La figlia di Ryan

Ryan’s Daughter
UK 1970, MGM
con Sarah Miles, Robert Mitchum, Trevor Howard, Christopher Jones, John Mills, Leo McKern, Barry Foster, Marie Kean, Evin Crowley, Arthur O’Sullivan
regia di David Lean

Irlanda 1916: Rose è la figlia dell’oste di un villaggio sulla costa; è la più ricca del paese e conduce una vita solitaria inseguendo i suoi sogni passeggiando lungo la spiaggia. S’innamora di Charles Shaughnessy, il maestro di scuola, un uomo pacato, un vedovo molto più grande di lei. Rose e Charles si sposano ma il matrimonio si rivela una delusione. Un giorno nel vicino campo militare inglese arriva un nuovo ufficiale, il maggiore Randolph Doryan mandato a comandare il campo dopo un’esperienza tanto eroica quanto traumatica sul fronte occidentale. Mentre è solo con Rose nel pub del padre, Doryan ha una crisi, la ragazza lo aiuta e i due si ritrovano a baciarsi. Inizia una relazione clandestina che ben presto fa sparlare tutto il paese. La situazione precipita quando Tim O’Leary, capo degli irredentisti irlandesi viene arrestato con la sua banda mentre cerca di recuperare delle armi inviate dai tedeschi. Per la sua relazione con Doryan, Rose viene creduta la spia che ha fatto catturare i ribelli e viene linciata. Doryan nel frattempo si suicida mentre Charles, che pure ha deciso di divorziare , lascia il villaggio con Rose. 

Melodramma sentimentale che vuole replicare il successo de Il Dottor Zivago ma fu un flop di critica che indusse Lean ad allontanarsi dal cinema, tornerà solo nel 1984 per girare il suo ultimo film, Passaggio in India
A dispetto delle critiche il film ebbe un grande successo al botteghino e vinse anche due Oscar; ovviamente fu premiata la fotografia: come da Lawrence d’Arabia in poi, l’ambientazione viene esaltata dal formato panoramico con grande attenzione alla bellezza paesaggistica, in questo caso le tumultuose coste irlandesi battute dal vento e dalla tempesta.

La storia s’ispira vagamente a Madame Bovary per il fatto che Rose non trova la serenità nel matrimonio che ha fortemente voluto, in realtà la sua è un’insoddisfazione personale difficilmente placabile soprattutto nel matrimonio con un uomo più grande di lei ed estremamente pacato come Shaughnessy, interpretato molto bene da Robert Mitchum in un ruolo assai diverso da quelli da duro che hanno caratterizzato la sua carriera.

A non funzionare nel film è l’eccessiva sottolineatura del registro grottesco soprattutto nella colonna sonora sempre scritta da Michele Jarre e resta incomprensibile come l’autore delle suadenti musiche di Lawrence d’Arabia abbia optato per uno score a base di marcette quando il tema è la disperazione amorosa e personale dei vari personaggi.

Anche il padre di Rose è una figura fuori fuoco giocata troppo su registri grotteschi: Ryan è il più ricco del paese perché è un doppiogiochista, i grandi proclami per la libertà d’Irlanda nascondono la sua attività d’informatore per gli inglesi ed è lui a tradire O’Leary e i suoi ma è talmente pusillanime da non trovare il coraggio di confessare neanche davanti all’aggressione all’adorata figlia che lascia al suo destino, un personaggio tragico sminuito da una recitazione sopra le righe, stile attoriale che caratterizza tutti i personaggi di contorno dal popolino greve e sguaiato tenuto a bada dall’energico reverendo Hugh Collins fino al personaggio di Michael, lo sgorbio del villaggio deriso da tutti, la cui vista è insopportabile a Rose fino a quando non riconosce nello sguardo del derelitto la comprensione per le offese subite.

Da sempre innamorato di Rose, Michael è colui che rivela la sua tresca con il maggiore e che consegna le armi tedesche a Doryan che si suicida facendole esplodere. John Mills vinse comunque l’oscar per questa interpretazione. 

Un altro aspetto poco riuscito è la rappresentazione dell’amore di Rose e Doryan: le scene di sesso (se così le possiamo chiamare oggi) sono inframmezzate da dettagli naturalistici: coppie di fiori in vari stadi da gemme a soffioni che volano via a simboleggiare i vari stadi dell’atto amoroso: fortunatamente il cinema ci ha regalato allusioni sessuali più riuscite e meno melense.

La componente naturalistica ha anche delle valenze molto belle e il cielo tempestoso che fa da sfondo all’arrivo del maggiore sull’isola anticipa la portata tragica di quest’entrata in scena.

