Una rosa per Giulia

Where Danger Lives
USA 1950 RKO
con Robert Mitchum, Faith Domergue, Claude Rains, Maureen O’Sullivan, Charles Kemper, Ralph Dumke, Billy House, Harry Shannon, Philip Van Zandt, Jack Kelly, Lillian West, Ray Teal
regia di John Farrow

Il giovane dottore Jeff Cameron rimane affascinato da Margo,  una bella paziente che ha salvato da un tentativo di suicidio. La ragazza lascia l’ospedale senza il permesso dei medici ma lascia un biglietto a Jeff con un invito ad incontrarsi per spiegargli i motivi della sua fuga. Nonostante sia legato all’infermiera Julie, Jeff inizia una relazione con Margo che improvvisamente tronca il legame per il ritorno del severo padre contrario al rapporto tra la figlia e il giovane dottore. Ubriaco Jeff si reca a casa di Margo per chiedere la mano al suocero e scopre che quello che la donna spiaccia per genitore è il vecchio marito. Dopo una violenta colluttazione Frederick Lannington giace svenuto a terra, Jeff, colpito violentemente alla testa, va a rinfrescarsi in bagno ma le urla di Margo lo richiamano: Frederick è morto e la donna insiste per darsi alla fuga: nessuno crederà all’incidente. Confuso dagli inizi di una commozione cerebrale Jeff si lascia convincere e inizia una folle corsa verso il confine per il Messico…

Sulla falsariga di Detour un noir road movie non perfettamente riuscito ma piuttosto interessante che mostra le conseguenze degli incontri con la donna sbagliata. Motore del film è il senso di colpa: convinti di essere inseguiti dalla polizia Jeff e Margo cambieranno strada (per una sempre più sbagliata) ogni volta che incontreranno gli agenti in realtà in ben altre faccende affaccendati. 

All’inizio abbiamo un giovane dottore molto dedito al lavoro, impegno che lo porterà al successo, dall’altra parte una giovane malata di mente disposta a tutto per il denaro, le continue deviazioni in fuga li portano a perdere tutti i soldi per pagare i ricattatori che fiutata la loro disperazione si fanno pagare lautamente per aiutarli a sfuggire al fantomatico (almeno nella prima parte del film) inseguimento della polizia: i profittatori e gli assurdi membri di una “congrega della barba” che durante una festa paesana costringono i fuggitivi al matrimonio sono gli unici incontri della coppia in fuga: un’immagine cupa e allucinata dell’America, come l’incubo in cui è caduto il nostro dottorino di belle speranze dopo cocktail a base di esotici liquori e botte in testa. 

Un’immagine poco lusinghiera anche del rapporto di coppia: la passione è pericolosa, il matrimonio d’interesse infelice, il legame con una donna comprensiva e paziente noioso.

Camei di lusso per le controparti amorose: il vecchio marito cinico è interpretato da Claude Rains che sa farsi ricordare nelle poche scene a disposizione dai dialoghi fulminanti. La Giulia del titolo è l’infermiera che Jeff mette sempre in secondo piano, prima per il lavoro poi per la passione per una pazza (ma alla fine capisce che si era invaghito del caso clinico quindi resta fedele alla missione medica). Ad interpretare la fedele infermiera c’è Maureen O’Sullivan, moglie del regista. L’attrice ha sei anni in più dell’abitante Mitchum, creando una coppia insolita per il grande schermo ma siamo in un B movie e l’infermiera ha quasi sempre la mascherina quindi  è accettabile una coprotagonista più anziana come oggetto amoroso della star.
Notevole l’interpretazione di Robert Mitchum credibile nella trasformazione dell’ingenuo dottore che in apertura inventa fiabe per i piccoli pazienti alla nemesi finale della pazza con vizio di soffocare i compagni col cuscino: l’inesorabilità con cui si avvicina alla fuggitiva nonostante la paralisi è angosciante.

L’uomo leopardo

The Leopard Man
USA 1943 RKO
con Dennis O’Keefe, Margo, Jean Brooks, James Bell, Isabel Jewell, Margaret Landry, Abner Biberman
regia di Jacques Tourneur




L'uomoleopardo


Per attirare l’attenzione del pubblico la showgirl Kiki Walker entra con un leopardo al guinzaglio mentre si esibisce la sua rivale Clo-Clo, ma l’animale scappa e sbrana una ragazzina; nei giorni seguenti altre due donne, compresa Clo-Clo, muoiono per gli attacchi del leopardo ma Kiki e il suo agente sospettano che il felino non sia colpevole dei due omicidi..




Theleopardman


Tratto dal romanzo Black Alibi di Cornell Woolrich, L’uomo leopardo chiude la trilogia horror nata dalla collaborazione del regista francese Jaques Tourneur e il produttore Val Lewton che ha la sua punta di diamante nel primo film, Il bacio della pantera a cui segue Ho camminato con uno zombi.




