La zona morta

The Dead Zone
USA 1983, Lorimar
con Christopher Walken, Brooke Adams, Tom Skerritt, Herbert Lom, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Martin Sheen, Jackie Burroughs, Sean Sullivan, William B. Davis, Nicholas Campbell
regia di David Cronenberg

John Smith si risveglia dopo cinque anni di coma scoprendo di aver acquisito la capacità di vedere il passato e il futuro delle persone che tocca, ben presto la notizia trapela e lo sceriffo chiede il suo aiuto per scoprire chi è il killer della zona. La scoperta è sconvolgente e John Smith rischia di nuovo la vita; l’uomo si chiude ulteriormente in sè stesso anche per il fatto di non riuscire a dimenticare Sarah, la donna che amava e che si è rifatta una vita durante il suo coma. Un riccone di Castle Rock convince John a fare da tutore al figlio ma il rapporto s’interrompe quando John prevede un’incidente del ragazzino. A casa di Stuart John incontra un politico in ascesa nella cui campagna elettorale è coinvolta anche Sarah e la sua famiglia, quando ha l’occasione di toccarlo, John prevede che se sarà eletto presidente,  Stillson scatenerà un conflitto nucleare, decide quindi di sacrificarsi e uccidere il candidato…

Primo film americano di Cronenberg dalla genesi complessa, con diversi passaggi tra case di produzione e sceneggiatori, il risultato pur diverso da romanzo di Stephen King del 1979, è molto buono.

Poco horror inteso come “scene di paura” e ancor meno sanguinolento nonostante i precedenti canadesi del regista, La zona morta è un gotico d’atmosfera dove il gelo climatico di Toronto sottolinea la desolazione personale del protagonista.


John Smith è una persona comune proprio come indica il suo banalissimo nome, con ambizioni normali -un lavoro da insegnante che ama, una ragazza con cui metter su famiglia- tutto spazzato via da un incidente di cui non ha nessuna responsabilità.

Tornato tra i vivi dopo cinque anni, John scopre di avere un potere paranormale che gli permette di salvare dalle fiamme la figlioletta dell’infermiera, di far sapere al dottore che lo cura che la madre creduta morta durante la fuga dal ghetto di Varsavia è riuscita anche lei a salvarsi, ma il figlio che preferisce non rivelarsi dopo quarant’anni alla madre ritrovata lasciando tutto com’è inizia a rivelare che questo dono ha un’utilità relativa.
Il partecipare alla caccia al killer di Castle Rock è per John la conferma che la capacità acquisita lo mette in contatto con il lato peggiore della società (la madre che ha sempre coperto l’assassino) oltre tutto ogni visione si rivela anche pericolosa per la sua salute. John si richiude nel suo dolore e dopo l’ennesima triste esperienza con il giovane Stuart l’isolamento si fa pressoché totale, solo la presenza di Sarah riesce a scuoterlo e lo porta all’incontro fatale con Stillson e alla decisione di sacrificare la propria vita pur di scongiurare la profezia della guerra nucleare.
L’attentato fallisce ma il comportamento abbietto del politico che si fa scudo con il figlioletto di Sarah distrugge definitivamente la sua carriera.

Un film che è anche una critica sociale: Stillson esasperava alcuni tratti reaganiani ma è terribilmente anticipatorio dei populisti contemporanei.

Ottimo il cast con un Martín Sheen scatenato nel ruolo del senatore e Christopher Walker perfetto nel modulare le sfumature del protagonista. 
Da segnalare la coincidenza che in apertura del film l’attore, nelle vesti di insegnante, dia da leggere agli studenti La leggenda di Sleepy Hollow e che quindici anni dopo ne avrebbe interpretato il cavaliere senza testa nel film di Tim Burton.

