Vento caldo

Parrish
Usa 1961 Warner Bros
con Troy Donahue, Claudette Colbert, Karl Malden
regia di Delmer Daves

Ventocaldo

Parrish McLean si trasferisce nel Connetticut con la madre Ellen, che va a fare la governante nella casa di un coltivatore di tabacco, Sala Post. Mentre il ragazzo scopre la seduzione femminile e viene sfacciatamente corteggiato prima dalla contadina Lucy poi dalla viziata figlia di Sala, la madre si sposa con Judd Raike, il più ricco piantatore della valle. L’uomo è un padre padrone e vorrebbe assoggettare al suo volere anche Parrish che però si ribella ai metodi poco ortodossi con cui Raike guida la famiglia e gli affari.

Vento caldo è il classico melodramma con famiglie patriarcali che si rivelano covi di vipere e i popolani bianchi costretti a giocarsi la dignità; a dirigerlo con mano sapiente c’é Delmer Daves, regista prima di noir poi di western e infine di melodrammi: nel 1959 aveva diretto il celeberrimo Scandalo al Sole che aveva dato la fama a Troy Donahue. In questa pellicola ritroviamo l’ attore idolo delle ragazzine anni ’60, nei panni di un giovane ribelle che preferisce seguire ciò che gli detta la coscienza invece di piegarsi ai metodi poco ortodossi dei Raike che pure gli garantirebbero la sicurezza economica e l’amore della bella Alison Post che non lo segue nella sua decisione di farsi strada da solo e gli preferisce il matrimonio infelice con Wiley Raike.
Anche la madre, Ellen preferisce fingere di non vedere il carattere da desposta del marito in cambio della ricchezza, ma come dice il vecchio marinaio a Parrish nel dialogo introduttivo del film, i figli devono avere il coraggio di fare la propria strada come il ragazzo dimostrerà nel corso della pellicola, guadagnando l’amore di Paige, ultimogenita di Raike che a differenza dei fratelli, ha il coraggio di opporsi all’ingombrante figura paterna.
Parrish MaldenColbert Il carismatico e volitivo, per quanto gramo, Judd Raike è interpretato magistralmente da Karl Malden che io ricordo in ruoli magari anche perfidi ma sicuramente più remissivi. Quello di Ellen McLean è l’ultimo ruolo interpretato da Claudette Colbert sul grande schermo.
Come vuole la tradizione del melò la fotografia gioca un ruolo importante e simbolico, il colore dominante è il marrone simbolo della terra e del tabacco, a cui si oppone il blu quasi imperiale dei ricchi piantatori, è il colore di Alison e dopo essere stato baciato da lei, Parrish va al lavoro con un giubbotto azzurro quasi a significare che ormai appartiene alla viziata ragazza; il rosso è il colore della ribellione e nella seconda parte del film quando il ragazzo sfida apertamente il monopolio terriero del patrigno indossa sempre un maglione o un giubbotto rosso.

Vincent Sherman

Vincentsherman

Il 16 luglio 1906 nasce a Vienna in Georgia Abraham Orovitz, diventato noto come regista con il nome di Vincent Sherman.
Dopo la laurea il giovane è deciso a fare l’attore e prima sbarca a New York dove cambia il nome e si dedica alla recitazione teatrale e proprio la piece teatrale Counsellor at Law in cui recita accanto a John Barrymore, gli apre le porte di Hollywood infatti dal dramma nel 1933 viene tratto il film Ritorno alla vita diretto da William Wyler e il giovane attore viene confermato anche per la versione cinematografica, ma fare carriera come attore non è cosa facile, Vincent Sherman ripiega allora sul suo talento di abile sceneggiatore che lo fa assumere alla Warner Bros nel 1937.
Il primo film che gira nel 1939 è un B movie, Il ritorno del dottor X ma il protagonista è destinato a chiara fama: Humphrey Bogart, in questa pellicola il futuro divo è una sorta di zombie/vampiro: è risvegliato dalla tomba grazie al sangue sintetizzato in modo tale da ridargli la vita.


