Una rosa per Giulia

Where Danger Lives
USA 1950 RKO
con Robert Mitchum, Faith Domergue, Claude Rains, Maureen O’Sullivan, Charles Kemper, Ralph Dumke, Billy House, Harry Shannon, Philip Van Zandt, Jack Kelly, Lillian West, Ray Teal
regia di John Farrow

Il giovane dottore Jeff Cameron rimane affascinato da Margo,  una bella paziente che ha salvato da un tentativo di suicidio. La ragazza lascia l’ospedale senza il permesso dei medici ma lascia un biglietto a Jeff con un invito ad incontrarsi per spiegargli i motivi della sua fuga. Nonostante sia legato all’infermiera Julie, Jeff inizia una relazione con Margo che improvvisamente tronca il legame per il ritorno del severo padre contrario al rapporto tra la figlia e il giovane dottore. Ubriaco Jeff si reca a casa di Margo per chiedere la mano al suocero e scopre che quello che la donna spiaccia per genitore è il vecchio marito. Dopo una violenta colluttazione Frederick Lannington giace svenuto a terra, Jeff, colpito violentemente alla testa, va a rinfrescarsi in bagno ma le urla di Margo lo richiamano: Frederick è morto e la donna insiste per darsi alla fuga: nessuno crederà all’incidente. Confuso dagli inizi di una commozione cerebrale Jeff si lascia convincere e inizia una folle corsa verso il confine per il Messico…

Sulla falsariga di Detour un noir road movie non perfettamente riuscito ma piuttosto interessante che mostra le conseguenze degli incontri con la donna sbagliata. Motore del film è il senso di colpa: convinti di essere inseguiti dalla polizia Jeff e Margo cambieranno strada (per una sempre più sbagliata) ogni volta che incontreranno gli agenti in realtà in ben altre faccende affaccendati. 

All’inizio abbiamo un giovane dottore molto dedito al lavoro, impegno che lo porterà al successo, dall’altra parte una giovane malata di mente disposta a tutto per il denaro, le continue deviazioni in fuga li portano a perdere tutti i soldi per pagare i ricattatori che fiutata la loro disperazione si fanno pagare lautamente per aiutarli a sfuggire al fantomatico (almeno nella prima parte del film) inseguimento della polizia: i profittatori e gli assurdi membri di una “congrega della barba” che durante una festa paesana costringono i fuggitivi al matrimonio sono gli unici incontri della coppia in fuga: un’immagine cupa e allucinata dell’America, come l’incubo in cui è caduto il nostro dottorino di belle speranze dopo cocktail a base di esotici liquori e botte in testa. 

Un’immagine poco lusinghiera anche del rapporto di coppia: la passione è pericolosa, il matrimonio d’interesse infelice, il legame con una donna comprensiva e paziente noioso.

Camei di lusso per le controparti amorose: il vecchio marito cinico è interpretato da Claude Rains che sa farsi ricordare nelle poche scene a disposizione dai dialoghi fulminanti. La Giulia del titolo è l’infermiera che Jeff mette sempre in secondo piano, prima per il lavoro poi per la passione per una pazza (ma alla fine capisce che si era invaghito del caso clinico quindi resta fedele alla missione medica). Ad interpretare la fedele infermiera c’è Maureen O’Sullivan, moglie del regista. L’attrice ha sei anni in più dell’abitante Mitchum, creando una coppia insolita per il grande schermo ma siamo in un B movie e l’infermiera ha quasi sempre la mascherina quindi  è accettabile una coprotagonista più anziana come oggetto amoroso della star.
Notevole l’interpretazione di Robert Mitchum credibile nella trasformazione dell’ingenuo dottore che in apertura inventa fiabe per i piccoli pazienti alla nemesi finale della pazza con vizio di soffocare i compagni col cuscino: l’inesorabilità con cui si avvicina alla fuggitiva nonostante la paralisi è angosciante.

