7 scialli di seta gialla

Italia 1972
con Anthony Steffen, Sylva Koscina,  Jeannette Len, Renato De Carmine, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Annabella Incontrera, Liliana Pavlo, Romano Malaspina
regia di Sergio Pastore

Copenaghen: mentre sta aspettando in un ristorante una modella con cui ha una liason, il pianista cieco Peter Oliver ascolta involontariamente la conversazione di un tavolo accanto che allude chiaramente a un ricatto. Quando arriva Paola, la modella, gli comunica che vuole lasciarlo; poco dopo la donna viene trovata uccisa e l’ispettore Jansen sospetta di Peter ma il pianista, grazie a quella conversazione ascoltata per caso, si rivelerà fondamentale nella scoperta dell’assassino che ha continuato a mietere vittime…

Con un titolo che è uno scioglilingua, Sette scialli di seta gialla, conosciuto anche come Gli omicidi del gatto nero, è un giallo nato sulla scia del successo della trilogia degli animali di Dario Argento, trilogia ampiamente saccheggiata (il protagonista è cieco come Karl  Malden ne Il gatto a nove code, solo per citare l’analogia più macroscopica) ma Pastore non disdegna di rifarsi anche a Sei donne per l’assassino di Bava nell’ambientazione nell’atelier di moda, gli omicidi seriali di modelle e gli immancabili guanti di pelle nera del killer, dulcis in fundo una citazione dell’omicidio nella doccia di Hitchcock per l’assassinio più efferato della pellicola che era già stato anticipato da una scena filmata, estratta da un film che il pianista avrebbe dovuto musicare. 

Giallo minore e derivativo che però non rinuncia ad alcune chicche visive: Susan l’ex circense drogata ricattata dal killer, va in giro con un improbabile mantello con cappuccio e un cestino, se la cappa non fosse bianca saremmo davanti a una riedizione horror di Cappuccetto rosso, il gatto nero richiama E. A. Poe e la scena nella vetreria con il cieco che deve evitare i macchinari ha qualcosa de Il pozzo e il pendolo oltre che una ripresa raffinata dove Peter, ripreso dal basso di una cava, diventa la pupilla verticale dell’occhio di un gatto. 

L’ambientazione danese dona un tono livido riscaldato sempre da qualche punto di colore vivace, esempi di un’eleganza fotografica e compositiva caratteristica del giallo italiano che mi fanno sorvolare su trame lambiccate ed eventuali altri difetti. 

  

In compagnia dei lupi

The Company of Wolves
GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury, David Warner, Graham Crowden, Giorgia Slowe, Danielle Dax, Brian Glover, Dawn Archibald, Micha Bergese, Richard Morant, Susan Porrett, Shane Johnstone, Kathryn Pogson, Stephen Rea, Tusse Silberg
regia di Neil Jordan



Thecompaniof thewolves


Nella campagna inglese l’adolescente Rosaleen si abbandona a un sonno inquieto da cui non la risveglia nemmeno la sorella maggiore, Alice, che la avvisa del ritorno dei genitori. Il sonno della ragazzina è popolato di incubi ambientati in epoca fantastica, fuori dal tempo come i racconti delle fiabe a cui sembrano ispirarsi i sogni di Rosaleen. Tutto inizia con la morte della sorella maggiore sbranata dai lupi, per lasciare alla madre il tempo di riprendersi Rosaleen viene affidata alla nonna che vive ai margini del bosco. La vecchietta iniza a istruire la nipotina sui pericoli del bosco, soprattutto quelli legati ai lupi e più pericolosi sono quelli che si nascondono dietro fattezze umane. Un ragazzino del villaggio inizia a corteggiare Rosaleen e la porta nel bosco ma la ragazzino dopo averlo baciato fugge lasciando il sentiero. Mentre la cerca il ragazzo trova tracce della presenza di un lupo. Rosaleen torna a casa sana e salva mentre gli uomini del villaggio organizzano una battuta di caccia per eliminare il lupo. Una volta ucciso si spartiscono le sue spoglie ma la zampa presa dal padre di Rosaleen si trasforma in un arto umano che la ragazzina consiglia di bruciare. Nonostante i pericoli la ragazzina insiste per andare a trovare la nonna e sulla sua strada incontra un cacciatore che scommette di arrivare prima di lei a casa della nonna…



