Il vento

Ilvento The Wind 1928 MGM
con Lillian Gish, Lars Hanson, Montagu Love, Dorothy Cumming
regia di Victor Sjöström

La raffinata Letty Mason si trasferisce all’Ovest dalla Virginia, per vivere presso l’amato cugino Beverly ma la sua presenza suscita la gelosia della moglie Cora che arriva al punto di minacciarla se non si accasa al più presto. Letty si vede così costretta ad accettare la proposta di matrimonio dello zotico Lige che la prima notte di nozze capisce tutto il disprezzo della moglie e giura di rimandarla in Virginia appena avrà i soldi per farlo. Intanto la vita è sempre più dura perché la zona è costantemente battuta da venti furiosi, intollerabili per la ragazza e proprio durante una tremenda tempesta Letty finirà per ammazzare un uomo..

Il vento è il capolavoro del regista svedese Victor Sjöström la cui potenza visiva è rimasta intatta in questi novant’anni, soprattutto nella sequenza della tempesta di vento che trasmette ancora il senso di delirante oppressione che l’ambiente inospitale esercita su Lotty.
Alcune soluzioni sono di tipo espressionista, come l’oscillazione del lampadario che provoca giochi di luci ed ombre che paiono ipnotizzare lo sguardo allucinato di Lotty ma Sjostrom opta anche per immagini puramente fantastiche come il cavallo in sovrimpressione che impersona il terribile vento del Nord che sconquassa vite e abitazioni dei coloni, simbolo indomabile di una natura selvaggia che oppone una strenua resistenza agli uomini che cercano di domarla costringendoli a scendere a patti con gli aspetti più violenti del carattere umano.
ThewindGirato quasi sempre a ripresa fissa con molti dettagli degli oggetti o alcune scene raccontate solo con il dettaglio dei piedi come l’imbarazzo di Lotty e Lige appena sposati, il film stupisce inserendo improvvisamente un carrello in avanti su Roddy quando Lotty gli spara, per sottolineare lo stupore dell’uomo che non si aspettava la reazione violenta della donna e pensava di dominarla.
Un altra caratteristica del film per evidenziare la differenza tra Lotty e i suoi nuovi concittadini è l’uso delle didascalie: quelle riferite alla donna sono grammaticamente perfette mentre le altre sono sgrammaticate e con errori di ortografia: i cavalli saranno sempre “hosses” e mai horses; del resto nei titoli di testa anche il cognome del regista viene americanizzato in Seastrom.
La prova di Lilian Gish è davvero memorabile nel sottolineare, soprattutto con l’intensità dello sguardo, il percorso emotivo, spinto al limite della follia, della protagonista che conosciamo mentre viaggia sul treno verso Ovest sicura e senza problemi nel flirtare con Roddy, l’uomo che poi ucciderà.



Thewind


Un commento merita anche l’ottima musicazione dei Cinestesia che ha sottolineato l’intensità emotiva della pellicola con un’improvvisazione che ricordava i Pink Floyd.

Visto a SpazioMusica di Pavia per il ciclo di film muti musicati dal vivo.

Joy

Joy

Joy è una trentenne molto volonterosa e di buon cuore che ha rinunciato ai suoi sogni per occuparsi di tutta la famiglia: nel seminterrato ospita il marito divorziato con cui ha avuto due figli, si occupa della madre depressa che da anni vive reclusa in casa guardando solo soap opera. Torna a vivere da lei anche il padre sciupafemmine appena lasciato e già in procinto d’innamorarsi di una ricca vedova. Un giorno Joy ha un’idea brillante per un mocio che si strizza da solo e per una volta nella vita esige dalla famiglia l’aiuto che le deve..

Joy avrebbe potuto essere un film interessante perché l’ascesa di una donna che dal nulla riesce a creare un’impero economico avrebbe potuto essere stimolante per le donne impegnate nelle battaglie per ottenere lo stesso stipendio degli uomini e un ottimo esempio per le ragazzine a cui sono dedicate diverse campagne perché abbiano il diritto di fare ciò che vogliono: tra l’altro è proprio riconettendosi con la sua parte infantile di fantasiosa inventrice che Joy, dopo un lungo letargo, trova le forze per inventare un prodotto rivoluzionario e combattere per far valere i propri diritti.
JoyA non funzionare è lo stile scelto: la voce off della nonna dona alla storia una dimensione fiabesca (la neve ricorda un po’ Edward Mani di Forbice) reso fintamente cinico dalle atmosfere da soap opera. Il messaggio positivo di donna volitiva si perde così nella morale da Cenerentola per cui Joy sembra venir premiata col successo finale più per il suo buon cuore visto che perdona più volte i tiri mancini dei parenti che la ostacolano. Minor risalto ha invece l’impegno con cui persegue il suo intento, impegno che si sa, per una donna dev’essere più di quello speso da un uomo; a ben pensarci se taglio fantastico doveva essere era più indicato il genere supereroi(na).

