La città dei mostri

The Haunted Palace
USA 1963, American International Pictures
con Vincent Price, Debra Paget, Lon Chaney Jr., Frank Maxwell, Leo Gordon, Elisha Cook Jr., John Diekies, Harry Ellerbe, Cathy Mercant, Barboura Morris, Milton Parsons, Bruno Ve Sota, Guy Wilkerson, I. Stanford Jolley, Darlene Lucht
regia di Roger Corman



La città dei mostri


Colto sul fatto durante le stregonerie che coinvolgono le ragazze del villaggio, Joseph Curwen viene bruciato vivo ma prima del supplizio lo stregone getta la sua maledizione sul villaggio di Arkham; 110 anni dopo Charles Dexter Ward e la moglie Anne vengono a prendere possesso dell’antico maniero di Curwen di cui Ward è discendente. Gli abitanti di Arkham riservano una pessima accoglienza ai nuovi venuti che notano come il villaggio sia pieno di persone deformi. Il dottor Willet spiega le stranezze del villaggio raccontando ai Ward la leggenda di Curwen e la maledizione che ha lanciato sulla popolazione. Il ritratto dello stregone domina ancora il salone del castello e la somiglianza con il giovane Ward è impressionante ma il quadro sembra avere una malefica influenza su Charles che si trasforma da persona mite in un violento: è Curwen che si è impossessato del corpo del discendente e, dopo essersi vendicato di chi lo ha arso vivo, con l’aiuto dei due fedeli aiutanti vuole riprendere i sui esperimenti sovrannaturali riportando in vita l’amata Hester e sacrificando Anne alle divinità infernali ma l’ennesimo omicidio scatena la furia degli abitanti di Arkham che arrivano in tempo per salvare Anne e (forse) a spezzare il legame tra Charles e Curwen.



The haunted palace


Film di passaggio nella cinematografia del prolifico Corman, re dei B movie: dopo il grande successo dei film incentrati sui racconti di E. A. Poe, il regista decide di attingere all’immaginario di H. P. Lovecraft ma per ovviare ai timori della casa di produzione che temeva di deludere il pubblico se fossero venuti meno i riferimenti a Poe, si scelse un titolo preso da una poesia di Poe e alcuni suoi versi sono letti come introduzione e chiusa della pellicola, per il resto la trama si ispira totalmente al mondo lovecraftiano, in particolare al romanzo Il caso di Charles Dexter Ward, ed è la prima volta che in un film compare il Necronomicon, il terribile testo di magia nera inventato dallo scrittore e elemento ricorrente in moltissimi suoi racconti.
La città dei mostri un classico esempio di film gotico degli anni ’60 e in alcuni momenti diventa anche noioso, tanto tutto è prevedibile e non esce dai binari del genere, resta però ammirevole l’eleganza formale e stilistica, tenendo conto che Corman è famoso per girare le sue opere in pochissimi giorni e a basso costo. Se il trucco degli abitanti deformi è risibile, buono è l’uso dello zoom, anche questo usato per la prima volta su un set cinematogafico per sovradimensionare gli ambienti del castello.
Ottima poi la prova di Vincent Price che con Corman ebbe una lunga collaborazione che comprende tutto il ciclo ispirato a E. A. Poe: gli bastano pochi giochi di sguardi per trasformarsi dal bonario gentleman Charles Dexter Ward nel malefico Curwen, il suo fedele aiutante è Lon Chaney Jr. un altro grande interprete dell’horror classico americano.
Il film è l’ultima interpretazione dell’attrice Debra Paget prima di ritirarsi dalle scene.
Da notare il particolare della lista dei discendenti di chi condannò al rogo Curwen e di cui lo stregone revenant vuole vendicarsi: cinque nomi segnati su un foglio da cui viene strappato quello di chi ha subito la vendetta…

Il segreto del Tibet

Werewolf of London
USA 1935 Universal
con Henry Hull, Warner Oland, Valerie Hobson, Lester Matthews, Lawrence Grant, Spring Byington, Clark Williams, J.M. Kerrigan, Charlotte Granville, Ethel Griffies, Zeffie Tilbury
regia di Stuart Walker