Il pataffio

Italia 2022
con Lino Musella, Giorgio Tirabassi, Viviana Cangiano, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Daria Deflorian, Alessandro Gassmann, Valerio Mastandrea
regia di Francesco Lagi

Lo stalliere Berlocchio di Cagalanza ha sposato la figlia del re di Montecacchione che lo ha insignito Marconte di Tripalle, feudo di cui deve prendere possesso. Quando Berlocchio con la sua sposa e il suo sgangherato seguito arriva al castello di Tripalle lo trova semi diroccato, buono solo per il ricovero dei magri armenti dei poverissimi villici. Berlocchio dichiara sue tutte le bestie e si organizza per trascorrere la prima notte in tenda in attesa che il castello venga reso agibile. Con questa scusa sfugge anche alle brame amorose di Bernarda che vuole consumare il matrimonio sull’onda delle sue letture romantiche dei poemi cavallereschi. La mattina dopo la corte scopre che tutte le cavalcature sono state rubate assieme alle bestie ricoverate all’interno del castello. Gli animali sono stati portati dai villici alla Vecchia, signora di Castellozzo, il feudo attiguo, per salvarle dalle pretese del nuovo marconte, che ignaro di tutto dichiara guerra a Castellozzo. A Tripalle restano solo Bernarda e frate Cappuccio che tra confidenze e confessioni finiscono a letto, Bernarda muore durante l’atto e Berlocchio non sa come restituire il corpo al padre. Si decide di farla bollire e restituire al re solo una cassetta con le sue ossa ma il re di Montecacchione s’infuria anche perché Berlocchio non vuole restituire il feudo. Intanto il marconte deve anche fronteggiare la ribellione dei villici che non vogliono pagare i dazi quindi si allea con Migone, sorta di capo villaggio che ha guidato la rivolta, ma il contadino muore d’indigestione dopo la cena di accordo con Berlocchio. L’esercito del re di Montecacchione è ormai alle porte e il marconte decide di suicidarsi assieme al consigliere Belcapo, dopo aver inutilmente provato a suicidarsi contemporaneamente con lo stesso cappio, Belcapo s’impicca per primo ma Berlocchio non è in grado di staccare il corpo e seguirlo nella morte come promesso così non gli resta che la fuga. 

Dal romanzo omonimo di Luigi Malerba, il regista Francesco Lagi trae un film che ricorda molto L’armata Brancaleone  per la totale incompetenza di Berlocchio e del suo seguito, il rapporto atavico con la fame (tema che ha anche riminescenze pasoliniane). Il medioevo cialtrone di Monicelli torna anche nei costumi. 

Ben presto il tono nostalgico per le opere precedenti passa in secondo piano e l’opera assume un suo interesse peculiare; anche il tono ridanciano delle disavventure dei protagonisti si fa più macabro con l’affastellarsi delle morti dei vari personaggi e il film si rivela una spietata analisi dei giochi di potere: il nuovo nobile per cui è stato creato un titolo apposito, marconte, non è in grado di gestire il potere ma ciò non dipende dalla sua natura plebea ma dal fatto che il re stesso non lo abbia messo in condizione di poter gestire il suo ruolo buttandolo allo sbaraglio e facendolo capo del feudo più malridotto del regno.
L’incompetenza e l’incuria non possono che portare risultati nefasti.

Buona la prova del cast, da menzionare Alessandro Gassmann che per sfuggire al confronto con la prova paterna in Brancaleone, (ma i ruoli sono completamente differenti) finisce per ricordare i grugniti di frate Salvatore ne Il nome della rosa

La zona morta

The Dead Zone
USA 1983, Lorimar
con Christopher Walken, Brooke Adams, Tom Skerritt, Herbert Lom, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Martin Sheen, Jackie Burroughs, Sean Sullivan, William B. Davis, Nicholas Campbell
regia di David Cronenberg

John Smith si risveglia dopo cinque anni di coma scoprendo di aver acquisito la capacità di vedere il passato e il futuro delle persone che tocca, ben presto la notizia trapela e lo sceriffo chiede il suo aiuto per scoprire chi è il killer della zona. La scoperta è sconvolgente e John Smith rischia di nuovo la vita; l’uomo si chiude ulteriormente in sè stesso anche per il fatto di non riuscire a dimenticare Sarah, la donna che amava e che si è rifatta una vita durante il suo coma. Un riccone di Castle Rock convince John a fare da tutore al figlio ma il rapporto s’interrompe quando John prevede un’incidente del ragazzino. A casa di Stuart John incontra un politico in ascesa nella cui campagna elettorale è coinvolta anche Sarah e la sua famiglia, quando ha l’occasione di toccarlo, John prevede che se sarà eletto presidente,  Stillson scatenerà un conflitto nucleare, decide quindi di sacrificarsi e uccidere il candidato…

Primo film americano di Cronenberg dalla genesi complessa, con diversi passaggi tra case di produzione e sceneggiatori, il risultato pur diverso da romanzo di Stephen King del 1979, è molto buono.

