Profezia di un delitto

Les magiciens
Francia7 Italia, 1976
con Franco Nero, Stefania Sandrelli, Jean Rochefort, Gert Fröbe, Gila Von Weitershausen, Cecile Labussière, Moheddine Mrad, Jalila Baccar
regia di Claude Chabrol



Profezia di un delitto


Il ricco e annoiato Edouard, in vacanza a Djerba fa amicizia col veggente Vestar che si esibisce con numeri di magia nel resort ma vanta poteri paranormali. Quando predice l’aura malevola che circonda una cavallerizza che poco dopo cade malamente da cavallo, Edouard fa disdire la tournee all’indovino e lo paga per seguire gli sviluppi della vicenda. La donna è Sylvia, sposata con un architetto di origini arabe, Sandry, i due, in crisi, sono sull’isola di cui è originario il marito per stare vicino alla madre di lui che sta morendo. Sylvia in realtà non ha mai incontrato la suocera timorosa di ferirla con i suoi modi troppo occidentali. Sandry riprende la relazione con Martine una vecchia fiamma e la spaccia per la moglie quando va visitare la madre. Edouard, accortosi della tresca di Sandry manipola i due coniugi per cercare di far avverare la profezia di Vestar ed effettivamente avviene un delitto…



Profeziadiundelitto


Il film è introdotto da una lunga didascalia sui poteri paranormali e il peso che hanno sull’esistenza dell’uomo, le scritte, lette da una voce off, scorrono su alcuni quadri di Magritte e il film mantiene i riferimenti pittorici soprattutto negli esterni tra deserto e mare che diventano linee astratte come i quadri di Rothko, anche il nitore delle strutture del resort acuiscono il senso surreale del film, che pur essendo un ‘opera minore meriterebbe di essere restaurato proprio per ritrovare pienamente le valenze pittoriche.
Profezia di un delitto non è certo tra i film più memorabili di Chabrol ma presenta le tematiche cardine dell’autore: l’indagine sulla coppia e l’omaggio a Hitchcock: la pellicola è un divertissement sulla previsione del futuro: le visioni di Vestar si sarebbero avverate comunque senza l’intervento di Edouard? L’annoiato milionario arriva anche a chiedere la complicità di una bambina a cui compra uno stock di palloncini rossi da lasciar volare via al suo ordine.



Les magiciens


Lo scavo sulla coppia è come sempre piuttosto crudo: Sylvia e Sandry sono una coppia interraziale: ebbene sì Franco Nero, coi sui occhi azzurri e i suoi capelli biondi interpreta un tunisino che avuto successo in Europa!!! Sylvia è noiosa e infantile e non apprezza per nulla Djerba, luogo natale del marito in cui è costretta a trascorrere tutte le vacanze per dare l’occasione al compagno di rivedere la madre. Quando scopre la tresca del marito tutto il latente razzismo ddlla donna esplode provocando la furia omicida di Sandry che non si sfoga solo sulla moglie ma anche sul veggente colpevole di aver predetto la cruenta fine del suo matrimonio (è solo un mezzo spoiler perché di assassinii Sandry ne compirà solo uno…)

Scappa – Get Out

Get Out
USA 2017 Universal
con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener, Bradley Whitford, Caleb Landry Jones, Betty Gabriel, Marcus Henderson, Stephen Root, Lakeith Stanfield, Lil Rel Howery
regia di Jordan Peele



Getout


Chris, fotografo di colore, è un po’ agitato perché deve andare a conoscere i genitori di Rose, la ragazza con cui sta da cinque mesi e lei, caucasica, non li ha informati del colore della sua pelle, garantendo che non sono razzisti. Pur accolto con calore, Chris avverte qualcosa di strano nell’atmosfera di casa Armitage, soprattutto trova inquietanti i due domestici di colore. Uscito a fumare, incrocia Missy, la madre di Rose che è una psichiatra che ha messo a punto una cura per smettere di fumare con l’ipnosi e così, un po’ contro la sua volontà, Chris viene ipnotizzato.
Il giorno dopo arrivano tutti gli amici degli Armitage, per una tradizionale festa di famiglia e Chris ha l’impressione di conoscere l’unico ragazzo di colore così gli fa una foto di nascosto ma scatta il flash che provoca in Andre una strana reazione e soprattutto invita Chris a fuggire e mettersi in salvo…



Scappa getout


Campione d’incassi e vincitore della migliore sceneggiatura originale agli Oscar 2018, Scappa – Get Out è davvero un film interessante che sa aggiornare l’horror ai temi più attuali, stigmatizzando una forma di razzismo più sottile, quella che riconosce agli afroamericani una maggiore prestanza fisica (atletica e sessuale) mettendo in questo modo una distinzione tra le due razze e cercando persino, nel sotto finale degno della migliore tradizione degli scienziati pazzi, di fare in modo che la razza bianca possa sfruttare i vantaggi fisici dei neri e se l’uso dell’ipnosi per ridurre a sorta di zombie i malcapitati a casa Armitage, poteva essere abbastanza intuibile, l’idea della Coagula è davvero una bella trovata horror.



