Beetlejuice – Spiritello porcello

Beetlejuice
USA 1988, Warner Bros
con Winona Ryder, Michael Keaton, Alec Baldwin, Geena Davis, Catherine O’Hara, Jeffrey Jones, Sylvia Sidney, Robert Goulet, Dick Cavett, Glenn Shadix, Annie McEnroe, Hugo Stanger, Maree Cheatham, Tony Cox, Susan Kellerman
regia di Tim Burton

Gli sposini Adam e Barbara Maitland,  rientrano in casa dopo un incidente d’auto e scoprono di essere morti mentre cercano di adeguarsi al nuovo status la loro casa viene comprata da una coppia di snob newyorkesi che intendono stravolgerla. Viste le lungaggini burocratiche dell’aldilà per seguire il loro caso, i Maitland decidono di rivolgersi a un bio esorcista che pure gli era stato sconsigliato. Beetlejuice si rivela infatti un essere sgradevole e maleducato ma quando, invece di spaventare i nuovi inquilini, i Maitland diventano oggetto di un loro business, l’unico che può salvarli è l’irriverente spirito che chiede in cambio la mano della giovane Lidia, la figlia adolescente dei Deetz in grado di vedere la coppia fantasma con cui lega uno stretto rapporto…

Secondo film di Tim Burton dopo il successo di Pee Wee, girato in attesa che la grande macchina produttiva di Batman si mettesse in moto.

Un helzapoppin di humor nero che rovescia gli stereotipi del genere horror:  abbiamo un esorcista di esseri umani che infestano le case dei morti, un aldilà con più lentezze burocratiche di tutti gli stati mai esistiti (del resto deve occuparsi di un’utenza sconfinata) e ovviamente, come ci ha insegnato la teoretica burtoniania, i viventi -adulti- con la loro mentalità tutta concentrata sul denaro, sono ben più terrificanti dei due novelli fantasmi .

È una curiosa coincidenza che veda Beetlejuice subito dopo The Others, ovviamente i due film non hanno praticamente nulla in comune da un punto di vista stilistico, però affrontano lo stesso tema: i fantasmi che si sentono invasi nella loro casa e fuori di essa c’è il nulla assoluto: la nebbia per Grace Stewart, un deserto vagamente daliniano abitato da vermi delle sabbie come in Dune (la versione di Lynch è del 1984) sandworm che avranno anche un ruolo risolutivo nella vicenda che si conclude con un happy end in cui vivi e morti imparano a convivere, a differenza di The Others

Beetlejuice mescola live action e stop motion e ha un’aria retrò a volte sembra di vedere i film Disney anni ’60 (un po’ Mary Poppins per intenderci: colori molto brillanti e fondali di cartapesta) ma anticipa tutte le opere migliori di Tim Burton: le riprese a volo d’uccello che caratterizzano Batman, le ordinate villette dei sobborghi di Edward Mani di Forbice, in un momento di sarabanda vediamo il pupazzo che diventerà Jack in Nightmare Before Christmas e Barbara, mentre invecchia durante la presunta seduta spiritica, si trasforma ne La sposa cadavere: motivazioni più che valide per rivedere il film indipendentemente dall’uscita del sequel.

The Dressmaker – Il diavolo è tornato

The Dressmaker
Australia, 2015
con Kate Winslet, Liam Hemsworth, Judy Davis, Hugo Weaving, Sarah Snook, Caroline Goodall, Kerry Fox, Rebecca Gibney, Gyton Grantley, Shane Bourne, Alison Whyte, Kerry Fox, Gyton Grantley
regia di Jocelyn Moorhouse


Thedressmaker


Tilly Dunnage torna dopo venticinque anni nel paesello natio da cui era stata allontanata da bambina con l’accusa di aver ucciso un coetaneo. Ora Tilly è una sarta raffinata che sa come valorizzare il corpo di qualsiasi donna, un talento formidabile che sfrutterà per ricostruire il passato oscuro della sua infanzia e ricostruire il legame con la madre, Molly la ragazza madre che da sempre è stata considerata la pazza del villaggio. Mentre ricostruisce il passato che l’ha segnata Tilly trova anche l’amore dell’aitante Teddy McSwiney, l’unico che non sembra intimorito da lei e pian piano sgretola se sue paure ma il destino ancora una volta si accanisce su Tilly scatenando ancora l’odio del gretto paesino di Dungatar così alla sarta provetta non resta che umiliarli con la sua bravura…



