Lo chiamavano Jeeg Robot

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Enzo Ceccotti è un ladruncolo che per sfuggire alla polizia cade nel Tevere e sfonda un barile di materiale tossico. Salvatosi per miracolo, Enzo torna a casa a Tor Bella Monaca e scopre che da quel bagno indesiderato ha ottenuto un forza sovrumana che pensa di poter utilizzare per rapinare bancomat ma Alessia, figlia disturbata di un malvivente che abita nello stesso palazzo di Enzo, lo convince poco a poco di essere un supereroe con il compito di salvare l’umanità..

E’ sicuramente il debutto più convincente e interessante della stagione quello di Gabriele Mainetti, attore anche di fiction come La Nuova Squadra che in Lo chiamavano Jeeg Robot sa costruire un perfetto film di supereroi all’italiana: siamo al secondo film dopo il buon Il Ragazzo Invisibile di Salvatores e non resta che augurarci che il comics all’italiana diventi un genere fiorente e che ci riempa di soddisfazioni.
Nel ruolo del protagonista c’è il richiamo all’anime degli anni’70, per inciso il mio preferito perchè Hiroshi Shiba si trova costretto a diventare un salvatore dell’umanità, cosa di cui farebbe anche a meno, un po’ come Enzo Ceccotti a cui basterebbe sradicare un bancomat ogni tanto con la sua forza sovrumana per soddisfare le proprie esigenze basilari: una dieta di budini alla vaniglia e un maxi schermo su cui vedere gli amati porno.
La vicenda dell’antagonista deriva dai supereroi Marvel: Lo Zingaro è il capo di una batteria che vorrebbe diventare un malavitoso temuto e rispettato, soprattutto conosciuto da tutti perché la fama l’aveva già provata in gioventù quand’era ospite fisso di Buona Domenica. Il vilain riuscirà ad ottenere la forza sovrumana di Jeeg e a quel punto lo scontro tra i due antagonisti si farà frontale, certo gli americani avrebbero tratto almeno due capitoli di una saga da questo intreccio ma il lato ironico del film sta anche in questa capacità di rileggere i topos classici di una saga comics. La follia crudele e demenziale dello Zingaro è perfettamente interpretata da Luca Marinelli, che già mi aveva colpito in Non essere cattivo di Caligari.
Bravissima anche Ilenia Pastorelli nel tenerissimo ruolo di Alessia, ragazza abusata che si è rifugiata in un mondo fantastico costruito intorno al cartone di Jeeg Robot. Con la sua follia riuscirà a far uscire Enzo dalla sua misantropica solitudine e ridargli uno scopo nella vita.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un perfetto film di genere che però riesce a parlare del nostro tempo: l’ossessione per i social, la difficoltà di rapportarsi con l’altro sesso e tra tante scene d’azione riesce anche a regalare momenti di pura poesia come il palloncino rosa volato via e fermato dalla gabbia di vetro del centro commerciale.

Capitan Harlock

Dopo aver colonizzato quasi tutto l’universo, per la razza umana inizia un periodo di decadenza e miliardi di coloni vogliono fare ritorno al pianeta Terra. Chi è rimasto sulla Terra non accetta il ritorno di massa e dopo una guerra feroce il pianeta Terra viene considerato un santuario irraggiungibile protetto dalla flotta della coalizione Gaia ma esistono dei ribelli contrari a questo stato di cose guidati dall’Arcadia di Capitan Harlock.
Logan, fratello di un gerarca dell’esercito, si infiltra tra i pirati per uccidere Harlock..

Capitanharlock

Ho un ricordo molto vago delle avventure dell’anime di fine anni’70 per cui il mio parere sul film è scevro da ricordi ingombranti. Questa nuova versione mi è piaciuta per l’attualità di alcune tematiche, prima fra tutte quella dell’emigrazione, problema mondiale: basta abbandonare i confini dei nostri mari e pensare all’Australia presa di mira dai migranti del Sud Est asiatico o gli States che devono vedersela con i migranti sudamericani.
Altro tema molto interessante è la manipolazione delle informazioni da parte degli “organi statali”: nel futuro remoto ipotizzato da Shinji Aramaki la contraffazione delle notizie si avrà con mirabolanti ologrammi. La missione di Capitan Harlock è quella di svelare la menzogna governativa per ripristinare la verità, questo aspetto è un primo punto di contatto con V per Vendetta (volendo se ne trovano altri).
A scombussolarmi un po’ è stato il doppiaggio, non tanto per la qualità dei doppiatori quanto per le scelte di traduzione con un eccessivo uso di termini inglesi per colpire l’immaginario e sinceramente non ho capito perché il protagonista nei titoli di coda sia indicato con il nome inglese Logan mentre nel film viene chiamato Yama (presumo il nome nella versione giapponese).
Vero protagonista del film è Logan/Yama e il suo rapporto conflittuale con il fratello nei cui confronti si sente debitore per aver causato l’incidente che lo ha immobilizzato rovinandogli la brillante carriera militare. Capitan Harlock viene caratterizzato misterioso e tormentato come nel cartone animato, nel film si racconta il suo segreto ma il personaggio viene ammantato da un alone leggendario che ne fa una figura che va oltre l’uomo e il tempo tanto che mi pare (resto un po’ criptica per non fare spoiler) che il film racconti il prequel dell’anime.