Scappa get out


Il regista Jordan Peele ha un passato da comico e non mancano i tocchi ironici affidati al personaggio di Rod, migliore amico di Chris a cui è stato affidato il cane per la visita a casa Armitage e che si preoccupa quando Chris non fa ritorno pur non essendo creduto dalla polizia; sarà proprio lui a risolvere il finale che come nella migliore tradizione horror presenta nemici sconfitti che ritornano più forti di prima, vedi il fratello di Rose. Per quanto riguarda il destino della fidanzata, che fino all’ultimo si spera ignara dei biechi propositi dei famigliari, è interessante notare che le sia riservato lo stesso destino della madre di Chris, punto debole del ragazzo su cui si era fatta leva per ipnotizzarlo.

La calda notte dell’ispettore Tibbs

CaldanotteispettoreTibbs

In the Heat of the Night
USA 1967
con Rod Steiger, Sidney Poitier, Warren Oates, Lee Grant
regia di Norman Jewison

L’ispettore Virgil Tibbs, esperto della omicidi di Filadelfia, si ritrova ad aspettare la coincidenza di un treno a Sparta, una sonnacchiosa cittadina del Mississippi. In quelle poche ore di permanenza in stazione, viene commesso un omicidio e Tibbs è subito sospettato come un nero vagabondo. Fatta valere la sua qualifica, Tibbs è costretto controvoglia ad indagare sull’omicidio e a fermarsi qualche giorno a Sparta: il soggiorno nella cittadina profondamente razzista non sarà per nulla facile..

In questa tragica estate che vede il razzismo rialzare prepotentemente la testa in America (ma non solo) le scene iniziali de La calda notte dell’ispettore Tibbs si rivelano tristemente attuali ricordando come una persona di colore sia automaticamente sospettata e come le convenga tacere e subire le imposizioni della polizia: Tibbs non apre bocca fino a quando non si trova nell’ufficio dello sceriffo Gillespie e può dimostrare le sue generalità.
A quasi cinquant’anni dall’uscita il film si rivela ancora un thriller corposo che si tiene stretta l’attenzione dello spettatore, trasmettendogli una sensazione soffocante come il caldo delle notti dell’America più profonda.
Nel 1968 La calda notte dell’ispettore Tibbs fece incetta di Oscar vincendo cinque statuette, la più meritata è quella andata a Rod Steiger per il ruolo dello sceriffo Gillespie, un razzista che nel corso della pellicola scende a patti con la sua coscienza e alla fine diventa amico di Tibbs.

Inheatofnight

Ottima la caratterizzazione dell’attore sempre intento a masticare nervosamente una gomma americana. La naturalezza di Steiger fa risaltare la tensione di Tibbs, prima irritato verso i soprusi subiti poi sulla difensiva perché preso di mira dai giovinastri del paese. Gli scontri sono rappresentati quasi come fossero balletti, ma del resto tra i più grandi successi di Jewinson si annoverano anche due musical: Jesus Christ Super Star e Il violinista sul tetto.
Di grande importanza anche la colonna sonora firmata da Quincy Jones: ritmati rock e blues a sottolineare che, almeno a livello musicale, aveva già vinto la contaminazione black.
Il film ebbe due seguiti sul grande schermo Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs nel 1970 e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs nel ’71, entrambi interpretati da Sidney Poitier, diversamente dalla serie televisiva L’ispettore Tibbs trasmessa in America tra il 1988/1995.

I dannati e gli eroi

SergeantRutledge

Sergeant Rutledge
USA 1960 Warner Bros,
con Woody Strode, Jeffrey Hunter, Constance Towers, Billie Burke,
regia di John Ford

Il nono cavalleggeri è un reggimento composto esclusivamente da soldati di colore e il sergente Braxton Rutledge è sicuramente l’elemento più valido del corpo, per questo desta grande scalpore l’accusa a suo carico di stupro e duplice omicidio. Pur avendo la possibilità di fuggire Rutledge si sottopone alla corte marziale e durante il processo si scoprirà la verità sulla morte della giovane Lucy Dabney.