Il segreto del tibet


Il botanico Wilfred Glendon è in Tibet per cercare un fiore che cresce con il favore della luna. La pianta si trova in una valle isolata dove le guide non lo vogliono accompagnare e anche un missionario sconsiglia di proseguire il viaggio. Glendon insiste nel raggiungere la vallata e trova il fiore ma viene ferito da una mostruosa creatura. Tornato a Londra lo scienziato trascura la giovane moglie per dedicarsi agli studi della Mariphasa lupina lumina, in una delle poche occasioni sociali organizzate dalla moglie incontra il dottor Yogami interessato alla Mariphasa in quanto unica cura per la licantropia. Inoltre Yogami rivela a Glendon di averlo già a conosciuto e che a Londra ci sono attualmente due lupi mannari. Glendon intuisce che l’essere che lo ha aggredito in Tibet era Yogami in versione licantropa. Alla prima luna piena Yogami ruba i fiori della pianta mentre Glendon senza antidoto si trasforma in lupo mannaro seminando il terrore in città. Quando Yogami tenta nuovamente di rubare la mariphasa, Glendon lo uccide poi volge i suoi istinti belluini sulla moglie che si è avvicinata a un vecchio spasimante…


Il segretodel Tibet


Il segreto del Tibet non è il primo film di licantropi in assoluto ma è il primo film che la Universal dedica al lupo mannaro, data la poca qualità dell’opera il film viene spesso dimenticato in favore del seguente film del 1941 che ha per protagonista Lon Chaney Jr.
Cause dell’insuccesso furono la scelta del protagonista, l’attore Henry Hull che rifiutò il pesante trucco pensato da Jack Pierce e riproposto poi da L’uomo lupo.
Pesò anche l’uscita quasi in contemporanea con La moglie di Frankenstein attesissimo sequel di successo.



Il segretodel Tibet


Costruito come gli horror dell’epoca, Il segreto del Tibet non riesce molto a mischiare l’elemento comico della la zia petulante e le vecchie ubriacone con la trama drammatica che forse è quella più debole. Il confronto tra i due licantropi, entrambi “mad doctor” che si sono infettati in nome della scienza, poteva essere interessante invece si limita alla battaglia per procurarsi il fiore di mariphasa, antidoto alla trasformazione senza approfondire le personalità dei due personaggi.



Werewolf of london


Più che il cotè horror resta interessante quello fantascientifico: il macchinario che crea il raggio lunare per far fiorire la mariphasa anche fuori dal Tibet e soprattutto il marchingegno che permette a Glendon di vedere su uno schermo chi si avvicina al suo laboratorio: un’anticipazione del videocitofono.
Buono, anche se privo di particolari slanci, l’uso delle luci, delle ombre espressioniste e una grande attenzione per le immagini riflesse, simbolo per eccellenza del doppio.

Un lupo mannaro americano a Londra

An American Werewolf in London
USA 1981 Universal
con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, Anne-Marie Davies, Frank Oz, David Schofield, Brian Glover, Don McKillop
regia di John Landis



Anamericanwerewolfinlondon


Due studenti americani in vacanza nel nord dell’Inghilterra finiscono vittime di un lupo mannaro: Jack  viene sbranato mentre David solo ferito e trasportato a Londra. Dopo due settimane tra la vita e la morte al ragazzo viene raccontata una versione un po’ diversa sull’aggressione da quel che ricorda ma la sua mente è pervasa da strani incubi. A ridosso del nuovo plenilunio il fantasma di Jack appare all’amico per informarlo che presto si trasformerà in un lupo mannaro e consigliargli il suicidio perché le vittime dei lupi mannari restano sospesi tra la vita e la morte fino a quando non si spezza la linea di sangue dei mostri che li hanno uccisi. Ancora una volta David pensa di essere vittima di allucinazioni e si trasferisce a casa di Alex, l’infermiera che l’ha accudito e di cui si è innamorato ma la prima notte di plenilunio David si trasforma e uccide sei persone. Il giorno dopo le sue vittime lo incontrano con Jack in un cinema porno e gli consigliano nuovamente la morte. Nel mentre David si trasforma nuovamente e per evitare altre vittime si lascia uccidere dai poliziotti.



