Il buio si avvicina

Near Dark
USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright, Lance Henriksen, Bill Paxton, Jenette Goldstein, Tim Thomerson, Joshua John Miller
regia di Kathryn Bigelow

Una sera Caleb incontra Mae, una ragazza appena arrivata in città, trascorrono la notte insieme e alla fine Caleb riesce a strappare un bacio alla ragazza che però lo morde. La mattina seguente, mentre sta tornando a casa, Caleb viene rapito sotto gli occhi del padre e della sorellina Sarah: a rapirlo sono stati Mae e i suoi amici vampiri. Il destino di Caleb è in bilico: se si trasformerà in vampiro entrerà a far parte della nuova famiglia altrimenti verrà eliminato. Caleb è molto riluttante ad uccidere per nutrirsi e lascia scappare una potenziale vittima che allerta la polizia;  la banda viene accerchiata, Caleb però li mette in salvo guadagnandosi un posto nel gruppo. Homer, vampiro bambino, s’invaghisce di Sarah che col padre sta alloggiando nello stesso motel mentre cercano Caleb. Il ragazzo torna con la famiglia d’origine e grazie a una trasfusione riesce a tornare umano ma Mae e i suoi amici non sono disposti a lasciarlo andare…

Il secondo film di Kathryn Bigelow avrebbe dovuto essere un western nelle intenzioni della regista ma il genere era in declino e fu consigliato di rivedere il film in chiave horror, filone di maggior successo.

La Bigelow e il co sceneggiatore Eric Red girano quindi un film sui vampiri dove la parola vampiro non viene mai nominata, tutta l’estetica è tipicamente western dai costumi alla scenografia.

Il film diventa particolarmente interessante per l’uso della luce: il primo incontro tra Caleb e Mae è un lento trascolorare dalla notte all’alba ogni scena ha tonalità più chiare fino al ritorno di Caleb a casa attraverso i campi, sotto il sole cocente (in senso letterale visto che i nostri vampiri si ustionano fino alla morte se esposti al sole diretto).

Altro momento topico è la scena dell’accerchiamento della polizia: i vampiri sono asserragli in una camera di motel e inizia una sparatoria dove ogni foro nel legno lascia passare la luce creando un effetto luminoso molto intrigante oltre che dimostrare il talento della regista per le scene d’azione.

Il film non ebbe successo ma negli anni è diventato un piccolo cult con personaggi ben delineati e un ideale di romanticismo malato declinato in vari modi: Jesse e Diamondback vanno incontro alla morte insieme, mentre Mae viene salvata da Caleb ma il destino più commovente tocca all’odioso Homer che rincorre fino all’autocombustione Sarah: non c’è nulla di simpatico o infantile in Homer eppure quella sua disperata rincorsa per sfuggire alla solitudine del suo destino lo rende così umano. 

Il tema dei vampiri negli anni ’80 era ben diverso dal ritorno al dandismo romantico rilanciato da Francis Ford Coppola, oltre a una versione più patinata di giovani succhiasangue i vampiri venivano anche declinati come bande di reietti che girano per gli USA, rozzi e violenti (vedi anche il coevo Nomads opera prima di John McTiernan). Una critica all’edonismo reaganiano e una metafora della paura dell’AIDS

La zona morta

The Dead Zone
USA 1983, Lorimar
con Christopher Walken, Brooke Adams, Tom Skerritt, Herbert Lom, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Martin Sheen, Jackie Burroughs, Sean Sullivan, William B. Davis, Nicholas Campbell
regia di David Cronenberg

John Smith si risveglia dopo cinque anni di coma scoprendo di aver acquisito la capacità di vedere il passato e il futuro delle persone che tocca, ben presto la notizia trapela e lo sceriffo chiede il suo aiuto per scoprire chi è il killer della zona. La scoperta è sconvolgente e John Smith rischia di nuovo la vita; l’uomo si chiude ulteriormente in sè stesso anche per il fatto di non riuscire a dimenticare Sarah, la donna che amava e che si è rifatta una vita durante il suo coma. Un riccone di Castle Rock convince John a fare da tutore al figlio ma il rapporto s’interrompe quando John prevede un’incidente del ragazzino. A casa di Stuart John incontra un politico in ascesa nella cui campagna elettorale è coinvolta anche Sarah e la sua famiglia, quando ha l’occasione di toccarlo, John prevede che se sarà eletto presidente,  Stillson scatenerà un conflitto nucleare, decide quindi di sacrificarsi e uccidere il candidato…

Primo film americano di Cronenberg dalla genesi complessa, con diversi passaggi tra case di produzione e sceneggiatori, il risultato pur diverso da romanzo di Stephen King del 1979, è molto buono.