Ennesimo ritorno di Ford al mondo della cavalleria con questo film che mescola al western il genere giudiziario: è attraverso i flashback dei testimoni che vengono rievocati gli eventi di cui è accusato il soldato e si capisce chi è il vero assassino. E’ sempre in tribunale, con la plebaglia che punta al linciaggio e con i tocchi comici riservati alla moglie del giudice e al suo codazzo di amiche che Ford descrive il razzismo serpeggiante nei confronti del condannato, il regista ne sa cogliere anche le forme più inconsce in Tom Cantrell, superiore e difensore dell’imputato nel processo e la sua fidanzata, Mary Beecher, che si è trovata coinvolta negli eventi dopo l’assassinio del padre da parte degli indiani, che per l’ennesima volta hanno il ruolo di cattivi, seppure da comprimari.


SergeantRutledge

Lo spettacolare scenario della Monument Valley è ancora una volta lo sfondo ideale della messa in scena fordiana, che torna a girare su alcuni luoghi già usati in Sentieri selvaggi come il guado sul fiume dove avviene l’attacco indiano. I canyon non fanno solo da sfondo ma acquistano una forte valenza simbolica rappresentando l’oppressione di Rutledge quando deve decidere se fruttare l’opportunità di fuga offerta dall’attacco indiano, il paesaggio si apre quando il soldato fugge a sottolineare la ritrovata libertà ma poi il senso del dovere lo riporterà sui suoi passi perché, dirà il sergente durante il processo, senza l’esercito non sarei niente solo un altro negro in fuga.
IDannatiEGliErоiUna mia notazione personale che esprimo con beneficio di inventario, riguarda la curiosità di sapere se John Ford ha mai visto Segantini, forse saranno ancora mie impressioni della bella mostra milanese, ma mi è parso di rivedere le atmosfere di Alla stanga durante un momento di riposo nella spedizione contro gli indiani e l’abito azzurro di Costance Towers con suo cappello di paglia nel finale mi ricordava Mezzogiorno sulle Alpi: solo suggestioni?

Django

Italia 1966
con Franco Nero, Loredana Nusciak, José Bódalo, Eduardo Fajardo
regia di Sergio Corbucci

Alla fine della Guerra di Secessione, Django, tirandosi dietro una bara, torna a casa sua, vicino al confine messicano. Lo spinge il desiderio di vendicare la morte della moglie per colpa del Maggiore Jackson. Con l’aiuto di una banda di ribelli messicani ruba l’oro di Jackson e, accecato dalla brama di denaro, dimentica il suo proposito di vendetta ma sconterà la sua colpa e porterà a termine la sua missione.

Django

Sull’onda del successo della trilogia del dollaro di Sergio Leone, iniziata nel 1964, Corbucci rielabora la materia western in maniera piuttosto diversa dall’illustre predecessore. Se il western di Leone è una terra dura e scabra, dalla fotografia iperrealista, il western di Corbucci è fatto di fango, quello della strada del villaggio fino a quello delle sabbie mobili in cui finisce l’oro di Jackson.
L’atmosfera del film è sempre spettrale e sospesa a partire da quella bara che il protagonista si tira dietro in ogni dove. I toni più caldi della fotografia, i colori accessi e un po’ assurdi delle prostitute del saloon hanno un sapore quasi fellininano, più che derivare dal modello di Sergio Leone.
Notevole il gusto della composizione: d’impatto la macchina da presa che rotea in soggettiva durante la rissa al saloon e si segnala l’immagine finale nel cimitero di Tumbstone tra croci sbilenche e rami di alberi contorti, una sinfonia in marrone dove spicca il rosso del manico della pistola incastrata nei ghirigori di una croce di ferro.
Franco Nero è sicuramente un epigono di Clint Eastwood, e un tassello fondamentale in quella schiera di biondi dagli occhi di ghiaccio che partendo da Clint termina con Terence Hill: in Django c’è già la sottolineatura sonora delle scazzottate che diventerà il marchio di fabbrica del duo Bud Spencer e Terence Hill.
Non ci si può esimere dal confronto tra il Django originale del 1966 e l’omaggio tarantiniano di Django Unchained che (fortunatamente) sta spopolando al botteghino. Le due trame hanno ben poco in comune, Tarantino cita espressamente l’incipit che inquadra solo i passi del protagonista e l’arrivo in paese con la prostituta alla finestra. La tematica del razzismo invece è presente anche nel film del 1966 con la banda di Jackson che gira con inquietanti cappucci rossi, cambia l’oggetto dell’odio razziale: i messicani al posto dei neri.