Cercasi Susan disperatamente

Desperately Seeking Susan
Usa 1985 Orion
con Rosanna Arquette, Madonna, Aidan Quinn, Robert Joy
regia di Susan Seidelman

Cercasisusandisperatamente

Roberta, annoiata casalinga del New Jersey, si appassiona alle vicende di due ragazzi che si tengono in contatto nella rubrica dei cuori solitari al punto che decide di spiare un loro incontro. Finirà per essere scambiata per Susan e trovare una nuova vita..

Cercasi Susan disperatamente è il primo film in cui Madonna ha un ruolo degno di nota, quello di una ragazza molto disinibita e inaffidabile che finisce per impegolarsi in una brutta vicenda di antichi gioielli egizi trafugati dove ci scappa anche il morto. A rischiare la pelle però è Roberta, l’annoiata mogliettina borghese che per curiosità si è messa alle costole di Susan e ha comprato un suo giubbotto che causa lo scambio di persona reso possibile da una provvidenziale botta in testa che provoca un’amnesia temporanea a Roberta.
La trama è piuttosto complicata e in fondo secondaria: il film è ancora oggi un cult per la costruzione dello stile anni ’80: Madonna è nel suo periodo di pizzi e merletti che ogni ragazza in quegli anni ha imitato.
Desperatelyseekingsusan Ad aprire il film c’è la celebre scena dell’asciugatore automatico con cui Madonna si rinfresca, che poi chissà perché quella sequenza è entrata nell’immaginario: non è sensuale o particolarmente di rottura, forse restituisce solo il senso di libertà del periodo e racchiude la sostanza divertita e underground del film che è il trionfo del post-: Jim, il pseudo fidanzato con cui Susan si tiene in contatto attraverso la rubrica dei cuori solitari suona in una banda post-punk e parte per la tourneè sulle note di Lust for Life cantata da Iggy Pop.
Di Madonna nella colonna sonora passa solo Into the Groove il cui video è composto esclusivamente da spezzoni del film.
Tra leggerezza e un briciolo di follia la pellicola prende comunque in giro il sogno americano della villetta nel quartiere residenziale: è da lì che Roberta fugge in preda alla noia per ritrovare sé stessa nel caos della metropoli.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Lochiamavanojeegrobot

Enzo Ceccotti è un ladruncolo che per sfuggire alla polizia cade nel Tevere e sfonda un barile di materiale tossico. Salvatosi per miracolo, Enzo torna a casa a Tor Bella Monaca e scopre che da quel bagno indesiderato ha ottenuto un forza sovrumana che pensa di poter utilizzare per rapinare bancomat ma Alessia, figlia disturbata di un malvivente che abita nello stesso palazzo di Enzo, lo convince poco a poco di essere un supereroe con il compito di salvare l’umanità..

