Il gigante di ferro

The Iron Giant
USA 1999, Warner Bros
regia di Brad Bird

USA 1957, Hogarth Hughes, un ragazzino patito di fantascienza, scopre che nei boschi vicino a casa sua si nasconde un gigantesco robot di ferro con cui inizia a fare amicizia, insegnandogli a parlare e condividendo con lui la passione per i supereroi. L’enorme robot però non è passato inosservato e ben presto l’FBI manda un agente, Kent Mansley, a controllare il paese di Rockwell. Hogarth nasconde il gigante di ferro presso Dean, un artista beatnick che realizza bizzarre sculture in ferro. Alla fine però la presenza del gigante viene scoperta e una sua reazione difensiva fornisce a Mansley l’occasione buona  per chiamare l’esercito e iniziare un’insensata escalation nucleare ma il gigante, stanco di essere una macchina da guerra e seguendo l’esempio di Superman, si sacrifica e sventa la distruzione della cittadina…

Cartone dalla genesi complessa: dal romanzo originale scritto dal marito di Silvia Plath per consolare i figli per il suicidio della madre, passando attraverso il concept album e musical degli Who Il gigante di ferro diventa il primo lungometraggio d’animazione diretto da Brad Bird che con la Pixar ha poi realizzato i grandi successi de Gli Incredibili e Ratatouille.

Il film fu un flop al botteghino ma nel corso degli anni è diventato un cult e oggi, un quarto di secolo dopo, è quanto mai attuale per i timori dello sviluppo incontrollato dell’AI che ci riporta alla domanda che ha spinto Bird ad interessarsi al progetto dopo che la sorella era stata uccisa da un proiettile: “un’arma può avere un’anima?”

La risposta del film è sì: il gigante di ferro riuscirà a superare la sua natura difensiva (era arrivato a riattivare tutti i suoi congegni bellici quando Hogarth per gioco gli aveva puntato una pistola contro) e a decidere di seguire il modello positivo del (super) eroe che sacrifica la sua vita per il bene comune.

La nascita di un anima avviene attraverso l’empatia, fiammella accesa dall’ingenua amicizia con Hogarth che si concretizza nell’esperienza dell’incontro con la morte, il gigante e il ragazzino stavano ammirando un cervo che viene -inutilmente- ucciso dai cacciatori. La scena, commoventissima, riprende il classico Disney Bambi.

Il gigante di ferro è un raffinato gioco di citazioni a partire da E.T. per il rapporto tra il bambino e un essere alieno che diventa una figura da controllare/studiare dalle forze armate, per finire con tutta la filmografia sci-fi degli anni 50 che nascondeva dietro la paura dell’invasione aliena i timori nati dalla guerra fredda con la Russia e il paranoico agente Mansley incarna tutta la rabbiosa essenza del maccartismo.

Molto ben disegnata anche la figura di Dean, un artista beat, personaggio molto insolito nel mondo dell’animazione ma che nella suo approccio anticonvenzionale alla vita, è l’unico a capire che il gigante risponde solo se attaccato, per legittima difesa potremmo dire.

Dean, Hogarth e la madre single Annie alla fine diventano una famiglia ma l’happy end che stempera la commozione del sacrificio del gigante di ferro è scoprire con Hogarth che i suoi pezzi, sparpagliati in ogni dove dall’esplosione piano piano si riuniscono per le capacità autogenerative del robot.

Lodevole anche la scelta di non spiegare la comparsa del gigante, di tacere se le sue origini siano terrestri e nel caso da quale schieramento contrapposto sia stato creato, escamotage che tiene sempre alta la curiosità dello spettatore 

Il Grande Freddo

Ilgrandefreddo

The Big Chill
USA 1983 Columbia
con Tom Berenger, Glenn Close, Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kline, Mary Kay Place, Meg Tilly, JoBeth Williams, Don Galloway, James Gillis
regia di Lawrence Kasdan

Sette trentenni, compagni di università, si ritrovano per il funerale del loro amico Alex che si è suicidato. Trascorrono il weekend insieme rievocando i vecchi tempi, raccontandosi le delusioni del presente e le speranze per il futuro.