La rabbia giovane

Badlands
USA 1973 Warner Bros
con Martin Sheen, Sissy Spacek, Warren Oates, Ramon Bieri, Alan Vint, Gary Littlejohn, John Carter, Bryan Montgomery, Gail Threlkeld, Terrence Malick
regia di Terrence Malick



La rabbia giovane


La quindicenne Holly Sargis accetta la corte del giovane spiantato Kit Carruthers che ha dieci anni più di lei. Il padre della ragazza si dimostra contrario alla relazione e viene ucciso da Kit durante un alterco. Holly aiuta il ragazzo a dar fuoco alla casa inscenando anche il loro suicidio poi fugge con lui. I due si rifugiano in una foresta lontani da tutto ma quando la polizia li rintraccia inizia una fuga costellata di omicidi. Holly e Kit decidono di rifugiarsi in Canada ma con la stessa indifferenza con cui ha accettato la fuga, la ragazza decide di abbandonare Kit che si lascia catturare a pochi chilometri dal confine. A lui toccherà la sedia elettrica a lei una pena lieve con la condizionale e il matrimonio con il figlio del suo avvocato.



Badlands


Il film d’esordio del regista Terrence Malick è un piccolo gioiello della cinematografia anni ’70, ispirato alla storia vera di Charles Starkweather e Caril Ann Fugate. Malick realizza un road movie, genere molto in voga nel periodo, ma lo caratterizza con quelli che diventeranno tratti distintivi del suo cinema: il lirismo nato dalla grande attenzione per la natura e la voce off in questo caso è quella di Holly e più che un flusso di coscienza, la voce sembra leggere il diario di una quindicenne superficiale come è la protagonista.
E’ sicuramente la figura della ragazza l’elemento più straniante del film: l’indifferente mansuetudine con cui accetta il suo destino di Kit, indifferente all’omicidio del padre e alle altre morti che seguiranno fanno di Holly una sorta di Lolita inconsapevole e allucinata, ben conscia però che quella con Kit sarà solo una parentesi: mentre vivono ancora il loro idillio nella foresta lei pensa già a chi sarà il suo compagno di vita e come farà ad incontrarlo. Il suo allontanamento da Kit non nasce dal raccapriccio per la vita che stanno conducendo ma per la noia che questa le provoca.



Larabbiagiovane


Il personaggio di Kit assume una certa logica nel finale quando il “nemico pubblico n°1” viene condotto nella base militare e ti sovviene all’improvviso che l’alternativa alla vita rocambolesca scelta da Kit è quella da carne da macello nella Guerra di Corea: nella sua follia violenta Kit sta cercando un’alternativa al destino segnato della white trash.
Il paesaggio è il terzo protagonista della pellicola come suggerisce anche il titolo originale, Badlands e l’evoluzione del paesaggio segue quella dello stato d’animo dei protagonisti: prima una natura lussureggiante dove rifugiarsi e illudersi di poter vivere lontani da tutti poi la piattezza monotona delle praterie che rispecchia la noia durante la fuga, quando l’idea di una vita sempre in viaggio ha perso ogni fascino. Le montagne in lontananza del Canada, evanescenti come il sogno irraggiungibile che rappresentano.



Badlands


Da menzionare i due protagonisti del film: Martin Sheen e Sissy Spacek, sempre in scena in un film che anticipa di pochi anni i film che li renderanno icone cinematografiche: Carrie per lei nel 1976 e per lui Apocalypse Now del 1979.
Piccolo cameo del regista: è l’uomo che va a bussare alla villa del riccone in cui si sono rifugiati i due ricercati e viene allontanato da Kit.
Il film è stato d’ispirazione per Bruce Springsteen per la canzone Nebraska del 1982 contenuta nell’omonimo album,

The Amazing Spider-Man ***IMAX 3D***

Amazingspiderman Peter Parker ha pochissimi ricordi della sua infanzia e dei suoi genitori, ricorda solo la notte concitata in cui lo affidarono agli zii Ben e Mary. Quando Peter è un liceale dalla cantina riemerge una vecchia cartella appartenuta al padre di Peter, Richard. Contiene delle equazioni matematiche e la foto del collega e più caro amico di Richard, il dottor Curt Connors. Peter si mette in contatto con il professore e gli passa la formula paterna senza sapere che le conseguenze saranno inimmaginabili, anche per lui che curiosando nei laboratori della Oscorp viene morsicato da un ragno acquistando i superpoteri..