Django Unchained

Djangounchained Nel 1858 il cacciatore di taglie Dr. King Schultz, libera uno schiavo per avere la sua collaborazione e riuscire a catturare tre ricercati. Tra Schultz e Django si instaura un rapporto di amicizia e il cacciatore di taglie decide di aiutare l’uomo a rintracciare e liberare la moglie, Broomhilda, che si scopre essere nelle mani del proprietario terriero Calvin Candie la cui fama di feroce schiavista è leggendaria in tutti gli Stati del Sud.

Secondo film, dopo Inglourious Basterds, in cui Tarantino rilegge (a modo suo) la Storia, avvalendosi di un quartetto di attori (Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson) in stato di grazia.
Il regista pulp per eccellenza sembra avvertire la necessità di contestualizzare storicamente la violenza per dare una valenza morale alle sue pellicole facendole uscire dal sottobosco criminale di cui ha raccontato le dinamiche fino a Grindhouse – A prova di morte.
Se in Bastardi senza gloria la distinzione tra buoni e cattivi era manichea: ebrei e partigiani contro i nazisti, in Django Unchained c’è un ulteriore scatto morale perché il film si può leggere come l’epopoea dello schiavo liberato Django o come il percorso di presa di coscienza dell’adorabile Dr. Schultz che lo porta all’estremo sacrificio. Perchè proprio nel momento in cui la messa in scena per liberare Broomhilda sta per andare in porto, Schultz non riesce più a restare nei limiti del personaggio che si era costruito, proprio lui che più volte ha ripetuto a Django che una volta entrati nel personaggio non è più possibile uscirne? Non certo per permettere a Tarantino di regalarsi il cameo più lungo e divertente della sua carriera!
Schultz si presenta a Django equiparandosi a uno schiavista: anche lui vive vendendo carne umana un tanto al chilo, si reputa migliore di un proprietario di schiavi perché elimina solo persone che la legge ha riconosciuto come criminali (anche se li uccide davanti ai loro figli) ma nel momento in cui entra in contatto con il perverso Candie si rende conto che se vuole essere davvero superiore a un individuo così viscido deve uscire dal personaggio e rivendicare la propria dignità rifiutando una stretta di mano.
Un’altissima lezione morale che Tarantino racconta con il suo solito stile grondante ironia il che non è un male perché la scena che meglio stigmatizza l’idiozia dei membri del nascente Ku Klux Klan è quella che li mostra come una banda di cazzoni che perde tempo discutendo sulla qualità dei sacchetti che usano per mascherarsi, talmente pessima da non fargli vedere nulla.
Nella sua geniale capacità di mescolare stili e suggestioni, Tarantino in Django unchained riesce a coniugare l’omaggio filologico (musiche, scene e Franco Nero) dello spaghetti western Django di Corbucci con la leggenda nibelunga di Sigfrido, facendo vestire i panni di uno degli eroi ariani per eccellenza a uno schiavo nero, ulteriore raffinato sberleffo al razzismo.

Monsieur Lazhar

MonsieurLazhar Canada, Montreal: una mattina una classe trova la propria insegnante impiccata in aula: reperire un/a supplente che voglia gestire la complessa situazione della scolaresca non è facile per la direzione scolastica, finché un giorno, Monsieur Lazhar, profugo algerino, si propone direttamente alla preside della scuola e ottiene la cattedra..

Monsieur Lazhar ha fatto incetta di premi in patria ed è stato giustamente inserito nella cinquina in lizza per il miglior film straniero agli Oscar 2012.
Quello che sorprende dell’opera di Philippe Falardeau è la levità e la delicatezza con cui viene affrontato un tema così spinoso come la morte: anche nella bella scena finale, il film si conclude un momento prima di arrivare alla commozione. Sorprende perchè la morte è un argomento praticamente rimosso dalla società contemporanea e nella pellicola viene trattato su due livelli, la tragedia scolastica e il dramma personale del supplente che sta chiedendo l’asilo politico in Canada in quanto sua moglie ei suoi figli sono stati uccisi per l’impegno politico della consorte. Bachir Lazhar all’inizio manifesta una rabbia latente nel confronti della suicida ed è comprensibile che chi si è visto portare via la famiglia non accetti che qualcuno getti via la sua vita senza un valido motivo ma nel corso dell’anno anche la posizione di Lazhar verso la maestra si smusserà come i nodi che il dramma ha creato all’interno della classe, dove qualcuno tra gli allievi si crede responsabile.
Il tema della morte, di come viene affrontata, o per meglio dire rimossa, racconta moltissimo di una società quasi anafettiva: gli alunni vivono quasi tutti condizioni di solitudine in famiglia, l’elaborazione del lutto viene affidata alla sola psicologia perché il contatto umano tra allievo e maestro è praticamente proibito. Non manca la stigmatizzazione del razzismo strisciante, anche se involontario: se l’Africa non viene più considerata inferiore per razza, viene dato per scontato che sia arretrata culturalmente o tecnologicamente da qui le battute sui metodi d’insegnamento del professore algerino e soprattutto la scena del cartellone appeso in corridoio: le capitali occidentali sono mostrate nell’imponenza dei loro grattacieli mentre il Senegal è rappresentato dalla vecchia fotografia (quasi un dagherrotipo) di una capanna.
Un film toccante ed acuto, consigliatissimo.