Leopardman


L’uomo leopardo è tra i primi film a portare sullo schermo la figura del serial-killer spinto da pulsioni irrefrenabili, sul modello di M – Il mostro di Düsseldorf.
Tourneur innalza le dinamiche horror a una perfezione quasi scientifica: le ombre della notte e i misteri che nascondono vengono sottolineate dal percorso della prima vittima, Teresa Delgado, la ragazzina che trovando l’emporio più vicino chiuso deve uscire dal paese per procurarsi la farina, attraversando il ponte dove si è nascosto il leopardo nero. Teresa ha sempre avuto paura del buio e pur vincendosi non può che bloccarsi paralizzata ogni volta che le ombre o gli anfratti rendono la notte più nera sottolineando il meccanismo base su cui fanno leva gli horror RKO.




L'uomoleopardo


L’identificazione del femminino con gli animali è molto accentuata: Teresa è una preda come l’uccellino in gabbia, Kiki sottolinea con il felino l’aspetto sensuale, Clo-Clo usa le nacchere per produrre un suono ossessivo che ricorda un serpente a sonagli ed è lei infatti a far fuggire il leopardo dal night club. Il legame della ballerina di flamenco con la chiromante introduce invece l’elemento della predestinazione che anticipa il destino di morte che tocca alla ragazza.




Theleopardman


Altro elemento classico delle pellicole prodotte da Val Lewton è il riferimento a tradizioni secolari di paesi lontani che Tourneur fa scontrare con il pragmatismo della metropoli americana, dalla maledizione della donna pantera dell’Est Europa, agli zombie delle Antille per finire con il New Mexico dove, uscito dal limbo della tradizione (la processione che ricorda una vecchia tragedia è solo collaterale alla storia) lo scontro si rivela essere tra ricchezza e povertà: in un posto che “non è un paese per bionde”, Clo-Clo muore perché esce di casa per cercare i cento dollari che le sono caduti nel tragitto, Kiki e Jerry sopiscono il senso di colpa per la pensata del leopardo evitando di lasciare la cittadina durante la festività ed impegnandosi in prima persona per trovare il colpevole e l’happy end finale è sostenuto dalla promessa dei due di rinunciare alla finzione del cinismo.

Orizzonte Perduto

Lost Horizon
USA 1937 Columbia
con Ronald Colman, Thomas Mitchell, Edward Everett Horton, Jane Wyatt, Sam Jaffe, John Howard, Margo, Henry Byron Warner, Isabel Jewell
regia di Frank Capra



Orizzonteperduto


1935: gli occidentali fuggono dalla Cina in guerra con il Giappone; a Baskul le operazioni sono dirette da Robert Conway, diplomatico, militare e letterato che alla fine s’imbarca su un aereo con il fratello e altre tre persone. Il veivolo però non si dirige verso Shanghai ma punta verso il Tibet e conduce i passeggeri nella misteriosa città di Shangri-La dove regna la serenità e le persone vivono centinaia di anni. Tutti trovano una ragione di vita nella pace della vallata tibetana, tranne George il fratello di Robert, e il diplomatico, anche se di malavoglia, decide di accompagnarlo nel ritorno alla civiltà perché sa che Maria, l’amante di George che ha organizzato la fuga, non sopravviverà ai rigori della montagna accusando la sua vera età. Quando vede Maria invecchiata George impazzisce e finisce in un crepaccio, Robert è l’unico a sopravvivere al tremendo viaggio e farà di tutto per tornare a Shangri-La.




LostHorizon


Orizzonte Perduto è un capitolo a parte della produzione di Frank Capra che, ispirato dal romanzo omonimo di James Hilton, realizza una storia fantastica dove i classici “buoni sentimenti” delle sue commedie si concretizzano in una filosofia che mescola principi cristiani e buddisti. Il senso avventuroso ed epico della vicenda alimenta la vena pessimista, insolita per Capra, che esalta l’utopica vita condotta a Shangri-La esplicitamente in contrasto con lo stile di vita americano fortemente competitivo.
Oltre l’apologo filosofico forse un po’ ingenuo e certamente verboso, resta la grandiosità cinematografica del film con cui la Columbia voleva fare il salto di qualità per diventare una grande casa di produzione appoggiando il progetto immaginifico del regista che, pur girando tutto il film negli studios, utilizzò un immenso capannone frigorifero dove girare le scene tra le tempeste di nevi e le valanghe con ottimi risultati, seppur costosissmi.
Il film vinse due Oscar, uno per il montaggio e uno meritatissimo per le scenografie: pur cercando di inventare un mondo fantastico, il lavoro di Stephen Goosson diventa un manifesto del tardò deco americano anni trenta, opulento ed elegante.
Orizzonte perduto rappresenta anche un importante tassello nel restauro cinematografico: la pellicola era già seriamente compromessa negli anni ’60, quando l’American Film Institute decide di restaurare il film nel 1973, viene ritrovata l’intera colonna sonora mentre mancavano sette minuti d’immagini dovuti ai vari tagli; si sopperì con l’uso di immagini fisse per le brevissime parti mancanti. Un’escamotage molto interessante che rende ancora più peculiare un film la cui trama e realizzazione sono già piuttosto insoliti.