The dressmaker


Una commedia drammatica che regge soprattutto nel primo tempo con la descrizione degli sgangherati personaggi che animano Dungatar: Molly la pazza, ragazza madre che finge di non riconoscere la figlia tornata dopo un quarto di secolo anche per prendersi cura della madre malata, il sindaco Evan Pettyman che odia visceralmente Tilly e la madre e scopriremo il motivo di tanto risentimento, sua moglie Marigold, la madre del ragazzino ucciso presumibilmente da Tilly che sublima il dolore nell’ossessione per l’igiene e viene tenuta a bada dal marito a suon di psicofarmaci, Gertrud sciatta figlia del droghiere che grazie ai vestiti di Tilly riesce a conquistare Willy Beaumont, il rampollo di una ricca vedova che cerca in tutti i modi di osteggiare il matrimonio (esilarante la rincorsa della futura sposa nell’obbrobrioso abito creato dalla rivale di Tilly). Insuperabile poi il poliziotto Horatio Farrat, con una segreta passione per la moda e il travestitismo, elementi con cui il sindaco lo tiene in scacco e che emergono prepotentemente con l’arrivo di Tilly e le sue stoffe pregiate, ad interpretarlo c’è Hugo Weaving, il terribile agente Smith di Matrix che nel 1994 era stato una delle drag queen di Priscilla la regina del deserto.



Thedressmaker


Il film presenta una commistione di generi in bilico tra commedia sentimentale e melodramma che forse cede un po’ nel finale: l’arrivo notturno di Tilly ha un che di western ma personalmente trovo che il film si ispiri a Jean-Pierre Jeunet nei colori e sia soprattutto una rilettura di Edward mani di forbice, mi ci ha fatto pensare l’inquadratura della casa delle Dunnage, una catapecchia in cima alla collina, esattamente dove stava il maniero in cui viene ritrovato Edward; come il personaggio di Tim Burton, Tilly viene accettata dagli abitanti del villaggio quando il suo talento (la come parrucchiere qui come sarta) torna utile ai gretti compaesani ma alla prima occasione il reietto/a torna tale: e non sarà un caso se il film si perde dove termina il parallelo con Edward mani di forbice.

Big Eyes

Bigeyes Nel 1958 Margaret Ulbrich abbandona il marito e con la figlia al seguito, si trasferisce a San Francisco dove incontra Walter Keane, aspirante pittore come lei. I due si sposano e quando i quadri della moglie che rappresentano bambini dagli enormi occhi tristi, cominciano ad avere successo, un po’ per caso un po’ per necessità (la pittura femminile non aveva mercato) Walter si spaccia per l’autore. Margaret resta intrappolata nel segreto domestico per quasi un decennio in nome dell’amore e della crescente ricchezza fino a quando porta il marito in tribunale e rivendica la propria identità artistica.

Premetto subito che Big Eyes non è un capolavoro ma certamente un film più che dignitoso che potrebbe anche avere una rivalutazione futura visto che a mio modesto parere segna una svolta nella produzione burtoniana. Il regista, chiuso il cerchio con Frankenweenie, remake del suo primo corto, sembra cercare una nuova strada libera dai manierismi stilistici dei suoi ultimi lavori.
Le tematiche di fondo non sono cambiate, ancora una volta il disagio di non essere accettati dalla società, ma non è più quello adolescenziale o di un freak ma il disagio di un artista, probabilmente con un che di autobiografico visto che da Burton ci si aspetta sempre la stessa cosa, una fotocopia possibilmente migliore (paradosso!) delle pellicole che lo hanno reso celebre, parallelamente al caso di Margaret che si vede costretta a replicare all’infinito i trovatelli che le hanno dato la fama, senza potersi evolvere in nuove vie artistiche.
Per la prima volta nella sua carriera il regista si concentra su una protagonista femminile, proprio perché negli anni ’50/’60 in cui si svolge la vicenda, la donna ha pochissime possibilità di scegliere la sua via all’interno della società, non solo in campo artistico, dove non viene considerata: ricordiamo che il film si apre mostrando Margaret già come una ribelle, una che lascia il marito “quando divorziare non era ancora diventato di moda”, la vediamo fuggire dalle ordinate villette color pastello in cui si svolgeva l’azione di Edward Mani di Forbice e forse anche Burton cerca oggi di sfuggire dai suoi stessi eroi.