Poco horror inteso come “scene di paura” e ancor meno sanguinolento nonostante i precedenti canadesi del regista, La zona morta è un gotico d’atmosfera dove il gelo climatico di Toronto sottolinea la desolazione personale del protagonista.


John Smith è una persona comune proprio come indica il suo banalissimo nome, con ambizioni normali -un lavoro da insegnante che ama, una ragazza con cui metter su famiglia- tutto spazzato via da un incidente di cui non ha nessuna responsabilità.

Tornato tra i vivi dopo cinque anni, John scopre di avere un potere paranormale che gli permette di salvare dalle fiamme la figlioletta dell’infermiera, di far sapere al dottore che lo cura che la madre creduta morta durante la fuga dal ghetto di Varsavia è riuscita anche lei a salvarsi, ma il figlio che preferisce non rivelarsi dopo quarant’anni alla madre ritrovata lasciando tutto com’è inizia a rivelare che questo dono ha un’utilità relativa.
Il partecipare alla caccia al killer di Castle Rock è per John la conferma che la capacità acquisita lo mette in contatto con il lato peggiore della società (la madre che ha sempre coperto l’assassino) oltre tutto ogni visione si rivela anche pericolosa per la sua salute. John si richiude nel suo dolore e dopo l’ennesima triste esperienza con il giovane Stuart l’isolamento si fa pressoché totale, solo la presenza di Sarah riesce a scuoterlo e lo porta all’incontro fatale con Stillson e alla decisione di sacrificare la propria vita pur di scongiurare la profezia della guerra nucleare.
L’attentato fallisce ma il comportamento abbietto del politico che si fa scudo con il figlioletto di Sarah distrugge definitivamente la sua carriera.

Un film che è anche una critica sociale: Stillson esasperava alcuni tratti reaganiani ma è terribilmente anticipatorio dei populisti contemporanei.

Ottimo il cast con un Martín Sheen scatenato nel ruolo del senatore e Christopher Walker perfetto nel modulare le sfumature del protagonista. 
Da segnalare la coincidenza che in apertura del film l’attore, nelle vesti di insegnante, dia da leggere agli studenti La leggenda di Sleepy Hollow e che quindici anni dopo ne avrebbe interpretato il cavaliere senza testa nel film di Tim Burton.

Perfido inganno

Born to Kill
USA 1947, RKO
con Claire Trevor, Lawrence Tierney, Walter Slezak, Audrey Long, Elisha Cook Jr, Isabel Jewell, Esther Howard, Kathryn Card, Tony Barrett , Grandon Rhodes
regia di Robert Wise

A Reno per divorziare,  Helen Brent abita nella pensione della signora Hart e qui fa conoscenza con la sua vicina, Laury Palmer. L’ultima notte a Reno Helen va al casinò dove lancia sguardi d’intesa con un  bel ragazzone, Sam Wilde, senza sapere che è  la nuova fiamma di Laury che ha deciso di farlo ingelosire. Helen incontra Laury e il nuovo accompagnatore al casinò dove li vede anche Sam che, ingelosito, va a casa di Laury e uccide prima il suo compagno poi la donna che ha assistito alla scena. Tornando a casa Helen fa rientrare il cane di Laury in casa scoprendo i corpi delle vittime ma decide di non chiamare la polizia perché a San Francisco l’aspetta il fidanzato, un petroliere che non gradirebbe essere invischiato in un delitto. Helen parte immediatamente per San Francisco e sui binari ritrova Sam che sta lasciando la città per sfuggire alle indagini. I due viaggiano insieme continuando a flirtare. Qualche giorno dopo Sam si presenta a casa di Helen e qui scopre che la donna ha un promesso sposo ma anche una sorellastra assai più ricca di lei. In pochi giorni Sam sposa l’ingenua Georgia scatenando la gelosia di Helen. Al matrimonio interviene anche  Mart. l’amico a cui Sam ha confidato il duplice delitto. Un investigatore pagato dalla signora Hart segue Mart fino a San Francisco, Helen, a cui Sam ha confessato gli omicidi,  gli offre del denaro per non proseguire le indagini. Intanto arriva anche la signora Hart e Mart cerca di ucciderla ma viene viene eliminato da Sam convinto che l’amico abbia una tresca con Helen. Il petroliere intanto si è stufato dello strano legame della fidanzata con il cognato e la lascia, persa la prospettiva di farsi una posizione, Helen rivela a Georgia la vera natura del marito ma la donna capisce che la rivelazione è stata fatta per non perdere la ricchezza offerta dalla sua vicinanza e la scaccia, intanto arriva la polizia e mette fine al morboso triangolo.