Poco horror inteso come “scene di paura” e ancor meno sanguinolento nonostante i precedenti canadesi del regista, La zona morta è un gotico d’atmosfera dove il gelo climatico di Toronto sottolinea la desolazione personale del protagonista.


John Smith è una persona comune proprio come indica il suo banalissimo nome, con ambizioni normali -un lavoro da insegnante che ama, una ragazza con cui metter su famiglia- tutto spazzato via da un incidente di cui non ha nessuna responsabilità.

Tornato tra i vivi dopo cinque anni, John scopre di avere un potere paranormale che gli permette di salvare dalle fiamme la figlioletta dell’infermiera, di far sapere al dottore che lo cura che la madre creduta morta durante la fuga dal ghetto di Varsavia è riuscita anche lei a salvarsi, ma il figlio che preferisce non rivelarsi dopo quarant’anni alla madre ritrovata lasciando tutto com’è inizia a rivelare che questo dono ha un’utilità relativa.
Il partecipare alla caccia al killer di Castle Rock è per John la conferma che la capacità acquisita lo mette in contatto con il lato peggiore della società (la madre che ha sempre coperto l’assassino) oltre tutto ogni visione si rivela anche pericolosa per la sua salute. John si richiude nel suo dolore e dopo l’ennesima triste esperienza con il giovane Stuart l’isolamento si fa pressoché totale, solo la presenza di Sarah riesce a scuoterlo e lo porta all’incontro fatale con Stillson e alla decisione di sacrificare la propria vita pur di scongiurare la profezia della guerra nucleare.
L’attentato fallisce ma il comportamento abbietto del politico che si fa scudo con il figlioletto di Sarah distrugge definitivamente la sua carriera.

Un film che è anche una critica sociale: Stillson esasperava alcuni tratti reaganiani ma è terribilmente anticipatorio dei populisti contemporanei.

Ottimo il cast con un Martín Sheen scatenato nel ruolo del senatore e Christopher Walker perfetto nel modulare le sfumature del protagonista. 
Da segnalare la coincidenza che in apertura del film l’attore, nelle vesti di insegnante, dia da leggere agli studenti La leggenda di Sleepy Hollow e che quindici anni dopo ne avrebbe interpretato il cavaliere senza testa nel film di Tim Burton.

Il corvo

The Crow
USA 1994
con Brandon Lee, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Bai Ling, Anna Levine, Laurence Mason, Michael Massee, Angel David, Rochelle Davis, Jon Polito, Bill Raymond, Sofia Shinas, Tony Todd
regia di Alex Proyas


Ilcorvo


Shelly Webster muore in ospedale dopo che quattro balordi l’hanno stuprata, il suo fidanzato, il rocker Eric Draven è stato ucciso cercando di salvarla ma un anno dopo la tragedia, Eric torna dal regno dei morti per vendicare l’amata.



Ilcorvo


Il corvo deve la sua fama alla tragedia del protagonista, Brandon Lee, figlio Bruce Lee morto accidentalmente sul set per il malfunzionamento di una pistola, vista la similitudine con la misteriosa e prematura morte del padre le illazioni sulla morte del giovane attore si sprecarono e l’attesa per l’uscita postuma del film fu spasmodica.
L’incidente mortale avvenne tre giorni prima della fine delle riprese e per completare l’opera si ricorse per la prima volta al digitale per adattare materiale già girato alle scene mancanti.



Il corvo


La morte di Brandon Lee fu l’evento più eclatante di una serie di incidenti che diedero al film l’aura di pellicola maledetta anche se ebbe tre sequel, mediocri, e originò una serie tv.
Dietro la leggenda si nasconde comunque un ottimo film che personalmente avrei comunque amato molto anche senza l’aura tragica che lo circonda. E’ un mix riuscito di atmosfere dark, action movie e estremo romanticismo, tratto da un fumetto.



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La voce off di Sarah, la ragazzina con lo skate introduce la leggenda del corvo psicopompo che guida il ritorno di Eric dai morti sottolineando l’atmosfera fantastica del film. Eric è un vendicatore spinto dalla disperazione per il dolore sofferto dalla sua promessa sposa ma interviene anche per salvare Sarah e sconfiggere così i veri mandanti degli incendi che caratterizzano la “notte del diavolo” l’antivigilia di Halloween perché la violenza efferata non è mai gratuita ma strumentalizzata per ottenere soldi e potere come fa Top Dollar, mandante della spedizione punitiva contro Shelly che aveva cercato di opporsi alla sua speculazione immobiliare.



