Uomini e cobra

Uominiecobra
There Was a Crooked Man
Usa 1970 Warner Bros
con Kirk Douglas, Henry Fonda, Burgess Meredith
regia di Joseph L. Mankiewicz

Dopo un furto da cinquecentomila dollari, che ha nascosto in una tana di serpenti a sonagli, Paris Pitman viene imprigionato in una galera in mezzo al deserto. Il direttore del carcere lo prende di mira perché vorrebbe una fetta del bottino ma muore durante una rivolta e a dirigere la prigione arriva Woodward W. Lopeman, ex sceriffo incorruttibile e dalle idee progressiste che coinvolge Pitman nella nuova gestione del carcere ma il galeotto pensa solo ad evadere e recuperare il suo tesoro..

Pur non rispettando la trama, visto che i serpenti in questione sono crotali e non cobra, credo che Uomini e cobra suoni meglio di “uomini e crotali” o “uomini e serpenti a sonagli”. Penso anche che il titolo italiano non faccia tanto riferimento agli animali in questione ma sia più una distinzione filosofica anche se il finale, per restare in tema animale, dimostra cinicamente come l’uomo sia  homo homini lupus.
Il film lascia spiazzati perché il registro iniziale vira sul comico: siamo nel periodo di maggior crisi del sistema delle mayor e si può pensare che la pellicola abbia intenti parodistici sul genere western ma nel corso del film scopriremo che l’apparente bonomia rivela un cinismo spietato.
Per tre quarti del film si parteggia per Pitman, del resto è stato catturato in un bordello, perché il notabile derubato si consolava della rapina subita praticando il voyeurismo assieme al giudice e sbirciando proprio la stanza dove Pitman si stava dando alla pazza gioia. In galera Pitman sembra unire attorno a sé i suoi compagni di cella per formare la banda con cui fuggire: si preoccupa che il giovane Coy Cavendish non subisca le indesiderate attenzioni sessuali di una guardia e cerca di proteggerlo dal pensiero dell’imminente impiccagione. E’ piuttosto urtante quindi scoprire che tutte le attenzioni rivolte al gruppo sono false e che Pitman non esita a sacrificare i compagni per garantirsi la fuga. A punirlo giustamente penserà un serpente, dato che verrà morso dopo aver recuperato la refurtiva che finisce nelle mani di Lopeman; il mite sceriffo si rivela esser stato a sua volta solo un finto ingenuo fuggendo con i soldi oltre il confine messicano.
Uomini e cobra è dunque un acido pamphlet sull’avidità e sulla falsità umana anticipata dal primo incontro tra Pitman e Lopeman nella cella d’isolamento dove il detenuto era incarcerato: in un atmosfera mefistofelica Pitman getta la maschera (i finti occhialini da miope che Kirk Douglas indossa quasi sempre) e tenta lo sceriffo con l’offerta di spartire la refurtiva: la risata di Fonda è quindi ancora più furba di quella del suo tentatore.

Veloce come il vento

Velocecomeilvento

Giulia De Martino ha diciassette anni ed è una promessa delle corse automobilistiche, tanto che per sponsorizzarla il padre ipoteca anche la casa. A metà campionato il padre muore e Giulia oltre a dover affrontare il lutto, le gare e curarsi di Nico, il fratello minore, deve anche gestire l’improvviso ritorno di Loris, il fratello maggiore tossicodipendente…

Il plot della famiglia che si ritrova è un classico soprattutto nei film di ambientazione sportiva, penso a The fighter o Warrior, dove l’incontro/scontro tra due fratelli avviene a bordo ring; l’originalità di Veloce come il vento sta nella cornice, quello del mondo delle corse che in Italia ha una radicazione ben precisa: l’Emilia Romagna della Ferrari e della Lamborghini rispecchiata perfettamente dalla famiglia De Martino che vive di motori.
Notevole il cast dall’asciutta esordiente Matilda De Angelis all’ottimo Stefano Accorsi che offre una caratterizzazione intensa del suo personaggio senza dimenticare la leggerezza: pur essendo una storia a sfondo drammatico Veloce come il vento regala sprazzi di grande ilarità.
La pellicola trasuda sangue e benzina ricostruendo un mondo, forse ora perduto ma che fino alla fine degli anni ’80 era abbastanza noto a molti adolescenti pazzi per i motori. Nello stile vedo anche un recupero della tradizione italiana degli stunt-man dei poliziotteschi anni ’70 che facevano follie a bordo di Giuliette e Fiat sport, qui invece la storia, ispirata al campione di rally Carlo Capone, gira attorno a un macchina che fece epoca una trentina di anni fa: la Peugeot 205 Turbo 16 EVO2.