RitornodelDottorX

Seguono altri film di serie B tra cui va ricordato Sesta colonna del 1941 che ha sempre per protagonista Bogart nei panni di un delinquente che, cercando gli assassini di un suo amico, scopre una banda di spie naziste.
Il salto di qualità avviene nel 1943 quando Vincent Sherman dirige Bette Davis e Miriam Hopskins in L’amica (titolo originale Old Acquaintance) il film narra il complicato rapporto d’amicizia tra due donne, tra rivalità sentimentali e lavorative: entrambe sono scrittrici. L’amica ebbe un remake nel 1981, Ricche e Famose, l’ultimo film diretto da George Cukor.
L’anno seguente Sherman dirige ancora Bette Davis in La signora Skeffington storia di una donna bellissima che si sposa per interesse, solo quando sente avvicinarsi la vecchiaia e la solitudine comprende l’affetto del marito. Sia La Davis che Claude Rains vengono nominati agli Oscar per questo film.

Skeffington Prentiss

Del 1947 è il tragico melò Smarrimento che ha per protagonista Ann Sheridan nei panni di Nora Prentiss, una cantante di night per cui un integerrimo dottore è deciso a lasciare la moglie. Per non chiedere il divorzio il dottor Talbot fa passare il cadavere di un paziente per il suo; quando ormai è convinto di poter iniziare una nuova vita viene arrestato come l’assassino del presunto Talbot.
Sempre nel ’47 Ann Sheridan è protagonista di Le donne erano sole un remake non dichiarato di Ombre malesi girato da Bette Davis nel 1940.
Nel 1948 Sherman abbandona momentaneamente i women movies per dedicarsi a Le avventure di Don Giovanni con Errol Flynn, il film riceve due nomination per le scenografie e vince l’Oscar per i migliori costumi nel 1950.
Dopo il mediocre Cuore solitario del 1949, inizia una collaborazione con Joan Crawford: nel 1950 la dirige in Sola con il suo rimorso e ne I Dannati non piangono, i film non sono eccelsi ma confermano la fama di Sherman di regista delle donne, forse non dovuta solo al soggetto dei suoi film ma anche alle liason che il regista intraprese con le sue protagoniste: nella sua autobiografia Studio Affairs il regista confessa il legame di tre anni con la Crawford e una relazione con Bette Davis ai tempi della loro collaborazione cinematografica. Instaura un legame sentimentale anche con Rita Hayworth quando la dirige nel 1952 in Trinidad.

Hayworthsherman

Dopo questa pellicola la carriera del regista subisce uno stopo di cinque anni: siamo nel pieno del maccartismo e Sherman viene allontanato per sospette simpatie comuniste, non finisce nella lista nera di Hollywood ma si ferma alla grigia.
Riprende a lavorare nel 1956 supervisionando un film italiano Difendo il mio amore, poi nel ’57 sostituisce Robert Aldrich nelle riprese finali de La Giungla della 7° strada. Sherman gira ancora qualche film tra cui ricordiamo I segreti di Filadelfia con Paul Newman onesto avvocato tentato di cedere alle lusinghe del denaro, poi passa alla televisione dirigendo episodi di serie tv o film per la televisione.
Scompare il 18 giugno 2006, nemmeno un mese prima del suo centesimo compleanno.

Uomini e cobra

Uominiecobra
There Was a Crooked Man
Usa 1970 Warner Bros
con Kirk Douglas, Henry Fonda, Burgess Meredith
regia di Joseph L. Mankiewicz

Dopo un furto da cinquecentomila dollari, che ha nascosto in una tana di serpenti a sonagli, Paris Pitman viene imprigionato in una galera in mezzo al deserto. Il direttore del carcere lo prende di mira perché vorrebbe una fetta del bottino ma muore durante una rivolta e a dirigere la prigione arriva Woodward W. Lopeman, ex sceriffo incorruttibile e dalle idee progressiste che coinvolge Pitman nella nuova gestione del carcere ma il galeotto pensa solo ad evadere e recuperare il suo tesoro..