Ilcorvo


Il regista esordiente Alex Proyas veniva dal mondo della pubblicità e dei videoclip e la musica ha un ruolo fondamentale nel film, non solo perché Eric Draven è un musicista ma perché alla colonna sonora partecipano le band più note del periodo da The Jesus and Mary Chain ai  Nine Inch Nails fino a The Cure, solo per citare i più noti.
Quello che funziona è la dimensione underground, il connubio fondamentale musica/ fumetto un elemento che è andato perso da quando il comics è diventato maintream.

Per favore… non mordermi sul collo

The Fearless Vampire Killers
USA 1967 MGM
con Jack MacGowran, Sharon Tate, Roman Polanski, Ferdy Mayne, Alfie Bass, Jessie Robins, Iain Quarrier, Terry Downes, Fiona Lewis
regia di Roman Polanski



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Il professore Abronsius ha rinunciato anche alla carriera universitaria per approfondire gli studi sul vampirismo e col fido, quanto pauroso, assistente Alfred sta attraversando la Transilvania a caccia di vampiri ma il rischio di congelamento lo costringe a fermarsi in una locanda completamente addobbata d’aglio. Abronsius intuisce di essere arrivato alla sua meta e quando Sarah, la bella figlia del locandiere Schagal che vive segregata in casa, viene rapita, il padre parte alla sua ricerca ma torna cadavere e dissanguato. La moglie non ha il coraggio di trafiggerlo con il paletto di frassino così Abronsius e Alfred seguendo il novello vampiro, raggiungono il castello del Conte Von Krolock dove Alfred ritrova Sarah di cui si era invaghito e trova il coraggio per salvarla ma la ragazza è già stata vampirizzata.



TheFearlessVampireKillers


Raffinatissima parodia dei film sui vampiri della Hammer a cui Polanski aggiunge il suo tocco personale riappropriandosi di un mito delle sue terre d’origine vista l’infanzia trascorsa in Polonia con i tocchi surreali dei congelamenti, il regista insiste molto sul gelo e la neve: credo che Per favore… non mordermi sul collo sia l’unico film di vampiri dove i foschi paesaggi transilvanici siano raggelati dalla neve invernale (il film è stato girato in Italia, nei dintorni di Ortisei) e resi quasi romantici dall’eterno plenilunio.



Perfavorenonmordermisulcollo


La trama presenta tutti i topos classici dei film di vampiri: il villaggio tiranneggiato dal non morto, il castello avito, il conte elegante e seducente (in questo caso anche con figlio, il giovane conte Herbert con tendenze omosessuali) e ovviamente lo studioso antagonista del vampiro.
Polanski rilegge tutti i punti salienti secondo una comicità molto fisica, puro slapstick che sembra ispirarsi a Buster Keaton e per sé ritaglia il ruolo del timoroso Alfred, incapace di piantare il paletto nel cuore ai vampiri che dormono nella cripta ma pronto a tutto per amore della bella Sarah anche ad intrufolarsi con Abronsius al ballo dei vampiri che culmina con la scoperta dei tre “viventi” perché gli unici a riflettersi in uno specchio, rovesciando così l’uso di uno degli strumenti classici per scoprire i vampiri.



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Ad interpretare Sarah c’e Sharon Tate, la sfortunata moglie del regista uccisa dalla cricca di Charles Manson, Polanski la chiama a sostituire  Jill St. John imponendole però l’uso di una parrucca rossa.



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La componente formale del film del resto è molto rilevante, sia nell’uso del colore che nella composizione dell’immagine; ho notato anche riferimenti alla storia dell’arte: il nome Schagall del locandiere ebreo non può che far pensare al celebre pittore nonostante la grafia diversa, la galleria degli avi del conte Von Krolock presenta una serie di orride facce nelle vesti di celebri quadri, come il Ritratto di giovane donna di Rogier van der Weyden mentre nella locanda e tra i suoi avventori regna la stessa atmosfera di ottusa povertà de I mangiatori di Patate di Van Gogh.