Robert Wise, dopo gli esordi nel horror targato RKO, debutta nel noir con un film torbido che fece scandalo e che ancora oggi è in grado di infastidire per le tematiche e gli efferati omicidi. 

Peculiare il rovesciamento del punto di vista: la storia è raccontata dalla prospettiva di Helen, una donna del jet set che però non ha soldi suoi, è la sorellastra ad avere tutto il capitale il che le provoca un sentimento di odio amore per Georgia che vede come una ingenua che ha avuto sempre la pappa pronta. Per costruirsi la propria fortuna a Helen non resta che il matrimonio ma anche in questo  caso il legame è più complesso: il pacato Fred Grover, oltre alla sicurezza economica dona a Helena anche la stabilità morale che la donna sente di non avere e infatti cede al fascino perverso dello psicotico Sam attirata dalla sua capacità violenta di prendersi ciò che vuole.

Sam è uno dei rari casi di homme fatale, l’incontro in grado di distruggere un’esistenza, in questo caso più di una, la sua morbosa gelosia lo porta ad uccidere Laury per un innocuo flirt con un altro uomo e ad uccidere anche il suo amico Mart, l’unico confidente di tutte le sue malefatte solo perché pensa che sia interessato ad Helen.

Se Helen e Sam sono una coppia diabolica i personaggi secondari non sono da meno: Mart è pronto ad uccidere la signora Hart per coprire l’amico, l’investigatore si fa comprare tranquillamente e la stessa signora Hart non ha abbastanza coraggio per ribellarsi alle minacce di Helen. Il motore di tanto squallore  è il denaro e infatti gli unici due che sembrano potersi permettere una morale sono i due ricconi del film.

Mi è sembrato di cogliere anche dei riferimenti metacinematografici: il pacioso ma avido investigatore ricorda Hitchcock nei suoi memorabili cameo e il protagonista maschile, Lawrence Tierney, legnoso beefcake voluto da Tarantino ne Le Iene, assomiglia molto all’attore John Hamm, il protagonista di Mad Men e mi sono ricordata che anche Don Draper è un personaggio in fuga che ha acquisito una nuova vita e una nuova identità…

Frank Costello faccia d’angelo

Francia, 1967
con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon,Cathy Rosier, Catherine Jourdan,Jacques Leroy, Michel Boisrond
regia di Jean-Pierre Melville

Il solitario Frank è un sicario della malavita, meticoloso nel costruirsi alibi perfetti in due tempi. Anche l’alibi per l’omicidio di un tenutario di un nightclub è inattaccabile anche se, uscito dall’ufficio della vittima Frank incrocia la pianista Valerie che finge di non riconoscerlo durante gli interrogatori della polizia. Nonostante risulti estraneo ai fatti l’ispettore di polizia che conduce le indagini non è convinto dell’innocenza di Costello, il che porta i committenti dell’omicidio a volersi liberare del sicario. Ferito da un altro killer e inseguito dalla polizia, Costello uccide il boss che aveva commissionato l’omicidio e poi torna nel night dove si esibisce Valerie  consapevole di andare incontro alla morte.

Caliamo un velo pietoso sulla pessima scelta del titolo italiano che fece infuriare anche il regista: viene addirittura cambiato il nome del protagonista da Jef a Frank per alludere all’omonimo boss mafioso americano.

Le samourai resta un film seminale che ha ispirato diversi autori in diverse parti del mondo, da Drive di Nicolas Winding Refn a Ghost Dog di Jim Jarmusch,  tantissimi sono i tributi e le citazioni al polar di Melville che ha ispirato soprattutto il capolavoro di John Woo, The Killer dove il protagonista di chiama Jeffrey e ha un legame particolare, che lo condurrà alla morte, con una pianista resa cieca da una sua sparatoria.

Per restare nel cinema asiatico, Jonnie To avrebbe voluto Delon per il vecchio killer Costello di Vendicami ma l’attore rifiutò la parte che andò a Jhonny Hallyday.

Le samourai è la summa del polar secondo Melville, il maestro della nouvelle vague che rilesse in chiave ancora più cupa e contemporanea il noir americano anni ’40.

Il film inizia nella stanza del protagonista un appartamento completamente spoglio, solo un uccellino in gabbia è l’unica compagnia (e una sorta di allarme) del killer, una frase in sovraimpressione rimanda a una massima del Bushido : 

Non esiste solitudine più profonda del samurai, se non quella della tigre nella giungla.