Non è un mistero che io non abbia amato la trilogia di Sam Raimi per cui sono entrata in sala con pochissime aspettative e invece devo dire che il reboot della saga di Spider, diretto da Marc Webb, mi ha divertito. Ammettiamo pure che gran parte del merito sia del protagonista: se avevo un’antipatia a pelle per Tobey Maguire, confesso di subire il fascino di Andrew Garfield che rientra nei mio canone ideale di uomo non bellissimo e tendenzialmente sfisicato (no, il beefcake non fa per me).
La parte iniziale è forse un po’ troppo “potteriana” con la famiglia in fuga da una forza oscura e lo stilema HP raggiunge l’acme quando Peter indossa gli occhiali del padre trovati nella vecchia borsa.
Ritengo degna di nota la parte che descrive come il protagonista debba riuscire a controllare i suoi nuovi poteri: ci sono momenti comici esilaranti (su tutte la scena liberatoria del pugno che sfracassa la sveglia mattutina) che mi hanno fatto venire in mente, con tutte le debite differenze, Buster Keaton: il maestro del muto raccontava l’inferiorità dell’essere umano verso le macchine (oggi diremmo la tecnologia) mentre in The amazing Spider-Man Peter Parker diventa inadeguato per manifesta superiorità verso la tecnologia a disposizione.
Nonostante questo paragone così alto il film è solamente un buon prodotto di intrattenimento, con effetti speciali notevoli che la visione in IMAX rende ancora più godibili.
Ricordatevi di aspettare la fine dei titoli di coda perché terminano con una piccola clip dell’inevitabile secondo episodio.

The Departed

Thedeparted USA 2006,
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg
regia di Martin Scorsese

Boston: nell’eterno scontro tra mafia e polizia si intrecciano le storie speculari di Colin Sullivan, poliziotto apparentemente modello, ma in realta’ corrotto: e’ la talpa del boss Frank Costello, mentre il giovane Billy Costigan, proveniente dai bassifondi della citta’ viene infiltrato nel piu’ stretto entourage del gangster per riferire direttamente al Capitano Quinnan..

Scorsese torna, con ottimi risultati, a cimentarsi con un tema a lui caro, le dinamiche della malavita, ma questa volta abbandona i familiari bassifondi newyorchesi per Boston dove ambienta la vicenda in seno alla mafia irlandese (che pero’ ha molti punti in contatto con quella italiana, tanto che il boss ha un nome tipicamente nostrano).
L’opera si ispira al primo capitolo alla trilogia noir di Hong Kong, Infernal affairs di Andrew Lau e Alan Mak per costruire un gioco di scatole cinesi, un rimando di specchi dove niente e nessuno e’ realmente quello che dice di essere, ma vive perennemente nella menzogna.
In questo mondo dove la bugia e’ all’ordine del giorno quello che conta sono le origini, le gesta dei morti, quei defunti citati nel titolo originale del film, un titolo che ha anche valenze anticipatorie della storia, rovinato, al solito, dalla infelice traduzione libera italiana.
Per questo motivo Colin Sullivan e’ il rappresentante ideale degli irlandesi buoni e volenterosi perche’ il padre ha sempre lavorato onestamente e poco importa se il figlio ha preferito lasciarsi irretire fin da ragazzino dal fascino perverso di Costello che lo incanta con il mito del denaro facile, viceversa Billy Costigan e’ il perfetto prototipo del ragazzo di strada dato che proviene da una famiglia che da sempre intrattiene rapporti con la mafia locale ed ha avuto il suo piu’ fulgido rappresentante nello zio, tirapiedi di Costello, trovato assassinato.
Il gioco di realta’ falsate diventa parossistico con le figure dalla psicologa fidanzata con Sullivan, che si occupa del rinserimento di Costigan (non restando insensibile al suo fascino): piu’ volte giustifica il bisogno di menzogne come unico modo per non ferire gli altri o evitare situazioni troppo complesse; anche la figura di Costello nasconde delle ombre imprevedibili e cosi’ quelle di tanti personaggi di contorno.
Che dietro questa stigmatizzazione della falsita’ ci sia un messaggio politico, una denuncia dei metodi disinvolti del governo americano e’ lampante, basta pensare alla “bugia” delle armi di distruzioni di massa che hanno giustificato la guerra ed e’ sottolineata dall’ultima immagine del film: un topo di fogna che insozza la meravigliosa vista sul Palazzo di Giustizia del lussuoso appartamento di Sullivan.
La regia secca e precisa di Scorsese e’ supportata da un cast stellare forse non sempre smagliante: se Di Caprio conferma ancora una volta il suo talento nella delineazione nervosa e fragile di Billy Costigan, Matt Damon non e’ sempre alla sua altezza nel dipingere l’antagonista Sullivan; Martin Sheen e’ misurato nei panni del Capitano Quinnan mentre, ho trovato eccessivamente sopra le righe, per un film cosi’ asciutto, la prova di Jack Nicholson che interpreta il boss Frank Costello.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Bobby

