Donne sole

Italia 1956
con Eleonora Rossi Drago, Gianna Maria Canale, Luciana Angiolillo, Antigone Costanda, Paolo Stoppa, Evi Maltagliati, Vittorio Vaser, Ignazio Balsamo, Enzo Garinei, Ettore Manni, Joseph Lenzi, Gino Buzzanca, Ignazio Leone, Francesco Sormano
regia di Vittorio Sala

Le vicende sentimentali di tre indossatrici che vivono insieme: Nice, Luisa e Mara più una quarta loro collega, Franca. Mara grazie all’aiuto di un imprenditore riesce a fare il salto di qualità e diventare attrice ma conoscendo una diva decaduta capisce che la sua carriera è legata solo alla sua giovinezza. Luisa viene corteggiata da un giovane giornalista che la ragazza trova poco ambizoso così gli preferisce un nobile tanto ricco quanto fatuo. Nice che aveva già avuto a che fare con il medesimo personaggio di cui si è infatuata Luisa, preferisce la compagnia dei suoi gatti e finisce per accettare la goffa corte del vicino di casa. Franca, indossatrice straniera sempre in lotta con il peso, si sposa con un giovanotto siciliano.

Tre anni dopo Come sposare un milionario ecco la versione italiana della convivenza di tre mannequins con sogni di gloria.

L’esito è ben diverso dalla spumeggiante commedia con Marilyn Monroe: nella morale e ahimè anche negli esiti artistici.

Il film si chiude alla prima del film di debutto di Mara con la voce off della protagonista che profetizza il futuro di solitudine sua e di Luisa, le due che si sono lasciate tentare dalla fama e dei soldi, a differenza delle colleghe che sono state più concrete anche se Franca accetta di sposare un uomo che la trova troppo magra e non esita a guardare le altre, insomma un futuro di figli, obesità e corna… davvero invidiabile! 


Nice accetta la corte improbabile del vicino di casa, Paolo Stoppa che in uno dei finti incontri casuali si presenta in ciabatte (e questa è la vetta comica del film!) solo per le delusioni passate ma per lei prevediamo un futuro più sereno in quanto gattara ante litteram =^. _^=


Più spazio viene lasciata alla storia di Luisa che alla prima del film di Mara incontra il giornalista con la sua nuova fidanzata e non le resta che piangere sull’occasione perduta per rincorre il principe libertino che non si è fatto scrupolo di portarla a una festa un po’ equivoca lasciando che l’anfitrione ci provasse con lei. La situazione mi è sembrata una chiara allusione al caso Montesi portato di recente sullo schermo da Saverio Costanzo: addirittura aprendo una porta si vedono due donne sole molto vicine infastidite per esser state importunate,  il massimo possibile per una rappresentazione lesbica nei bacchettoni anni ’50!

Tornando al paragone con Come sposare un milionario anche la fotografia è opposta: invece di uno sgargiante technicolor,  la fotografia di Donne sole è cupa e mortifera a sottolineare il destino infelice delle protagoniste.

Unico punto in cui vince l’opera italiana è nei costumi. La pellicola è davvero una sfilata ininterrotta di abiti eleganti e completi abbinati anche per le mise casalinghe: il film ideale per studiosi della moda anni’50!
Notevole anche la cura nei titoli di testa.

Finalmente l’Alba

Italia 2023
con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, Sofia Panizzi, Carmen Pommella, Giovanni Moschella, Enzo Casertano, Michele Bravi
regia di Saverio Costanzo

Roma 1953, Mimosa è una ventenne timida e romantica, patita di cinema come la madre e la sorella maggiore (e maggiorata) Iris che riceve la proposta di fare la figurante in un peplum. Mimosa insiste per accompagnare la sorella al provino e inizialmente scartata, diventa la comparsa della scena finale per un capriccio della protagonista, la star americana Josephine Esperanto che l’ha incrociata nei corridoi. Josephine le regala anche un elegante abito rosso che Mimosa indossa attardandosi a Cinecittà, sarà di nuovo Josephine a offrire alla ragazza un passaggio in macchina per portarla a casa, ma il semplice passaggio si trasforma in una discesa nel sottobosco cinematografico, negli stessi luoghi dove pochi giorni prima ha trovato la morte Vilma Montesi. 


