Le verità nascoste

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What Lies Beneath
USA 2000, DreamWorks Pictures
con Michelle Pfeiffer, Harrison Ford, Diana Scarwid, Miranda Otto, James Remar, Joe Morton, Wendy Crewson, Amber Valletta, Micole Mercurio
regia di Robert Zemeckis

È stato un anno particolarmente stressante per Claire Spencer: sopravvissuta a un incidente in macchina di cui non ricorda nulla, si è trasferita con il secondo marito nella sua casa di famiglia in Vermont dopo una lunga ristrutturazione e la figlia di primo letto è partita per il college. Quando inizia a sentire strane presenze in casa e pensa che il vicino abbia ammazzato la moglie, Norman il marito, e anche l’amica Jody non le danno retta anche perché la signora Feur ricompare ma Claire non smette di avvertire la presenza di un fantasma e scopre (o meglio ricorda) l’esistenza di una ragazza scomparsa legata al marito…

Mentre Tom Hanks era a dieta ferrea per interpretare il naufrago di Cast Away, il regista Robert Zemeckis sfrutta la pausa di lavorazione per girare questo thriller sovrannaturale molto elegante e patinato ma con un po’ troppi finali e sotto finali.

Anche il cast è di grande richiamo con due protagonisti all’apice del successo, la Pfeiffer conferma la sua bravura, Ford che vuole aggiungere un tassello da cattivo alla sua brillante carriera rimane un po’ schiavo delle smorfiette all’Indiana Jones / Han Solo.

Il film omaggia platealmente Hitchcock soprattutto nella prima parte, quella in cui domina sospetto che il vicino abbia ucciso la moglie e in fondo anche questa falsa pista riprende un po’ il cambio di sceneggiatura di Psyco che inizia con un furto e una fuga per poi diventare tutt’altro, come Le Verità Nascoste che si trasforma lentamente in un horror coniugale da camera dove la raffinata residenza Spencer diventa il luogo dell’infestazione del fantasma della ragazza uccisa nella proprietà.

Se il luogo degli orrori di Psyco era la doccia qui è la vasca da bagno dove si riflette il fantasma di Madison Elizabeth Frank e dove Claire rischia di essere affogata dal marito fedifrago dopo esser stata paralizzata dal farmaco narcotizzante di sua invenzione (l’ossessione di Norman per l’omonimo e più celebre padre scienziato dovrebbe essere speculare ancora una volta al rapporto madre/ figlio di Psyco).

La donna si salva a fatica grazie all’uso dei piedi che riescono ad aprire il tappo della vasca, una scena che potrebbe essere un’ispirazione per Tarantino e il risveglio della Sposa in Kill Bill.

Che il film non sia riuscitissimo nel plot lo dimostra il bisogno di introdurre personaggi secondari con il solo scopo di integrare la trama, vedi la nuova compagna di un amico di famiglia che si rivela essere una vecchia amica di Claire dando così allo spettatore l’opportunità di comprendere meglio la situazione familiare di Claire attraverso i ricordi della cena.

Se il film punta su atmosfere sospese per tre quarti del tempo, l’ultima parte diventa un affastellarsi di finali multipli che aggiungono poco, risultando prevedibili ai fini della trama e dello spavento: ormai lo spettatore sa bene “cosa giace là sotto”.

Inferno

Italia 1980
con Leigh McCloskey, Irene Miracle, Daria Nicolodi, Veronica Lazar, Eleonora Giorgi, Gabriele Lavia, Leopoldo Mastelloni, Sacha Pitoëff, Alida Valli, Feodor Chaliapin Jr., Anja Pieroni
regia di Dario Argento



Inferno


La poetessa Rose Elliott, dopo la lettura di un antico libro dell’architetto e alchimista a Emilio Varelli, sospetta che lo strano palazzo dove vive sia la casa di una delle Tre Madri, Mater Tenebrarum. Scrive al fratello Mark, che studia in Italia, per informarlo della notizia ma, distratto da una misteriosa studentessa, Mark dimentica la lettera in classe. La recupera e la legge Sara, una sua compagna di corso che si reca nella presunta casa romana della Mater Lacrimarum dove rischia di venire uccisa. Tornata a casa, chiama Mark per restituirgli la lettera ma il ragazzo la trova morta. Mark riceve una telefonata dalla sorella che lo sollecita a recarsi da lei ma una volta a New York Mark trova l’appartamento della sorella vuoto. Fa amicizia con Elise, una contessa che vive nel palazzo e incontra Kazanian, l’antiquario che ha venduto il libro sulle Tre Madri alla sorella. Mentre continuano gli omicidi, Mark riesce a trovare la via che conduce al cuore della casa e al suo più terribile segreto mentre l’immobile va in fiamme.