E’ sicuramente il debutto più convincente e interessante della stagione quello di Gabriele Mainetti, attore anche di fiction come La Nuova Squadra che in Lo chiamavano Jeeg Robot sa costruire un perfetto film di supereroi all’italiana: siamo al secondo film dopo il buon Il Ragazzo Invisibile di Salvatores e non resta che augurarci che il comics all’italiana diventi un genere fiorente e che ci riempa di soddisfazioni.
Nel ruolo del protagonista c’è il richiamo all’anime degli anni’70, per inciso il mio preferito perchè Hiroshi Shiba si trova costretto a diventare un salvatore dell’umanità, cosa di cui farebbe anche a meno, un po’ come Enzo Ceccotti a cui basterebbe sradicare un bancomat ogni tanto con la sua forza sovrumana per soddisfare le proprie esigenze basilari: una dieta di budini alla vaniglia e un maxi schermo su cui vedere gli amati porno.
La vicenda dell’antagonista deriva dai supereroi Marvel: Lo Zingaro è il capo di una batteria che vorrebbe diventare un malavitoso temuto e rispettato, soprattutto conosciuto da tutti perché la fama l’aveva già provata in gioventù quand’era ospite fisso di Buona Domenica. Il vilain riuscirà ad ottenere la forza sovrumana di Jeeg e a quel punto lo scontro tra i due antagonisti si farà frontale, certo gli americani avrebbero tratto almeno due capitoli di una saga da questo intreccio ma il lato ironico del film sta anche in questa capacità di rileggere i topos classici di una saga comics. La follia crudele e demenziale dello Zingaro è perfettamente interpretata da Luca Marinelli, che già mi aveva colpito in Non essere cattivo di Caligari.
Bravissima anche Ilenia Pastorelli nel tenerissimo ruolo di Alessia, ragazza abusata che si è rifugiata in un mondo fantastico costruito intorno al cartone di Jeeg Robot. Con la sua follia riuscirà a far uscire Enzo dalla sua misantropica solitudine e ridargli uno scopo nella vita.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un perfetto film di genere che però riesce a parlare del nostro tempo: l’ossessione per i social, la difficoltà di rapportarsi con l’altro sesso e tra tante scene d’azione riesce anche a regalare momenti di pura poesia come il palloncino rosa volato via e fermato dalla gabbia di vetro del centro commerciale.

Ray Milland

Raymilland

Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.

Milland'30

Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.

Giorniperduti

La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.

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Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo  pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.

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Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.

Lo sport preferito dall’uomo

Man’s Favorite Sport?
Usa 1964 Universal
con Rock Hudson, Paula Prentiss, Maria Perschy, Charlene Holt
regia di Howard Hawks

San Francisco: Roger Willoughby è l’impiegato di punta del reparto caccia e pesca di Abercrombie & Fitch Co: ha scritto un libro sulla pesca e per questo viene creduto un campione. Un giorno però Willoughby viene costretto dal suo capo a partecipare a un famoso torneo di pesca sul lago Wakapoogie: l’idea è venuta ad Abigail Page, una volitiva ragazza che cura le pubbliche relazioni dell’hotel che ospita l’evento. Inutile per Willoughby confessare di non saper pescare, l’intraprendente fanciulla si propone di istruirlo nell’arte della pesca..

Lo sport preferito dall’uomo è il quart’ultimo film di Howard Hawks e l’ultima commedia da lui diretta.
Il regista che più di tutti ha raccontato lo scontro tra i sessi, che in quest’ultima pellicola rappresenta con due locomotive che si scontrano frontalmente, da l’addio alla commedia brillante ispirandosi al suo capolavoro: Susanna! La pellicola del 1938 viene citata esplicitamente quando a Easy Mueller, la figlia del proprietario dell’albergo, si strappa l’abito e per aiutarla Roger cammina sincrornizzato alle sue spalle proprio come facevano Katharine Hepburn e Cary Grant.

Paula Prentiss è adorabile nel ruolo di Abigail, una fanciulla che sa quello che vuole (ben presto capisce di volere Roger) e raggiunge i propri risultati con una faccia tosta incredibile, passando dalla sfrontatezza al pianto senza problemi ma è Rock Hudson ad offrire una prova perfetta: ragazzone mite, vittima della fama del suo libro, che non sa come districarsi dalle idee folli di Abigail.
L’attore è sempre in scena e oltre ad essere vittima di Abigail è anche vittima di una natura che gli si ritorce contro: Roger non ha mai lasciato la città e si trova costretto a fare camping e praticare uno sport di cui non sa nulla e nonostante le mille traversie esplicitate in divertenti gag molto fisiche, Roger riuscirà a vincere la gara con la classica (!) fortuna del principiante.
Pur richiamandosi alla grande stagione della commedia screwball, Hawks è molto attento ai tempi in cui vive: le ragazze sono molto più disinibite e sensuali che negli anni ’30 creando ancora più problemi alla vittima designata che provocano involontariamente girando fasciate in aderentissime tute da sub o con camicette rese trasparenti dalla pioggia.