Mah! Commenta perplessa la madre di Iris e Mimosa alla fine del film con Alida Valli e lo stesso commento riservo all’opera che segna il ritorno al cinema di Saverio Costanzo dopo nove anni di lavori televisivi (In Treatment e L’amica geniale).
Sono perplessa perché nel film ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre che ho trovato fastidiose.

Iniziando da queste ultime ho trovato stucchevole il finale surreale, la chiusa perfetta sarebbe stata la discesa da Trinità dei Monti nell’alba livida di Roma con la voce di Josephine che legge la poesia, non c’era nessun bisogno di aggiungere il fantomatico incontro con la leonessa fuggita, ridondante riassunto del messaggio del film: Mimosa che supera le sue paure, non fugge dalla leonessa che finisce per camminarle accanto, una nota surreale che stona con il registro dell’intero film di cui ho apprezzato molto la capacità di passare dall’omaggio neorealista (la parte iniziale con lo spasimante di Iris che si finge introdotto a Cinecittà è quasi una citazione di Bellissima) al mondo felliniano: Mimosa è più di un’appassionata di cinema delusa dall’incontro con i suoi idoli come ne Lo sceicco bianco.

Se girovagando nei meandri di Cinecittà Mimosa ha ancora uno sguardo incantato che la porta all’incontro fortuito con la grande star, riceve anche un anticipo del lato oscuro del mondo del cinema durante il montaggio del cinegiornale sull’omicidio Montesi e nel suo viaggio nella notte romana il sogno si trasforma in un incubo: Mimosa si ritrova proprio nel luogo dov’è morta l’aspirante attrice, nel castello la ragazza è vittima di un gioco crudele di Josephine da cui la salva la profonda innocenza per cui il suo pianto viene scambiato per una raffinata performance artistica.

Mimosa riesce a destreggiarsi e sfuggire a una notte di droga e festini perdendo solo la sua ingenuità (e la verginità) ma quando al mattino si presenta alla porta di Sean, l’attore protagonista del film, convinta di poter iniziare una relazione con lui, scopre di esser stata vittima dell’ennesima manipolazione di Josephine, la cui crudeltà viene banalmente giustificata dalla trasformazione davanti allo specchio mentre si strucca. 

In un film che funziona per le allusioni al caso Montesi, alla ricostruzione del mondo delle comparse e della Hollywood sul Tevere dove tutto viene suggerito e compreso senza bisogno di riferimenti reali, stona un po’ la presenza di un unico personaggio storico, Alida Valli interpretata da Alba Rohrwacher senza per altro nessun lavoro sul trucco per creare una qualche somiglianza con la diva, questo è  un esempio di alcune deviazioni improvvise da un percorso ben disegnato e costruttivo che a mio parere inficiano un’opera altrimenti riuscita.