Inferno


Secondo capitolo della trilogia delle Tre Madri, seguito ideale di Suspiria, Inferno è un film divisivo, che si ama molto oppure non si sopporta per la farraginosità della trama.
Personalmente credo di apprezzarlo anche più di Suspiria perché in questo film si arriva al nocciolo dell’ispirazione argentiana, per lo meno per quanto riguarda il filone puramente horror, cioè il cinema espressionista tedesco. I colori violenti che caratterizzano anche il film precedente, diventano i colori classici dei viraggi del cinema muto: il rosso, il blu, il verde e l’arancione, le illuminazioni innaturalistiche ricreano le atmosfere sghembe e fantastiche dell’espressionismo tedesco, una citazione già realizzata da Bava ne La Frusta e il corpo e il grande genio della fotografia e del gotico italiano partecipa alla lavorazione del film assieme al figlio Lamberto.
La rêverie delle trame espressioniste è immersa da Argento in un bagno lisergico di suggestioni fantastiche che procedono per accumulo e associazione più che per nesso logico: i molti frammenti di immagini di animali che divorano una preda, la lucertola con la farfalla, il gatto con il topo, si inseriscono nella composizione delle scene degli omicidi, dettagli da delirio infernale di Hieronymus Bosch, a spezzare omicidi sempre più gore.
Flamboyant in tutti i sensi: un delirio del barocchismo argentiano che rimanda a un altro classico del cinema muto: il ballo della morte rossa de Il fantasma dell’Opera. Dario Argento omaggia in Inferno anche un altro regista molto amato: come in Psyco i nomi di spicco del cartellone, Eleonora Giorgi e Gabriele Lavia muoiono prima della metà del film, la scena di Elise aggredita e ferita dai gatti riprende l’aggressione de Gli Uccelli
Un altro elemento lisergico è quella di penetrare in spazi sempre più piccoli quando ci si avvicina alla soluzione dell’enigma che spesso coincide con la morte, quasi un’Alice nel paese degli orrore: è piccola la porta che Elise apre nel sottotetto dove troverà la morte dopo esser rimasta bloccata sulle scale di servizio. Si fa sempre più basso il percorso nell’intercapedine che Mark compie per incontrare Varelli e poi la Madre. Il finale è flamboyant in tutti i sensi: un delirio del barocchismo argentiano che rimanda a un altro classico del cinema muto: il ballo della morte rossa de Il fantasma dell’Opera.
Dario Argento omaggia in anche un altro regista molto amato: come in Psyco i nomi di spicco del cartellone, Eleonora Giorgi e Gabriele Lavia muoiono prima della metà del film, la scena di Elise aggredita e ferita dai gatti riprende l’aggressione de Gli Uccelli.



Inferno


La scena iniziale di Rose che s’immerge nell’appartamento sommerso per recuperare le chiavi che le sono cadute mentre sta curiosando nelle cantine è estremamente emblematica sia per l’idea di paura che ha Dario Argento, attinta ad archetipi insiti nell’uomo: rimanere chiusi sott’acqua con un cadevere decomposto è raccapricciante per chiunque e anticipa molto della pellicola: il regista ci chiede di immergerci in un mondo fantastico, un Inferno dominato dal femminile: l’acqua, la luna… dove la Morte racchiude più delle tre madri, è la vecchia avida portiera incarnata da Alida Valli, l’infermiera di Varelli e anche la bella strega che protegge Mark, l’unico ad uscire vivo dall’infernale dimora.