Unlupomannaroamericanoalondra


Tra tutti i film recuperati in questo periodo di lockdown Un lupo mannaro americano a Londra è quello che ho trovato più in relazione alla pandemia perché racconta come l’imponderabile sia escluso dalla civiltà contemporanea: se nella brughiera desolata un lupo mannaro può fare una vittima o poco più a plenilunio, nel cuore di Londra il lupo mannaro non solo riesce a uccidere sei persone in una notte, ma la sua sola presenza scatena una serie di incidenti automobilistici con danni collaterali, gli stessi che dobbiamo ancora valutare e gestire per “imparare a convivere col virus” come dice l’abusato slogan.



Unlupo mannaroamericano alondra


Un lupo mannaro americano a Londra è un caposaldo del nuovo modo di fare horror a partire dagli anni’80 con grande attenzione agli effetti speciali: la trasformazione di David in lupo mannaro sotto l’occhio della telecamera è passata alla storia; non mancano i tocchi umoristici: la normalità con cui prosegue il rapporto tra David e l’amico morto Jack, che ogni volta che si presenta è sempre più incancrenito e nell’ultimo incontro ha un trucco molto simile a quello riproposto due anni dopo da Thriller di Michael Jackson. L’incontro di David con le sue vittime, già surreale di per sé, avviene in un cinema porno e le sue vittime insanguinate lo consigliano sul metodo più efficace ma indolore di suicidarsi.
Non manca il romanticismo con Alex che va incontro al mostro e gli confessa il suo amore toccando la parte ancora “umana” della bestia che si fa sparare anche per salvarla.



Anamerican werewolfinlondon


Per nobilitare l’approccio più leggero ma comunque inquietante all’horror si ricorre alle citazioni, si nominano esplicitamente L’implacabile condanna ma soprattutto L’uomo lupo con Lon Chaney Jr, del resto il film di Landis è una produzione Universal, la storica casa cinematografica della grande stagione dei mostri anni ’30.
Ovviamente non possono mancare citazioni da Il bacio della pantera: l’inseguimento nella metropolitana s’ispira chiaramente alla scena della piscina del film del 1942 mentre il risveglio nella gabbia dei lupi allo zoo rimanda sempre al film del 1942 ma mi pare che venga ripresa nel remake del 1982.



Anamericanwerewolfinlondon


Da notare anche la cura nella scelta della colonna sonora: tutti i brani cantati hanno a che fare con la luna e Blue Moon viene declinata in pù versioni.
Curiosità, al termine dei titoli di coda c’è una dedica che vuole onorare il matrimonio di Carlo e Diana ecco, quarant’anni dopo possiamo dirlo: dedicare un film dell’orrore per un matrimonio non è elegante e possiamo proprio dire che non porta bene.

L’uomo dai mille volti

Man of a Thousand Faces
USA 1957 Universal
con James Cagney, Jane Greer, Dorothy Malone, Marjorie Rambeau, Jim Backus, Robert Evans, Celia Lovsky, Jeanne Cagney, Roger Smith, Simon Scott, Jack Albertson
regia di Joseph Pevney



Luomodaimillevolti


All’inizio del ‘900 Lon Chaney è una stella del varietà sposato con una giovane cantante, Cleva, a cui ha taciuto di essere figlio di genitori sordomuti. Quando Cleva rimane incinta, Lon la porta a conoscere la famiglia ma la donna rimane scioccata e teme che il nascituro possa ereditare l’handicap dei nonni. Fortunatamente il bambino nasce sano ma Cleva non è disposta a restare a casa a fare la moglie così si trova un lavoro come cantante da cui Chaney la fa licenziare, per ripicca la moglie tenta il suicidio sul palco durante uno spettacolo dell’attore, stroncandogli la carriera. Cleva perde la voce, il piccolo Creighton viene messo in collegio e Lon si trasferisce a Hollywood diventando ben presto una delle comparse più richieste per la sua capacità di trasformarsi con il trucco; è l’inizio della sua sfolgorante carriera ma i guai famigliari non sono finiti: Chaney ha fatto credere al figlio che la madre fosse morta e quando Creighton adolescente scopre che è ancora viva lascia il padre per trasferirsi da Cleva, padre e figlio si rappacificheranno solo sul letto di morte del divo del muto.