In treatment

Intreatment

In treatment pare essere proprio la serie italiana del momento che nella sua distribuzione giornaliera su Sky Cinema 1 ha riavvicinato il pubblico italiano all’appuntamento quotidiano con la fiction preserale.
Come tutti sanno la serie è l’adattamento italiano di un format israeliano venduto in tutto il mondo e per quanto il regista Saverio Costanzo abbia parlato con una certa supponenza del livello notevolmente inferiore delle fiction passate dalle tv generaliste, io trovo nella serie (certamente di spessore) una sfilza di difetti tipici forse più del cinema che della televisione italiana. Alludo a un certo minimalismo rappresentato da quella telecamera francamente troppo statica (pensiamo a Carnage e a cosa si può fare con quattro attori rinchiusi in un appartamento).
Il minimalismo di storie molto parlate e sofferte interiormente era una caratteristica tipica del cinema dei primi anni ‘90 di cui Castellitto fu un degno interprete e se ci si pensa, a parte i cellulari, non c’è nulla nello studio di Giovanni Mari che caratterizzi la contemporaneità dell’ambiente: le storie potrebbe risalire anche a 15/20 anni fa. Del resto anche lo schema di rapporti che si sta delineando è tipico di una certa italianità immobile da decenni: un professionista di successo, in crisi di mezz’età diviso tra una moglie che si è votata a lui e la passione per una giovane donna innamorata che l’uomo non ha il coraggio di ricambiare. Una donna più grande che in qualche modo lo domina, una coppia in crisi che ruota attorno all’idea di un figlio, una ragazzina con problemi familiari, un carabiniere infiltrato dalla ovvia doppia vita, il personaggio meglio riuscito della serie che però si può leggere come speculare alla figura del terapeuta: insomma, il solito maschio borghese schiavo del desiderio sessuale, oppresso da figure familiari femminili troppo ingombranti (che cosa sono Anna e Alice se non rispettivamente la figura materna e la figlia?).
Non ho mai visto la serie americana targata HBO quindi non so come sia il terapeuta descritto in quella serie ma in un periodo in cui i serial killer sono amabili vicini di casa (Dexter), le agenti della CIA bipolari (Homeland), il mitico Sherlock Holmes riletto dagli inglesi come affetto dalla sindrome di Asperger, che noia l’ennesima riproposizione del solito, vecchio modello del maschio italico!

Sotto il sole nero

Sottoilsolenero Sergio si stabilisce abusivamente in un soffitta di San Salvario, ed entra in contatto con la comunita’ multietnica del quartiere, innamorandosi anche di Judy, ex prostituta nigeriana che ora sfrutta la sorella Jennifer. Assieme alla fidanzata e a Badu, un amico musicista, Sergio inventa un canale televisivo fittizio, The Black Soul Channel, allo scopo di realizzare filmati da spedire alle famiglie dagli emigrati per attestare il successo ottenuto in Italia.

Interessante opera prima del documentarista Enrico Verra, da sempre molto attento ai problemi delle periferie torinesi e proprio da un documentario sul difficile quartiere nasce l’idea di questo film che illustra i diversi aspetti della realta’ multietnica di San Salvario, dal controverso legame tra le due sorelle nigeriane che sfocera’ in tragedia, alla distinzione morale che gli arabi fanno con il denaro guadagnato legalmente, quindi degno di essere mandato alla famiglia e quello “sporco”, guadagnato attraverso lo spaccio.
L’astensione di giudizio sul composito mondo di San Salvario si riflette anche sull’uso del media televisivo: da un lato le cassette sono utilizzate per dimostrare la propria riuscita nel mondo occidentale, provocando pero’ un aumento delle richieste economiche di chi e’ rimasto nella terra d’origine, dall’altro viene anche mostrato il potere critico del mezzo per cui se la prima realizzazione di The Black Soul Channel e’ Miss Nigeria in Italia, cioe’ il sogno di una realta’ irraggiungibile, GhettoChic dimostra gia’ una presa di coscienza, anche se giocosa, della propria situazione, l’avventura televisiva finisce con Maroc’n’roll sarcastico festeggiamento del diciottesimo anno d’eta’ che per il giovane immigrato significa la fine dei diritti legati all’infanzia e l’espulsione immediata per qualunque infrazione della legge.

Ho visto il film una settimana fa, nei giorni in cui e’ stata ufficializzata la nomina di Private come rappresentante italiano agli Oscar. Non ho visto il film di Saverio Costanzo, soprattutto per i problemi di cui parlo nel post precedente ma anche per un pizzico di pregiudizio, non lo nego.
Di certo e’ curioso che due opere prime di due documentaristi abbiano un percorso cosi’ diverso:
Sotto il sole nero continuera’ la sua distribuzione nei cineforum senza neppure una locandina a pubblicizzarlo e Private dopo aver vinto a Locarno arrivera’ fino ad Hollywood. Al di la’ delle differenze di qualita’, magari anche notevoli che potrebbero esserci (ma non credo ci siano) tra i due film, mi risulta molto difficile seguire il consiglio della saggia EmanuelaZini e non credere che il fattore ”C” abbia spianato la strada a Private molto piu’ di quel che consente la naturale curiosita’ verso il lavoro di un figlio d’arte.