Il grande e potente Oz

Ilgrandeepotenteoz Kansas, 1905: Oscar Diggs, in arte Oz, è un mago da fiera imbroglione e donnaiolo che, per sfuggire alle ire di un marito geloso, viene trasportato da un tornado nel fantomatico regno di Oz dove una profezia annuncia l’arrivo di un potente mago che salverà il regno dal dominio della Strega Cattiva. Abbagliato dalle ricchezze e dal miraggio del trono, Oz si spaccia per l’eroe atteso ma innanzitutto bisogna capire qual’è a strega cattiva tra Theodora, Evanora e Glinda, figlia del precedente sovrano..

Sam Raimi dirige il prequel del celeberrimo Il Mago di Oz per la Disney. Cito la casa di produzione perché penso sia responsabile dell’omologazione senza guizzi de Il grande e potente Oz a film dalla confezione lussuosa, colorata dove il colore digitale provoca meraviglia ma povera di contenuti anche a causa di una lunghezza eccessiva. Lo zampino Disney è evidente nel castello di Glinda che riproduce fedelmente il tipico castello delle fiabe Disney mentre la Città di Smeraldo si ispira a Metropolis, non il capolavoro di Lang ma l’anime di Rin Taro del 2001. Continuando l’elenco dei rimandi, ricordiamo che la Disney aveva prodotto anche Alice in Wonderland di Tim Burton e i titoli di testa sono debitori allo stile burtoniano e anche Oz sarebbe stato un personaggio perfetto per Johnny Depp, fortunatamente James Franco, che regge tutto il film da solo, fa ben presto dimenticare l’ingombrante modello.
Resta la fedeltà al capolavoro del ‘39 con rovesciamenti speculari dei personaggi: a Dorothy , l’uomo di latta, lo spaventapasseri e il leone fanno da contraltare Oz con la bambola di porcellana, Finley e una Glinda inizialmente titubante del proprio potere. C’è poi la trasformazione fisica di Theodora nella Strega Cattiva dell’Ovest ed in alcuni momenti si riesce a ricostruire l’atmosfera da technicolor anni 40.
L’indubbia fedeltà filologica sembra rientrare nell’ondata di riscoperta del cinema delle origini (The artist, Hugo Cabret) così vediamo il nostro eroe ingegnarsi e migliorare il kinetoscopio di Edison dando vita all’unica riflessione degna di nota del film sul potere dell’illusione.

Ponyo sulla scogliera

Ponyosullascogliera


Con una delicata tavolozza di colori pastello, il maestro delle anime giapponesi ci illustra la magia del mare con una sua tipica fiaba dove tecnologia e mito si mischiano per creare una fantasmagoria marina che riproprone la tragica attualita’ dello tsunami e sogna con la presenza dei grandi pesci preistorici. 
La trama ha vaghe reminecenze de La sirenetta: una magica pesciolina rossa, figlia di uno scienziato stregone che ha rinunciato all’umanita’ per salvare il mare, viene salvata da un bambino che la chiama Ponyo, la piccola creatura decide di diventare umana per stare insieme al nuovo amico ma la sua trasformazione rischia di sconvolgere definitivamente gli equilibri tra terra e mare. 
L’incanto e la meraviglia, anche terribile, del mare fa da sfondo al purissimo sentimento che lega i due bambini e il tratto di Miyazaki sa rendere con estremo verismo le espressioni di sospesa meraviglia che i volti dei bambini sanno assumere davanti alla vita.
Notevole anche la colonna sonora: se il mare in tempesta e’ accompagnato dalla tenebrosa musica classica tedesca, la canzoncina di Ponyo e’ un  adorabile motivetto che non ti esce piu’ dalla testa.
 
 

Metropolis

Metropolis2001 Metoroporisu,
Giappone 2001
regia di Rin Taro
scenggiatura di Katsuhiro Ôtomo

Il giovanissimo Kenhici aiuta lo zio investigatore che e’ sulle tracce dello scienzato pazzo Laughton coinvolto in traffico d’organi umani; lo ritrovano a Metropolis, la citta’ piu’ futuristica del pianeta, le cui fila sono tirate dal Duca Red che ha fondato un partito fascistoide e ha commissionato al Dr Laughton una ragazzina robot, Tima, che gli permettera’ di controllare il mondo..

Felice trasposizione del manga giapponese firmato da Osamu Tezuka nel 1949 e che traeva ispirazione al celebre film di Lang.
La trama e’ decisamente complicata (forse troppo?) innestando i temi della lotta di classe del capolavoro del ‘27 con la riflessione sulla robotica ispirata ai capisaldi dei film sci-fi, da Blade Runner (il giovane Rock che odia con tutte le sue forze i robot e ha un morboso rapporto figliale con il Duca Red ha le caratteristiche, piu’ incattivite, di Deckard e di Roy Batty) a Terminator: la morte di Tima e’ una puntuale citazione della scomparsa del teminator nel scondo capitolo della saga cameroniana.
Visivamente affascinante nella commistione tra la classicita’ del fumetto giapponese usato per disegnare i protagonisti e il gusto innovativo risevato agli sfondi tecnologici della citta’, il film e’ una visione apocalittica del futuro dove l’amore piu’ che una funzione salvifica si limita ad essere una malinconica speranza.
Di grande impatto la colonna sonora che si fa notare fin dall’inizio del film con la marcetta jazzata che sottolinea i festeggiamenti per il completamento dell’ immensa ziggurath, la ciclopica torre vanto di Metropolis e che ha il suo culmine geniale nell’esplosione finale sulle note di I cant’ stop loving you di Ray Charles.