Man of a Thousand Faces


James Cagney sorregge da par suo questo melodrammatico biopic sulle sfortunate vicende familiari di Lon Chaney, il divo soprannominato L’uomo dai mille volti proprio per la sua capacità di trasformasi col trucco nei più celebri mostri del cinema muto, una pletora di esseri deformi che portava in scena costringendosi spesso a pose dolorosissime, l’assunto del film è che la capacità di dare un anima e far empatizzare il pubblico con i reietti gli venisse proprio dal background famigliare, dall’aver vissuto in prima persona l’emarginazione dei genitori sordomuti.



L'uomo dai 1000 volti


Pur avendo visto diversi film di Chaney, non sapevo dei suoi drammi famigliari, del matrimonio con una donna che non riusciva ad accettare la diversità della famiglia di Chaney e del tentativo di suicidio sul palco del marito ma del resto come ci rivela il film prima di essere soprannominato “l’uomo dai mille volti”, Chaney fu presentato come “l’uomo del mistero” proprio per non farsi rovinare la nascente carriera hollywoodiana dallo scandalo del tentato suicidio.



L'uomo dai1000 volti


Il film è un po’ troppo melenso per i miei gusti ma da tempo ho capito che il biopic non è il genere preferito, le scene dei film più celebri di Chaney, Il Gobbo di Notre Dame, Il Fantasma dell’Opera non sono soddisfacenti per chi conosce gli originali: le maschere sono molto rigide e hanno ben poco a che spartire con i trucchi dei film degli anni ’20.



Luomodaimillevolti


Toccante il fatto che a causa del tumore alla gola che lo uccise, alla fine Lon Chaney si esprimesse con la lingua dei segni appresa dai genitori sordomuti, forse mi commuove perché non so se il particolare è reale mentre il retorico passaggio di consegne tra padre e figlio dove il senior morente aggiunge un Jr. al nome sulla cassetta del trucco è una rielaborazione romanzata del fatto che Creighton Chaney intraprese una carriera cinematografica con il nome di Lon Chaney Jr. e interpretò l’ultimo grande mostro della Universal, L’uomo lupo.

Mezzogiorno di fuoco

High Noon
USA 1952
con Gary Cooper, Grace Kelly, Katy Jurado, Lloyd Bridges, Thomas Mitchell, Lee Van Cleef, Otto Kruger, Lon Chaney Jr., Ian MacDonald, Robert J. Wilke, Sheb Wooley, Harry Morgan, Harry Shannon, Morgan Farley, Eve McVeagh
regia di Fred Zinnemann



Highnoon


Willy Kane si è appena sposato con la bella quacchera Amy e sta per lasciare il suo ruolo di sceriffo quando arriva la notizia che con il treno di mezzogiorno tornerà in città Frank Miller, un pericoloso bandito arrestato da Kane qualche anno prima e che ha ricevuto la grazia. Ad aspettarlo in stazione sono già arrivati tre loschi individui della sua vecchia banda per cui è chiaro che Miller è in cerca di vendetta. Kane non avrebbe più responsabilità nei confronti della cittadinanza ma il suo senso del dovere gli impone di restare, causando il primo contrasto con la moglie, contraria alla violenza. Negli ottanta minuti che precedono l’arrivo del treno Kane cerca di raccogliere un gruppo di volontari che lo aiutino a fermare Miller ma si ritroverà solo, abbandonato anche dagli amici più fedeli…



HighNoon


Un capolavoro del cinema western, apologo amaro non solo sugli anni del maccartismo ma sulla condizione umana in generale: tutti accampano apparenti buoni motivi per evitare lo scontro con il bandito,dimenticando la riconoscenza verso l’uomo che li aveva aiutati a liberarsi dal suo giogo.
L’amarezza e la delusione del protagonista si fanno sempre più cocenti, a partire dal primo screzio con la moglie che essendo quacchera non appoggia il senso del dovere del marito, sarà Helen Ramirez, ex del bandito che ha avuto anche una storia con lo sceriffo di cui forse è ancora innamorata, a far capire ad Amy che il suo posto è accanto all’amato marito. Accanto alla statura morale del protagonista spicca proprio l’universo femminile: sono le donne le uniche a riconoscere la necessità di opporsi al bandito o di provare una manifesta vergogna nell’abbandonare l’amico in necessita (la signora Fuller).