La solitudine sociopatica di Jef è resa dai pochissimi dialoghi e dallo sguardo vuoto e gelido di Delon.

Jef ha un'”amica” Jeanne Lagrange che non lo tradisce neanche davanti al rischio di finire in galera e un mazzo di 40 chiavi che gli permette di aprire qualsiasi DS gli serva per i suoi colpi con l’aiuto di un garagista che gli cambia prontamente la targa senza bisogno di parole. La sua è una vita notturna fatta di luoghi loschi e fatiscenti.

Il ritmo del film è dato anche dalla componente Nouvelle vague ancora molto presente nel film: alla solitudine del samurai fanno da contraltare le scene in presa diretta di Parigi: gli appostamenti della polizia nelle vie trafficate, i poster vistosi delle stazioni del metro e una delle sequenze più note del film è proprio l’inseguimento nel metro, sembra una fuga vittoriosa dagli inseguitori con vendetta sul boss che è venuto meno al contratto in realtà è una corsa volontaria verso la morte che avrebbe dovuto culminare con un sorriso sul volto sempre impassibile del protagonista ma il finale venne cambiato all’ultimo minuto. 

Finalmente l’Alba

Italia 2023
con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, Sofia Panizzi, Carmen Pommella, Giovanni Moschella, Enzo Casertano, Michele Bravi
regia di Saverio Costanzo

Roma 1953, Mimosa è una ventenne timida e romantica, patita di cinema come la madre e la sorella maggiore (e maggiorata) Iris che riceve la proposta di fare la figurante in un peplum. Mimosa insiste per accompagnare la sorella al provino e inizialmente scartata, diventa la comparsa della scena finale per un capriccio della protagonista, la star americana Josephine Esperanto che l’ha incrociata nei corridoi. Josephine le regala anche un elegante abito rosso che Mimosa indossa attardandosi a Cinecittà, sarà di nuovo Josephine a offrire alla ragazza un passaggio in macchina per portarla a casa, ma il semplice passaggio si trasforma in una discesa nel sottobosco cinematografico, negli stessi luoghi dove pochi giorni prima ha trovato la morte Vilma Montesi. 


Mah! Commenta perplessa la madre di Iris e Mimosa alla fine del film con Alida Valli e lo stesso commento riservo all’opera che segna il ritorno al cinema di Saverio Costanzo dopo nove anni di lavori televisivi (In Treatment e L’amica geniale).
Sono perplessa perché nel film ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre che ho trovato fastidiose.

Iniziando da queste ultime ho trovato stucchevole il finale surreale, la chiusa perfetta sarebbe stata la discesa da Trinità dei Monti nell’alba livida di Roma con la voce di Josephine che legge la poesia, non c’era nessun bisogno di aggiungere il fantomatico incontro con la leonessa fuggita, ridondante riassunto del messaggio del film: Mimosa che supera le sue paure, non fugge dalla leonessa che finisce per camminarle accanto, una nota surreale che stona con il registro dell’intero film di cui ho apprezzato molto la capacità di passare dall’omaggio neorealista (la parte iniziale con lo spasimante di Iris che si finge introdotto a Cinecittà è quasi una citazione di Bellissima) al mondo felliniano: Mimosa è più di un’appassionata di cinema delusa dall’incontro con i suoi idoli come ne Lo sceicco bianco.

Se girovagando nei meandri di Cinecittà Mimosa ha ancora uno sguardo incantato che la porta all’incontro fortuito con la grande star, riceve anche un anticipo del lato oscuro del mondo del cinema durante il montaggio del cinegiornale sull’omicidio Montesi e nel suo viaggio nella notte romana il sogno si trasforma in un incubo: Mimosa si ritrova proprio nel luogo dov’è morta l’aspirante attrice, nel castello la ragazza è vittima di un gioco crudele di Josephine da cui la salva la profonda innocenza per cui il suo pianto viene scambiato per una raffinata performance artistica.

Mimosa riesce a destreggiarsi e sfuggire a una notte di droga e festini perdendo solo la sua ingenuità (e la verginità) ma quando al mattino si presenta alla porta di Sean, l’attore protagonista del film, convinta di poter iniziare una relazione con lui, scopre di esser stata vittima dell’ennesima manipolazione di Josephine, la cui crudeltà viene banalmente giustificata dalla trasformazione davanti allo specchio mentre si strucca. 