Pur non rispettando la trama, visto che i serpenti in questione sono crotali e non cobra, credo che Uomini e cobra suoni meglio di “uomini e crotali” o “uomini e serpenti a sonagli”. Penso anche che il titolo italiano non faccia tanto riferimento agli animali in questione ma sia più una distinzione filosofica anche se il finale, per restare in tema animale, dimostra cinicamente come l’uomo sia  homo homini lupus.
Il film lascia spiazzati perché il registro iniziale vira sul comico: siamo nel periodo di maggior crisi del sistema delle mayor e si può pensare che la pellicola abbia intenti parodistici sul genere western ma nel corso del film scopriremo che l’apparente bonomia rivela un cinismo spietato.
Per tre quarti del film si parteggia per Pitman, del resto è stato catturato in un bordello, perché il notabile derubato si consolava della rapina subita praticando il voyeurismo assieme al giudice e sbirciando proprio la stanza dove Pitman si stava dando alla pazza gioia. In galera Pitman sembra unire attorno a sé i suoi compagni di cella per formare la banda con cui fuggire: si preoccupa che il giovane Coy Cavendish non subisca le indesiderate attenzioni sessuali di una guardia e cerca di proteggerlo dal pensiero dell’imminente impiccagione. E’ piuttosto urtante quindi scoprire che tutte le attenzioni rivolte al gruppo sono false e che Pitman non esita a sacrificare i compagni per garantirsi la fuga. A punirlo giustamente penserà un serpente, dato che verrà morso dopo aver recuperato la refurtiva che finisce nelle mani di Lopeman; il mite sceriffo si rivela esser stato a sua volta solo un finto ingenuo fuggendo con i soldi oltre il confine messicano.
Uomini e cobra è dunque un acido pamphlet sull’avidità e sulla falsità umana anticipata dal primo incontro tra Pitman e Lopeman nella cella d’isolamento dove il detenuto era incarcerato: in un atmosfera mefistofelica Pitman getta la maschera (i finti occhialini da miope che Kirk Douglas indossa quasi sempre) e tenta lo sceriffo con l’offerta di spartire la refurtiva: la risata di Fonda è quindi ancora più furba di quella del suo tentatore.

Ombre malesi

The letter
USA 1940, Warner Bros,
con Bette Davis, Herbert Marshall, James Stephenson, Gale Sondergaard
regia di William Wyler

Theletter

In una piantagione nei pressi di Singapore, Leslie Crosbie, moglie di un coltivatore di alberi da gomma, uccide un amico di famiglia sostenendo d essersi dovuta difendere da un’aggressione sessuale. Nel corso del processo l’avvocato della donna viene avvertito dell’esistenza di una lettera che proverebbe un legame sentimentale tra la vittima e la sua assistita. Per evitare la pena di morte la lettera viene acquistata a prezzo di tutti i risparmi del marito. Leslie al processo viene giudicata innocente ma pagherà comunque la sua colpa.

Ombremalesi

Capolavoro noir di William Wyler premiato con sette nomination agli Oscar, remake di una prima omonima versione muta del 1929.
Il titolo italiano è molto più affascinante di quello originale, il prosaico The letter, dove le ombre malesi alludono al meraviglioso gioco di ombre create dal bianco e nero lucido e appiccicoso come un’umida notte tropicale: la luna che gioca con le nuvole, la luce che filtra dalle serrande, marezzature che sottolineano l’ambiguità di tutti i personaggi, a partire da Leslie, creduta una donna fedele e invece protagonista di una doppia vita amorosa che esplode nella gelosia omicida quando l’amante le preferisce un’indigena che sposa a discapito della propria reputazione sociale.
Il senso di ambiguità è dato anche dallo stile di ripresa: nella prima ricostruzione che Leslie da dell’accaduto, Bette Davis è ripresa quasi sempre di spalle e spesso esce dall’inquadratura perchè la macchina da presa segue l’immaginaria ricostruzione dei fatti. Silenzi, spazi vuoti oppressivi come macigni sono la singolare caratteristica di questo capolavoro del cinema classico.
OmbremalesiIl racconto di di William Somerset Maugham si chiude con l’assoluzione al processo lasciando solo intuire l’erosione del prestigio dell’impero britannico. Il finale imposto dal Codice Hays non è per nulla posticcio: come in tutti i film di Bette Davis c’e’ sempre uno scontro al femminile e Gale Sondergaard, la moglie di Hammond, che non proferisce parola per tutto il film, ha una presenza scenica all’altezza della divina Bette soprattutto nell’incontro nella fumeria d’oppio quando la malese rifiuta ogni contatto con la donna che le ha ucciso il marito e, in segno di disprezzo, getta a terra la lettera che le ha venduto. Dopo il processo, l’avvertimento con il coltello di giada causa il crollo emotivo di Leslie, finalmente pentita del suo gesto e la vendetta omicida della vedova ha una valenza quasi rituale, a sottolineare ancora una volta come un popolo oppresso da un dominio straniero sia costretto a muoversi con furtiva circospezione, come ombre, ombre malesi.