Mezzogiornodifuoco


Il popolino che si era nascosto nel momento dello scontro torna a congraturarsi con il vincitore ma Kane li accoglie con uno sguardo di disprezzo e gettando nella polvere la stella da sceriffo, un gesto che suscitò molto scalpore e che in seguito è diventato un topos del cinema western.
Alla storia universale si unisce la maestria tecnica: la bellissima canzone Do not forsake me, oh my darling la cui incessante batteria ricorda il rumore del treno e scandisce ulteriormente il tempo. Il tempo è l’elemento principe del film: la durata della pellicola ricalca perfettamente i tempi filmici, l’ora e mezza in cui Kane deve decidere cosa fare della sua vita e viene a scoprire di esser stato abbandonato da tutti. Le continue inquadrature dell’orologio aumentano la tensione come l’inquadratura dei binari vuoti per cui il fischio del treno in avvicinamento risulta quasi liberatorio.



High noon


L”attesa dei tre ceffi alla stazione, tra cui spicca un giovane Lee Van Cleef, e omaggiata nell’inizio di C’era una volta il West.

Il mistero del castello nero

IlmisterodelcastelloneroThe Black Castle
USA 1952, Universal
con Richard Greene, Boris Karloff, Stephen McNally, Paula Corday, Lon Chaney Jr.
regia di Nathan Juran

Il baronetto inglese Ronald Burton, con la falsa identità di Richard Beckett, si reca ospite presso il conte Karl von Bruno: il suo vero scopo è a indagare sulla scomparsa di due suoi cari amici molto probabilmente uccisi dal conte per vendetta. Giunto al castello Burton s’innamora ricambiato della moglie del conte, la bella e mite contessa Elga von Bruno, forzata al matrimonio dal perfido consorte. Quando il conte scopre la verà identità di Burton non sarà per nulla facile ai due amanti sfuggire alle sue ire mortali..

Più che un horror, Il mistero del castello nero è un melodramma amoroso a tinte fosche: i due innamorati seguendo l’esempio di Giulietta e Romeo, bevono la famigerata droga che rallenta i battiti fino a simulare la morte ma il dottor Meissen che ha proposto loro l’espediente non ha abbastanza coraggio per resistere alla crudeltà del conte e rivela a von Bruno l’arcano rischiando che i due finiscano sepolti vivi e l’unico vero momento di tensione del film è proprio il montaggio alternato del conte che scende nella cripta mentre Burton si sta risvegliando.




Theblackcastle


Il dottor Meissen è interpretato da Boris Karloff, sfruttato piuttosto male nel film, destino peggiore tocca a Lon Chaney Jr: il suo Gargon, servitore mostruoso di von Bruno, ha un ruolo marginale, per i cultori resta solo il piacere di vedere l’attore truccato sul modello del trasformismo del celebre padre.




Theblackcastle


Fatti presenti tutti i difetti della pellicola, devo dire che sono rimasta piuttosto sorpresa dall’accuratezza della messa in scena:la ricostruzione del settecento viennese è piuttosto precisa;
Misterocastelloneroanche la scenografia del castello è molto ricca, strapiena di grate, prigioni e passaggi segreti: addirittura una fossa con coccodrilli vivi che i due amanti attraversano su un cornicione con un gioco di luci e suoni che ricorda la scena in piscina de Il bacio della pantera (animale oggetto della caccia di von Bruno, con cui combatte corpo a corpo Burton).
L’esordiente regista austriaco Nathan Juran dimostra un certo talento wellesiano anche nella composizione dell’immagine, nell’uso dei soffitti e nel bianco e nero fortemente contrastato: tutto sommato Il mistero del castello nero non è un film così disastroso come lo descrivono i dizionari di cinema e può soddisfare almeno la curiosità dei patiti del genere.

L’uomo lupo

The Wolf Man

USA 1941, Universal
con Lon Chaney Jr, Claude Rains, Ralph Bellamy
regia di George Waggner