Quel che resta del giorno

The Remains of the Day
GB 1993
con Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Christopher Reeve
regia di James Ivory


Quelcherestadelgiorno


Quando riceve una lettera da Miss Kenton, ex governante a Darlington Hall, il maggiordomo Stevens spera di riaverla nuovamente nell’organico di servizio della proprietà che è passata da Lord Darlington, che prima dell’entrata in guerra aveva avuto simpatie filonaziste, a un senatore americano. L’uomo prende alcuni giorni di permesso per andare a trovare Miss Kenton e ripensa al passato, speranzoso di poter far rivivere il sentimento allora negato per la donna..

Quelcherestadelgiorno


I film di James Ivory sono notoriamente caratterizzati da una perfezione formale che spesso trascende il significato dell’opera (il cosiddetto calligrafismo) ma questa volta la scelta stilistica rispecchia fedelmente la natura del protagonista: la domanda da porsi è se il regista compia più o meno coscientemente questa scelta, visto che il calligrafismo è la sua cifra caratteristica.
Mr. Stevens dedica tutto sé stesso al perfetto funzionamento della residenza di cui è maggiordomo, piegandosi a sacrifici forse neppure richiesti dal compito che è la sua sola ragione di vita: eccolo quindi non abbandonare l’importante cena a chiusura di un summit politico pur sapendo che il padre è in agonia nelle stanze della servitù.

A questo suo totale asservimento al ruolo, cerca di opporsi la grintosa governante con cui sono subito scintille che nascondono un sentimento che il maggiordomo non ha avrà mai il coraggio di rivelare, abituato a trattenere le proprie emozioni e non giudicare l’operato del lord che serve.


Quelcherestadelgiorno


Il lord in questione si lascia tentare dalle lusinghe naziste arrivando anche a cacciare due ragazze a servizio perché ebree. Ben presto Lord Darlington capirà il suo errore ma la fama di traditore lo perseguiterà anche dopo la guerra.
Quel che resta del giorno è un film profondamente malinconico, persino triste perché tutti i protagonisti fanno scelte sbagliate, anche il matrimonio di Sarah non è felice, nato da una ripicca verso Mr.Stevens ma anche dopo oltre vent’anni, la donna non può tornare indietro perché presa dai suoi doveri famigliari: la figlia sta per avere un bambino e a lei tocca il compito di aiutarla.
Il dovere scandisce le esistenze dei protagonisti incarnato soprattutto dal protagonista, un Anthony Hopskin al solito strepitoso nel rappresentare un uomo talmente piegato al senso del dovere da rinunciare ai propri sentimenti e alle proprie idee, l’errore più grande da compiere nella vita.

Amleto

Amleto

Sabato 23 aprile ricorrerranno i quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare e tra i molti eventi che accompagnano all’anniversario si segnalava la programmazione della Nexo Digital che per due giorni, il 19 e il 20 aprile, ha portato in sala L’Amleto interpretato da Benedict Cumberbatch, una produzione National Theatre al Barbican di Londra.
La versione diretta da Lyndsey Turner trasporta la malinconia del principe di Danimarca nel presente, o meglio in un pastiche temporale del XX secolo e la scelta di aprire la scena su Amleto che ascolta Nature Boy, il cui testo è certamente adatto alla personalità del protagonista, fa subito pensare a Moulin Rouge! di Baz Lurhmann, predisponendo lo spettatore ad essere trasportato in un mondo i cui riferimenti storici sono poco coerenti tra loro. Anche la scenografia, cosa per altro abbastanza abituale, si trasforma con pochi tocchi di luce nei vari ambienti del castello di Elsinore, e anche negli esterni. Resta notevole l’idea di cospargere di melma tutto il palco nel secondo tempo: a parte l’utilità per le scene della sepoltura di Ofelia, il castello così lordato è la più manifesta rappresentazione della tragedia incombente che porterà alla tomba tutti i personaggi.
L’interesse della rappresentazione, dal vivo o in sala, è legata ovviamente alla scelta del protagonista, la star Benedict Cumberbatch la cui fama è legata soprattutto alla serie Sherlock ma anche alla partecipazione a film di successo (The Imitation Game, gli è valsa la nomination agli Oscar) e ben presto sarà un eroe Marvel nei panni del Doctor Strange.
Che al fascino Cumberbatch unisca ottime doti attoriali, non è una novità e il suo Amleto è molto fisico, è praticamente in scena per le tre ore dello spettacolo. Il suo non è il pallido principe incapace ad agire, piuttosto una persona che si trova di fronte a un delitto estremamente esecrabile di cui ha bisogno le prove prima di agire e più dedito a ricercare il momento ideale per la vendetta che a rifuggirla.