Edward mani di forbice

Edward Edward Scissorhands
USA 1990 20thCenturyfox
con Johnny Depp, Winona Ryder, Vincent Price, Dianne Wiest
regia di Tim Burton

In una giornata poco fruttuosa, la venditrice Avon, Peggy Boggs, decide di salire fino al castello che domina la città. Vi trova uno strano ragazzo, Edward che al posto delle mani ha delle lame di forbice. Intenerita, Peggy lo porta a vivere a casa sua e ben presto Edward diventa l’idolo della città per i suoi talenti nell’arte topiaria e come acconciatore ma con altrettanta facilità il ragazzo viene considerato pericoloso e costretto a isolarsi nel castello fingendo la propria morte.

Edward mani di forbice è il film che consacra definitivamente le peculiarità autorali di Tim Burton, fino a quel momento noto per aver diretto il primo capitolo della trilogia di Batman interpretata da Michael Keaton.
Avevo visto il film in sala nel 1991 ma non mi era più capitato di rivederlo interamente e con attenzione; a oltre vent’anni di distanza la pellicola si conferma sempre di ottimo livello e si possono notare molti spunti che l’autore avrebbe sviluppato in seguito. Ad esempio possiamo riconoscere nei macchinari che l’inventore ha creato per fare i biscotti le sembianze dei personaggi di Nightmare before Christmas mentre la complessità del marchingegno verrà elevata a fantasmagoria pura ne La fabbrica del cioccolato. La soffitta in cui si rifugia Edward ricorda quella in cui Victor ridà vita al suo cagnetto in Frankeweenie.
Anche l’allora quasi esordiente Johnny Depp si conferma camaleontico e ho notato un’ispirazione per il personaggio di Edward che fino a questo momento mi era sfuggita: se il look deriva da Robbie Smith dei Cure, l’espressione stralunata sembra riprendere il personaggio di Pee-wee Herman, star della tv per bambini americana bruciato da uno scandalo sessuale e di cui Tim Barton nel 1985 aveva diretto il primo lungometraggio Pee-wee’s big adventure.
Danny Elfmann che come sempre firma le musiche delle opere di Burton firmerà anche la colonna sonora delle Disperate Housewives ed è interessante notare quanto la curiosità morbosa e il clima venefico di Wisteria Lane sia già presente nelle casalinghe raccontate nel film.

Edwardmdfneve

In Edward mani di forbice tutti i temi della teoretica burtoniana sono espressi con delicatezza ma anche con estrema chiarezza: un mondo perfettamente omologato ispirato agli ottimistici anni ’60 dove l’ordine esteriore nasconde la mediocrità, se non la cattiveria dei suoi abitanti, un castello torvo e cadente che nasconde un giardino perfettamente curato, simbolo della purezza d’animo e della fantasia del suo strambo abitante.
La fantasia del protagonista riflette quella del regista e la scena della danza sotto la neve resta una delle scene più poetiche delle opere di Burton.
Da menzionare il magnifico cameo di Vincent Price nei panni dell’inventore che ha portato in vita Edward e morto prima di potergli regalare un paio di vere mani, penultimo ruolo sul grande schermo della grande star del brivido.

Cry Baby

CryBaby USA 1990
con Johnny Depp, Amy Locane, Susan Tyrrell, Ricki Lake
regia di John Waters

La bella e ricca Allison s’innamora di Wade, meglio noto come Cry Baby, cantante dalla lacrima facile, capo di una banda di ribelli (drapes) rock’n’roll tutti brillantina e giubbotti di pelle.
L’amore tra i due è ostacolato dal ragazzo regolare (square) di Allison e da una svampita innamorata di Cry Baby che sostiene di aspettare suo figlio ma il vero amore alla fine riuscirà a trionfare.

John Waters rilegge gli anni 50 nel suo solito stile grottesco citando parodisticamente American Graffiti e Grease con la consueta dicotomia tra i belli, ricchi e stronzi e i brutti, poveri ma dal cuore d’oro ricongiunta dai due protagonisti che sanno vedere oltre le loro barriere sociali.
Il film è divertente ma non ha più la forza dirompente ed eversiva delle pellicole con Divine, scomparso nel 1988.
Se la stella del regista si appanna, inizia a splendere quella di Johnny Depp qui al primo ruolo da protagonista, profeticamente alle prese con freaks e disadattati che, a partire dal film seguente, Edward mani di forbice sarebbero stati la base del favoloso connubio tra la star e Tim Burton.