Lean prova anche a giocare con registri onirici con un buoni risultati: il nero che avvolge i protagonisti durante il loro primo bacio portandoli in una dimensione altra dalla noia del villaggio per lei e dall’incubo dei ricordi bellici per lui.
Charles che scopre il tradimento della moglie dalle impronte sulla spiaggia e ha una sorta di allucinazione in cui vede la coppia dirigersi in una grotta appartata dove poi Michael troverà le mostrine perdute dall’ufficiale.
Un film non perfettamente riuscito ma che conserva nella fotografia il suo punto di forza.

Il Potere del Cane

The Power of the Dog
con Benedict Cumberbatch, Jesse Plemons, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway, Stephen Lovatt, Alison Bruce
regia di Jane Campion



Ilpoteredelcane


Montana, anni ’20. I fratelli Burbank gestiscono il ranch di famiglia: tanto George è indolente e gentile, tanto Phil è burbero e rude. Quando George porta a casa la donna che ha sposato, una vedova con un figlio adolescente, Phil prende di mira i nuovi arrivati convinto che Rose abbia sposato il fratello per interesse. La continua pressione di Phil e la solitudine del ranch portano Rose all’alcolismo, quando Peter, il figlio di Rose, arriva in vacanza dal college gli equilibri cambiano: tra Phil e Peter si crea un legame che getta Rose ancora più nello sconforto e nell’alcol spingendola a regalare agli indiani le amate pelli di Phil solo per fargli un dispetto a quel punto il giovane Peter dovrà intervenire per ridare serenità alla madre come dice la sua voce off a inizio pellicola.



Il potere delcane


Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, autore americano di romanzi western, Il potere del cane è un film molto interessante di Jane Campion dove nulla o ben poco è come appare. Il film è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato a uno dei quattro protagonisti. George Burbank è un uomo gentile rassegnato a sopportare l’odioso fratello, s’innamora di Rose, vedova di un suicida con un figlio troppo sensibile (?). Con l’aiuto della moglie George vorrebbe trasformare il ranch in un luogo più accogliente dove poter occuparsi anche degli affari, ma da subito l’ostilità netta di Phil mette la donna in difficoltà: Rose non è in grado di sopportare le sottili vessazioni psicologiche del cognato e fallisce la prima cena importante con il governatore, affogando noia e delusione nell’alcol.
Phil è sicuramente il personaggio più interessante del film: più colto e intelligente del fratello fa di tutto per vivere come il più rozzo dei cow boy, in memoria di Bronco Henry, il suo mentore. Dalle confidenze con il giovane Peter scopriamo il legame sessuale che lo legava a Bronco, anche se Phil ostenta la più ottusa omofobia, la venerazione per il vecchio cow boy lascia anche intendere un probabile rapporto pedofilo subito da Phil che può giustificarlo a sé stesso portando avanti il modello imposto da Bronco, ma la sua rabbia è troppa per dipendere solo da un’omosessualità rinnegata.



Powerofthefdog


Se alla psicologia contorta di Phil si può trovare una giustificazione e provare pena per lui molto più enigmatico il personaggio di Peter, il sensibile figlio di Rose che ama realizzare graziosi fiori di carta, cosa che da subito attira il feroce sarcasmo di Phil. Il gracile adolescente, imbranato ad andare a cavallo rivela però un lato oscuro: la tranquillità con cui uccide i miti coniglietti che porta a casa o cattura assieme a Phil, lasciando lo stesso stupito per il sangue freddo del ragazzo. Apparentemente il comportamento è dettato dall’amore per la scienza e la medicina ma la frase di apertura del film deve risuonare sempre nell’orecchio dello spettatore e metterlo in allerta sul colpo di scena finale.



Il potere del cane


Colpo di scena finale che non racconterò ma che è quello che salva la pellicola della Campion dando spessore psicologico alla storia su cui gravano i soliti vezzi autoriali della regista: l’indugiare sui paesaggi e le mandrie: vedere due buoi che si scornano in un film di sottili duelli psicologici non aggiunge nulla, anzi appesantisce un film dal ritmo giustamente sospeso per dare spazio all’indagine psicologica.. Detto questo il film ha un grande lavoro sulla fotografia che sottolinea il contrasto tra la vastità degli spazi aperti e l’oppressione cupa che può nascere anche nella grande residenza dei Burbank, Jane Campion si dimostra a suo agio con il genere western, non mancando di citare i classici come Sentieri Selvaggi.