Claudiusciaranhinds

Il cast è comunque notevole, su tutti spicca Siân Brooke nel ruolo di Ofelia ma incute inquietudine e timore anche il Claudio di Ciaran Hinds, altro attore britannico che conosciamo grazie a film e serie tv come Roma dove interpretava Giulio Cesare o Il Trono di Spade.
Il giudizio sulla proiezione, la prima di questo tipo a cui assisto, è molto positiva, se proprio devo muovere una critica ho trovato i sottotitoli in italiano piuttosto desueti mentre quel (poco) che riuscivo a capire dell’inglese seicentesco del Bardo aveva una sua attualità, l’aulica traduzione ottocentesca appesantiva e stonava un po’ con l’intera atmosfera moderna.

Miele

Italia 2013
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero de Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte
regia di Valeria Golino

Irene, una trentenne che ha lasciato gli studi di medicina, si mantiene praticando illegalmente l’eutanasia assistita ai malati terminali, con il nome in codice di Miele. Per la ragazza si tratta quasi di una missione ma quando entra in contatto con un anziano ingegnere che ha scelto di morire per sfuggire alla depressione, le certezze di Miele vanno in crisi..

Il notevole debutto alla regia di Valeria Golino si occupa di un tema devastante come quello dell’eutanasia assistita: con pudore e restando sempre a distanza, la macchina da presa ci introduce nelle esistenze fatte di tali sofferenze da indurre a preferire la morte. Il tema è centrale ma narrato senza clamore, facendo quasi da sfondo alle vite di chi viene in contatto con i malati: più che alla madre del ragazzo distrofico, dice molto l’incontro fortuito in aeroporto tra Miele e la sorella di un paziente: racchiuso in un fuggevole scambio di sguardi c’é il senso di colpa della donna che sta finalmente facendo un viaggio di piacere.
Protagonista assoluta del film è Miele superbamente interpretata da Jasmine Trinca: il film si apre su di lei nascosta da una porta a vetri e molto spesso la protagonista è celata o isolata come se non si riuscisse a entrare nel suo intimo: è una ragazza giovane, bella che ha scelto di essere un “angelo dela morte” forse per la malattia della madre. Tutto resta nebuloso come i suoi rapporti amorosi, la tresca con l’uomo sposato, forse un amore ancora in sospeso per il medico che l’ha introdotta nel giro dell’eutanasia. A spezzare la corazza di Miele sarà proprio l’ingegner Grimaldi e vediamo la ragazza trasformarsi: dall’espressione chiusa, decisa che la contraddistingue, il volto di Miele finisce per riaprirsi al sorriso anche se a sua volta non riesce a capire fino in fondo il mistero di Carlo Grimaldi.