Frankenweenie

Frankenweenie

Victor è un ragazzino solitario con una grande passione per la scienza. Il suo migliore amico è il suo cane, Sparky; purtroppo il cane viene investito da un auto ma Victor riesce a rianimarlo grazie all’energia dei fulmini. Quando i compagni di scuola di Victor scoprono il suo esperimento, cercano emularlo per vincere l’agognato premio di scienze.

Nel remake del corto che nel 1984 lo portò alla ribalta (nonostante il licenziamento della Disney), Tim Burton gioca a citare i suoi grandi successi: le belle villette residenziali di Edward mani di forbice, i poster di Mars Attacks! ma di quelle pellicole manca tutto lo spirito delicato dell’attenzione per il freak isolato dalla comunità. Il villaggio di New Holland è abitato da soli freaks: i compagni di scuola di Victor sono in nuce i padri dei più terribili mostri horror del cinema classico. Se Victor rianima Sparky per amore verso il proprio fedele amico a quattro zampe, gli altri ragazzini lo fanno solo per agonismo, per vincere il premio di scienze. Passa un messaggio, anche giusto, di rispetto verso la natura con i suoi ritmi di vita e di morte che però lascia intendere che anche la resurrezione di Sparky ha un che di sbagliato per cui il lieto fine suona posticcio mentre si reitera una melensaggine strappalacrime tipica della Disney (non per niente il film in programmazione al cinema è Bambi) ma lontana dal mondo burtoniano.
L’occasione persa è l’analisi del rapporto con il padre, in fondo Sparky viene investito per colpa sua: Mr. Frankenstein costringe il figlio a giocare a baseball affinché esca dal proprio isolamento e durante la partita accade l’incidente a Sparky.
Quando poi Victor accetta la morte del cane è proprio il padre a convincerlo a rianimarlo nuovamente, cosa che ritengo incongruente.
Burton si limita a costruire una sarabanda di mostri parodiando i classici Warner con esiti anche divertenti ma insufficienti a soddisfare chi (come la sottoscritta) gli perdona anche il suo ormai consueto manierismo

Dark shadows

Darkshadows Nella seconda metà del ’700 la famiglia Collins si trasferisce nel Nuovo Mondo ed impianta nel Maine l’impresa ittica di famiglia; gli affari prosperano e il villaggio prende il nome di Collinsport. Barnabas Collins è l’erede di questo impero ma commette l’errore di avere una tresca con una cameriera, Angelique. La ragazza che si è innamorata follemente, è una strega e quando vede Barnabas innamorarsi di Josette induce la ragazza al suicidio, maledice la famiglia e trasforma l’amato in un vampiro facendolo poi rinchiudere in una bara. Nel 1972 durante dei lavori stradali, Barnabas viene accidentalmente liberato dalla sua tomba prigione e si reca a casa dove trova gli eredi dei Collins sull’orlo della rovina mentre Angelique ha prosperato a loro spese ma la strega sarebbe ancora disposta a dividere il suo impero con l’indimenticato Barnabas..

Per la sua ultima fatica Tim Burton si ispira a una serie televisiva americana andata in onda sul finire degli anni ‘60, il risultato è un divertissement che ha innanzitutto il merito di ridare dignità gotica alla figura del vampiro dopo lo scempio che ne ha compiuto la saga di Twilight: come al solito non si può non amare lo sventurato Barnabas ridotto a vampiro dal maleficio di Angelique ma come sempre Burton non esita a mostrarci il lato oscuro del suo eroe, costretto ad uccidere brutalmente gli operai che lo hanno liberato dalla secolare prigionia per soddisfare l’attrettanto secolare sete di sangue. Si può parteggiare per un vampiro che uccide e dissangua senza la deviazione etica di Twilight o The Vampire Diaries o True Blood in cui i vampiri buoni scelgono di rifiutare il sangue umano e si limitano a quello animale o a dei surrogati. Dark Shadows andrebbe apprezzato solo per il fatto di aver rimesso le cose a posto una volta per tutte!
Il film non sarà una delle vette burtonianie ma personalmente la gioia di ritrovarmi nel mondo di Burton batte il rischio del manierismo e ritrovo con piacere certe espressioni di Edward Mani di Forbice sul viso nuovamente pallido del Barnabas di Johnny Depp e apprezzo anche che la nuova fidanzata appena trasformata trascolori in un volto assai simile a quello de La sposa cadavere. Tim Burton, comunque, non si limita ad aggiornare la sua galleria di personaggi strambi e mostri dal cuore umano, Dark Shadows indaga il tema dell’amour fou con il tormentato personaggio di Angelique Bouchard, strega divorata dall’”odi et amo” odiosa e disperata, ottimamente interpretata da Eva Green.