Labyrinth – Dove tutto è possibile

Labyrinth Labyrinth
USA 1986 Tri-star/Lucasfilm Ltd
con David Bowie, Jennifer Connelly
regia di Jim Henson

La quindicenne Sarah è una ragazzina sognatrice che vive con il padre, la sua nuova compagna e il loro bambino, il piccolo Toby. Una sera in cui deve fare da baby-sitter al fratellino particolarmente noioso, Sarah esprime il desiderio che il neonato sia portato via dagli gnomi, cosa che puntualmente accade.
Per riavere il piccolo Sarah dovrà attraversare un labirinto e raggiungere il castello del re degli gnomi, Jareth, entro un tempo prestabilito..

All’uscita in sala Labyrinth non ebbe il successo sperato tanto che concluse l’esperienza con i lungo metraggi di Jim Henson, il burattinaio inventore dei Muppets. Nel corso degli anni il film è diventato un cult, credo per diversi motivi, il principale è sicuramente la scelta dei protagonisti, David Bowie allora nel suo periodo più pop è sempre rimato una stella del rock e il mito cresce dopo la sua morte improvvisa lo scorso anno. Jennifer Connelly allora ragazzina nota per Phenomena di Dario Argento, è diventata a sua volta un’attrice di fama vincitrice di un Oscar.
A fare di Labyrinth un cult è anche il modo in cui è girato: Bowie e la Connelly sono i due soli attori umani in mezzo a un ricco cast di figure fantastiche realizzate con pupazzi o umani travestiti, una dimensione molto “calda” che manca agli esseri fantastici realizzati oggi con la computer grafica, sicuramente più realistici ma molto meno coinvolgenti.


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Se la trama è semplice e lineare, la lettura dei personaggi è molto sofisticata, con grande attenzione alle sfumature della personalità adolescenziale di Sarah, in pieno rifiuto della nuova famiglia, sogna di diventare un’attrice come la sua vera madre, subisce la fascinazione di Jareth, (la famosa scena del ballo) il re dei Goblins reso perfettamente da David Bowie nelle sue ambiguità.
Il viaggio attraverso il labirinto è un percorso di formazione: spesso nella vita non tutto è quello che sembra e anche se “non è giusto le cose stanno così”. Come in ogni avventura che si rispetti Sarah trova degli amici sul suo cammino, lo gnomo Hoggle è un infingardo al servizio di Jareth ma lungo il viaggio scopre il valore dell’amicizia e diventa un fedele compagno per Sarah, come avviene per i personaggi che accompagnano Dorothy nel viaggio per andare da Il Mago di Oz, mentre il grosso timido Ludo anticipa i mostri dal cuore d’oro de Nel paese delle creature selvagge (forse l’unico film che nel corso degli anni ha cercato di riprendere lo stile e le atmosfere surreali di Labirynth).


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Anche i riferimenti visivi sono chiarissimi, ed Escher di cui viene espressamente citato il gioco di scale, è nominato anche nei titoli di coda.
La colonna sonora della pellicola, aggiunge alle composizione strumentali di Trevor Jones cinque canzoni scritte ed interpretate dal Duca Bianco, alcune ebbero anche un buon successo come singoli.
L’omogeneità musicale e l’accuratezza della messa in scena fanno di Labyrinth un ottimo prodotto, una fiaba per bambini la cui raffinatezza la rende godibile anche agli adulti e non solo per l’effetto nostalgia.

Vizi di famiglia

Vizi di famiglia Rumor Has It
USA 2005,
con Jennifer Aniston, Mark Ruffalo, Shirley MacLaine, Kevin Costner
regia di Rob Reiner

Sarah e’ una trentacinquenne insicura con un lavoro frustrante (scrive necrologi) e un fidanzato che non e’ certa di voler sposare. Tornata a Pasadena per il matrimonio della sorella, scopre casualmente che la madre ha avuto una avventura prima delle nozze: la possibilita’ di essere illegittima giustificherebbe il senso di alienazione che Sarah ha sempre provato verso la propria famiglia, le indagini pero’ la portano a scoprire che sua madre e sua nonna sono state protagoniste della storia che ha ispirato Il laureato..