Il promontorio della paura

Cape Fear
USA 1962, Universal
con Gregory Peck, Robert Mitchum, Polly Bergen, Martin Balsam, Telly Savalas, Lory Martin, Jack Kruschen, Barrie Chase
regia di J. Lee Thompson


Il promontorio della paura


Appena scontati otto anni di prigione, il sadico Max Cady va a minacciare l’avvocato Sam Bowden, la cui testimonianza era stata fondamentale per spedirlo in carcere. La presenza di Cady diventa un’inquietante costante nella vita di Bodwen e quando il suo cane viene avvelenato decide di rivolgersi alla polizia che non può fare nulla perché Cady fa di tutto per non superare mai i limiti della legge; dopo che la donna con cui Cady aveva intrecciato una relazione e aveva picchiato a sangue rifiuta di testimoniare contro di lui, Bowden capisce che dovrà usare la sua stessa famiglia come esca per liberarsi del pericoloso galeotto.



Capefear


Il film deve la sua notorietà al remake del 1991 firmato da Scorsese dove hanno un piccolo cameo anche i due protagonisti a ruoli invertiti: Gregory Peck è l’avvocato di Cady e Robert Mitchum è il tenente di polizia.



Ilpromontoriodellapaura


Con la prima versione de Il promontorio della paura la Universal riprende molti temi di Psyco, il film di Hitchcock che aveva avuto incassi strepitosi nel 1960: il protagonista è un maniaco sessuale particolarmente violento, nel cast ritroviamo Martin Balsam che era presente anche nel film di Hitchcock e soprattutto la colonna sonora è firmata da Bernard Herrmann.



Il promontorio della paura


Il regista omaggia il maestro del brivido mettendo in scena un avvincente compendio sulla costruzione della paura sul grande schermo: ombre impressioniste, dettagli su pomelli di porte che si aprono, dettagli del probabile assassino che si avvicina, inquadrature sghembe quando l’orrore temuto si trasforma in realtà, nulla di innovativo ma un buon mestiere che diverte.



Cape fear


Il tema di fondo è un classico dilemma del cinema americano: cosa deve fare il cittadino retto e probo quando non trova aiuto nelle forze dell’ordine per proteggere la propria famiglia, se non scendere a patti con la propria coscienza e confrontarsi direttamente con il Male? Il finale stesso in cui Bowden rinuncia ad uccidere Cady pur avendone la possibilità per farlo imprigionare non è un affidarsi nuovamente alla giustizia ma il modo più crudele e lungo per vendicarsi del nemico: il contatto con la malefica presenza di Cady ha infettato presumibilmente per sempre la perfetta famiglia americana come dimostrano i loro volti sbigottiti nella inquadratura finale.

Thrilling

Italia 1965, Dino de Laurentiis Cinematografica
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi, Sylva Koscina, Alexandra Stewart, Dorian Gray, Tino Buazzelli, Nicoletta Machiavelli, Oretta Fiume, Rossana Martini, Milena Vukotic, Giampiero Albertini, Magda Konopka, Alessandro Cutolo, Cesare Gelli, Federico Boido, Luciano Bonanni
regia di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani

Thrilling-


Film a episodi il cui valore è pari alla fama del regista.
Il primo episodio, Il vittimista, è diretto da Ettore Scola: un professore di latino è convinto che la moglie tedesca voglia ucciderlo. Lo psicanalista in una sola seduta gli spiega che il suo è solo un senso di colpa dovuto alla relazione extraconiugale: la pace familiare torna quando Nanni lascia l’amante ma..
L’episodio più lungo e più riuscito dove Scola gioca smaccatamente con Hitchcock: una delle bambole su cui Frida riversa le frustrazioni della mancata maternità assomiglia alla mamma di Psyco, il caffè che potrebbe essere avvelenato viene seguito nel percorso dalla cucina al bagno come il bicchiere di latte ne Il Sospetto ma in perfetto stile commedia all’italiana, Nanni lo versa direttamente nel cesso. Esilarante il dialogo con lo psicanalista che si conclude con un “c’hai l’amica” davanti al quale il professore nega e solo da quel momento entra in scena la figura dell’amante di cui nemmeno lo spettatore sospettava l’esistenza.