This must be the place

Thismustbetheplace Cheyenne, una rockstar che faceva musica dark negli anni ‘80, si e’ ritirato in un esilio dorato in Irlanda dopo che due fans si sono suicidati su (presunta) istigazione dei suoi testi. Quando il padre, con cui non parlava da oltre trent’anni, muore, Cheyenne torna a New York e cerca di portare a termine la ricerca che aveva ossessionato la vita del genitore: scovare il nazista che, quand’era internato ad Auschwitz, lo aveva umiliato.

Per mesi ho avuto davanti agli occhi il faccione di Sean Penn truccato da dark e solo nell’inquadratura iniziale in cui si trucca ho colto la derivazione del look di Cheyenne da quello di Robert Smith dei Cure, invece quando ho visto Paolo Sorrentino a Che tempo che fa ho pensato che fosse pettinato come Tim Burton e in effetti Cheyenne per certi versi mi ha un po’ ricordato Edward mani di forbice: il maniero che sovrasta il sobborgo, la disponibilita’ che Cheyenne dimostra verso la gente comune da cui viene accettato nonostante l’aspetto bizzarro, l’ingenuita’ del personaggio che pian piano scopriamo essere meno stordito di quel che appare a prima vista ma ben piu’ saggio e furbo, insomma si impara ad amarlo e solo il cinismo di Sorrentino poteva architettare un happy end cosi’ tremendo in cui distrugge la figura che ci ha insegnato ad apprezzare. Per tutto il corso del film ho pensato che sarei tornata a rivederlo in sala ma ora non so se ho la forza di rivedere l’adulto che prende il posto dell’uomo bambino: la vendetta richiede la perdita del candore e dell’ingenuita’ e quell’uomo del finale, oltre a fumare, prima o poi si comprera’ anche un cellulare: fine terribile di una fiaba.
Se non fosse per la cinica zampata finale, This must be the place sarebbe il “solito” road movie con cui un regista europeo racconta gli States, con la sua pletora di personaggi bizzarri e paesaggi sterminati (per altro questi film sono sempre belli) ma a parte il finale che mi ha fatto sanguinare il cuore, in questa pellicola torna ad esaltarsi il gusto eccezionale per la composizione dell’immagine di Sorrentino che non era stato piu’ cosi’ centrale nella sua economia filmica dai tempi de Le conseguenze dell’amore.

La fabbrica di cioccolato

La fabbrica di cioccolato

Il remake di Tim Burton di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato firmato nel 1971 da Mel Stuart ed interpretato da Gene Wilder si distingue dal primo film gia’ dal titolo che diventa Charlie and the chocolate factory a sottolineare che se nella precedente pellicola Willy Wonka e’ la guida di un percorso iniziatico che insegna ai bambini ad esser migliori, nel lavoro di Tim Burton Charlie diventa l’elemento che permette a Willy Wonka di riconciliarsi con la sua parte infantile e con il suo vissuto familiare. Il cioccolatiere di Burton infatti e’ un creatore pazzo che da oltre un decennio vive recluso nella sua fabbrica in compagnia degli strampalati Ompa-Loompa. Quando decide di misurarsi nuovamente con il genere umano il suo imbarazzo e’ evidentissimo: per superare l’impasse deve leggere degli appunti. Il personaggio e’ reso benissimo da un Johnny Depp in stato di grazia che con le sue risatine nervose, gli atteggiamenti infantili a molti ha ricordato Michael Jackson, ma la presunta fonte d’ispirazione questa volta non e’ stata confermata.
Willy Wonka e’ una sorta di evoluzione di Edward Mani di Forbice, a cui rimanda la fabbrica misteriosa, incombente sulla citta’ come lo era il castello in cui Edward fu creato. Se allora il confronto era tra il freak e la comunita’, oggi Burton analizza la costruzione dei rapporti personali e a chiudere simbolicamente il cerchio c’e’ la rappacificazione con il vecchio padre: del resto Willy Wonka sta cercando un erede cioe’ sta passando dal ruolo di figlio a quello genitoriale e il superamento del conflitto con il padre e’ un passaggio obbligato. La figura paterna e’ interpretata ancora una volta da un grandissimo del cinema horror, Christopher Lee che sostituisce Vincent Price, il padre che in Edward Mani di Forbice moriva lasciando irrisolto il conflitto generazionale.


