steffen, Danny Exnar, Sydne Rome, Aleksandr Petrov, Beatrice Frey, Luca Barbareschi, Milan Peschel, Fortunato Cerlino, Teco Celio
regia di Roman Polanski

31 dicembre 1999: al Palace Hotel di Gstaad, in Svizzera, i preparativi fervono per il veglione più atteso che sancirà il passaggio al nuovo secolo con l’incognita del millennium bug. Fin dall’alba il direttore Hansueli e il suo staff si prepara per esaudire le richieste della clientela, ricca, viziata e viziosa 

The palace è un film bizzarro, non perfettamente riuscito ma è un’opera che a modo suo rilegge questo primo ventennio del XXI secolo mettendo alla berlina un’élite economica e politica che non ha più vergogna di mescolarsi con i parvenu né tanto meno con chi i soldi li fa illegalmente.


Un mosaico di storie che riprende il genere alberghiero in voga nel cinema classico, come non pensare a Grand Hotel del ’32?
Polanski cita anche se stesso: un cerotto che richiama quello di Jack Nicholson in Chinatown, Sidne Rome da star di Che? ad epitome della vecchia succube della chirurgia estetica.

Il film ha fatto particolarmente discutere per la volgarità che però a me pare ampiamente sdoganata dai tempi.


Con un linguaggio cinematografico tipicamente novecentesco Polanski satireggia sulla situazione politica attuale non è un caso che film esca l’anno dopo l’invasione dell’Ucraina e in televisione si dia spazio alla salita al potere di Putin, evento che sconvolge alcune dinamiche di quello stesso veglione

Valeria l’amante che uccide

The Velvet Touch
USA 1948
con Rosalind Russell, Leon Ames, Leo Genn, Claire Trevor, Sydney Greenstreet
regia di Jack Gage

Valerie Stanton, un’attrice all’apice del successo uccide accidentalmente il suo produttore durante una lite. Al suo posto viene accusata un’altra attrice, Marian Webster, da sempre innamorata di Gordon Dunning ma quando scopre che l’uomo che ama ha capito che è la vera assassina, Valerie, dopo un ultima magistrale interpretazione, decide di confessare la propria colpevolezza al capitano Danbury che ha condotto le indagini… 

Al netto del tremendo titolo italiano, un melodramma dalle sfumature noir ambientato nel mondo del teatro, una produzione indipendente voluta da Rosalind Russell che però spesso è un po’ sopra le righe: troppe mossette per mostrare i vari stati d’animo della protagonista soprattutto nei momenti in cui teme di essere scoperta, il talento della Russell è più per i ruoli brillanti e queste sottolineature espressive lo dimostrano.

Anche il trucco è esagerato ed evidente il conturing per scolpire gli zigomi, sembra quasi che l’attrice voglia adattare il volto ormai maturo allo stile di bellezza imperante nei tardi anni 40.


Ci sono un po’ di similitudini tra Rosalind e Valerie: la prima si butta sul noir come la protagonista del film decide di cimentarsi con l’immancabile Ibsen (Edda Gabler invece dell’abusato Casa di bambole per il suicidio finale della piece che ha corrispondenza nella trama).

Vittima di un produttore che oltre a decidere le scelte lavorative è contrario al nuovo legame sentimentale della sua diva che minaccia di rovinare se non accetta di girare la sua nuova commedia brillante, il violento alterco finisce con l’omicidio del produttore. Valerie riesce a lasciare l’ufficio del manager, posto sopra il teatro senza essere vista e decidere di non confessare il delitto. La fortuna sembra assisterla perché la seconda attrice da sempre innamorata del produttore viene trovata svenuta sul corpo della vittima e quindi creduta colpevole. 

Valerie proclama in ogni modo l’innocenza della collega arrivando anche a ipotizzare di poter essere lei la colpevole ma il bonario detective con la passione del teatro non le crede. Ad interpretare il poliziotto troviamo Sydney Greenstreet in un ruolo meno crudele del solito anche se venato di una sottile perfidia: magnifico il suo ingresso, dopo uno sguardo torvo sui possibili testimoni riuniti in teatro finge di temere che l’esile seggiolina d possa non reggere  il suo fisico corpulento e poi scoppia in una risata di finta bonomia, l’impressione è che abbia intuito la colpevolezza di Valerie ma come il suo promesso sposo cerca di tutelarla, fino a rifiutare la sua confessione perché il suicidio di Marian chiude le indagini. È un noir che sovverte le regole del noir: in teoria abbiamo un lieto fine, mancanza del quale è la condicio sine qua non del genere che ha dominato gli anni ’40.