Thrilling

Sadik, il secondo episodio diretto da Gian Luigi Polidoro è il più debole: l’ingegner Bertazzi rischia il fallimento se non riceverà la conferma di un fido bancario dalla Svizzera. Tornato a casa trova la moglie come sempre immersa nella lettura dei fumetti e proprio quella sera gli chiede di mettere in pratica una fantasia erotica ispirata al suo personaggio preferito, Sadik. Nonostante abbia altro per la testa Renato indossa il costume e si appresta a scalare il palazzo con scenette anche simpatiche ma strangolerà la moglie quando questa riattacca il telefono alla banca svizzera.


Sadik

L’autostrada del sole è l’ultimo segmento diretto da Carlo Lizzani, con un Alberto Sordi spumeggiante nei panni di Fernando Boccetta, un automobilista gradasso in guantini da corsa, camicia sbottonata fino alla vita sul petto villoso e cappello di paglia, che con una vecchia seicento sfida veicoli molto più rombanti sull’autostrada del sole. Ha un piccolo incidente con un milanese che se ne va senza lasciargli i dati, Fernando lo insegue e la resa dei conti si avrà nell’albergo della Torre, i cui proprietari sono una manica di feroci assassini che riescono quasi ad incastrare Boccetta come il “killer dell’autostrada”
Episodio molto divertente retto da Alberto Sordi che dipinge da par suo un mediocre tanto borioso quanto piagnone. Interessante l’idea della famiglia di serial killer, sviluppata negli horror americani anni ’70, Lizzani mette l’accento sulle motivazioni economiche dell’abbrutimento: l’albergo è stato aperto per elevarsi dal rango di contadini ma l’impresa è presto fallita perché l’autostrada ha reso la locanda un posto fuori mano.


Thrilling

Ottima colonna sonora con le scanzonate hit anni ’60 che per contrasto sono perfette anche nei momenti thriller, Ciao Ciao è il tormentone del primo epidodio, la canzone di chiusura, La regola del gioco è scritta da Ennio Morricone.

Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Sono andata a vedere la mostra dedicata a Hitchcok dal Palazzo Reale di Milano con una certa prevenzione, sicura che l’allestimento non avrebbe mai potuto competere con quello eccellente dedicato a La finestra sul cortile nella sezione cinema dell’esibizione monegasca Les annés Grace Kelly dove era stato ricreata la stanza di Jeffries e gli schermi montati nei mezzi di ripresa rimandavano scene del film e della complessa lavorazione.
Effettivamente il materiale fotografico esposto nella mostra milanese non è nulla di eccezionale, foto già conosciute che si trovano molto facilmente nelle board di Pinterest che un qualsiasi amante del cinema raccoglie sul maestro del brivido.
A rendere la mostra degna di nota sono i video commenti del critico cinematografico Gianni Canova che sottolineano il continuo lavoro sperimentale di Hitchcock anche nei flm presi in esame girati nella mezza età da un’artista ormai affermatissimo: La finestra sul cortile, L’uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Psyco e Gli Uccelli rappresentano tutte sfide Hitchcok lancia allo spettatore ma anche alla propria arte.
Per chi ama il cinema e soprattutto Hitchcok è una mostra da non perdere perchè fonte di molte nuove informazioni sul maestro del brivido: ad esempio non sapevo che Que serà serà era stata scritta appositamente per il film e che è proprio Bernard Herrmann a dirigere la sequenza del concerto alla Royal Albert Hall di Londra.
Gli Uccelli è noto per l’abbondante uso degli effetti speciali meno nota è la sperimentazione musicale: la musica nella colonna sonora è praticamente assente e tutto quello che sentiamo è ottenuto dall’elaborazione dei suoni emessi dagli uccelli: versi, fruscii di ali, ecc..
Ancora più interessante quel che emerge nel documentario girato per il centenario dell’Universal e presentato in esclusiva alla mostra che racconta come Gli Uccelli non solo sia il “film di mostri” girato da Hitchcock ma che questa pellicola sia un tassello fondamentale nel genere mostri trasformando per la prima volta in mostruosità creature graziose, a cui siamo abituati come gli uccelli che improvvisamente si rivoltano contro l’uomo senza nessun motivo. E’ l’evoluzione delle mostruosità fantascientifiche nate sull’onda della paura nucleare come Godzilla per cui, per certi versi, Hitch si cimenta anche con la sci-fi. Sarà interessante per lo spettatore scoprire quanti film si sono ispirati chiaramente a Gli Uccelli, da Lo squalo di Spielberg a Tremors.