 

 

 

 

William A.Wellman

Williamwellman

William Augustus Wellman nasce il 29 febbraio 1896 a  Brookline nel Massachusetts da una famiglia che discende dai Padri Fondatori e da un firmatario della Dichiarazione d’Indipendanza ma il giovane Bill è uno scavezzacollo che finisce per essere espluso da scuola e fare diversi mestieri per mantenersi.
Douglas Fairbanks lo nota durante uno spettacolo teatrale e gli suggerisce di fare l’attore ma il giovane Wellman preferisce andare volontario nella Prima Guerra Mondiale per poter coronare il proprio sogno: diventare aviatore. Si distingue per il suo coraggio in battaglia e riceve la Croce di Guerra ma viene abbattuto dalla contraerea tedesca ed è costretto a tornare in patria per diventare addestratore di volo in California dove incontra nuovamente Fairbanks e si lascia convincere a recitare.
Debutta in The Knickerbocker Buckaroo del 1919 ma quello dell’attore è un mestiere che Wellman ben presto inizia ad odiare mentre è sempre più attrato dalla macchina da presa. Già nel 1920 debutta come regista non accreditato per la Fox in The Twins of Suffering Creek.
Il debutto accreditato dietro la cinepresa è del 1923 in ben due film che gira nello stesso giorno: The Man Who Won e Second Hand Love: la rapidità nelle riprese resterà una caratteristica peculiare della sua carriera.
Wellmanwingsbison-ashx Nel 1927 gira Ali (Wings) la storia di due aviatori rivali in amore che diventano amici al fronte. L’opera è muta e sonorizzata in un secondo tempo, nel 1929.
Ali è stato il primo film a vincere, insieme ad Aurora di F.W.Murnau, la prima edizione degli Oscar del 1929 come miglior produzione categoria che poi si sarebbe trasformata in quella del miglior film.
E’ stato anche il primo film a mostrare il bacio (fraterno!) tra due uomini e ad introdurre la nudità: si vede la visita medica di un arrualamento e fa capolino il seno nudo della protagonista Clara Bow, sex symbol dell’epoca.
Il primato più importante di Ali è però quello di aver inventato un nuovo genere quello dei film di guerra con battaglie aeree, cui appartiene il film di Howard Hughes, Gli angeli dell’inferno, di cui ci ha raccontato Martin Scorsese in The Aviator.
Scorsese è un grande ammiratore di Wellman, regista che viene considerato solo un abile artigiano, e sostiene che il suo primo gangster movie Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno trova anche ispirazione nel celeberrimo lavoro di Wellman del 1931, Nemico Pubblico, film di cui restano ancora oggi memorabili alcune scene, come quella di James Cagney che spreme mezzo pompelmo sulla faccia della fidanzata.

Nemicopubblico

Molto attivo per tutti gli anni ’30, Wellman spazia nei diversi generi: dall’avventura de Il richiamo della foresta (1935) con Clark Gable, ispirato molto liberamente al romanzo di Jack London, alla commedia sofisticata (e cinica) Nulla sul serio del 1937 in cui un reporter (Fredric March) segue il caso di una ragazza (Carole Lombard) che sta per morire per avvelenamento da radio ma la ragazza sta benissimo e finge la malattia solo per godersi New York spesata dal giornale.
Sempre del 1937 è il film che valse a Wellman l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale di E’ nata una stella (ispirata al film di Cukor del 1932, A che prezzo Hollywood?). La pellicola vanta due remake, quella di George Cukor del 1954 con Judy Garland e quella del 1976 con Barbra Streisand diretta da Frank Pierson.

Wellman30

Se il film sulla legione straniera Beau Geste del 1939 con Gary Cooper, che aveva avuto un piccolo ruolo anche in Ali, è ancora noto, quasi misconosciuta è diventata la pellicola del 1942 interpretata da Ginger Roger Adolphe Menjou e George Montgomery, Condannatemi se vi riesce!, commedia satirica sullo showbiz, adattamento di una commedia alla base anche del musical Chicago. Secondo imdb era tra i film preferiti di Kubrick.
Il capolavoro di Wellman arriva nel 1943, con Alba fatale, un western realistico contro il linciaggio che secondo wikipedia è tra i favoriti di Clint Eastwood (vedi un po’ ‘sti artigiani del cinema..).
Seguono una serie di film di guerra tra cui spiccano I forzati della gloria del 1945, Bastogne (1949), Prigionieri del cielo del 1954 che gli vale una nomination per la miglior regia, alternati a western come Cielo Giallo con Gregory Peck del 1948 e il particolarissimo Donne verso l’ignoto che racconta di una carovana di donne che da Chicago vanno a raggiungere i pionieri nel West per sposarsi con loro. Un film epico girato tutti in esterni che racconta la conquista del West attraverso la figura femminile, coraggiosa e indomita tanto quanto gli uomini che l’ha preceduta.