Momento di suspense assoluta è il suicidio in scena di Edda: Valerie, preda dei rimorsi, si limiterà ad incarnarlo o morirà sul palcoscenico dopo una memorabile interpretazione? 

Giurato numero 2

Juror #2
USA 2024 Warner Bros /Malpaso
con Nicholas Hoult, Toni Collette,
Leslie Bibb, J.K. Simmons, Zoey Deutch, Kiefer Sutherland, Gabriel Basso, Chris Messina, Amy Aquino, Cedric Yarbrough, Drew Scheid, Adrienne C. Moore, Hedy Nasser, Jason Coviello, Francesca Eastwood
regia di Clint Eastwood

Justin Kemp, ex alcolista sposato con una figlia in arrivo, viene selezionato come membro di una giuria in un processo di omicidio. Durante la presentazione del caso scopre che il cervo che credeva di aver investito l’anno precedente era in realtà la ragazza vittima dell’omicidio in giudizio. Justin cerca di spingere gli altri giurati ad avere un ragionevole dubbio per assolvere l’imputato ma deve anche fare in modo che le indagini non si riaprano per non finire in galera; Justin fa quindi in modo che il giurato ex poliziotto che ha indagato per conto suo venga espulso dalla giuria ma le parole dell’ex detective spingono l’avvocata della pubblica accusa  Faith Killebrew ad approfondire le indagini…

Il film di Clint Eastwood è un apologo sulla giustizia che parla ai nostri tempi ma si trasforma anche in una lezione universale.

La critica ai tempi attuali è nelle battute sulla mancanza di fondi, sulla scarsa attenzione che poliziotti e giurati prestano alle prove lasciandosi condizionare dai preconcetti e dalla fretta di tornare alle proprie vite e raggiunge il suo culmine quando l’inizio del dibattimento tra i giurati replica quasi fedelmente il film di Sidney Lumet, La parola ai giurati: che differenza tra il giurato numero 8 del film del ’57 che agiva solo per amore di giustizia e il giurato numero 2 che vuole far scarcerare l’accusato per sgravarsi la coscienza salvo scoprire che se James Sythe sarà dichiarato innocente le indagini verranno riaperte e potrebbero risalire a lui: il suo passato da ex alcolista che ha già avuto incidenti stradali lo porterebbe dritto all’ergastolo.

Il caso immaginato da Eastwood è emblematico: tutti sono parzialmente responsabili dell’incidente occorso a  Kendall Carter, la stessa donna che s’incammina ubriaca per una strada buia in una notte piovosa, il fidanzato che l’abbandona su quella strada pericolosa dove viene investita del tutto involontariamente da Justin che si era fermato nel locale sul punto di cedere all’alcol pur riuscendo a resistere: un destino beffardo degno di un noir anni ’40.
Più si dipana la vicenda più si giustifica Justin: partendo da un incipit improbabile -scoprire di essere il colpevole dell’omicidio che si sta dibattendo in aula- Eastwood realizza un’opera avvincente che porta lo spettatore ad interrogarsi sul significato di giustizia, sulle sfumature delle verità che stiamo perdendo in un mondo che impone sempre di schierarsi senza avere nessun dubbio.

Il film gioca metacinematograficamente su due piani: se a tratti è una sorta di remake de La parola ai giurati, dall’altra ripropone la coppia che tutti abbiamo amato in About a boy dove Nicholas Hoult era Marcus, il ragazzino che doveva gestire la madre aspirante suicida Toni Collette: ritrovarli oggi a guardarsi disperatamente negli occhi in un tremendo finale aperto, è toccante.

Il regista non nasconde l’intento di realizzare una parabola sulla giustizia, lo fa con i nomi dei protagonisti, in particolare con quello dell’avvocata che vuole entrare in politica e gioca tutta la campagna sul suo nome, Faith, ma a prevalere sarà la fede nella giustizia.
Poi i dettagli sugli attributi della rappresentazione della Giustizia: la bilancia che trema pendendo da una parte all’altra nei dialoghi che rivelano la verità e soprattutto il titolo sul suo volto bendato della Giustizia che passa al viso bendato di Ally, la moglie di Kemp a cui il marito sta facendo una sorpresa. Eastwood sembra aver studiato bene il significato inizialmente nefasto della benda che rimanda a quella della Fortuna, perché siamo tutti nelle mani del fato.

