Un urlo dalle tenebre

Italia, 1975
con Richard Conte, Françoise Prévost, Patrizia Gori, Jean-Claude Vernè, Sonia Viviani, Elena Svevo (Elisabeth Tulin), Mimma Biscardi, Franco Garofalo, Giuseppe Talarico, Filippo Perego, Giangiacomo Elia, Giulio Baraghini, Rita Orlando, Bruno Di Levrano, Luca Damiano
regia accreditata a Elo Pannacciò, di fatto Luca Damiano (Franco Lo Cascio)

Piero ragazzo di buona famiglia, inizia ad avere comportamenti strani, dopo la misteriosa morte della madre il medico consiglia d’internato in manicomio ma la sorella suora si oppone e si rivolge ad un esorcista…

Filmetto di poco conto nato sull’onda del successo de L’Esorcista che cita esplicitamente e gioca con altri topos dei film diabolici in voga nel periodo: sarà un caso che l’unica attrice con i capelli corti è la madre inconsapevole del demonio come Rosemary?

È poco chiara anche la paternità del film, il regista firmatario -Elo Pannaccio – in realtà condivide il progetto con Franco Lo Cascio.

La scena  iniziale è una ripresa reale in piazza San Pietro con le persone stupite che guardano in macchina, i ricordi di Suor Elena degli orrori del manicomio sono materiali del film La casa delle mele mature di Pino Tosini


La casa in cui si svolge la vicenda è un’anonima villetta di fine anni’60, insomma che sia un film a bassissimo budget è più che evidente eppure qualche trovata si salva.

Bella l’ambientazione laziale con le cascate di Monte Gelato e le riprese nel borgo semi diroccato.

Il diavolo impersonato dalla donna nuda si presta alle pruderie del regista che passerà ai porno, però è anche una rappresentazione intrigante.

Bella la scena dello sgozzamento a distanza e pur nella sua ingenuità trova una sua ragion d’essere il flash back secentesco che spiega perché quei luoghi fossero frequentati dal diavolo.

L’ultima parte con l’entrata in scena dell’esorcista è la rovina del film: il confronto con l’originale è impietoso non solo da un punto di vista artistico ma anche citazionistico: confrontare gli effetti speciali è impari dal trucco del protagonista ai fievoli sbocchi di sangue e altri liquami che non hanno certo la gittata di quelli di Regan.

Il film ebbe anche una distribuzione internazionale e ora non vorrei essere tacciata di blasfemia nell’anno della morte di Lynch ma solo a me la scena all’obitorio col cadavere nel cellophane trasparente ricorda un cadavere ben più eccellente nella storia della tv? 

Hans

Hansloc7ka<<Chi e’ quest’uomo e perche’ uccide?>> recita il trailer di questa opera seconda di Louis Nero, non aspettatevi una risposta logica nell’evoluzione della pellicola che punta a mostrare  il percorso psicotico del protagonista attraverso immagini oniriche e deragliamenti sensoriali.
C’e’ qualche buona intuizione cinematografica nel lavoro di Nero che con quest’ultima fatica conclude la trilogia che indaga le tecniche cinematografiche concentrando la sua attenzione sulle inquadrature e infatti il film e’ un profluvio di inquadrature sghembe e dettagli;  purtroppo la pellicola si perde in un’eccessiva cerebralita’ del racconto che pare non appoggiarsi a una sceneggiatura degna di questo nome.
Il lavoro ha come referente David Linch: Hans Scabe tra le sue molte allucinazioni ha anche quella di un nano rossovestito che sui titoli di coda si allontana su una strada deserta con le strisce gialle illuminta dai fari di un auto.
Il giovane regista pare molto sicuro di se’ e delle proprie qualita’ tanto da far citare i titoli della sua trilogia  in un’emblematica risposta che lo scolaretto Hans  da alla domanda della maestra delle  elementari che qui perde la penna rossa per  riciclarsi in un look estremamente dark.
Di estremo interesse il lavoro sulla musica che inquieta molto piu’ delle immagini.
Solo per spettatori dai gusti  cerebrali forti e poco ortodossi, si testimoniano fughe di spettatori dalla sala.