Scappa – Get Out

Get Out
USA 2017 Universal
con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener, Bradley Whitford, Caleb Landry Jones, Betty Gabriel, Marcus Henderson, Stephen Root, Lakeith Stanfield, Lil Rel Howery
regia di Jordan Peele



Getout


Chris, fotografo di colore, è un po’ agitato perché deve andare a conoscere i genitori di Rose, la ragazza con cui sta da cinque mesi e lei, caucasica, non li ha informati del colore della sua pelle, garantendo che non sono razzisti. Pur accolto con calore, Chris avverte qualcosa di strano nell’atmosfera di casa Armitage, soprattutto trova inquietanti i due domestici di colore. Uscito a fumare, incrocia Missy, la madre di Rose che è una psichiatra che ha messo a punto una cura per smettere di fumare con l’ipnosi e così, un po’ contro la sua volontà, Chris viene ipnotizzato.
Il giorno dopo arrivano tutti gli amici degli Armitage, per una tradizionale festa di famiglia e Chris ha l’impressione di conoscere l’unico ragazzo di colore così gli fa una foto di nascosto ma scatta il flash che provoca in Andre una strana reazione e soprattutto invita Chris a fuggire e mettersi in salvo…



Scappa getout


Campione d’incassi e vincitore della migliore sceneggiatura originale agli Oscar 2018, Scappa – Get Out è davvero un film interessante che sa aggiornare l’horror ai temi più attuali, stigmatizzando una forma di razzismo più sottile, quella che riconosce agli afroamericani una maggiore prestanza fisica (atletica e sessuale) mettendo in questo modo una distinzione tra le due razze e cercando persino, nel sotto finale degno della migliore tradizione degli scienziati pazzi, di fare in modo che la razza bianca possa sfruttare i vantaggi fisici dei neri e se l’uso dell’ipnosi per ridurre a sorta di zombie i malcapitati a casa Armitage, poteva essere abbastanza intuibile, l’idea della Coagula è davvero una bella trovata horror.



Scappa get out


Il regista Jordan Peele ha un passato da comico e non mancano i tocchi ironici affidati al personaggio di Rod, migliore amico di Chris a cui è stato affidato il cane per la visita a casa Armitage e che si preoccupa quando Chris non fa ritorno pur non essendo creduto dalla polizia; sarà proprio lui a risolvere il finale che come nella migliore tradizione horror presenta nemici sconfitti che ritornano più forti di prima, vedi il fratello di Rose. Per quanto riguarda il destino della fidanzata, che fino all’ultimo si spera ignara dei biechi propositi dei famigliari, è interessante notare che le sia riservato lo stesso destino della madre di Chris, punto debole del ragazzo su cui si era fatta leva per ipnotizzarlo.

Star Wars: Gli ultimi Jedi

Star Wars: The Last Jedi
USA 2016
con Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Kelly Marie Tran, Laura Dern, Benicio Del Toro
regia di Rian Johnson


Starwarsgliultimijedi


Mentre sul pianeta Ahch-To Rey cerca di convincere Luke Skywalker ad unirsi alla Resistenza, i ribelli subiscono delle forte perdite per causa di un tracciatore che permette di localizzare la loro flotta anche nell’iperspazio. Finn, con l’aiuto di Rose cerca di entrare nell’ammiraglia del Primo Ordine per bloccare il congegno ma vengono traditi da chi aveva promesso di aiutarli e rischiano di essere giustiziati.
I ribelli superstiti intanto si sono rifugiati su Crait e le forze dell’impero stanno per distruggerli quando finalmente Luke Skywalker decide di aiutarli.



Star wars gli ultimi jedi


Ancora una volta il secondo capitolo di una saga di Guerre Stellari è migliore del primo anche se l’esito del film è altalenante: spunti interessanti si alternano a battute ironiche quasi demenziali, momenti in cui si spinge sulla commozione e la retorica (la morte della sorella di Rose) e soprattutto Leia che vola nello spazio come una qualsiasi fata Disney non si può vedere!



Star wars gliultimijedi


Le soddisfazioni arrivano inaspettatamente dal personaggio di Kylo Ren che ne Il Risveglio della Forza era risultato un po’ ridicolo fino all’omicidio del padre Han Solo, guadagna ora un certo spessore: l’ambizione che lo spinge verso logiche inattese sia al Leader Supremo Snoke che a Rey con cui rafforza il contatto telepatico, la spiegazione del passaggio al lato oscuro per colpa dello zio, che è anche il motivo per cui Luke si è isolato su Ahch-To.
E’ interessante la ribellione di Kylo Ren al destino familiare: diventare un potente Jedi solo perché erede degli Skywalker come se la Forza fosse un appannaggio di una famiglia reale, un concetto che veniva (?) dato per scontato infatti c’erano (e forse ci sono ancora) grandi aspettative sulle origini di Rey anche se l’equilibrio nella forza diventa perfetto proprio quando a un erede per linea di sangue si contrappone una senza famiglia.