Chi giace nella mia bara?

Dead Ringer
Usa 1964 Warner Bros
con Bette Davis, Karl Malden, Peter Lawford
regia di Paul Henreid



Chi giace nella mia bara


Dopo diciott’anni che non si frequentano, le due gemelle Edith e Margaret si ritrovano al funerale del marito di quest’ultima, causa della lontananza delle due donne. Il colonnello Delorca infatti amava, ricambiato, Edie ma la gravidanza di Maggie aveva imposto il matrimonio riparatore. Casualmente Edie scopre che la gravidanza che ha impedito il suo sogno d’amore era un’invenzione della sorella per sposare il ricco Delorca, che in realtà non ha mai amato. Edith decide di uccidere la gemella per sostituirsi a lei e vivere la vita che le è stata rubata ma scoprirà a sue spese la complicità dei Margaret nell’omicidio del marito e pagherà al suo posto.



Deadringer


Bette Davis doveva essere affascinata dal tema delle gemelle perchè Chi giace nella mia bara? potrebbe definirsi il reboot di una pellicola interpretata dall’attrice esattamente diciotto anni prima, L’anima e il volto che vede sempre due gemelle contendersi l’amore di un uomo e finire per scambiarsi l’identità dopo la morte di una delle due.
Se il film del 1946 voleva gareggiare in abilità tecnica con Lo specchio oscuro di Siodmak, nel 1964 i tempi sono molto cambiati e le pochissime scene in cui le gemelle sono vicine presentano dei trucchi piuttosto banali e facilmente riconoscibili.
Maggiore è la tensione drammatica: l’omicidio della gemella è premeditato mentre ne L’anima e il volto era del tutto casuale.



Chigiacenellamiabara


Intrigante il rapporto con il poliziotto Jim Hobbson (interpretato da Karl Malden) l’amico di Edie, innamorato di lei, che rifiuta di riconoscere nell’assassina la donna amata e alla fine Edith stessa si presta a rinnegare la propria vera identità per preservare il ricordo dell’uomo.
Oltre a giocare con le somiglianze con il precedente L’anima e il volto, la pellicola è anche il remake di un film messicano del 1946 La Otra, diretto da Roberto Gavaldon e interpretato da Dolores del Rio.



Deadringer


Dietro la macchina da presa c’e’ Paul Henreid (il Victor Lazlo di Casabianca) che aveva recitato anche accanto a Bette Davis nel 1942 nel film Perdutamente tua. Chi giace nella mia bara? è la sua terza e penultima regia, il risultato è un robusto thriller di stampo molto classico, il titolo italiano lascerebbe intuire qualche risvolto orrorifico ma si mette solo sulla scia del precedente Che fine ha fatto Baby Jane? (1962).

L’anima e il volto

A Stolen Life
USA 1946
con Bette Davis, Glenn Ford, Dane Clark, Walter Brennan, Charles Ruggles, Bruce Bennett, Peggy Knudsen
regia di Curtis Bernhardt

Astolenlife

In un’isoletta del New England, Kate, ricca newyorkese con ambizioni da pittrice, si innamora del bell’ingegnere che lavora al faro, Bill Emerson, ma la gemella piu’ scafata, Pat, glielo ruba e se lo sposa. Dopo qualche anno le due sorelle si rappacificano e decidono di fare una vacanza sull’isola ma durante un’uscita in barca incappano in una turbolenta mareggiata che costa la vita a Pat. Kate si salva e si spaccia per la sorella morta pur di vivere accanto all’amato Bill ma si accorgera’ che il matrimonio tra i due era solo apparenza..

Astolenlife-the darkmirrorFilm mediocre, remake di un omonima pellicola del 1939 mai uscita in Italia.
E’ degno di menzione come ennesima prova della caparbieta’ di Bette Davis che fa immaginare tutto un mondo di sotterfugi e spionaggio tra gli studios e tra i divi della Grande Hollywood: nel ‘38 Bette Devis fu scartata al provino per vestire i panni di Rossella O’Hara e la Warner Bros decise di battere sul tempo il blockbuster di Selznick con La figlia del vento; nel 1946, anno del celeberrimo Lo specchio oscuro in cui la rivale Olivia de Havilland interpreta il ruolo di due gemelle, la Davis batte nuovamente sul tempo l’uscita del capolavoro di Siodmak (A stolen life esce a luglio mentre The Dark Mirror a ottobre) arrivando a produrre questo melo’ in cui gli effetti speciali sono ancora oggi superlativi.
Se nella scena in cui Pat e Kathy passeggiano appaiate e’ facilmente intuibile l’uso di un trasparente, la scena dell’accensione della sigaretta resta un geniale esempio di editing superiore agli effetti speciali de Lo specchio oscuro

