L’idolo cinese 

Three Strangers
USA 1946, Warner Bros.
con Sydney Greenstreet, Geraldine Fitzgerald, Peter Lorre, Joan Lorring, Robert Shayne, Marjorie Riordan, Arthur Shields, Rosalind Ivan, John Alvin, Peter Whitney, Alan Napier
regia di Jean Negulesco

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Londra, notte del capodanno cinese 1938. Una signora elegante attira a casa sua due uomini; davanti al loro sconcerto spiega che il suo intento è quello di seguire un’antica tradizione: tre sconosciuti devono esprimere lo stesso desiderio davanti alla dea cinese della fortuna allo scoccare del nuovo anno. La donna ha anche pensato che il denaro sia il mezzo adatto per poter poi realizzare il proprio desiderio senza rivelarlo e uno dei due uomini offre un suo biglietto per la corsa di cavalli del Grand National. Siglato l’accordo e aspettata la mezzanotte, i tre si separano: si ritroveranno dopo diverse peripezie quando il biglietto verrà estratto…

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La sceneggiatura del film è di John Huston e Howard Koch, dati più memorabili della regia corretta ma anonima di Negulesco. 
Si tratta di un film noir dalla costruzione anomala: le storie dei tre protagonisti s’incrociano solo nel prologo e nel finale poi ognuno segue il proprio destino.

La cosa interessante è che ognuno di loro ha qualcosa di losco e ci si domanda se la dea sarà benevola nonostante il loro comportamento non proprio specchiato: il karma avrà modo di fare il suo corso.

Crystal Shackleford è una donna della buona società che vive separata dal marito da anni dopo averlo tradito. Il marito ora vorrebbe divorziare per sposarsi con un nuovo amore ma Crystal riesce a dividere la coppia inventando una gravidanza. 

Johnny West è un ubriacone che si trova coinvolto in un omicidio e condannato alla pena capitale, mentre Crystal e Arbutny decidono di spartirsi l’eventuale vittoria in due, viene scagionato e riesce a presentarsi in tempo all’appuntamento. 

Jerome K. Arbutny è un avvocato che gestisce il patrimonio di una lady. Perde il capitale giocando in borsa ed ha bisogno di liquidità per coprire la perdita quindi vorrebbe vendere il biglietto che è stato estratto come vincente se il cavallo scelto vincerà la corsa ma la ferma opposizione di Crystal lo porta ad ucciderla mentre si svolge la gara. Il cavallo scelto vince ma West e Arbutny non possono ritirare il denaro visto che il biglietto è firmato anche dalla donna uccisa. Johnny accetta la cosa con filosofia e torna alla propria vita con la ragazza che ama mentre Arbutny impazzisce e confessa il delitto in mezzo alla folla. 

La giustizia divina segue vie imperscrutabili e spesso sardoniche, a salvarsi è l’uomo dei bassifondi mentre i due membri onorabili della società si dimostrano più gretti: l’avvocato mette la propria credibilità davanti a tutto mentre Crystal è una figura completamente amorale che non verrà rimpianta da nessuno.

Valeria l’amante che uccide

The Velvet Touch
USA 1948
con Rosalind Russell, Leon Ames, Leo Genn, Claire Trevor, Sydney Greenstreet
regia di Jack Gage

Valerie Stanton, un’attrice all’apice del successo uccide accidentalmente il suo produttore durante una lite. Al suo posto viene accusata un’altra attrice, Marian Webster, da sempre innamorata di Gordon Dunning ma quando scopre che l’uomo che ama ha capito che è la vera assassina, Valerie, dopo un ultima magistrale interpretazione, decide di confessare la propria colpevolezza al capitano Danbury che ha condotto le indagini… 

Al netto del tremendo titolo italiano, un melodramma dalle sfumature noir ambientato nel mondo del teatro, una produzione indipendente voluta da Rosalind Russell che però spesso è un po’ sopra le righe: troppe mossette per mostrare i vari stati d’animo della protagonista soprattutto nei momenti in cui teme di essere scoperta, il talento della Russell è più per i ruoli brillanti e queste sottolineature espressive lo dimostrano.

Anche il trucco è esagerato ed evidente il conturing per scolpire gli zigomi, sembra quasi che l’attrice voglia adattare il volto ormai maturo allo stile di bellezza imperante nei tardi anni 40.


Ci sono un po’ di similitudini tra Rosalind e Valerie: la prima si butta sul noir come la protagonista del film decide di cimentarsi con l’immancabile Ibsen (Edda Gabler invece dell’abusato Casa di bambole per il suicidio finale della piece che ha corrispondenza nella trama).