Starwars DJ


Le avventure di Finn e Rose e gli scontri tra Resistenza e Primo Ordine rappresentano il lato tradizionale della saga riproponendo scene più o meno fedeli ai moduli classici: anche il cameo molto ben caratterizzato di Benicio del Toro ricorda un po’ la figura inaffidabile di Lando Calrissian (anche se si vociferava fosse il figlio di Bobba Fett).



Starwars gliultimjedi


La presenza di attori del calibro di Benicio del Toro e Laura Dern in due camei sottolineano l’importanza della saga nell’immaginario collettivo ma questo è anche l’ultimo film a cui partecipa Carrie Fisher, scomparsa nel 2016 poco dopo la fine delle riprese e sicuramente la sua morte ha messo in crisi gli sceneggiatori dato che ogni film di questa trilogia sembra caratterizzato dal sacrificio dei protagonisti della trilogia originale: Han Solo nel primo capitolo, Luke in questo, quasi certamente il terzo episodio avrebbe insistito sullo scontro madre-figlio, vederemo se la morte prematura dell’attrice porterà a un cambio di script o a soluzioni creative per ovviare alla mancanza scenica della Principessa Leia.

Il trio infernale

Iltrioinfernale The Unholy Three
Usa 1925 MGM
con Lon Chaney, Mae Busch, Victor McLaglen, Harry Earles
regia di Tod Browning

Cacciati dal circo dove lavorano, un ventriloquo, un nano e un uomo forzuto decidono di unire le forze per dedicarsi al crimine: vendendo animali esotici prendono di mira le case dei ricchi per svaligiarle. Quando durante una rapina ci scappa il morto, i tre decidono di addossare la colpa a Hector, il commesso del negozio ma Rose, la ex borseggiatrice che si è innamorata del giovane supplica Echo, il ventriloquo di scagionare Hector in cambio del suo amore..

Il trio infernale è il secondo dei nove film girati da Tod Browning con Lon Chaney, il primo per la MGM; la pellicola ebbe molto successo e il duo ne rigirò l’omonimo remake sonoro nel 1930, che resta l’ultimo film girato da Chaney (e la sua prima e unica pellicola sonora) prima di morire prematuramente.
La storia è appesantita dall’eccesso di melodramma sentimentale che ruota attorno alla ragazza ma anticipa tutto il mondo di Browning, ben oltre le atmosfere circensi che esalterà in Freaks.
Theunholythree Per gestire il negozio, infatti Echo e il nano si travestono, il nano da pargoletto e il ventriloquo da vecchia signora O’Grady: lo stesso travestimento e quasi lo stesso costume adottato da Lionel Barrymore ne La Bambola del Diavolo, penultimo film del regista del 1936.
Ad interpretare il nano c’è Harry Earles che ritroveremo protagonista in Freaks nelle vesti Hans, il nano ingannato dalla bella Cleopatra; in Il Trio Infernale, per quanto si travesta da infante, è forse il più malvagio dei tre: per le sue intemperanze verso il pubblico i tre devono lasciare il circo, lui suggerisce al forzuto Ercole di non aspettare Echo e andare a fare in due la rapina che sfocerà in tragedia ed è sempre lui a liberare lo scimmione che porterà alla morte sua e di Ercole: ancora un gorilla metterà fine alle perfidie di Madame de Silva in Vendetta d’Oriente, l’ultimo film muto di Browning del 1929, girato sempre con Chaney.
Lon Chaney recità il ruolo di Echo, senza particolari trasformazioni, la sua abilità mimetica è riservata alla vecchia nonna O’Grady, che oltre al trucco, l’attore caratterizza con il passo tremante e la schiena ingobbita.
Pur riprendendo tutte le scene con la macchina fissa, Browning sa creare un’atmosfera demoniaca nelle macchinazioni dei tre malviventi con un uso delle ombre degno del cinema espressionista tedesco.

Unholy three shadows

Una particolarità divertente del film è che quando nonna O’Grady deve dimostrare l’abilità dei suoi pappagalli (mai istruiti a parlare ma “doppiati” dal ventriloquo Echo) invece delle didascalie, compaiono dei fumetti in sovraimpressione con le frasi dette dai pennuti.