Hitchcock/Truffaut

HitchcockTruffaut A cinquant’anni dall’uscita del libro Il cinema secondo Hitchcock (che in Italia uscì solo nel 1977) esce il film di Kent Jones che rievoca la genesi di un volume che non può mancare nella biblioteca di qualsiasi cinefilo o aspirante tale.
E’ il 1962 quando il trentenne Truffaut che arriva dai Cahiesr du cinéma e ha all’attivo tre soli film di cui due capolavori come I quattrocento colpi e Jules et Jim, contatta il regista inglese per proporgli una lunghissima intervista che duri almeno una settimana e svisceri l’enorme produzione di Hitchcock. L’intento di Truffaut è quello di confermare definitivamente la teoria già avanzata dai Cahiers: Hichcock non è solo un abile intrattenitore come pensa la critica americana ma un vero e proprio Autore, un artista che trasferisce nei suoi film la propria visione del mondo. E’ davvero significativo e pungente l’intervento di Truffaut alla serata di premiazionde dell’Afi del 1979 quando dice “per voi americani è soltanto Hitch per noi francesi è Mr.Hitchcock”.
Hitchcock accetta ben volentieri l’omaggio del giovane collega e l’intervista che porta al libro inizia proprio il 13 agosto, giorno del sessantatreesimo compleanno del maestro del brivido. A documentare il lavoro ci sono le foto di Philippe Halsman e le registrazioni delle conversazioni.
Il documentario parte da questi elementi audio visivi per indagare il valore del libro, vera bibbia per tutti i i registi intervistati da Wes Anderson a Bogdanovich, da Fincher a Scorsese, Linklater e altri. Rispettando l’intento stesso del volume, al centro del film c’è la figura di Hitchcock, la sua evoluzione stilistica che però non prescinde mai dal muto: come sottolinea un intervento, i film di Hitch si potrebbero guardare senza sonoro e il senso globale della storia sarebbe chiaro comunque.
Nonostante la figura di Hitchcock sia centrale e il libro conosciutissimo, il documentario sa sottolineare alcuni punti misconosciuti: la preparazione certosina di Truffaut alle interviste che come dice Olivier Assayas ha lo stesso peso di un film: il cineasta francese riprenderà in mano le conversazioni prima della morte per curarne una riedizione.
Nonostante appartengano a due modi di fare cinema quasi agli antipodi, la libertà della Nouvelle Vague individualista di Truffaut opposta ai meccanismi ferrei del sistema degli Studios di cui Hitchcock fece sempre parte, i due artisti hanno alcune affinità non solo elettive ma anche biografiche come la consegna da parte del padre ai poliziotti, quello di Hitchcock è solo un pesante avvertimento che instillerà però nel regista un forte senso di colpa mentre a Truffaut toccò davvero il riformatorio dopo la consegna paterna.
Da questo formidabile incontro nasce un’amicizia che durerà tutta la vita in cui i due registi si terranno sempre in contatto ed è impressionante ricordare come due artisti di generazioni diverse morirono a soli quattro anni di distanza l’uno dall’altro: Hitchcock nel 1980 e Truffaut nell’84.

#GregoryPeck100

Gregory peckTamarafiglaidellasteppa

Eldred Gregory Peck nasceva il 5 aprile 1016 a LaJolla, in California. E’ scomparso il 12 giugno 2003 lasciando una carriera cinematografica di grande spessore di cui ricordiamo le tappe fondamentali.

Tamara figlia della steppa 1944
Il film d’esordio per la regia di Jacques Tourneur è un mediocre film di propaganda bellica, uno dei pochissimi filosovietici.



Io ti salverò 1945
Spellbound
Al quarto film Peck è protagonista di uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, celebre, tra l’altro, per le scenografie oniriche realizzate da Salvador Dalì.



Duello al sole 1946
Duelloalsole
Quattro registi per un film voluto da Selznick per lanciare la moglie Jennifer Jones, resta un capolavoro di amour fou per la scena finale della morte dei due protagonisti.



Il caso Paradine1948
Ilcasoparadine
Seconda e ultima collaborazione con Hitchcok in un film giudiziario dove l’integerrimo avvocato Keane s’innamora della sua cliente interpretata da una glaciale Alida Valli.



Cielo di fuoco1949
Cielodifuoco
Film di guerra e nello specifico di battaglie aeree, quasi dimenticato ma secondo il Mereghetti forse una delle migliori interpretazioni di Gregory Peck che gli vale la quarta nomination della carriera agli Oscar.



Vacanze Romane 1953
Vacanzeromane
Il film forse più celebre dell’attore che valse l’Oscar alla debuttante coprotagonista Audrey Hepburn.



Moby Dick 1956
Mobydick
Peck è il capitano Achab nella seconda versione filmica del romanzo di Melville diretta da John Huston.
L’ultimo ruolo interpretato dall’attore è ancora in Moby Dick , nella miniserie tv del 1998 dove intereta Padre Mapple.