Commedia agrodolce, cult degli anni ’80 per una diversa serie di motivi.
Sicuramente la storia è molto coinvolgente, grazie a un raffinato gioco di scrittura e da vita al genere reunion in cui in gruppo di persone si ritrova per confrontarsi, più o meno consapevolmente sulle proprie esperienze.
Ne Il grande freddo il confronto tra gli ex compagni di università è, non solo uno scavo sull’amicizia giovanile e su come (e se) sopravvive alle responsabilità dell’età adulta, ma è anche lo studio di una generazione, quella dei sessantottini, che voleva cambiare il mondo e poco più di dieci anni dopo si ritrova a rinnegare gran parte degli ideali giovanili in nome del denaro: il nascente edonismo reaganiano porta sì la sicurezza economica ma anche una grande insoddisfazione: droga alcol e propositi suicidi per affrontare l’aridità della vita adulta, fatta di delusioni amorose e compromessi; da questo punto di vista, più che i dialoghi tra i personaggi sono interessanti le “nature morte” cioè gli oggetti che escono dalle valigie dei personaggi che si stanno sistemando in camera, dalle droghe ai medicinali, dagli oggetti di lavoro ai condom, tutto mostra la necessità di supplire in qualche modo alle delusioni della vita che ha presentato il conto a tutti e ora li chiama a confrontarsi con il suicidio del più puro di loro.
Una caratteristica del film è la colonna sonora che è passata alla storia, vedere il film oggi ha un effetto straniante: bastano pochi accordi e la mente si distrae cercando di ricordare gli innumerevoli spot a cui i brani della soundtrack hanno fatto da jingle per tutti gli anni ’80.
Il grande freddo vanta anche il personaggio assente più famoso della storia del cinema, o per lo meno degli anni ’80 e ’90: ad interpretare Alex, l’amico suicido. fu chiamato Kevin Kostner che doveva comparire in alcuni flash back poi eliminati in fase di montaggio per sottolineare l’aspetto intimistico della riunione tra amici, l’attore che divenne una sex symbol degli anni’80 non compare mai, solo parti del suo corpo vengono mostrate durante la scena della vestizione iniziale della salma.

Cercasi Susan disperatamente

Desperately Seeking Susan
Usa 1985 Orion
con Rosanna Arquette, Madonna, Aidan Quinn, Robert Joy
regia di Susan Seidelman

Cercasisusandisperatamente

Roberta, annoiata casalinga del New Jersey, si appassiona alle vicende di due ragazzi che si tengono in contatto nella rubrica dei cuori solitari al punto che decide di spiare un loro incontro. Finirà per essere scambiata per Susan e trovare una nuova vita..

Cercasi Susan disperatamente è il primo film in cui Madonna ha un ruolo degno di nota, quello di una ragazza molto disinibita e inaffidabile che finisce per impegolarsi in una brutta vicenda di antichi gioielli egizi trafugati dove ci scappa anche il morto. A rischiare la pelle però è Roberta, l’annoiata mogliettina borghese che per curiosità si è messa alle costole di Susan e ha comprato un suo giubbotto che causa lo scambio di persona reso possibile da una provvidenziale botta in testa che provoca un’amnesia temporanea a Roberta.
La trama è piuttosto complicata e in fondo secondaria: il film è ancora oggi un cult per la costruzione dello stile anni ’80: Madonna è nel suo periodo di pizzi e merletti che ogni ragazza in quegli anni ha imitato.
Desperatelyseekingsusan Ad aprire il film c’è la celebre scena dell’asciugatore automatico con cui Madonna si rinfresca, che poi chissà perché quella sequenza è entrata nell’immaginario: non è sensuale o particolarmente di rottura, forse restituisce solo il senso di libertà del periodo e racchiude la sostanza divertita e underground del film che è il trionfo del post-: Jim, il pseudo fidanzato con cui Susan si tiene in contatto attraverso la rubrica dei cuori solitari suona in una banda post-punk e parte per la tourneè sulle note di Lust for Life cantata da Iggy Pop.
Di Madonna nella colonna sonora passa solo Into the Groove il cui video è composto esclusivamente da spezzoni del film.
Tra leggerezza e un briciolo di follia la pellicola prende comunque in giro il sogno americano della villetta nel quartiere residenziale: è da lì che Roberta fugge in preda alla noia per ritrovare sé stessa nel caos della metropoli.

Biancaneve nella foresta nera

Biancanevenellaforestanera

Snow White: A Tale of Terror
USA 1997
con Sigourney Weaver, Sam Neill, Monica Keena
regia di Michael Cohn

Venuta al mondo dopo un incidente in carrozza che è costato la vita alla madre, Liliana, detta Lilly, cresce col padre, Lord Friedrich Hoffman. Quando l’uomo si risposa, la piccola Lilly si dimostra gelosa della matrigna Claudia. Morto il primogenito, Claudia impazzisce e ingiunge al fratello di uccidere Lilly che scappa trovando un rifugio non proprio sereno presso un gruppo di minatori. Dopo aver tentato più volte di eliminare la ragazza, Claudia cerca di uccidere il marito per riportare in vita il figlioletto…

Dopo un’iniziale distribuzione sulla tv via cavo americana, il film è diventato a suo modo un cult anche se stroncato dalla critica ufficiale.
Si tratta di una rilettura in chiave gotica della favola di Bianca Neve esplicitata dal titolo inglese mentre quello italiano gioca tra il contrasto di bianco e nero, tra la caratterizzazione cupa della foresta e il richiamo geografico, visto che la vicenda è ambientata in un post medioevo germanico che alterna ambientazioni e costumi filologicamente corretti (le domestiche indossano copricapi ispirati alla pittura tedesca del XV secolo) agli abiti più fantasiosi dei protagonisti.