Thecompanyofwolves


Il film si ispira ai racconti di Angela Carter de La camera di sangue e in particolarmente all’adattamento radiofonico tratto dal racconto La compagnia di lupi. La scrittrice collaborò alla sceneggiatura insieme al poco più che esordiente regista Neil Jordan dando vita a questo capolavoro del fantastico anni ’80; il film cavalca l’ondata di passione per il lupo mannaro che investì i primi anni ’80 e ci regala alcune trasformazioni da uomo a lupo sicuramente efficaci ancora oggi. L’opera però si discosta dagli altri film del periodo per la forte caratterizzazione psicoanalitica del mondo delle fiabe, in fondo il film è una rilettura di Cappuccetto Rosso e il tema centrale, molto insistito è il passaggio alla maturità sessuale di Rosaleen con tutte le paure e i desideri che questo comporta.
La vecchia saggia nonna consiglia la ragazzina di non lasciare mai il sentiero (la retta via) e non cedere alle lusinghe degli uomini, soprattutto se hanno determinate caratteristiche che li fanno riconoscere come appartenenti alla razza dei lupi mannari, ovviamente sono tutte caratteristiche fisiche associate alla potenza sessuale.
Rosaleen però non appare così spaventata dal mondo di pericoli che la nonna le descrive, fin dal primo dialogo riguardante la morte della sorella, chiede alla nonna se Alice non avesse potuto difendersi da sola.

Anche la ragazzina inizia a raccontare delle storie alla madre ma il contenuto è ben diverso da quello della nonna, nella prima una donna si vendica del nobile che lo sedotta trasformando in lupi lui e tutti gli invitati al banchetto di nozze con una fanciulla di pari rango, una delle scene visivamente più notevoli di tutto il film, nel secondo racconto la protagonista è addirittura una lupa che si trasforma in essere umano ma poi preferisce tornare nel mondo di sotto. Un racconto che anticipa il finale tutto al femminile ben diverso da quello della fiaba: l’analogia con la fiaba di Cappucetto Rosso finisce con l’incontro tra il lupo e la ragazzina dopo la morte della nonna poi Rosaleen abbandona definivamente il sentiero in cui si era sempre persa in precedenza.



Incompagnia dei lupi


Ma di quale Rosaleen stiamo parlando? Il film ha una costruzione a scatole cinesi, Neil Jordan aggiunge una cornice contemporanea dove la protagonista trascorre il tempo a sognare una storia in cui sono raccontate delle fiabe, esaltazione del lato onirico e inconscio a cui la pellicola vuole dare spazio ma nel finale tutto si ricompatta e una torma di lupi entra nella camera della fanciulla distruggendo tutti i simboli dell’infanzia e risvegliandola bruscamente. Il film finisce qui e non è dato sapere se la Rosaleen “reale” sarà in grado di gestire altrettanto bene il rapporto con la sessualità del suo alter-ego sognato.

Sicilian Ghost Story

Siciliaghoststory

La tredicenne Luna è innamorata del compagno di classe Giuseppe, anche se la madre non vuole che lo frequenti perché figlio di mafiosi. Quando il ragazzino viene rapito per ricattare il padre che si è pentito, Luna è l’unica che cerca di scuotere il paese dall’indifferenza omertosa..

Ho recuperato Sicilian Ghost Story al cineforum di Alessandria, dove la proiezione è stata preceduta da un collegamento telefonico a Luca Bigazzi, direttore della fotografia del film fortemente risentito per le molte critiche tutte italiane alla pellicola che invece è molto apprezzato all’estero.
Non si può che essere d’accordo con il maestro della fotografia perché il film ha una forte valenza sociale nel rievocare la tragica vicenda di Giuseppe di Matteo, vittima di mafia segregato per oltre due anni e poi strangolato e sciolto nell’acido a soli quindici anni.
Non basta certo il senso civile per dare valore a una pellicola ma in questo caso il film è davvero ben fatto e il lavoro di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è molto interessante perché cerca una nuova via per raccontare la tragedia malavitosa. Una strada per certi versi simile a un altro piccolo film (per budget e distribuzione) in cui spicca la fotografia di Luca Bigazzi, L’intervallo, un’altra storia di due adolescenti costretti a una convivenza forzata dai camorristi che ha dei passaggi che sconfinano nella fiaba.



Sicilian ghost story


Di fiaba gotica si parla espressamente per Sicilian Ghost Story, del resto anche il titolo richiama il genere ma anche se tornano diversi elementi favolistici classici ad esempio il montgomery rosso di Luna che fa di lei una sorta di Cappuccetto Rosso, ho avuto l’impressione che il mondo a cui fa riferimento il film non è il gotico inglese ma i rimandi sono alla cultura classica della Magna Grecia: molti degli animali mostrati sono degli psicopompi, traghettatori di anime, in grado di mettere in contatto il mondo reale con l’aldilà e su questo continuo contatto tra i due mondi è giocato tutto il film: l’io interiore estremamente creativo di Luna cerca strenuamente di entrare in contatto con l’amore perduto.
Questa insistita ricerca di un contatto con il mondo dei fantasmi mi ha fatto pensare a un altro film, sempre presentato a Cannes 2017: Personal Shopper dove Maureen tenta disperatamente di comunicare con il gemello morto per restare in contatto con una parte di sé che rischia di perdersi in un paese straniero, in un’attività fittizia e un mondo di comunicazioni virtuali. Allo stesso modo Luna si aggrappa all’amore per Giuseppe per non farsi derubare della capacità di amare dall’atteggiamento omertoso della società che la circonda: non sono più i fantasmi a reclamare l’attenzione degli uomini ma sono i vivi a cercare di colmare il vuoto interiore attraverso i morti.



