Cavalleria

Italia 1936
con Elisa Cegani, Amedeo Nazzari, Silvana Jachino, Anna Magnani, Mario Ferrari, Enrico Viarisio, Fausto Guerzoni, Romolo Costa, Silvio Bagolini, Rita Livesi, Fedele Gentile, Adolfo Geri, Felice Minotti, Michele Malaspina, Luigi Carini, Cecyl Tryan, Oreste Fares, Walter Grant, Albino Principe
regia di Goffredo Alessandrini



Cavalleria


Torino 1901: la contessina Speranza de Frasseneto è innamorata dell’ufficiale di cavalleria Umberto Solaro ma quando scopre che il padre è sull’orlo del fallimento e lo stress mina il suo cuore, si sacrifica e sposa il ricco barone von Osterreich. Solaro per dimentare l’amata si butta nel lavoro e diventa uno migliori cavallerizzi dell’esercito. Dopo alcuni anni si trova come allievo il fratello minore di Speranza, Vittorio e quando il giovane finisce all’infermeria per una caduta da cavallo Speranza e Umberto si rincontrano. Solaro si fa trasferire a Roma per essere vicino all’amata ma presto la loro relazione diventa fonte di pettegolezzi e Vittorio per salvare l’onore della sorella, ricorre a un duello. Speranza decide di troncare definitivamente la sua relazione con Solaro e glielo comunica prima di una gara importante, l’ufficiale cade e Mughetto, l’amato cavallo dev’essere abbattuto. Il soldato allora decide di entrare in aviazione diventando un asso dell’aria e morendo durante la prima guerra mondiale.



Cavalleria


Cavalleria è il film che lancia la carriera di Amedeo Nazzari, innegabilmente molto affascinante in divisa e nei panni di un eroe romantico che non riesce a dimenticare la donna amata.
La trama un po’ sdolcinata e retorica non è certo il punto di forza del film, che pure si lascia seguire senza fatica, fondendo nel personaggio del romantico protagonista la figura di Federico Caprilli, campione e innovatore dell’equitazione italiana e quella di Francesco Baracca, l’asso dell’aviazione che proveniva dal reggimento di cavalleria tanto che il suo simbolo era un cavallo rampante poi passato alla casa automobilistica Ferrari.
A funzionare è lo stile di Alessandrini, grande patito di cavalli come emerge dal film: affronta con lo stesso stile le panoramiche sui cavalli che le parate di signore del bel mondo in mise elegantissime e riprende con grande esperienza le scene delle acrobazie dei cavallerizzi.
E’ interessante notare come le prime inquadrature del film siano strettissime sui volti dei giovani de Frasseneto e Solaro a cavallo, facendoli rientrare in un’unica inquadratura mentre poi il regista prediliga i campi lunghi, anche la scena dell’esibizione di Fanny, la canzonettista interpretata da Anna Magnani che aveva sposato il regista nel 1935, è ripresa dal fondo del teatro.
La pellicola è girata quasi tutta in esterni con una bella fotografia e la silhouette dei soldati in controluce ha un che di fordiano. Ancora più intrigante la scena della battaglia dove i fili d’erba fuori fuoco davanti ai soldati regalano un tocco di lirico realismo.

I dannati e gli eroi

SergeantRutledge

Sergeant Rutledge
USA 1960 Warner Bros,
con Woody Strode, Jeffrey Hunter, Constance Towers, Billie Burke,
regia di John Ford

Il nono cavalleggeri è un reggimento composto esclusivamente da soldati di colore e il sergente Braxton Rutledge è sicuramente l’elemento più valido del corpo, per questo desta grande scalpore l’accusa a suo carico di stupro e duplice omicidio. Pur avendo la possibilità di fuggire Rutledge si sottopone alla corte marziale e durante il processo si scoprirà la verità sulla morte della giovane Lucy Dabney.