This is England

Inghilterra 1983. Il dodicenne Shaun, orfano di padre, caduto nelle Falkland e’ lo zimbello della scuola; quasi per caso diventa il begnamino di una banda di skinhead piu’ grandi di lui e la serenita’ sembra ritornare nella sua vita, almeno fino a quando non esce dalla prigione Combo, un componente della banda che chiede al gruppo di fare una scelta politica di stampo nazionalista spaccando di fatto la compagnia..




Thisisengland


Il lavoro piu’ celebre di Shane Meadows arriva nelle sale italiane con cinque anni di ritardo (il film e’ del 2006) e dopo che l’autore nel 2010 ha tratto un sequel in quatto episodi, This is England ‘86.
Ritardo o no resta la forza dirompente dello spaccato di un fenomeno sociale, quello delle gang giovanili seguito con l’interesse di un entomologo nel momento in cui gli skinhead si trasformano da fenomeno di aggregazione giovanile legato alla musica ska, a polo di attrazione per nazionalisti razzisti e xenofobi. Meadows ci descrive la vestizione, gli equilibri psicologici per cui gli elementi piu’ deboli finiscono sempre per gravitare nelle orbite dei personaggi piu’ spavaldi e spesso pericolosi, come il sociopatico Combo, interpretato da un impressionante Stephen Graham che forse molti hanno presente come Al Capone in Boardwalk Empire e lasciatemi dire che il boss italoamericano e’ una mammoletta rispetto all’energetico psicotico Combo le cui terribili esplosioni di rabbia sono dettate da futili motivi.
Interessante la scena della riunione del partito nazionalista, che per toni e concetti ricorda i comizi del fenomeno leghista italiano che nasceva negli stessi anni.
Il film e’ aperto e concluso da immagini di repertorio che sintetizzano l’inghilterra dei primi anni ‘80, dominati dalla Lady di Ferro Margaret Tatcher. Tra le icone di quegli anni, il matrimonio di Carlo e Lady D, un giovanissimo Simon Le Bon, si inseriscono crudi frammenti dei reportage sulla guerra lampo nelle Falkland. Finale forse un po’ troppo conciliante, anche se amaro, con Shaun che abbandona gli estremismi sulle immagini del ritorno glorioso degli eroi delle Falkland

Miracolo a Sant’Anna

Miracoloasant'anna

Quel “miracolo” nel titolo dell’ultima fatica di Spike Lee ricorda film come Miracolo nella 34° strada o Il miracolo delle campane, pellicole dove l’elemento strappalacrime e fantastico veste un ruolo fondamentale e Spike Lee sembra far rivivere reminiscenze di quel genere filmico nel personaggio di Angelo Toracelli, il bambino salvato dall’amico immaginario (in realta’ l’amico non sopravvissuto all’eccidio di Sant’Anna) facendolo ricomparire come deus ex machina alla fine del film.

Purtroppo questo cote’ favolistico poco si sposa con l’episodio di cruda guerra che Lee vuole raccontarci, inserendo per la prima volta il tema a lui caro dell’integrazione razziale dei neri americani nel piu’ ampio affresco della seconda guerra mondiale, dove i sentimenti di odio ed incomprensione si esasperano anche tra persone dello stesso gruppo sociale (pero’ c’e’ anche un tedesco buono, anzi due).
Quello che credo sia alla base del parziale fallimento in un’opera cosi’ ambiziosa e’ dunque la mancanza di un registro univoco: questo continuo saltare dal lacrimevole al grottesco (le comari del paesino, tra i cui abitanti si salva solo la caratterizzazione fiera di Omero Antonutti) penalizza l’intera opera.