I cannoni di Navarone 1961
Icannonidinavarone
Celeberrimo e spettacolare kolossal ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.



Il Promontorio della paura 1962
Ilpromontoriodelapaura
Gregory Peck è l’avvocato perseguitato dal galeotto che ha fatto incarcerare. Scorsese ne gira il remake nel 1991 e i protagonisti del primo film tornano in due piccoli ruoli opposti a quelli del film originale. Per Gregory Peck il film del 1991 fu l’ultimo girato per il grande schermo.



Il buio oltre la siepe 1962
Ilbuiooltrelasiepe
Il ruolo di Atticus Finch valse a Peck l’unico Oscar della sua carriera, il secondo Golden Globe e l’identificazione con la dirittura morale del personaggio.



Arabesque 1966

Arabesque
Con Sophia Loren nel giallorosa diretto da Stanley Donen che si diletta con lo stile pop e patinato delle riviste dell’epoca.



Un uomo senza scampo 1970
Unuomosenzascampo
Sceriffo perde la testa per una giovane disinibita, ruolo non nuovo per Peck ma la regia asciutta di Frankenheimer e l’età del divo donano al personaggio dello sceriffo Tawes una connotazione particolarmente triste e malinconica.



I ragazzi venuti dal Brasile 1978
Iragzzivenutidalbrasile
Fantapolitica che spaventa con un cast magnifico: Peck è il sadico Mengele braccato dal cacciatore di nazisti Ezra Lieberman (Laurence Olivier)

Il condominio dei cuori infranti

 Condominiocuoriinfranti

Nello sgangherato casermone di una banlieue francese non meglio identificata, l’avaro inquilino del primo piano rifiuta di partecipare alle spese per cambiare l’ascensore: finirà temporaneamente sulla sedia a rotelle costretto a infrangere la regola di non usare mai l’ascensore che non ha voluto pagare uscendo solo di notte e incontrando così un’infermiera che gli farà battere il cuore; intanto un adolescente troppo solo fa amicizia con la nuova vicina di casa che scopre essere un’attrice in declino e un bel giorno sul tetto del palazzo atterra per sbaglio una capsula della Nasa con a bordo un astronauta di ritorno da un amissione spaziale che trova ospitalità presso una vedova algerina il cui figlio è in prigione..


Tratto dai racconti autobiografici del regista Samuel Benchetrit, Il condominio dei cuori infranti è un film dolceamaro dove la solitudine di sei vite s’incontrano in un crescendo di surrealtà che culmina nell’arrivo dell’astronauta John McKenzie costretto a restare presso la signora Hamida perché la Nasa non può rivelare di aver perso il suo astronauta pena il taglio dei fondi. Anche gli altri incontri nascono da costrizioni: il giovane Charly aiuta la vicina a rientare in casa dopo che lei si è chiusa fuori e resta affascinato dalla sua attività, Sternkowitz ,costretto a nutrirsi ai distributori automatici del vicino ospedale perché impossibilitato ad uscire di giorno, incontra l’infermiera che cerca di sedurre imitando goffamente Clint Eastwood ne I ponti di Madison County, ancora il cinema è l’elemento che salda il legame tra Charly e Jeanne che vedono insieme “La donna senza braccia” con questo titolo vengono spaciati alcuni frammenti de La Merlettaia interpretato nel 1978 sempre da Isabelle Huppert. Il legame tra John e Hamida è rinsaldato invece dalla soap opera Beautiful: come in Caro Diario di Nanni Moretti, l’americano ha già visto gli episodi e svela i colpi di scena.
Filo conduttore delle tre vicende il tema della caduta, fisica per Sternkowitz, lavorativa per Jeanne e letteralmente dal cielo per John, tre cadute che però portano a una rinascita, a un nuovo legame umano che segna la vita dei protagonisti donando loro un senso di speranza, messaggio che investe totalmente anche lo spettatore.

La corte

Lacorte 

Xavier Racine è un severo presidente di corte d’assise, scrupoloso e pignolo, per nulla amato dallo staff del tribunale che presiede. Un giorno durante la composizione di una giuria popolare per un un caso d’infanticidio, il giudice ritrova tra i giurati Ditte Lorensen-Coteret, la donna di cui è stato profondamente innamorato anni prima..