In un film che funziona per le allusioni al caso Montesi, alla ricostruzione del mondo delle comparse e della Hollywood sul Tevere dove tutto viene suggerito e compreso senza bisogno di riferimenti reali, stona un po’ la presenza di un unico personaggio storico, Alida Valli interpretata da Alba Rohrwacher senza per altro nessun lavoro sul trucco per creare una qualche somiglianza con la diva, questo è  un esempio di alcune deviazioni improvvise da un percorso ben disegnato e costruttivo che a mio parere inficiano un’opera altrimenti riuscita.


7 scialli di seta gialla

Italia 1972
con Anthony Steffen, Sylva Koscina,  Jeannette Len, Renato De Carmine, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Annabella Incontrera, Liliana Pavlo, Romano Malaspina
regia di Sergio Pastore

Copenaghen: mentre sta aspettando in un ristorante una modella con cui ha una liason, il pianista cieco Peter Oliver ascolta involontariamente la conversazione di un tavolo accanto che allude chiaramente a un ricatto. Quando arriva Paola, la modella, gli comunica che vuole lasciarlo; poco dopo la donna viene trovata uccisa e l’ispettore Jansen sospetta di Peter ma il pianista, grazie a quella conversazione ascoltata per caso, si rivelerà fondamentale nella scoperta dell’assassino che ha continuato a mietere vittime…

Con un titolo che è uno scioglilingua, Sette scialli di seta gialla, conosciuto anche come Gli omicidi del gatto nero, è un giallo nato sulla scia del successo della trilogia degli animali di Dario Argento, trilogia ampiamente saccheggiata (il protagonista è cieco come Karl  Malden ne Il gatto a nove code, solo per citare l’analogia più macroscopica) ma Pastore non disdegna di rifarsi anche a Sei donne per l’assassino di Bava nell’ambientazione nell’atelier di moda, gli omicidi seriali di modelle e gli immancabili guanti di pelle nera del killer, dulcis in fundo una citazione dell’omicidio nella doccia di Hitchcock per l’assassinio più efferato della pellicola che era già stato anticipato da una scena filmata, estratta da un film che il pianista avrebbe dovuto musicare. 

Giallo minore e derivativo che però non rinuncia ad alcune chicche visive: Susan l’ex circense drogata ricattata dal killer, va in giro con un improbabile mantello con cappuccio e un cestino, se la cappa non fosse bianca saremmo davanti a una riedizione horror di Cappuccetto rosso, il gatto nero richiama E. A. Poe e la scena nella vetreria con il cieco che deve evitare i macchinari ha qualcosa de Il pozzo e il pendolo oltre che una ripresa raffinata dove Peter, ripreso dal basso di una cava, diventa la pupilla verticale dell’occhio di un gatto. 

L’ambientazione danese dona un tono livido riscaldato sempre da qualche punto di colore vivace, esempi di un’eleganza fotografica e compositiva caratteristica del giallo italiano che mi fanno sorvolare su trame lambiccate ed eventuali altri difetti. 

  

La cosa da un altro mondo

The Thing from Another World
USA 1951
con Kenneth Tobey, Margaret Sheridan,Rober Cornthwaite, Douglas Spencer, Dewey Martin, James Arness

regia di Christian Nyby

La squadra del capitano di aviazione Patrick Hendry di base ad Anchorage, viene allertata da una base scientifica artica per uno strano incidente. Al gruppo militare in ricognizione si unisce anche il giornalista in cerca di scoop Ned Scott. Arrivati sul luogo dell’incidente, militari e scienziati si accorgono di aver trovato un disco volante che ha impattato con la banchisa. Recuperato il corpo di un alieno, decidono di trasportarlo nella sua bara di ghiaccio alla base artica. Il parziale scongelamento rivela le sembianze di un essere mostruoso che riesce a liberarsi e scatenare il panico nella base…

La cosa di un altro mondo è un classico della sci-fi americana che apre al filone del tema dell’invasione aliena come metafora della guerra fredda e dell’invasione comunista fomentata dal clima da caccia alle streghe creato dal maccartismo. 

Come tutti i film mitici, il film conserva una sua dose di mistero: a quasi tre quarti di secolo dall’uscita non è ancora chiaro il ruolo di Haward Hawks, fu solo il produttore che ha permeato con la sua idea di cinema l’unica opera degna di nota di Nyby o diresse il film? E in tal caso l’intervento fu per salvare l’opera dall’incapacità del regista designato o Nyby fu un prestanome per un’opera troppo di serie B per un autore come Hawks? Dubbi che alimentano la fama di un film cult che pure è invecchiato maluccio anche per colpa del remake più fedele al romanzo che Carpenter girò nel 1982, La cosa.