Wellmanwestern

Wellman si ritira dalle scene del 1958 con un ultimo film di battaglie aeree della Prima Guerra Mondiale, La squadriglia Lafayette.
Si spenge il 9 dicembre 1975.

Mad Max – Fury Road

Madmaxfuryroad Nel suo peregrinare in un mondo sempre più disastrato e impoverito, Mad Max finisce alla Cittadella, dove Immortam Joe un vecchio dittatore, governa il popolo razionando l’acqua, possiede un esercito di giovani deformi a causa delle radiazioni atomiche che si sacrificano in nome di un delirio religioso ma soprattutto ha un harem di mogli bellissime e sane con cui vuole migliorare la razza. Furiosa, una delle “imperatrici” di Joe, rapita da piccola da una tribù di sole donne, cerca di tornare al suo luogo d’origine portando con sé le favorite dell’harem per restituire loro la libertà..

George Miller riprende in mano il suo eroe e lo adegua ai tempi gonfiando il tutto: veicoli più fantasmagorici, più inseguimenti, più esplosioni.
Nonostante l’accentuazione degli aspetti fumettistici Fury Road rimane fedele all’estetica tribal-punk inventata dal regista: che cos’è l’immaginifica chitarra sputafuoco con il suo apparato di autoparlanti e tamburi, se non la versione punk delle bande militari che accompagnavano gli eserciti in guerra?
Lo snodo più originale della vicenda non è tanto la presenza di donne guerriere come Furiosa, che resta comunque un bellissimo personaggio o la tribù matriarcale delle Vuvalini: l’idea delle donne come portatrici di un modello di vita più naturale che salvaguarda la natura e la sua biodiversità è piuttosto scontata.
Innovativa è l’idea che non esiste un luogo migliore da raggiungere dove ricostruirsi una vita (il “Luogo Verde” dell’infanzia di Furiosa è stato devastato dai cambiamenti climatici) ma che solo salvaguardando il posto in cui si vive dalla corruzione e dalla sopraffazione si può trovare una redenzione. E’ l’intuizione di Mad Max che però nella sua follia sempre più allucinata dai ricordi continua a vagare senza meta.

Hayez

Hayez La mostra dedicata a Hayez è imperdibile non solo perché per la prima volta sono accostate le tre versioni de Il Bacio ma anche perché è la più ampia monografica dedicata al pittore veneto con alcuni quadri esposti per la prima volta.
Anche la sede è davvero prestigiosa: le Gallerie d’Italia occupano il palazzo storico sede della Banca Commerciale Italiana ed è un piacere girare nei lussuosi ambienti che ora ospitano la collezione del Novecento di Intesa San Paolo e notare la cura degli sportelli o scendere al piano inferiore e sbirciare nel caveau: in epoca di profonda crisi economica questo guardo sulla solidità economica del passato è quasi commovente.
La mostra dedicata a Francesco Hayez ha un andamento cronologico: com’è noto il pittore nacque da una modesta famiglia veneziana il 10 febbraio 1791, studiò all’accademia delle Belle Arti di Venezia, a Brera e poi fu a Roma dove Antonio Canova fu suo mentore e dello scultore trevigiano sono esposte in mostra alcune sculture che dimostrano lo stretto legame tra i due artisti.

La Maddalena Penitente del #Canova è a Milano fino a domenica 21/2 per la mostra di #Hayez