Lafabbbricadicioccolato

Spostando l’attenzione sul cioccolatiere il film guadagna un raro equilibrio tra gli aspetti comici e quelli orrorifici: anche in questa versione Willy Wonka sembra ben conoscere i difetti dei bambini che sta accompagnando in giro per la sua fabbrica e va ancora sottolineata la bravura di Depp che con semplici occhiate sa trasformare il suo personaggio da un insicuro nevrotico ad un saputo conoscitore delle debolezze infantili.
Un altro aspetto che ho amato molto di questa pellicola e’ stato il gioco con le citazioni cinematografiche: Tim Burton lo trasforma in un codice per iniziati per cui chi conosce il cinema capisce in cosa si trasfomera’ la tavoletta ben prima di vederlo sullo schermo e anche l’omaggio a Psyco sebbene in modo diverso, rispetta questo modulo.
Quindi dopo aver rivisto il film una seconda volta ribadisco il mio giudizio iniziale: capolavoro!

Big fish

Big-fish

Un grosso pesce inafferrabile non e’ solo il
protagonista metaforico dell’ultimo lavoro di Tim Burton, ma e’ anche una
definizione che calza perfettamente al film stesso.
Nell’opera che segna la
maturita’ artistica del regista la vicenda di Edward Bloom e’ cosi’
profondamente intrecciata con le storie di tanti altri personaggi e raccontata
per continui salti temporali che si resta a bocca aperta per le storie
mirabolanti di cui siamo spettatori ma anche per l’abilita’ dimostrata da Burton
nel dirigere brillantemente una materia cosi’ vasta: fino ad ora infatti le sue
pellicole avevano sempre raccontato un storia lineare.
Trovo Big Fish
speculare a Edward mani di forbice: al dila’ dell’evidente omonimia
dei due protagonisti e della citazione della mano meccanica, Burton osa
rovesciare l’assioma dei suoi film precedenti: il mostro solitario che con la
sua diversita’ sottolinea la mostruosita’ della normalita’: qui non c’e’
contrapposizione, anzi Edward Bloom e’ una persona perfettamente inserita nella
societa’ per i suoi successi e per l’innata simpatia che ha sempre suscitato,
fascino che forse gli deriva dall’aver capito ”che in fondo ad ogni persona che
sembra cattiva c’e’ solo qualcuno che si sente solo”*. A sottolineare quanto il
protagonista sia calato nella realta’, la macchina da presa resta sempre ad
altezza d’uomo e vengono a mancare quelle magnifiche riprese a volo d’uccello
che avevano caratterizzato le sue altre opere, spettacolari ma sinonimo di uno
sguardo profondamente straniato.
E’ un film talmente denso di significati che
meriterebbe di essere visto molte altre volte, per riuscire a coglierne tutte le
sfumature.
Per ora ho notato la strana coincidenza con un altro film che
molti successi ha mietuto questa stagione: Le invasioni barbariche; come
nella pellicola canadese anche in Big Fish, pur con la debita differenza
di stili, abbiamo un padre malato terminale che tenta di recuperare il rapporto
incrinato con il figlio e soprattutto ci sono molte similitudini nella messa in
scena della morte: plateale, di fronte a tutti coloro che in questa vita che se
ne sta andando hanno avuto un ruolo determinante, con esiti di commozione
difficilmente raggiunti dalla storia del cinema. Mi fa riflettere il fatto che
due artisti cosi’ diversi abbiano avuto la stessa visione di una morte
pacificata, estrememante stridente con la concezione individualistica della vita
odierna.
Altra particolarita’ di questo film e’ l’uso di attrici bionde:
solitamente Tim Burton ha fatto incarnare la donna angelicata da attrici
tipicamente more (Wynona Rider, Christina Ricci) visibilmente tinte o
imparuccate creando effetti bizzarri, qui invece l’amore della vita di Edward
Bloom e’ un vero angelo biondo (una sempre radiosa Jessica Lange) e Helena
Bonham Carter che rappresenta la tentazione, nelle affabulazioni del
protagonista si trasforma in una strega come nelle piu’ ovvie fantasie
maschili.
Il mio giudizio su questo film non puo’ essere che estremamente
positivo, se siamo di fronte a un vero e proprio capolavoro ce lo dira’ il
tempo, sicuramente siamo ad una svolta nello stile di uno dei piu’
fantasmagorici ed originali registi di tutti i tempi.
Da sottolineare la
grande prova di Ewan McGregor e soprattutto di Albert Finney: erano certamente
degni di una nomination.

*citazione a memoria percio’ sicuramente
inesatta