Il film del 1951 mostra una derivazione dall’horror classico della casa di produzione RKO: l’essere orrorifico è celato per gran parte del tempo con il doppio vantaggio di aumentare la suspense e limitare i costi; quando viene mostrato l’alieno ha fattezze alla Frankenstein che all’epoca facevano ancora effetto mentre oggi sono un po’ risibili, anche perché gli studi sulla natura dell’alieno, prima di mostrarcelo ce lo descrivono come un vegetale assetato di sangue (torna il vampirismo, tema fondante della stagione horror del primo anni ’30) e più che l’umanoide, risultano inquietanti le culture nate dai suoi semi e irrorate di plasma. Una notazione a margine di questi tempi odierni in cui la scienza è messa così facilmente in discussione, è il ricco corredo scientifico usato dai film dell’epoca per avvalorare storie fantastiche anche se già nel film lo scienziato finisce per avere la peggio: la sua apertura verso la superiorità di un essere appartenente al genere vegetale lo fa prendere per pazzo dagli altri umani e a schiaffoni dall’alieno.  

Per tornare alle tematiche caratteristiche di Hawks presenti nel film, su tutti dominano cameratismo e determinazione resi anche visivamente dalle affollate inquadrature di gruppo in contrasto con la desolata vastità artica e gli anfratti bui della base ma non manca neppure la guerra tra i sessi nelle scaramucce tra la bella segreteria della base scientifica e l’abitante ufficiale d’aviazione, ovviamente la donna ambisce al matrimonio e riuscirà ad ottenerlo.

Il modello di società americana ideale continua con il giornalista (che gira nei dintorni del Polo Nord in trench e cappello di feltro) a cui tocca la parte comica redenta dal toccante discorso di chiusura mentre il manipolo di militari, guidati dal classico ufficiale tutto d’un pezzo, sarà in grado di gestire la lotta per la sopravvivenza con ingegno ma soprattutto coesione. 

Dieci minuti

Italia 2024
con Barbara Ronchi, Fotinì Peluso, Margherita Buy, Alessandro Tedeschi, Anna Ferruzzo, Marcello Mazzarella, Mattia Garaci, Barbara Chichiarelli, Matteo Cecchi
regia di Maria Sole Tognazzi

Bianca è stata lasciata improvvisamente dal marito e per giunta perde anche il lavoro, la sua terapista le assegna un compito: fare ogni giorno una cosa nuova, possibilmente considerata sgradevole, per scuotere Bianca e farla uscire dalla propria confort zone…

Il film di Maria Sole Tognazzi, sceneggiato con Francesca Archibugi, prende ben presto le distanze dal romanzo di Chiara Gamberale a cui d’ispira lasciando in secondo piano i toni da commedia per concentrarsi sull’indagine del malessere psichico.
È un film fatto e interpretato da donne ma il suo significato travalica i generi e tutti possono riconoscersi in Bianca, una persona troppo impegnata a schivare i colpi della vita tanto da non vedere più gli altri (le sarà ribadito molte volte) al punto di non rendersi conto che il suo matrimonio è finito e cadere dal pero quando il marito la lascia. Anche il licenziamento nasce dalle stesse motivazioni: Bianca ha ambizioni da scrittrice ma ripiega su un lavoro da giornalista eppure non ha curiosità per le persone / storie che racconta.
Tra i vari dieci minuti di vita diversa che sperimenta, Bianca finisce per rubare un cappotto e viene denunciata, l’episodio è la scusa per far partire un lungo flash back che racconta di più sul pregresso di Bianca e la sua famiglia: un tentativo di suicidio, una sorellastra, figlia di una scappatella del padre di cui la madre finge d’ignorare l’esistenza e che invece diventa l’ancora di salvataggio per Bianca nel momento più buio della sua vita.
Anche la burbera psichiatra rivela un’attenzione verso la paziente maggiore di quello che il suo atteggiamento lasciava intendere.
Lo scavo dei personaggi è il punto di forza del film, tutti, dalla psichiatra scostante alla sorellastra superficiale, sono figure molto più complesse di quello che appaiono e anche le ragioni dell’allontanamento di Niccolò -il marito- sono comprensibilissime.
Piacevole l’escamotage della sedia difettosa che la Brabanti tiene nel suo studio l’interazione dei vari personaggi con la sedia traballante ne sottolinea le personalità: Bianca si siede senza ribellarsi, Jasmine la cambia, Niccolò si lamenta e resta in piedi; detto questo, la regia procede senza scossoni al servizio della trama riuscendo a rendere la solitudine della protagonista anche se l’uso delle luci con la prevalenza di ambientazioni notturne ricorda molto Petra, la serie tv di successo a cui la regista si è dedicata in questi ultimi anni.