Il mostro della laguna nera

Ilmostrodellalagunanera Creature from the Black Lagoon
1954, Warner Bros
con Julie Adams e Richard Carlson
regia di Jack Arnold

Degli scavi lungo le coste del Rio delle Amazzoni portano alla luce i resti di uno strano fossile dalla mano palmata. La spedizione, per continuare le ricerche, risale un affluente del fiume fino ad arrivare ad una laguna fuori dal tempo, chiamata la Laguna Nera che si scoprira’ essere abitata da un mostruoso essere anfibio.

Celeberrima variazione sul tema della bella e la bestia, decisamente debitrice di KingKong che e’ passata alla storia per essere la prima pellicola che delinea la figura del mostro in maniera non del tutto negativa, facendo apparire molto piu’ “mostruoso” il capo della spedizione, Mark che non esita a mettere in pericolo di vita tutti i suoi compagni pur di riuscir a catturare la bestia, mentre il suo antagonista David impersona un atteggiamento nuovo nei confronti del diverso: desiderio di conoscenza e riconoscimento del suo diritto all’esistenza, ma del resto il film e’ del 1954, e la stagione del grandi mostri targati Warner era conclusa da un pezzo.
L’innamoramento del mostro per la bella Kay si vena di sottile erotismo mostrando l’anfibio in atteggiamenti voyeristici nei confronti della ragazza, voyerismo acquatico dato che il mostro la segue mentre Kay nuota con uno stile degno di un balletto di Ester Williams. Forse il punto meno sottolineato di questo film cosi’ celebre e’ proprio l’importanza delle scene subacquee che rappresentano una buona parte del film: sono girate molto bene e rendono particolare una scenografia altrimenti molto povera: il travestimento del mostro e’ quasi risibile, ma in acqua acquista un suo fascino e la prima volta che la creatura appare nella sua interezza sott’acqua riesce ancora oggi a strappare un soprassalto.

Metafore e fregature

Sabato prossimo Fuori Orario proporra’ una nottata
dedicata alla Metafora della visione, che si comprende diversi corti di
Stan Brakhage e si concludera’ con The Elephant Man: quale occasione migliore per tirare fuori dal cassetto la recensione del film e questo pezzo sui mostri nel cinema che scrissi due anni fa per una rivista underground di cinema e musica, che ovviamente non arrivo’ mai alla pubblicazione e propinarli agli avventori di questo blog?

La bellezza è nell’occhio di chi
guarda?

I cultori di fantascienza, ma non solo loro, avranno ben presente un racconto breve di Fredric Brown, La sentinella, famoso per il colpo di scena finale che stravolge completamente i criteri di identificazione dei concetti di “normalità” e di “diversità”: la percezione del nemico, dell’alieno o del reietto sta tutta nella soggettività dello sguardo: se non ci riconosciamo visivamente in ciò che ci sta di fronte istintivamente scatta il rifiuto..
Quindi, chi meglio della settima arte poteva rappresentare
questo mondo parallello e i meccanismi che lo regolano?
Fin dai suoi esordi,
il cinema da vita al genere orrorifico proprio per soddisfare il gusto
voyeristico degli spettatori, cioè la stessa gente che frequenta i vaudeville o
le fiere di paese alla ricerca di emozioni forti nella visione di un povero
derelitto sfigurato da malattie o incidenti.
Star indiscussa del genere negli
anni ’20 è Lon Chaney senior, noto come l’uomo dai mille volti per la capacità di storpiarsi il viso e il corpo in maschere grottesche, andando oltre il trucco scenico e procurandosi addirittura lesioni e dolori fisici.