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Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Palazzo Reale Milano

dal 21 giugno 2013 al 22 settembre 2013

Il signore e la signora Smith

Mr. & Mrs. Smith
USA 1941 RKO
con Carole Lombard, Robert Montgomery, Gene Raymond, Jack Carson
regia di Alfred Hitchcock

Al termine di un litigio durato tre giorni, Ann chiede al marito David se la risposerebbe, incautamente l’uomo risponde di no. Fatalità vuole che tornato al lavoro David riceva la visita di un funzionario che gli rivela che il matrimonio è da considerarsi nullo, per un vizio di forma. Siccome il matrimonio si è celebrato nella città d’origine della moglie, il funzionario passa a trovare anche Ann per salutarla e informarla della novità. Quando David la sera invita fuori la moglie ma non gli rinnova la proposta di matrimonio la separazione è inevitabile..

I coniugi Hitchcock, appena trasferiti in California avevano affittato la villa di Carole Lombard, la diva che aveva fatto perdere la testa a Clark Gable. L’attrice chiese al regista britannico di dirigere questa commedia scritta da Norman Krasna e Hitch non seppe certo rifiutare una cortesia a una fantastica bionda che di sicuro aveva colpito la sua fantasia. Nacque così la terza regia hollywoodiana del maestro del brivido che dimostra di sapersi cimentare con ottimi risultati anche nella commedia sofisticata, sottogenere remarriage: narrazione di un riavvicinamento tra due coniugi sull’orlo del divorzio che permette di giocare con la presenza di eventuali amanti alla faccia del severo Codice Hays. Di metafore sessuali che eludono il Codice, Hitch fu maestro, non solo in questa pellicola, dove riesce anche ad ambientare una scena in bagno, luogo considerato sconveniente dalla censura americana di cui il regista amava molto burlarsi.
Se ne Il signore e la signora Smith manca il brivido, non viene certamente meno la misoginia tipica del regista: David non chiede subito alla moglie di risposarlo per punirla del suo caratterino (completa l’appellativo “miss” con “mistress”) e sarà Ann nel finale a non resistere e supplicare il bacio dell’happy end.


Mr&mrsSmith

L’humor di Hitchcok si spinge fino al punto di costruire una gag sui chili di troppo con il fisico da silfide della Lombard: credendo che il marito voglia chiederle nuovamente di sposarla Ann decide di indossare il vestito con cui ricevette la proposta tre anni prima (che lui OVVIAMENTE non riconosce!). L’abito intanto si è “inspiegabilmente ristretto” stando nell’armadio ma la testarda mogliettina non esita ad indossarlo forzando la cerniera con delle spille che si aprono sempre.
Anche Il signore e la signora Smith è caratterizzato da un cameo del regista che passa lungo un marciapiede alle spalle del protagonista maschile, scelta che gli permette di farsi dirigere dalla bionda protagonista come si vede in questo pin.
E’ interessante notare come questo film tra i meno noti del regista stia in fondo alla base della recente pellicola Hitchcock diretta da Sasha Gervasi: il gioco di gelosie tra Alfred e la moglie durante le riprese di Psyco ricalca con una certa fedeltà il plot di Mr. & Mrs. Smith.

Hitchcock

1959: il successo di Intrigo Internazionale corona una carriera ormai trentennale ma Hitchcock non pensa a ritirarsi, piuttosto a sperimentare. Decide di adattare al grande schermo il romanzo di Robert Bloch Psyco ispirato a fatti realmente accaduti. La scelta viene boicottata dalle major e dalla censura e l’incaponito Hitch decide di investire di tasca propria. Psyco sarà il più grande successo della sua carriera ma mette a rischio, oltre che le sue finanze, anche lo storico legame con la moglie Alma.