La corte di Christian Vincent era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2015 dove aveva ricevuto il Premio per la miglior sceneggiatura e Fabrice Luchini aveva meritatamente vinto la Coppa Volpi per il ruolo del giudice Racine.
Non può non colpire che il protagonista si chiami come il celebre drammaturgo francese e nel corso del film la figlia di Ditte descrive la seduta in tribunale come una messa in scena teatrale, poi lo stesso Racine spiega ai giurati che compito del processo non è scoprire la verità ma la giustizia ha il compito di ristabilire l’equilibrio sociale che il reato ha infranto: ancora una volta si sottende una rappresentazione.
Il regista sa rappresentare nel microcosmo del tribunale interi mondi: gli scontri etnici tra i componenti della giuria, le pennellate a volte drammatiche a volte divertenti che descrivono i testimoni, gli avvocati. Si ride spesso nel film, di un sorriso bonario ed umano sullo sfondo della tragedia famigliare della giovane coppia disadattata in cui il marito si è accusato della morte violenta della figlia neonata.
In questo universo di profonda umanità spicca la figura di Xavier Racine, apparentemente un freddo burocrate della legge, un giudice a “due cifre” perché gli imputati che giudica colpevoli scontano almeno dieci anni, eppure l’incontro con la donna del suo passato svelerà ancora una volta un’umanità profonda, un sentimento purissimo che si è sviluppato in maniera molto insolita. La sua riscoperta provoca una rinascita nel giudice a dimostrazione che la “bellezza salverà il mondo”.

La contessa

Lacontessa The Countess
Francia/Germania 2009
con Julie Delpy, Daniel Brühl, William Hurt
regia di Julie Delpy

La vita di Erzsébet Báthory, scandita da severità e crudeltà, cambia radicalmente quando resta vedova del conte Ferenc Nádasdy, marito non amato ma del quale aveva amministrato così bene il patrimonio da permettersi di far credito persino alla Corona d’Ungheria.
La sua ricchezza fa ora gola al conte György Thurzó che le chiede la mano ma Erzsébet s’innamora, riamata del figlio di Thurzó,  István. Il giovane viene costretto dal padre ad allontanarsi dalla donna che, insicura della propria bellezza cade vittima della follia e inizia a uccidere giovani vergini per ringiovanire attraverso il loro sangue fino a quando non viene scoperta e murata viva in una stanza del suo castello, ma la storia è andata davvero così?

Erzsébet Báthory è una figura leggendaria della Slovacchia, soprannominata la Contessa Dracula per l’abitudine di mantenere intatta la propria giovinezza facendo il bagno nel sangue di vergini fanciulle.
Julie Delpy attrice francese dedica alla figura della Bathory la sua seconda regia e costruisce un film estremamente fedele dal punto di vista storico che sa muoversi sull’ambiguità del personaggio: alcuni passaggi molto interessanti (il riflesso del sole sullo specchio) lasciano spazio alla leggenda criminale della Bathory che viene raccontata in tutti i suoi macabri dettagli pur non scadendo mai nel gore ma quello che interessa alla Delpy è sicuramente dare una lettura storica del personaggio che alcuni studiosi stanno rivalutando.
La vicenda è infatti narrata da István il suo giovane amante interpretato da Daniel Brühl, l’attore tedesco diventato noto per aver interpretato Niki Lauda in Rush.
Istvan introduce la biografia della donna amata dicendo che la storia viene scritta sempre dai vincitori che la manipolano a modo loro. E’ dunque chiaro che l’intento della Delpy è quello di riscrivere un capitolo di storia dal punto di vista femminile che supera la vicenda stessa della protagonista.
E’ assai probabile che le prove a carico della Bathory siano state costruite dal conte György Thurzó (un bieco e mellifuo William Hurt) con la complicità del Re Mattia II per evitare di pagare i grossi debiti contratti con la famiglia Nadasdy.
Se è complicato per una donna del XXI secolo amministrare un capitale economico, nel XVI secolo veniva ritenuto impossibile e la via più semplice per liberarsi della scomoda contessa era l’immancabile accusa di stregoneria macchiando indelebilmente il suo nome con una leggenda sanguinaria che paradossalmente l’ha salvata dall’oblio.