LonChaney

Nel decennio successivo la Warner Bros dà vita a saghe di mostri che sono entrate di diritto nel mondo degli archetipi, quali i celeberrimi Dracula, Frankenstein e King Kong, mentre a parte si sviluppano la mostruosa “normalità” rappresentata da Tod Browning con il suo capolavoro Freaks e la scuola espressionista tedesca che offre opere mirabili come il Nosferatu di Murnau e Il dottor Mabuse e M, il Mostro di Dussendorf di Fritz Lang. In particolare, M non è
un horror in senso stretto, in quanto per la prima volta la mostruosità del
personaggio non viene identificata con la sua deformità o manifesta diversità,
ma bensì con la sua labilità mentale.
Per tutti gli anni ’50, il genere
“mostruoso” continua a riscuotere grande successo al cinema, portando in auge la Hammer, mitica casa di produzione inglese, che riprende tutti i personaggi horror degli anni ’30, dalla Mummia al Fantasma dell’Opera.
Qualcosa, però, è cambiato. Qualcosa che già i più grandi registi della stagione
d’oro dell’horror americano avevano anticipato: Whale e Browning, infatti,
avevano umanizzato i loro mostri, facendoci partecipare ai loro tormenti, alla
loro percezione della propria diversità. In tal senso, un emblema di questo
processo di umanizzazione è il b-movie americano Il mostro della laguna nera del 1954, dove l’esotica figura protagonista, mezzo tritone e mezzo umano, ha una connotozione estremamente simpatica.
Bisogna aspettare, però, fino
al 1980 per assistere al riscatto del mostro ”fisico” con The elephant
man
di David Lynch. Pochi anni dopo, nel 1985, con una storia molto simile,
Peter Bogdanovich tratteggia un mostro molto umano, capace addirittura di far
capire i colori a una ragazza cieca nel commovente Dietro la
maschera
.
Sul finire degli anni ottanta sale alla ribalta mondiale Tim
Burton, un autore che ha imperniato sul tema del “diverso” la sua teoretica
filmica. Il regista di Edward mani di forbice e di Nightmare before
Christmas
è un cultore assoluto dei film anni cinquanta e racconta in
prevalenza il mondo adolescenziale con la sua solitudine e difficoltà ad
inserirsi nella società, attraverso immagini e moduli visivi che rimandano a
quel periodo, avvalendosi anche delle interpretazioni di attori dell’epoca, come
il grande Vincent Price.
Negli ultimi anni anche il mostro subisce una
rivisitazione politically correct: mentre i vampiri e i promotei moderni sono
oggetto di una visione puramente filologica (ma siamo sicuri che non abbiano più
nulla da dirci?) come nel Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola
o nel Frankenstein di Mary Shelley di Kenneth Branagh, l’interesse si
sposta su personaggi scomodi non per il loro aspetto, ma per la loro realtà che
può metterci profondamente a disagio. Un chiaro esempio di questo fenomeno è il
film, vincitore anche del Sundance Film Festival, Edwig la diva con qualcosa
in più
, dove il tema della transessualità è visto in chiave musical, pur non
perdendo nulla della sua forza di denuncia. Forse il cinema ci aiuterà ancora
una volta a liberaci da pregiudizi e convenzioni, lasciando veramente al nostro
occhio la libertà di vedere la bellezza dove gli è più congeniale
coglierla.

Perfect Strangers (Intermezzo matrimoniale)

Perfectstrangers Usa 1950 Warner bros
con Ginger Rogers,Dennis Morgan, Thelma Ritter
regia di Bretaigne Windust

Strana commistione di melo’ e film giudiziario per questo film passato tempo fa in Rai e visionato oggi pomeriggio, doppiato ma senza traduzione del titolo (del resto e’ il terzo film di matrice americana o anglosassone cosi’ intitolato).
L’ambientazione giudiziaria e’ tipica: una giuria chiamata a decidere le sorti del processo di un uomo sposato accusato di aver assassinato la moglie pr poter rifarsi la vita con l’amante: dettagliato il ripercorrere del formarsi della giuria, con le perplessita’ e i dubbi (lavorativi piu’ che morali) di chi dovra’ assumere questo impegno.
IntermezzomatrimonialeIl melo’ puritano si sovrappone al tema giuridico perche’ all’interno della giuria, che per decisione del giudice viene tenuta isolata affinche’ non sia influenzata dalla bagarre della stampa, si ripete la storia che sta alla base del processo: l’innamoramento tra un uomo sposato e una bella divorziata,che resa conscia proprio dal processo delle conseguenze che l’amore colpevole (?) avra’ sugli altri si ritira in buon ordine.
Interessante spaccato di un epoca sostenuto dalla recitazione perfetta di ottimi attori tra cui si distingue Thelma Ritter nella parte di una casalinga un po’ svampita.