Ennesimo ritorno di Ford al mondo della cavalleria con questo film che mescola al western il genere giudiziario: è attraverso i flashback dei testimoni che vengono rievocati gli eventi di cui è accusato il soldato e si capisce chi è il vero assassino. E’ sempre in tribunale, con la plebaglia che punta al linciaggio e con i tocchi comici riservati alla moglie del giudice e al suo codazzo di amiche che Ford descrive il razzismo serpeggiante nei confronti del condannato, il regista ne sa cogliere anche le forme più inconsce in Tom Cantrell, superiore e difensore dell’imputato nel processo e la sua fidanzata, Mary Beecher, che si è trovata coinvolta negli eventi dopo l’assassinio del padre da parte degli indiani, che per l’ennesima volta hanno il ruolo di cattivi, seppure da comprimari.


SergeantRutledge

Lo spettacolare scenario della Monument Valley è ancora una volta lo sfondo ideale della messa in scena fordiana, che torna a girare su alcuni luoghi già usati in Sentieri selvaggi come il guado sul fiume dove avviene l’attacco indiano. I canyon non fanno solo da sfondo ma acquistano una forte valenza simbolica rappresentando l’oppressione di Rutledge quando deve decidere se fruttare l’opportunità di fuga offerta dall’attacco indiano, il paesaggio si apre quando il soldato fugge a sottolineare la ritrovata libertà ma poi il senso del dovere lo riporterà sui suoi passi perché, dirà il sergente durante il processo, senza l’esercito non sarei niente solo un altro negro in fuga.
IDannatiEGliErоiUna mia notazione personale che esprimo con beneficio di inventario, riguarda la curiosità di sapere se John Ford ha mai visto Segantini, forse saranno ancora mie impressioni della bella mostra milanese, ma mi è parso di rivedere le atmosfere di Alla stanga durante un momento di riposo nella spedizione contro gli indiani e l’abito azzurro di Costance Towers con suo cappello di paglia nel finale mi ricordava Mezzogiorno sulle Alpi: solo suggestioni?

Le avventure del topino Despereaux

Despereaux

Il regno di Dor e’ famoso per la bonta’ della sua zuppa, almeno fino a quando il ratto Roscuro non cade accidentalmente nel pentolone provocando la morta della regina. Il re, sconvolto da dolore, bandisce i ratti e la zuppa, gettando una cappa di tristezza sul regno, ma la nascita dell’indomito topolino Despereaux, che preferisce leggere le storie cavalleresche piuttosto che mangiare i vecchi libri della biblioteca, riportera’ il giusto ordine delle cose. 
Anche la Universal si accosta al cartone animato in computer grafica con la trasposizione del racconto di Kate DiCamillo. 
Il film e’ piacevole anche se la trama, un po’ troppo complessa per l’interazione del mondo umano con quello dei ratti e quello dei topi, a volte accusa qualche lungaggine. 
Il protagonista e’ un topo, gia’ fisicamente diverso dagli altri, piu’ piccolo della media e con orecchie alla Dumbo che pero’ sfoggia una curiosita’ per il mondo che lo circonda cosi’ forte da sfidare le convenzioni della sua razza, che vuole che un topo possa sopravvivere solo grazie alla paura. 
Oltre al coraggio di Despereaux, la pellicola esalta il senso di comprensione per gli altri: il perdono nasce dal capire quelllo che di male noi possiamo aver fatto al prossimo per spingerlo ad essere cattivo nei nostri confronti, un tema decisamente insolito per una pellicola, in particolare destinata ai ragazzi. 
La vera originalita’ del film pero’ sta nel costruire un differente immaginario visivo: l’ultima generazione di cartoon deve la sua fortuna al continuo rimando cinefilo ai classici del grande schermo e anche ne Le avventure del topino Despereaux, il perfido capo dei topi richiama il Nosferatu di Murnau, ma a parte questa concessione lo stile del disegno si rifa’ espressamente alla storia dell’arte in particolare alla pittura fiamminga: il volto della principessa Pea ripropone l’ovale allungato di di una madonna gotica, l’arena dei ratti richiama La torre di Babele di Bruegel il Vecchio e per finire il cuoco di corte ha un aiutante magico fatto di frutta e verdura il cui nome e’ Boldo, chiaro omaggio al nostro fantasmagorico Arcimboldo.