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

Eccelso nella pittura del nudo, Hayez procurò più volte scandalo con le sue Maddalene discinte ritenute poco adatte al soggetto religioso a cui rimediò col castissimo Crocifisso con la Maddalena ma lo scandalo più grande lo suscitò con Venere che scherza con due colombe (ritratto della ballerina Carlotta Chabert).
Oltre all’abilità nel nudo, nell’opera del pittore romantico per eccellenza, simbolo dell’Italia risorgimentale, possiamo scorgere altri due talenti fondamentali: la maestria nel ritratto che lo portava a realizzare quadri molto realistici che cercavano di indagare la natura del modello e nella lunga serie di nobildonne italiane ricorre spesso una certa fierezza o malizia nello sguardo che culmina nel ritratto di Cristina Trivulzio Belgiojoso.
Allo sguardo intimista e profondo del ritratto, Hayez unisce anche una grande capacità nella composizione di gusto teatrale: amico e ritrattista dei grandi compositori dell’opera lirica, Hayez adombra nelle scene tratte da I Due foscari, I vespri siciliani e in molti altri soggetti la situazione italiana. Tra tutte queste grandi tele mi ha veramente impressionato Maria Stuarda al momento in cui sale al patibolo, opera visibile per la prima volta al grande pubblico.
Il bacio, quadro iconico su cui non c’è nulla da aggiungere era presente per la prima volta nelle sue tre versioni e richiama sempre una piccola coda per poter entrare nella sala dov’erano esposti i tre dipinti, personalmente preferisco l’ultima versione, quella realizzata per l’esposizione di Parigi perché mi piace l’abbandono maggiore della figura femminile che nelle precedenti versione trovo un po’ rigida.
Che Il bacio sia stato riproposto da Luchino Visconti in Senso è cosa risaputa ma l’influenza di Hayez sul nostro cinema ha una lunga storia: in mostra oltre al celebre spezzone di Visconti, sono presenti i frammenti di Noi credevamo dove Francesca Inaudi riprende fedelmente i tratti della contessa di Belgiojoso del ritratto in mostra, mentre in Malombra 1942, di Mario Soldati, il dipinto dell’antenata in cui crede di identificarsi la marchesina Marina è un ritratto di Hayez, come scritto nel romanzo stesso di Fogazzaro.

Hayez
dal 7 novembre 2015 al 21 febbraio 2016
Gallerie d’Italia
Piazza Scala
Milano

Raf Vallone

Rafvallone Il 17 febbraio 1916 nasceva a Tropea Raffaele Vallone, noto al grande pubblico come Raf Vallone.
E’ stato oltre che un grande attore, un calciatore, un giornalista e partigiano.
Trasferitosi a Torino da bambino, si laurea in lettere e in giurisprudenza, alternando gli studi alla passione per il calcio che lo porta a giocare nel Torino, squadra con cui esordisce in serie A nel 1934.
La sua attività di giornalista è legata alle pagine culturali de L’Unità e all’attività di critico cinematografico per La Stampa.
La prima apparizione sul grande schermo risale al 1942 con un piccolo ruolo in Noi Vivi, il successo arriva nel 1949 con Riso amaro, dove interpreta il poliziotto Marco Galli, il buono opposto alla canaglia Walter Granata, a cui presta il volto Vittorio Gassman.
Seguono altri due grandi film, ultime pagine della stagione neorelista: nel 1950 Non c’è pace tra gli ulivi, ancora per la regia di Giuseppe De Santis, e Il cammino della speranza  girato nel 1951 da Pietro Germi.

Vallone

E’ l’inizio di una carriera che vanta circa un centinaio di pellicole, molte delle quali girate all’estero per registi del calibro di Marcel Carné, Jules Dassin, Henry Hathaway, Otto Preminger, Francis Ford Coppola.
Vallone fu protagonista anche della prima stagione televisiva italiana e sono rimaste nella storia della televisione le sue interpretazioni in  Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Maiano con Ilaria Occhini e ne Il mulino del Po (1963) di Sandro Bolchi del 1963.
Sguardodalponte All’attività cinematografica Raf Vallone alterna la grande passione per il teatro dove è regista, oltre che interprete di molte rappresentazioni dedicandosi anche alla regia di opere liriche.
Un rapporto molto speciale lega Raf Vallone all’opera di Arthur Miller, Uno sguardo dal ponte, che l’attore interpretò a teatro in italia e all’estero e fu anche il protagonista della bellissima versione cinematografica diretta nel 1962 da Sidney Lumet.
La pellicola è praticamente invisibile ma stasera la proiezione del film alla Casa del Cinema di Roma aprirà le celebrazioni del centenario dell’attore curate dalle figlie Eleonora e Arabella.
La proiezione sarà preceduta dalla presentazione, in anteprima assoluta, del frammento inedito di una recente intervista con Peter Brook, che diresse Vallone nella storica versione teatrale di Uno sguardo dal ponte (580 repliche solo al Théâtre Antoine di Parigi, 1958/60)