Lo spunto del film e’ interessante e originale: omaggiare un grande classico del passato come Il laureato portando in scena i protagonisti del pettegolezzo che starebbe alla base del libro e del film, per questo motivo l’azione e’ ambientata nel 1997, per dar modo di conciliare l’eta’ anagrafica dei protagonisti con gli eventi della celebre opera; purtroppo dopo un’introduzione spumeggiante il film precipita nella previdibilita’ piu’ ovvia con un andamento quasi da tvmovie.
Oltre al plot inconsistente, la pellicola ha un altro grave handicap: la protagonista Jennifer Aniston che sfodera il suo repertorio di espressioni corrugate che ben abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Friends; sfortunatamente la diva televisiva non ha la capacita’ di stare al passo con i suoi comprimari, fra tutte la nonna interpretata da una grintosa e spudorata Shirley McLane, anche Mark Ruffalo nei panni del fidanzato si conferma un attore estremamente duttile, Kevin Costner come vecchio seduttore ha l’aria un po’ spersa e una mazzata gli arriva dal doppiaggio italiano con una voce piu’ senile che seducente, irresistibile il cameo di Kathe Bates, non accreditata per il ruolo di Zia Mitzi, con un look improponibile ed estremamente divertente.
Nonostante il richiamo a grandi pellicole del passato: si nominano Casablanca e Psyco e c‘e’ qualche riferimento musicale a Mrs. Robinson ed alle colonne sonore di Sergio Leone, a me e’ tornato in mente uno scult dei tardi anni ‘80 Congiunzione di due lune interpretato dalla bella Sherilyn Fenn, una delle protagoniste di Twin Peaks; la storia non e’ poi molto dissimile, se si toglie l’omaggio cinematografico: una giovane donna alla vigilia del matrimonio si concede una scappatella e la nonna vissuta offre saggi consigli. La differenza sta nella morale libertaria nel film dell’88 che contrasta vivacemente con quella molto neocon (al limite della pruderie con l’accenno al rischio di incesto) del lavoro di Reiner, in linea con la nuova America.

recensione pubblicata a so tempo su ImpattoSonoro

100 anni di John Huston

JohnhustonUn secolo fa a Nevada, Missouri, nasceva John Marcellus Huston, membro centrale di una importante dinastia di attori: e’ infatti figlio dell’attore Walter Huston che John spesso fece recitare nei suoi film facendogli vincere l’Oscar per Il tesoro della Sierra Madre; John Huston e’ anche padre di due attori, Tony e Anjelica, quest’ultima portata all’Oscar dal padre che la diresse ne L’onore dei Prizzi (1981).
Huston e’ uno di quei personaggi per cui vale il detto “bigger then life”: lui stesso sostiene di aver vissuto piu’ vite ed infatti e’ stato pugile, pittore, grande appassionato di caccia, attore, sceneggiatore, documentarista; alla regia arriva nel 1941 con Il mistero del falco dove impone per il ruolo di protagonista Humphrey Bogart in sostituzione di George Raft.

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Il sodalizio con Bogey li porta a girare diversi film: Agguato ai tropici (1942), Il tesoro della Sierra Madre del 1948 come L’isola di corallo e nel 1951 il magnifico La regina d’Africa per cui Bogart vincera’ il suo unico Oscar.

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L’anno prima Huston aveva sdoganato un’attricetta che sarebbe diventata leggenda, Marilyn Monroe (tragicamente scomparsa proprio il 5 agosto 1962) facendola recitare in uno dei capolavori del genere noir, Giungla d’asfalto. Marilyn e Huston avrebbero ancora lavorato insieme nell’ultimo film dell’attrice ed altro capolavoro del regista, Gli spostati del 1961.

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La poliedricita’ registica di Huston riflette la sua irrequietezza nella vita e il regista spazia in quasi tutti i generi cinematografici: declina il melodramma dallo strappalacrime In questa nostra vita del 1942 interpretato da una grande Bette Davis, al romanzo d’amore sublimato L’anima e la carne (1957) dove il rude capitano Allison e Suor Angela (Robert Mitchum e Deborah Kerr), costretti su un‘isola deserta durante la II Guerra Mondiale, sfuggono ai giapponesi ed alla tentazione della carne, fino all’ottimo Riflessi in un occhio d’oro interpretato da un grande Marlon Brando nel 1967.

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Del 1960 e’ il western Gli inesorabili, con un’inedita Audrey Hepburn nei panni della mezzosangue indiana che imbraccia il fucile; il regista si riavvicinera’ al genere nel 1972 con L’uomo dai sette capestri interpretato da Paul Newman e Ava Gardner, altra attrice con cui ama collaborare: la bellissima Ava era stata protagonista de La notte dell’iguana (1964) e aveva avuto il ruolo di Sarah nel kolossal del 1966, La Bibbia dove il regista si ritaglia il ruolo di Noe’.