Luomolupo


Larry Talbot, secondogenito di una nobile famiglia torna nel villaggio natio dopo lungo tempo, in seguito alla morte del fratello maggiore, conosce la bella figlia dell’antiquario e per corteggiarla compra un bastone il cui pomo rappresenta una testa di lupo in argento. Una sera, dopo l’arrivo degli zingari in citta’, va con Gwen e un’ altra ragazza a farsi leggere le carte, ma quest’ultima viene aggredita e sbranata da un lupo feroce, Talbot interviene e lo uccide con il bastone, ma il lupo riesce comunque a morderlo. Chiamati rinforzi e tornati sul luogo dell’aggressione accanto alla ragazza si trovera’
il cadavere non di un lupo, ma dello zingaro Bela (interpretato da Bela Lugosi). Incredulo di aver potuto scambiare un lupo per un essere umano, Larry interviene al funerale di Bela e la madre dello zingaro gli svelera’ il mistero della licantropia: chi viene morso da un lupo mannaro senza restare ucciso verra’ colpito dalla stessa maledizione!
Ben presto nuovi omicidi sconvolgono il paese, e Talbot chiede aiuto al padre che lo convince che la sua sia solo suggestione, ma quando il licantropo sta per sbranare Gwen, e’ proprio il padre a doverlo uccidere con il medesimo bastone dal pomo d’argento.



Thewolfman


Giudizio del
film

L’ultimo grande horror classico della Universal è datato
1941 e sinceramente è di gran lunga minore ai grandi film di mostri degli anni ’30. La storia e’ parecchio confusa, probabilmente per grosse modifiche alla sceneggiatura apportate poche settimane prima dell’inizio delle riprese. Al copione lavorò principalmente Curt Siodmak, che riesce a costruire un impianto degno di una tragedia greca, dove il destino avverso profetizzato non puo’ che compiersi in maniera ineluttabile. Essendo girato nel 1941, e opera di un fuoriuscito ebreo di origine tedesca, nel film non possono mancare riferimenti latenti alla seconda guerra mondiale: il segno che contraddistingue la stirpe
dei licantropi e che appare sulle loro prossime vittime e’ un pentacolo che ricorda la stella di David che i nazisti imponevano sui vestiti degli ebrei.
Il film viene finito nel novembre del ‘41 quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali al conflitto, quindi la parte della pellicola che rappresenta l’incredulita’ del padre nei confronti della condizione del figlio, ma che messo di fronte alla sua inumanita’ e’ costretto ad ucciderlo puo’ essere letta come un monito all’America.

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Giudizio sul DVD

Questa edizione, facente parte di una collezione dedicata ai monster classici della Universal, e’ molto interessante.
Oltre ad un buon riversamento della pellicola, troviamo un documentario intitolato Mostri al chiaro di luna, presentato da John Landis che ci racconta l’evoluzione dell’uomo lupo nella filmografia Universal: il licantropo figura gia’ in Dracula, almeno con isuo terribile ululato, dopo il successo di Frankenstein e lo sviluppo di make up sempre piu’ complessi, viene stesa da Robert Florey la sceneggiatura di un film sull’uomo lupo che doveva essere interpretata da Boris Karloff: la vicenda era ambientata nelle alpi bavaresi e raccontava di un ragazzo che si trasforma di un lupo mannaro, dopo esser stato allevato da un branco di lupi che gli avevano sbranato la famiglia. Il progetto viene accantonato per timore della censura.
Ne Il segreto del Tibet del 1935 la storia e’ incentrata sulla licantropia, ma il film non ebbe successo, probabilmente perche’ il trucco del werewolf non era troppo accurato, sempre per timore di non creare qualcosa di troppo spaventoso, solo nel 1941 Lon Chaney Jr. diede finalmente vita all’uomo lupo che e’ entrato nella storia del cinema.
Il commento del film condotto da Tom Weaver, e‘ ricco di informazioni anche sugli attori minori e illustra i pezzi di set che provenivano da altri film dell’Universal o che entreranno poi in altre scenografie.
E’ molto interessante il parallelo con l’horror psicologico che Val Lewton introdusse l’anno seguente alla RKO con Il bacio della Pantera: di certo tra un uomo lupo e una donna pantera qualche attinenza c’e’ gia’ nel tema, ma la cosa piu’ interessante e’ che nella stesura originale e modificata all’ultimo minuto, non ci sarebbe dovuta essere nessuna trasformazione visibile in lupo: veniva lasciata allo spettatore la possibilita’ di decidere se Larry Talbot fosse stato veramente colpito da licantropia o solo da una turba psichica, anticipando in questo modo lo stile l’horror che salvo’ la RKO dal fallimento, ma produttori poco disposti a rischiare preferirono restare legati alla tradizione degli anni ‘30 fatta di
spettacolari make up, segnando cosi’ il declino della grande tradizione horror della Universal.