Il coltello di ghiaccio

Italia 1972
con Carroll Baker, Alan Scott, Evelyn Stewart, Eduardo Fajardo, Franco Fantasia, George Rigaud, Mario Pardo, Lorenzo Robledo, Dada Gallotti, Silvia Monelli, Rosa Marìa Rodriguez, Consalvo Dell’Arti
regia di Umberto Lenzi

Martha Caldwell è rimasta muta dopo aver visto i genitori morire in un incidente ferroviario, la ragazza sembra in fase di superare lo shock tanto da trovare il coraggio di andare in stazione ad accogliere la cugina, famosa cantate. Jenny però viene ritrovata morta dopo pochi giorni, la polizia sospetta una serie di omicidi satanisti dato che un’altra ragazza era stata ritrovata morta vicino alla villa dei Caldwell ma una serie di altre vittime legate a Martha, la governante e una ragazzina che trascorreva molto tempo con lei porteranno a una sconcertante verità.

Attenzione spoiler

È celebre la stroncatura del Mereghetti che definisce disonesto il finale; quello che c’è di davvero disonesto è chiamare il presunto satanista Manson, tre anni dopo la strage di Cielo Drive; altrettanto inutile la ripresa (ai fini della storia) della corrida che bisogna sorbirsi per tutti i titoli di testa, pare imposta dalla coproduzione spagnola.

Ammetto di essere caduta come una polla nel giochetto ben orchestrato da Lenzi che fa di tutto per portare lo spettatore da un’altra parte anche se i flash back che tormentano Martha da quando Jenny le ha portato una registrazione di quando era ancora in grado di parlare avrebbero dovuto insospettirmi ma vengo da tre mesi estivi di sovradosaggio di serie crime sovrapponibili e mi sono proprio divertita nel credere a tutte le espressioni truci del maggiordomo, le presenze inopportune del medico, lo zio a un passo dal tirare le cuoia che esce tranquillamente dall’ospedale per tornare a casa.

E soprattutto mi sono lasciata ingannare dalle reminiscenze de La scala a chiocciola dove la protagonista, anche lei muta per un trauma si trova a dover sfuggire a un serial killer: all’ultima collaborazione con Lenzi, Carroll Baker regala una valida interpretazione di un’adorabile ragazza resa muta da un’immane tragedia guadagnando la simpatia del pubblico per la forza d’animo con cui affronta il suo destino.

L’ispirazione al capolavoro di Siodmack porta a un risultato speculare: Dorothy McGuire ritrova la voce quando il killer che l’inseguiva viene ucciso e lei esce dall’incubo, nel film di Lenzi Martha ritrova la voce quando cade nell’incubo dovendo affrontare la sua colpevolezza.

Angoscia

Gaslight
USA 1944 MGM
con Ingrid Bergman, Charles Boyer, Joseph Cotten, Dame May Whitty, Angela Lansbury, Barbara Everest, Emil Rameau, Edmund Breon, Halliwell Hobbes, Tom Stevenson, Heather Thatcher, Lawrence Grossmith, Jakob Gimpel
regia di George Cukor

Subito dopo il matrimonio Paula Alquist torna a Londra nella casa dove è cresciuta ed ha scoperto il cadavere della zia che l’ha allevata. Il premuroso marito si trasforma nel tempo nel carceriere di Paula ritenendo che la fragilità psicologica della moglie si stia aggravando e sfociando nella pazzia. A salvare Paula contribuiscono una vicina impicciona e soprattutto un giovane detective di Scotland Yard che era un grande ammiratore della zia di Paula, famosa cantante lirica.

Un bellissimo film anni ’40 oggi più noto perché il titolo originale ha dato vita al termine gaslighting riferito alla manipolazione psicologica (soprattutto maschile) verso soggetti più deboli per creare dipendenza psicologica e affettiva: insomma molti usano questo termine senza sapere da dove nasca!

La pellicola è tratta dall’omonima opera teatrale del 1938 di Patrick Hamilton, esiste una versione cinematografica inglese del 1940 diretta da Thorold Dickinson di cui la MGM cercò di eliminare tutte le copie e il film britannico si salvò solo per la lungimiranza del regista che ne salvò una copia personale.