Good night, and good luck.

Goodnight&goodluck Di certo a George Clooney sta molto a cuore la situazione televisiva se nel suo film d’esordio come regista, Confessioni di una mente pericolosa analizza una figura controversa come quella del (pessimo, a mio parere) produttore televisivo Chuck Barris che si proclamo’ anche agente della CIA ed in questa sua acclamata opera seconda racconta uno dei momenti piu’ alti della televisione americana che si erge contro la prevaricazione dei diritti civili operata dal maccartismo ma che coincide anche con il declino dell’informazione televisiva a cui si preferiscono programmi d’intrattenimento meno costosi. Il nucleo del film non sta tanto nella battaglia vinta da Murrow contro McCarthy ma nella totale disfatta del medium che non ha saputo tenere fede a questa missione piu’ alta ed ha ripiegato sul facile guadagno e l’ancor piu’ facile intrattenimento e a far male non e’ tanto il clima di sospetto della caccia alle streghe ricreato dalla pellicola, ma sono le parole profetiche sul futuro televisivo che Murrow dice qualche anno dopo quei gloriosi eventi, nel 1958.
Il film e’ sicuramente molto bello, anche se c’e’ qualche sbavatura nella regia di Clooney che, forse nell’intento di dimostrare di essere un buon regista, si lascia andare a qualche virtuosismo di troppo: carrelli e campi lunghi dalle costruzioni un po’ sghembe che poco hanno a che fare con il ritmo scarno e conciso del film.
Da menzionare l’ottima prova del protagonista, David Strathairn giustamente premiata a Venezia con la Coppa Volpi, mentre il povero Ray “Leland” Wise qui nelle vesti del giornalista suicida Don Hollenbeck e’ ancora schiavo del personaggio di Linch: c’e’ stato un momento in cui avrei giurato che si sarebbe trasformato nel perfido Bob!

Cabin Fever

CabinfeverSe il genere horror ha sempre portato sulla scena le paure e psicosi del suo tempo, il nuovo horror americano evidenzia le paure di una super potenza che si sente in ginocchio.
Anche il ritorno a moduli visivi e a stilemi dei tardi anni ‘70, quando la grande epopea gore stava iniziando con le saghe di Venerdì 13 e Nightmare sottolinea un bisogno di tornare al passato, gettando lo sguardo sulla profonda provincia USA, ma se nei film di allora la causa scatenante del “male” si sarebbe trovata in qualche tara o abominio familiare tenuto nascosto, oggi il male si infiltra subdolamente, esplode senza
ragione. Come ne L’acchiappasogni della passata stagione il tema della malattia infettiva e’ rappresentato nella devastazione che questa fa del corpo umano: corpi ricoperti di sangue, che non possono non richiamare alla memoria lo scempio dell’11 settembre. Cabin Fever potrebbe rappresentare la paura di una nazione che si sente lasciata sola, scoperta ad attacchi che non sa da dove possono giungere e e di cui, soprattutto, non si capisce la ragione.
Detto questo, il film resta comunque un brutto film, slegato, che non ti fa mai sobbalzare e soprattutto con dei pessimi
dialoghi.
Era un film con delle potenzialita’: il tema dell’allontanamento dal gruppo di chi e’ infetto avrebbe potuto essere meglio sviluppato e avrebbe avuto maggior effetto se i giovani vacanzieri si fossero trovati in una situazione piu’ claustrofobica, invece di farli vagare per un bosco, non solo denso di insidie, ma pieno di personaggi che paiono usciti, senza ragione, da Twin Peaks (David Linch e’ il produttore).

Un’ occasione sprecata, non fate altrettanto coi vostri soldi.