Sicilianghoststory


Definirei Sicilian Ghost Story un film intriso di cultura classica e umanista, quasi esoterico: l’acqua, elemento dominante di tutta la pellicola non rimanda solo al tragico destino di Giuseppe di Matteo che il film oserà esplicitare con una sequenza veramente toccante, ma diventa strumento alchemico di trasformazione per un corpo distrutto che rivive negli elementi naturali: come nella mitologia la pietà degli dei trasforma in piante o animali tanti sfortunati amanti della mitologia.

Into the woods

Un fornaio e la moglie desiderano tanto un figlio che non arriva e un giorno la strega vicina di casa irrompe in negozio dicendo di esser stata lei a maledire la coppia per vendicarsi di un torto del padre del fornaio. I due aspiranti genitori potranno realizzare il loro sogno se entro tre giorni porteranno alla strega gli oggetti che le occorrono per sciogliere la maledizione.

IntoTheWoods

Film ispirato all’omonimo musical di Stephen Sondheim che intreccia la storia della coppia di fornai alle fiabe di Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Rapunzel e Jack e il fagiolo magico: dai protagonisti delle celebri fiabe i fornai dovranno ottenere gli oggetti necessari all’incantesimo.
Essendo un musical il film è molto cantato anche troppo, visto che la voce narrante si sovrappone ai gorgheggi dei protagonisti, tra i virtuosismi dei bambini e l’ottima prova canora di Meryl Streep che ha guadagnato l’ennesima nomination per il ruolo della strega.
Anche visivamente il film non ha molta anima: gli effetti speciali ci sono ma non sono esibiti allo scopo di colpire lo spettatore, l’impianto è molto classico ma manca il technicolor e la luminosità dei grandi musical da Il Mago di Oz a Brigadoon e nonostante il cameo di Johnny Depp nei panni del lupo cattivo e lo stile della locandina non pervengono tracce d’ispirazione al lavoro di Tim Burton.
Quello che davvero urta è la morale: è vero che bisogna stare attenti a ciò che si desidera perché rischia di avverarsi ma non tutti i protagonisti, che pure sono uniti dalla smania di ottenere ciò che sognano (I wish.. I wish.. si canta all’inizio e alla fine) saranno ripagati dalla stessa moneta e il destino si abbatte addirittura con la morte ovviamente solo sulle donne che hanno desiderato di riavere la bellezza (la strega interpretata da M.Streep) o hanno ceduto a un’innocente evasione amorosa (la fornaia che si lascia baciare dal principe di Cenerentola) lasciandomi la sensazione di aver assistito a un film dal perbenismo e dal maschilismo neppure troppo latente, almeno per i miei gusti.

Grimm

Grimm Nell’anno in cui si celebra il bicentenario della pubblicazione delle fiabe dei Fratelli Grimm arriva in Italia questa serie televisiva che ne stravolge il mito. I Grimm sono umani dotati della capacità di riconoscere gli esseri sovrannaturali che si celano tra noi e di combatterli. Nick Burkhardt, detective della omicidi di Portland, non sa di essere un Grimm, fino a quando la zia che lo ha allevato non glielo confida in punto di morte, lasciandogli tutto il materiale necessario per combattere gli esseri dotati di un lato oscuro.
Nick fa anche conoscenza con un Blutbad, Monroe, che con una dieta vegetariana e tanto pilates riesce a tenere a bada la sua natura mannara.
Monroe diventa il confidente di Nick rivelandosi un aiuto prezioso in molti casi.
La serie non mi esalta particolarmente perché trovo piuttosto debole il lato poliziesco della trama mentre è interessante l’omaggio che si fa alle fiabe dei Fratelli Grimm: ogni puntata si apre con una citazione dalla fiaba a cui ci si è ispirati (su Wikipedia è possibile trovare la citazione e la fiaba di riferimento per ciascun episodio).
Trovo molte attinenze con serie fantasy dei primi anni 2000: i testi raccolti da generazioni di Grimm mi ricordano Il libro delle ombre di Streghe o quello dei cambiamenti di Ghost Whisperer, c’è da domandarsi come mai esaurito il filone fantasy in questi ultimi anni sia così in auge quello legato alle fiabe sia sul grande schermo che in tv (vedi il successo di Once upon a time).
Pur non ritenendola eccelsa devo riconoscere la bravura nell’acchiappare l’attenzione degli spettatori: il pilot, ispirato a Cappuccetto Rosso, si apre su Sweet dreams cantata dagli Eurythmics e si chiude sulla cover gotica di Marilyn Manson a simboleggiare la cupa realtà che deve fronteggiare Nick. La trama orizzontale è un po’ nebulosa ma il finale di stagione si chiude con un colpo di scena: il ritorno della madre di Nick creduta morta e interpretata da Mary Elizabeth Mastrantonio, con questi presupposti mi toccherà vedere anche la seconda stagione!