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Del 1972 e’ uno dei film migliori del regista, Citta amara, una pellicola che ruota attorno al mondo della boxe, pochissimo conosciuta a differenza dell’altro film sportivo di Huston, il notissimo Fuga per la vittoria (1981) dove accanto a Sylvester Stallone recita anche Pele’.
Da menzionare anche il film d’avventura L’uomo che volle farsi re, dal chiaro messaggio antimperialista del 1975, interpretato da Sean Connery e Michael Caine.

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Ultimo film del grande regista e’ il commovente The Dead – Gente di Dublino, delicata riflessione sulla morte tratta da un racconto di Joyce, girato nel 1987: John Huston sarebbe scomparso il 28 agosto di quel medesimo anno.

Partnerperfetto.com

Partnerperfetto.com Mannaggia a me ed alla mia passione per la commedia brillante che mi porta a vedere simili ciofeche! Credo senza tema di smentita che questa sia la piu’ brutta commedia su cui abbia mai avuto la sfortuna di posare gli occhi: non c’e’ mai una battuta od una situazione divertente nonostante il reiterato uso di bambini ed animali, del resto il povero terranova co-protagonista si chiama “Madre Teresa”, debbo aggiungere altro?
La satira dell’universo delle community virtuali per trovare un partner non funziona, neppure la scena in cui la protagonista va ad incontro galante e scopre che ad attenderla c’e’ suo padre, riesce a strappare un sorriso.
Oltre ad essere evidentemente negato per la regia, Gary David Goldberg dimostra di non aver capito i classici della sophisticated comedy: sacrilego trasformare il “Vero Amore” di Scandalo a Filadelfia, in un pedalo’ lacustre, assurdo reiterare la notte d’amore negata (espediente caratteristico delle pellicole di Mitchell Leisen) tra i protagonisti per due volte mentre la bella Sarah si concede ad un altro e non basta certo aprire e chiudere il film con delle pseudo interviste per resuscitare la magia di Harry ti presento Sally.

The descent

Descent-movie La sportivissima Sarah perde marito e figlia in un terribile incidente d’auto. Dopo un anno di lutto, accetta l’invito delle sue amiche per fare un’escursione speleologica: la meta scelta dovrebbe essere piuttosto semplice ma Juno, l’organizzatrice della gita, cambia meta all’insaputa delle altre conducendole in una grotta mai visitata prima: quando una frana blocchera’ la via d’accesso, gli equilibri di amicizia si spezzeranno, messi a dura prova anche da inquietanti presenze che sembrano animare le caverne…

Il film forma un dittico col precedente Dog Soldiers (2002), opera prima del regista inglese Neil Marshall: se allora erano sei uomini a confrontarsi con la materializzazione di leggendari lupi mannari, oggi il regista analizza le dinamiche di un gruppo tutto al femminile costretto alla sopravvivenza.
Sono fortissime le valenze simboliche e psicanalitiche: anche la natura ostile che circonda le ragazze rappresenta un femminile simbolico: le grotte, l’acqua, l’uscita alla luce mostra addirittura la fatica fisica di una nascita; mentre la discesa nelle viscere della terra equivale ad una discesa alla scoperta di se’, delle proprie pulsioni piu’ segrete e primordiali (i graffiti sulle rocce); emblematica poi la vicenda di Sarah il cui scontro con gli abitanti della caverna simboleggia chiaramente la lotta con i suoi demoni e le sue paure, tanto che la vediamo combattere anche con una rappresentante femminile della razza degenerata a cui e’ stato ucciso un figlio, come alla protagonista
La pellicola non manca comunque di ironia, soprattutto nella parte iniziale del film, quando l’atmosfera e’ ancora leggera e nel prologo che disegna i rapporti tra le protagoniste, il regista puo’ permettersi di giocare con gli elementi classici del genere sovrapponendo l’urlo di una ragazza per l’acqua gelata della doccia, alla bocca spalancata di un altra che si sta guardando la lingua allo specchio.
I ritmi della sceneggiatura poi si fanno via via piu’ incalzanti e dal thriller di atmosfera si arriva al gore piu’ esplicito, e benche’ si rispetti la struttura classica dell’horror, con il mostro che esce al momento previsto, il film riesce a sorprendere tre o quattro volte anche lo spettatore piu’ scafato facendogli fare dei bei balzi sulla sedia, ma i momenti piu’ “pesanti” da reggere sono i percorsi tra gli stretti cunicoli delle grotte ricostruiti negli studi londinesi di Pinewood, che riescono a rendere perfettamente il senso di claustrofobia che si prova nel restar imprigionati nelle viscere della terra.