Hitchcock



Il film è racchiuso tra due parentesi raccontate da Alfred Hitchcock, esattamente come gli episodi della celeberrima serie televisiva Hitchcock presenta, introducendo da subito un tono ironico nella rilettura cinematografica di Come Hitchcock ha realizzato Psyco, volume scritto da Stephan Rebello.
Il film di Sasha Gervasi, infatti, è un biopic piuttosto sui generis che analizza meticolosamente un preciso periodo della vita del grande maestro del brivido, bastante però, a farci capire la complessa personalità del cineasta e soprattutto del suo rapporto viscerale con la moglie: forse non è ancora sufficientemente noto che Alma Reville fu un supporto fondamentale anche per l’attività creativa del marito di cui fu fedele braccio destro. Il legame è raccontato con un certo divertimento anche nella gelosia tra i due e il lieto fine (“tu sei l’unica vera bionda alla Hitchcock”) forse è un po’ posticcio ma comunque regge proprio nell’ordine di quell’economia filmica da subito introdotta come ironica.
Quando viene a mancare l’ironia il film funziona meno e cioè nei dialoghi fittizi tra Hitchcock e Ed Gein, il serial killer che sta alla base del personaggio di Norman Bates: in maniera forzosa si intende spiegare la capacità del re del brivido di raccontare i lati oscuri dell’umanità come sublimazione di sue perversioni latenti.
A Helen Mirren è concesso di interpretare il ruolo di Alma senza doversi troppo immedesimare fisicamente con il personaggio, mentre Anthony Hopkins deve recitare con un ingombrante trucco per calarsi (senza riuscire perfettamente nella mimesi) nel ruolo di un uomo complessato fisicamente ma che ha fatto della sua immagine il marchio dei propri film (del resto la pellicola svela anche le grandi capacità di marketing del regista britannico). Inaspettatamente l’immedesimazione fisica più riuscita è quella di Scarlett Johansson perfetta nei panni di Janet Leigh.

Alta tensione

Altatensione Haute tension,
Francia 2003
con Cécile de France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon,
regia di Alexandre Aja

Alexia e’ una studentessa universitaria che torna a casa dai suoi, in campagna, per preparare un esame. Con lei c’e’ Marie, la sua migliore amica. La notte del loro arrivo uno psicopatico stermina la famiglia nel sonno..

Smentendo, per sua fortuna, la definizione del trailer che lo paragonava a Saw, uno dei piu’ brutti horror della stagione, Alta tensione mantiene cio’ che l’azzeccatissimo titolo promette: nonostante qualche ingenuita’ il film riesce a garantire un livello molto alto di tensione, soprattutto all’inizio quando il regista gioca astutamente con lo spettatore creando classiche situazioni horror che poi si rivelano del tutto innocenti, dimostrando come chi assista a uno spettacolo dell’orrore entri in sala gia’ predisposto a farsi spaventare; Alexandre Aja asseconda questo desiderio mettendo in scena tutto l’immaginario del terrore: case isolate in aperta campagna, luna piena, boschi, inquietanti furgoni che nascondono l’uomo nero. Il gioco continua richiamando i classici del thriller da Psyco alla cui scena della doccia si allude piu’ volte senza mai riproporre la stessa azione, alla motosega di Non aprite quella porta passando per gli inseguimenti di Duel. Le protagoniste hanno addirittura una fisionomia che richiama due “eroine” del genere: la mora Alexia assomiglia alla Wendy di Shining mentre la zazzera bionda di Marie gia’ dal trailer mi aveva ricordato l’acconciatura di Mia Farrow in Rosemary’s baby e quando entra nel bagno di hitchcockiana memoria ti sovviene che anche la Marion Crane di Psyco ha i capelli corti e biondi.
La pecca piu’ grande del film sta nel suo lato gore, affidato ad effetti speciali non sempre convincenti.
Poco chiaro il periodo storico in cui e’ ambientata la pellicola: look e macchina delle ragazze all’inizio, sembrano porre l’azione ai giorni nostri poi si entra in una dimensione atemporale con la casa isolata e il terrificante furgoncino, mentre ancora attuali sembrano le scene girate al distributore di benzina. Sarebbe bastata una didascalia iniziale e qualche piccolo accorgimento scenografico per ambientare definitivamente la trama nei primi anni ‘90, in un periodo appena precedente all’avvento del cellulare, ma in fondo il bello di assistere a un film dell’orrore e’ quello di chiedersi dove diavolo siano i telefonini quando ti servono veramente.
Il divertito gioco del regista prosegue anche nell’identificazione del colpevole che e’ facilmente individuabile se si presta attenzione alle battute iniziali e agli indumenti.