Shark Tale

Shark-Tale 

Oscar e’ un pesce che fa lo spazzino in un lavaggio per balene, il suo sogno e’ quello di diventare qualcuno, mentre Lenny e’ il figlio del boss degli squali Don Lino, dovrebbe succedere al padre nella gestione degli affari della “famiglia”, ma purtroppo e’ vegetariano e questo crea non pochi problemi. I due si alleeranno per realizzare i propri sogni.

La Dreamworks torna sugli schermi con un cartoon piuttosto diverso da quelli che hanno dominato il periodo natalizio.
Innanzitutto l’ambientazione e’ molto moderna: il reef diventa una metropoli sottomarina che ricorda New York, ma offre anche scorci di San Francisco o Las Vegas ed e’ perfetta la ricostruzione del lavaggio automatico per balene: i cetacei arrivano non solo incrostati di salsedine ma anche pieni di graffiti come i vagoni della metro, una ostenta anche la scritta “lavami” sul muso e dopo esser stati puliti ed incerati, c’e’ un arbre magic offerto dalla casa.
La pellicola e’ una ghiottoneria per cinefili che potranno sbizzarrirsi a riconoscere le innumerevoli citazioni, da Lo Squalo il cui tema e’ l’inno della famiglia di Don Lino, al Titanic il cui relitto e’ l’abitazione degli squali e nell’ufficio del boss c’e’ il famoso disegno di Rose con il diamante.
Non paghi della qualita’ tecnica, lo staff della DreamWorks ha voluto caratterizzare i pesci riprendendo i tratti somatici dei divi hollywoodiani che hanno prestato loro la voce: se Don Lino ricorda De Niro soprattutto per il neo e il nesso tra Sykes e Scorsese sono le folte sopracciglia, la somiglianza tra Oscar e Will Smith e’ impressionante, come quella tra Lola e Angelina Jolie ed anche il cameo di Missie Elliot ha goduto di una fedele riproduzione ittica.
Nel doppiaggio italiano sorprende Tiziano Ferro, mentre De Laurentis, pure adatto per il ruolo dell’insicuro Lenny ha una voce troppo riconoscibile che rimanda piu’ all’artista nostrano che al personaggio. I Pali e Dispari con i loro tormentoni sono perfetti per la caratterizzazione dei due scagnozzi medusa rasta.
Per godere appieno della perfetta qualita’ visiva dei colori smaglianti della barriera corallina e’ consigliabile cercare una sala che trasmetta il film in digitale: sara’ un’esperienza notevole.

 

recensione pubblicata nel febbraio 2005 su ImpattoSonoro

Invasion

Invasion Dopo un forte uragano a Homestead, Florida, iniziano a succedere cose misteriose: luci che nuotano sull’acqua, persone uccise o ferite in modo incomprensibile.. Il ranger Russell Varon inizia ad indagare sugli avvistamenti di bizzarre creature marine, mentre la sua compagna, la giornalista Larkin Groves e’ incuriosita dal misterioso comportamento dei militari.
Russel si deve preoccupare anche dei due figli, l’adolescente Jesse e la piccola Rose, avuti dal precedente matrimonio con la dottoressa Mariel Underlay, sopravvissuta in maniera inesplicabile all’uragano e sposata allo sceriffo Tom Underlay, da sempre poco amato in citta’..

Dopo averne visto le prime tre puntate ho l’impressione che Invasion sia un prodotto piu’ rozzo della media attuale dei serial americani: effetti speciali mediocri, trama senza mistero, chiaramente ispirata al classico della fantascienza L’invasione degli ultracorpi con il buon ranger Russell Varon che probabilmente dovra’ vedersela con la comunita’ aliena che si sta impossessando della sua citta’, certo, quando capira’ quello che che sta succedendo e di cui lo spettatore e’ a conoscenza fin dalla prima puntata.
Credo che gran parte del successo del telefilm sia da imputare alla concomitanza, presumo fortuita, con l’uragano Katrina che alla fine dell’agosto 2005 sconvolse la Florida: il telefilm ha debuttato in America il 21 settembre 2005, due giorni dopo l’inizio di un altra serie con cui condivide l’idea base degli esseri acquatici, alieni o meno, Surface , a mio parere molto piu’ raffinato, sia dal punto di vista dello script che degli effetti speciali; se poi vogliamo parlare del messaggio “politico”, possiamo notare che Invasion riprende in toto l’ideale sci-fi anni ‘50 del nemico che si infiltra nella cittadinanza, mentre Surface punta sul desiderio di scoperta e di contatto con il diverso (il rapporto tra Nim e Miles), il che forse lo rende un po’ troppo avanguardistico per questi anni neocon, a pensarci bene.
In ogni caso ambedue le serie probabilmente non andranno oltre la prima stagione.