Il film americano è invece celeberrimo non solo per aver coniato il termine di cui sopra ma anche per aver fatto vincere a Ingrid Bergman il suo primo oscar meritatissimo perché l’attrice è superba a mostrare l’evoluzione della vittima: appare luminosa all’inizio della storia, felice e innamorata e poi vediamo il suo lento cadere nell’insicurezza instillatale dal marito fino ad arrivare a dubitare completamente di sé stessa, temendo il giudizio della servitù, in particolare della cameriera Nancy, sfacciata e volgarotta che non si fa scrupoli di flirtare con il padrone: ad interpretarla c’è una validissima Angela Lansbury al suo primo ruolo cinematografico che le valse una meritata candidatura come miglior attrice non protagonista.
Anche Charles Boyer ricevette una nomination ed in effetti pur essendo sempre stata una sua grande fan, in quest’opera raggiunge vette di perfidia che lo rendono davvero odioso.

Angoscia si rivela ancora oggi un preciso affresco di una relazione tossica, un ritratto pungente del legame matrimoniale e il contesto d’inizio novecento rende ancora più evidente il soverchiamento maschile ma fortunatamente assistiamo anche alla vendetta, se così vogliamo chiamarla, della vittima che nelle scene finali si riscatta del trattamento subito.

Cukor è definito il regista delle donne per la sua abilità nel far emergere le doti recitative delle sue attrici, in questo film ci sono comunque delle finezze stilistiche giocate con tema della luce: la fiammella dei titoli di testa lancia un’ombra sul muro che mostra un uomo che sta strangolando una donna (sorte della zia di Paula) e quando la luce si alza nuovamente mentre Brian e Paula svelano i segreti di suo marito, i due vengono riflessi nell’ottone del portalampada, come il celebre dettaglio de I Coniugi Arnolfini

La lunga notte dell’orrore

The Plague of the Zombies
UK 1966, Hammer Film Productions
con André Morell, Diane Clare, Brook Williams, Jacqueline Pearce, John Carson, Alexander Davion,Michael Ripper, Marcus Hammond, Dennis Chinnery,Louis Mahoney
regia di John Gilling

Screenshot

Il dottor Thompson è medico condotto di un paesino della Cornovaglia funestato da una serie di morti inspiegabili. Il dottore non può fare molto dato che il nobile del paese impedisce le autopsie, decide così di chiedere l’aiuto a Sir James Forbes, il suo professore universitario. Su consiglio della figlia Silvye che vuole rivedere l’amica Alice, ora moglie di Tompson, Forbes si reca al villaggio dove trova l’ennesimo funerale e malumori crescenti verso il suo allievo. Forbes decide di forzare la situazione e fare un’autopsia non legalizzata dissotterrando  con Tompson un cadavere nella notte. Colti sul fatto dalla polizia trovano un inaspettato alleato nel  sergente Swift quando scoprono che la bara è vuota. Intanto Silvie vede Alice allontanarsi di notte e la segue nella brughiera finendo nelle mani degli scagnozzi del conte che iniziano a molestarla; salvata dal nobile Clive Hamilton, Silvie mentre torna a casa vede Alice ormai morta tra le braccia di un bruto. Hamilton le fa visita per farle le condoglianze e la induce a tagliarsi con un bicchiere, intanto Sir James scopre i riti wodoo causa delle misteriose morti: sarà ancora in tempo per salvare la figlia?

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Unico film di zombie della Hammer, La lunga notte del terrore è l’anello di congiunzione tra gli zombie classici degli horror americani (White zombie della Universal e Ho camminato con uno zombi della RKO) e La notte dei morti viventi di Romero uscito due anni dopo.

Il film Hammer si apre su una cerimonia wodoo che si tiene nel castello degli Hamilton: ben presto il film lascia intendere che è il barone ad aver macchinato la piaga degli zombie per avere manodopera gratis per riaprire le vecchie miniere di stagno in cui nessuno voleva più lavorare perché troppo pericolose. Questa critica sociale dello sfruttamento operaio avvicina il film alle tematiche sviluppate due anni dopo da Romero.


Fatta eccezione per il valore storico della pellicola, poco altro si salva in questo film dalla scarsa incisività narrativa con una storia che sembra modulata sul Dracula del 1958: il sangue come veicolo del rito, due donne, una bruna e una bionda, una cadrà vittima del sortilegio risorgendo dannata dalla tomba mentre l’altra verrà salvata dall’acume del personaggio che rappresenta la razionalità e il positivismo scientifico.

La caratterizzazione di Sir James Forbes è uno dei motivi per per vedere il film, più burbero e cinico di tutti i Van Helsing e gli Sherlock Holmes apparsi sullo schermo, Forbes nasconde una grande umanità dietro la noia che manifesta per l’intero genere umano e solo la figlia riesce a vedrete la sua vera natura. È un piacevole legame padre figlia quello portato in scena che rende ancora più orribile il destino di violenza sessuale che incombe sulla ragazza giocata a carte dagli scagnozzi di Hamilton che la salva all’ultimo minuto.