Bobby Le ore che precedono l’assassinio di Bobby Kennedy raccontate attraverso la vita di diverse persone che quella notte si trovavano all’Hotel Ambassador di Los Angeles

Un film corale, che piu’ che ad Altman rimanda a Grand Hotel citato espressamente dall’ex portiere Anthony Hopkins, e che il Mereghetti definisce “il prototipo dei film all-star con storie parallele che si incrociano”; ma qualunque sia il referente, la gente che quella fatidica notte dell’8 giugno ‘68 si ritrova all’Ambassador e’ lo spaccato di un’America che sta cambiando e perdendo definitivamente la sua innocenza, alcuni personaggi sono tipici di quell’epoca: la ragazza pacifista che si sposa solo per impedire che un ragazzo finisca in Vietnam, la moglie ricca che si identifica nel suo status sociale, il marito che invece e’ tra i primi ad andare in analisi per ritrovare se’ stesso, la ex bellona finita a fare la parrucchiera e tradita dal marito (un’intensa Sharon Stone, imbruttita per l’occasione ma soprattutto amara e fintamente cinica che con questa prova si riscatta alla grande dal “razzy” meritato per Basic Instinct 2).


Bobby

Il regista Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen, non sempre riesce a dominare le varie storie che compongono questo affresco sociale, pero’ il film, che ha tra i suoi punti di forza quello di di amalgamare perfettamente le scene di repertorio con la fiction, colpisce nel segno ed e’ tragicamente commovente nell’attualita’ dei discorsi di Bobby Kennedy che punteggiano i film: non solo la necessita’ di lasciare il Vietnam si equivale alla necessita’ di uscire oggi dall’Iraq, ma di estrema attualita’ sono anche i discorsi sull’ecologia e quelli contro le lobby delle armi: peccato non aver dato una chance alla pace!

Prova a prendermi

Catch Me If You Can
USA 2002
con Leonardo DiCaprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Martin Sheen
regia di Steven Spielberg



A 16 anni Frank Abbagnale Jr. fugge di casa, incapace di
scegliere con quale genitore andare a vivere dopo il loro divorzio: per i
successivi quattro anni vivra’ di truffe, spacciandosi prima per un pilota della
PAN AM, poi per un medico ed infine per un avvocato. Carl Hanratty, agente
dell’FBI fara’ della sua cattura un fatto personale.


Provaaprendermi


Ispirato alla vera vicenda di
Frank Abbagnale jr., Spielberg utilizza il film per raccontare il mito
dell’America degli anni 60, quando tutto era possibile, anche se si evidenziano
i difetti che ancora oggi scontiamo: l’apparenza e la superficialita’.
Molto
interessante il rapporto di Abbagnale con il padre, un grandissimo Christopher
Walken, e lampante il ruolo di padre putativo che ben presto assume l’agente
Hanratty.

Giudizio del DVD

Innegabile, la qualita’
della traccia audio-video, l’edizione contiene due dischi, di cui uno di extra
particolarmente interessanti: il regista e il cast raccontano la loro
esperienza: pare che il libro in cui Abbagnale racconta la sua vicenda, sia un
cult in America, piu’ volte tentato di portare al cinema: ci riesce Di Caprio
che "arruola" Spielberg come regista.
Molto ghiotto il documentario in cui
Abbagnale racconta brevemente la sua esperienza, anche se e’ eccessiva la
divisione in capitoli che spezza troppo il racconto.