Snowwhite

La pellicola si inserisce quindi nel solco della ricostruzione storica dei grandi romanzi gotici tipica degli anni ’90 come Dracula di Bram Stoker (1992) e Frankenstein di Mary Shelley del ’94, cercando di dare una giustificazione psicologica alla trama: è la piccola Lilly ad essere avversa alla matrigna che, pur avendo con sè il magico specchio, non sembra nutrire intenti malvagi; il parto prematuro di Claudia sembra una conseguenza di un gesto di ribellione della ragazza che a una festa indossa un abito della madre rubando la scena (e soprattutto l’attenzione di Friedrich) alla matrigna che persa la ragione (o dimostrata la propria vera natura) scatena la tragedia. Questo passaggio dell’inconsapevole colpa di Biancaneve che provoca la rabbiosa reazione della matrigna, è ripreso nella serie tv di successo Once Upon a Time (C’era una volta), giunta alla soglia della quarta stagione.
La foresta, nera nel senso di pericolosa è rappresentata dai sette minatori (di cui uno solo nano) in cui Lily incappa nella sua fuga: uno viene allontanato dopo aver cercato di violentarla, due muoiono durante i tentativi di Claudia di liberarsi dell’odiata figliastra e dei quattro sopravvissuti uno diventerà lo sposo della nostra eroina dopo la resa dei conti di Lilly con la ormai manifesta strega-matrigna.
Un film che si perde nella seconda parte ma che ha un inizio interessante mettendo al centro le conflittualità madre/figlia: anche Claudia sembra manipolata da una figura materna (?) rinchiusa nello specchio.
Ogni paragone con il cartone animato della Disney è ovviamente fuori luogo mentre è più interessate cercare in Biancaneve nella Foresta Nera i semi delle versioni seguenti della fiaba dei Grimm, sia sul grande schermo che nelle serie tv.

American gigolo’

Fameg USA 1980
Richard Gere, Lauren Hutton
regia di Paul Schrader





Il film che ha lanciato Richard Gere ha una trama che pare essere uscita da un romanzo di Balzac o di Maupassant: l’ascesa e la caduta di un gigolo’ nell’America rampante del 1980 non e’ poi diversa da quella dei tanti arrampicatori sociali che si muovevano all’ombra della classe dirigente francese del Secondo Impero.
Trama a parte, American gigolo’ e’ un film cult perche’ rappresenta l’estetica di uno stile di vita che predomina ancora oggi: il culto della bellezza fisica e della cura di se’.
Infatti le scene che sono entrate nell’immaginario collettivo sono quelle di Gere che studia lo svedese mentre fa ginnastica appeso al soffitto con delle cavigliere e quelle in cui sceglie il look per la serata cercando di abbinare camicia e cravatta a quattro o cinque completi buttati sul letto: tutti abiti di sartoria italiana e l’italian style vedra’ sorgere la sua stella con Armani, Versace proprio nei primi anni ottanta.
Anche gli ambienti in cui si muove Giulian Kay lanceranno una moda: non tanto i grandi aberghi e le ville signorili dove svolge il suo lavoro, quanto per il suo appartamento: un loft minimalista, con attrezzature hi tech e tanto di panca ginnica che fa bella mostra di se: credo, senza tema di smentita, che in Italia, prima di questo film non si sia mia visto un arredo simile, dai colori freddi tono su tono.
Di grande impatto la colonna sonora di Giorgio Moroder, che sa trasformare gi accordi pop di Blondie in musica dal forte senso espressivo.
L’estetica coinvolge anche l’etica e al personaggio di Richard Gere non viene assegnata nessuna valenza negativa: e’ un ragazzo che si arrangia, che fa quello che gli piace (sta nascendo l’edonismo reaganiano, ragazzi!) sfruttando la sua prestanza fisica per fare carriera (ometto ogni riferimento al mondo odierno delle veline perche’ ormai e’ un tema veramente trito e, come sto tentando di dimostrare, anche pluriventennale).
Del resto a redimerlo arriva la forza salvifica dell’amore (interpretato dalla piu’ modella che attrice Laureen Hutton) e questo e’ uno dei paradossi (o forse un’ipocrita copertura?) degli eighties: sesso.. potere.. ma tutti sognando il grande amore, la passione che cambia la vita.
Ultima annotazione di costume: l’unica cosa a fare “scandalo” furono le chiappette nude di Gere, e visto che vent’anni dopo Clooney si scompone per il nudo di Solaris, possiamo definitivamente bollare American Gigolo’ come epocale.