Vittima di un produttore che oltre a decidere le scelte lavorative è contrario al nuovo legame sentimentale della sua diva che minaccia di rovinare se non accetta di girare la sua nuova commedia brillante, il violento alterco finisce con l’omicidio del produttore. Valerie riesce a lasciare l’ufficio del manager, posto sopra il teatro senza essere vista e decidere di non confessare il delitto. La fortuna sembra assisterla perché la seconda attrice da sempre innamorata del produttore viene trovata svenuta sul corpo della vittima e quindi creduta colpevole. 

Valerie proclama in ogni modo l’innocenza della collega arrivando anche a ipotizzare di poter essere lei la colpevole ma il bonario detective con la passione del teatro non le crede. Ad interpretare il poliziotto troviamo Sydney Greenstreet in un ruolo meno crudele del solito anche se venato di una sottile perfidia: magnifico il suo ingresso, dopo uno sguardo torvo sui possibili testimoni riuniti in teatro finge di temere che l’esile seggiolina d possa non reggere  il suo fisico corpulento e poi scoppia in una risata di finta bonomia, l’impressione è che abbia intuito la colpevolezza di Valerie ma come il suo promesso sposo cerca di tutelarla, fino a rifiutare la sua confessione perché il suicidio di Marian chiude le indagini. È un noir che sovverte le regole del noir: in teoria abbiamo un lieto fine, mancanza del quale è la condicio sine qua non del genere che ha dominato gli anni ’40.

Momento di suspense assoluta è il suicidio in scena di Edda: Valerie, preda dei rimorsi, si limiterà ad incarnarlo o morirà sul palcoscenico dopo una memorabile interpretazione? 

Viale Flamingo

Flamingo Road
USA 1949 Warner Bors
con Joan Crawford, Zachary Scott, Sydney Greenstreet, David Brian, Gladys George, Virginia Huston, Fred Clark, Gertrude Michael, Alice White
regia di Michael Curtiz



Vialeflamingo


Il vice sceriffo Carlisle, incaricato del sequestro d un luna park insolvente, trova solo la ballerina Lane Bellamy che, stanca della vita raminga del circo, ha deciso di di restare nella cittadina di Bolton. Il vice sceriffo aiuta la donna a trovare lavoro e tra i due scatta la scintilla ma questo ostacola i piani dello sceriffo Semple che vuole che il suo aiutante faccia un buon matrimonio per poi dargli un seggio da senatore e trasformarlo nel suo uomo di paglia. Semple fa di tutto per scacciare Lane da Bolton, anche spedirla in galera ma la donna non cede e si sposa con Dan Reynolds un altro ricco intrallazzatore politico. Carlisle, infelice del matrimonio e capita la sua inutilità politica, si da all’alcol e finisce per suicidarsi a casa Reynolds quando capisce che Lane non si è sposata solo per interesse. Semple intanto ha deciso di diventare governatore ma la cricca che tira i fili della politica non lo appoggia nonostante lui li ricatti; per salvare il marito dalla prigione Lane non esita a minacciare con una pistola il suo acerrimo nemico.



Vialeflamingo


Un viale che rappresenta l’ascensore sociale: dai bassifondi della tavola calda e della taverna equivoca di Mrs.Sanders alle ville dell’alta società in un melodramma dalle venature noir su un inusuale sfondo politico dipinto con estremo cinismo e profondamente attuale: pochi uomini decidono i seggi da distribuire al senato perché, spiega Dan Reynolds, il giorno delle elezioni coincide con il giorno della partita e l’elettore medio mal tollera l’interferenza con lo svago preferito ritrovandosi poi la classe politica corrotta che si merita. Pur essendo un cinico che si è dovuto interessare alla politica per tutelare i propri affari, Reynolds in fondo ha una sua morale che riscopre proprio nell’amore per Lane, altra figura in cerca di redenzione.
Fielding Carlisle invece è solo un debole: figlio di uno stimato giudice non ha terminato gli studi e si è messo nelle mani del laido Titus Semple a cui non trova il coraggio di ribellarsi neppure per amore di Lane.



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Il film colpisce per la scelta degli attori: la quarantacinquenne Joan Crawford non si fa scrupoli nell’amoreggiare con attori di dieci anni più giovani che fanno un po’ parte del suo entourage: il pavido Carlisle è interpretato da Zachary Scott, che aveva già recitato con l’attrice ne Il romanzo di Mildred nel ruolo di Monty Beragon mentre David Brian è al suo debutto con il ruolo di Reynolds e in seguito interpreterà altri due ruoli accanto alla maliarda Joan.



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Il punto di forza del film è però lo scontro tra lo sceriffo Semple e Lane Bellamy una lotta anche fisica: prima Lane schiaffeggia lo sceriffo poi la colluttazione finale per il possesso della pistola, incarnata da due “bitches” per eccellenza del cinema hollywoodiano, la Crawford e il corpulento Sydney Greenstreet da sempre destinato ai ruoli di cattivo ma mai così crudelmente determinato.