Schiava del male

Experiment Perilous
USA 1944, RKO
con Hedy Lamarr, George Brent, Paul Lukas, Albert Dekker, Carl Esmond, Olive Blakeney, George N. Neise, Margaret Wycherly, Stephanie Bachelor
regia di Jacques Tourneur


ExperimentPerilous

America, 1903: in un viaggio in treno durante una tempesta, lo psichiatra Huntington Bailey fa amicizia con Cissie Bederaux, ricca newyorkese di mezz’età visibilmente spaventata dal maltempo. La donna racconta al dottore che sta tornando a casa dopo una lunga convalescenza ma si dimostra infastidita all’idea di ritornare ad abitare nella casa dì famiglia ora residenza del fratello Nick e la sua bellissima moglie, Allida, tanto da chiedere a Huntington di riservarle una camera nel suo hotel il che causa uno scambio di borse tra i bagagli di Cissie e del dottore. La sera stessa Bailey viene a sapere che la donna è morta e riceve nuove informazioni sulla bellissima e misteriosa Allida che conosce dopo pochi giorni. Leggendo il diario ritrovato nella borsa di Cissie di cui è venuto in possesso con lo scambio, Bailey ha conferma delle impressioni ricevute conoscendo il celebre Nick Bederaux: dietro all’immagine del filantropo si cela un’indole perversa al limite della psicopatia.
Bederaux intanto chiede al dottore di prendere in cura la moglie che ritiene troppo apprensiva con il figlio e sull’orlo della pazzia…

Schiavadelmale

Lontano dalle atmosfere orrorifiche della sua celeberrima trilogia, Tourneur si cimenta con un melodramma dalle atmosfere gotiche, il risultato è discreto, sicuramente troppo verboso e presenta alcune similitudini con Angoscia, il film di George Cukor con Ingrid Bergman uscito nello stesso anno ed è bizzarro che il titolo italiano di GasligthAngoscia– sia quello francese per Experiment Perilous, Angoisse.
La versione passata sabato scorso a Fuori Orario era colonizzata, tecnica che non amo particolarmente, per cui i paesaggi idilliaci della giovinezza di Allida sono ancora più oleografici che in bianco e nero e non so se la tempesta iniziale del treno a cui corrisponde l’esplosione finale degli acquari di casa Bederaux perdano in potenza con la colonizzazione.
Il film sembra seguire una nuova moda cinematografica tracciata da Rebecca la prima moglie l’abbandono dei mad doctor per passare ad analizzare i drammi nascosti dei legami familiari con tutta una serie di coniugi più o meno pazzi che infieriscono psicologicamente sulle e sui consorti, oltre che ad Angoscia penso a Il Castello di Dragonwich per arrivare a Femmina folle.
Un altro modello cinematografico in auge nel cinema americano degli anni 40 e 50 è quello dell’arte con il doppio rappresentato da dipinti, in Schiava del male troviamo sia il dipinto di Allida che la mostra bloccata nel mondo perfetto ma a lei estraneo creato dal marito che un angosciante testa scultorea di Medusa: l’espressione torva sottolinea lo sconcerto creato dalla morte di Cissie e da il falso indizio che la malefica di famiglia sia Allida anziché il marito.
La ricostruzione dell’atmosfera Belle Époque è perfetta negli arredi liberty della hall dell’albergo e nei costumi, Elaine che saluta Bailey al grande magazzino riprende abito e posa di una copertina di una rivista femminile d’inizio secolo.
Interessante anche il gioco di scale: lo scalone che porta al piano nobile sembra essere un reperto scenografico de L’orgoglio degli amberson, l’angusta scala a chiocciola che porta alle camere da letto sottolinea il bipolarismo di Bederaux: appariscente esteriormente e squallido nell’intimità, le valenze psicanalitiche della scala come elemento di congiunzione tra razionalità e subconscio saranno magistralmente rappresentate ne La scala a chiocciola.