“Da paura” la colonna sonora che spazia dai Ricchi e Poveri ai Muse.

recensione pubblicata a suo tempo su Impatto Sonoro

Vizi di famiglia

Vizi di famiglia Rumor Has It
USA 2005,
con Jennifer Aniston, Mark Ruffalo, Shirley MacLaine, Kevin Costner
regia di Rob Reiner

Sarah e’ una trentacinquenne insicura con un lavoro frustrante (scrive necrologi) e un fidanzato che non e’ certa di voler sposare. Tornata a Pasadena per il matrimonio della sorella, scopre casualmente che la madre ha avuto una avventura prima delle nozze: la possibilita’ di essere illegittima giustificherebbe il senso di alienazione che Sarah ha sempre provato verso la propria famiglia, le indagini pero’ la portano a scoprire che sua madre e sua nonna sono state protagoniste della storia che ha ispirato Il laureato..

Lo spunto del film e’ interessante e originale: omaggiare un grande classico del passato come Il laureato portando in scena i protagonisti del pettegolezzo che starebbe alla base del libro e del film, per questo motivo l’azione e’ ambientata nel 1997, per dar modo di conciliare l’eta’ anagrafica dei protagonisti con gli eventi della celebre opera; purtroppo dopo un’introduzione spumeggiante il film precipita nella previdibilita’ piu’ ovvia con un andamento quasi da tvmovie.
Oltre al plot inconsistente, la pellicola ha un altro grave handicap: la protagonista Jennifer Aniston che sfodera il suo repertorio di espressioni corrugate che ben abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Friends; sfortunatamente la diva televisiva non ha la capacita’ di stare al passo con i suoi comprimari, fra tutte la nonna interpretata da una grintosa e spudorata Shirley McLane, anche Mark Ruffalo nei panni del fidanzato si conferma un attore estremamente duttile, Kevin Costner come vecchio seduttore ha l’aria un po’ spersa e una mazzata gli arriva dal doppiaggio italiano con una voce piu’ senile che seducente, irresistibile il cameo di Kathe Bates, non accreditata per il ruolo di Zia Mitzi, con un look improponibile ed estremamente divertente.
Nonostante il richiamo a grandi pellicole del passato: si nominano Casablanca e Psyco e c‘e’ qualche riferimento musicale a Mrs. Robinson ed alle colonne sonore di Sergio Leone, a me e’ tornato in mente uno scult dei tardi anni ‘80 Congiunzione di due lune interpretato dalla bella Sherilyn Fenn, una delle protagoniste di Twin Peaks; la storia non e’ poi molto dissimile, se si toglie l’omaggio cinematografico: una giovane donna alla vigilia del matrimonio si concede una scappatella e la nonna vissuta offre saggi consigli. La differenza sta nella morale libertaria nel film dell’88 che contrasta vivacemente con quella molto neocon (al limite della pruderie con l’accenno al rischio di incesto) del lavoro di Reiner, in linea con la nuova America.

recensione pubblicata a so tempo su ImpattoSonoro

1408

1408

Mike Enslin scrive guide ai luoghi infestati, con particolare attenzione agli alberghi, ma non crede certo ai fantasmi, almeno fino ma quando non gli viene segnalata la camera 1408 dell’hotel Dolphin a New York..

L’albergo e’ stato piu’ volte l’ambientazione ottimale di film horror, come i capolavori Psyco e Shining, di cui il regista si diverte a riproporre alcune atmosfere. Mikael Håfström, pero’ non si limita a giocare coi classici e dal racconto di Stephen King riesce a trarre un horror d’atmosfera poco splatter, ma non per questo meno pauroso; un viaggio nella mente del protagonista che svela quel che c’e’ dietro la figura iniziale dello scrittore gaglioffo che gioca con la credulita’ dei lettori: un uomo profondamente segnato dal dolore.
Nonostante debba dividere i titoli di testa con l’ottimo Samuel L. Jackson, la cui parte pero’ e’ poco piu’ di un cameo, tutto il film e’ retto da John Cusack, che molto spesso e’ solo a recitare davanti alla macchina da presa dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la propria insindacabile bravura.
Non resta che cercare la versione in dvd con il director’s cut del finale (ipse dixit)