Le scene con gli zombi potrebbero essere inquietanti ma il trucco invecchiato male le rende risibili ma devo ammettere che non amo i film di zombie quindi perdo l’indulgenza che posso avere verso altri mostri anche meno curati.

Inside out 2

USA 2024, Pixar Disney
regia di Kelsey Mann

Riley Anderson affronta la pubertà e nuove emozioni arrivano a turbare l’equilibrio della ragazzina, portandola anche a vivere un’attacco di panico…

Ho preferito il secondo capitolo al primo, che come scrissi all’epoca mi sembrava un’opera un po’ troppo intellettualmente compiaciuto, mentre il sequel mi sembra aver raggiunto, anche in fase di scrittura, un perfetto equilibrio tra mente e cuore: le esperienze di Riley sono capitate a tutti e trascendono il periodo adolescenziale: l’accettazione sociale, la paura della solitudine, la necessità di riuscire sono esigenze transgenerazionali che riguardano ogni spettatore.

Ho trovato molto interessante anche la rappresentazione dell’universo mentale, nel primo capitolo forse era più creativo culminando nel capolavoro visivo dell’area del pensiero astratto mentre in Inside out 2 il disegno resta più omogeneo ma in grado di spiegare bene i processi mentali e la costruzione del proprio io interiore.

Che l’attenzione sia tutta per Ansia lo dimostra anche il disegno: la nuova protagonista che contende il comando a Gioia è un bislacco esserino arancione ben diverso dal tratto tipicamente umano che contraddistingue le altre emozioni: tutta la mia simpatia va a Ennui e le sue pose dinoccolate. Continua lo strano incrocio con Follemente visto che Ansia è doppiata da Pilar Fogliati.

Un urlo dalle tenebre

Italia, 1975
con Richard Conte, Françoise Prévost, Patrizia Gori, Jean-Claude Vernè, Sonia Viviani, Elena Svevo (Elisabeth Tulin), Mimma Biscardi, Franco Garofalo, Giuseppe Talarico, Filippo Perego, Giangiacomo Elia, Giulio Baraghini, Rita Orlando, Bruno Di Levrano, Luca Damiano
regia accreditata a Elo Pannacciò, di fatto Luca Damiano (Franco Lo Cascio)

Piero ragazzo di buona famiglia, inizia ad avere comportamenti strani, dopo la misteriosa morte della madre il medico consiglia d’internato in manicomio ma la sorella suora si oppone e si rivolge ad un esorcista…

Filmetto di poco conto nato sull’onda del successo de L’Esorcista che cita esplicitamente e gioca con altri topos dei film diabolici in voga nel periodo: sarà un caso che l’unica attrice con i capelli corti è la madre inconsapevole del demonio come Rosemary?

È poco chiara anche la paternità del film, il regista firmatario -Elo Pannaccio – in realtà condivide il progetto con Franco Lo Cascio.

La scena  iniziale è una ripresa reale in piazza San Pietro con le persone stupite che guardano in macchina, i ricordi di Suor Elena degli orrori del manicomio sono materiali del film La casa delle mele mature di Pino Tosini


La casa in cui si svolge la vicenda è un’anonima villetta di fine anni’60, insomma che sia un film a bassissimo budget è più che evidente eppure qualche trovata si salva.

Bella l’ambientazione laziale con le cascate di Monte Gelato e le riprese nel borgo semi diroccato.

Il diavolo impersonato dalla donna nuda si presta alle pruderie del regista che passerà ai porno, però è anche una rappresentazione intrigante.

Bella la scena dello sgozzamento a distanza e pur nella sua ingenuità trova una sua ragion d’essere il flash back secentesco che spiega perché quei luoghi fossero frequentati dal diavolo.

L’ultima parte con l’entrata in scena dell’esorcista è la rovina del film: il confronto con l’originale è impietoso non solo da un punto di vista artistico ma anche citazionistico: confrontare gli effetti speciali è impari dal trucco del protagonista ai fievoli sbocchi di sangue e altri liquami che non hanno certo la gittata di quelli di Regan.

Il film ebbe anche una distribuzione internazionale e ora non vorrei essere tacciata di blasfemia nell’anno della morte di Lynch ma solo a me la scena all’obitorio col cadavere nel cellophane trasparente ricorda un cadavere ben più eccellente nella storia della tv?