Francia, 1967
con Alain Delon, François Périer, Nathalie Delon,Cathy Rosier, Catherine Jourdan,Jacques Leroy, Michel Boisrond
regia di Jean-Pierre Melville

Il solitario Frank è un sicario della malavita, meticoloso nel costruirsi alibi perfetti in due tempi. Anche l’alibi per l’omicidio di un tenutario di un nightclub è inattaccabile anche se, uscito dall’ufficio della vittima Frank incrocia la pianista Valerie che finge di non riconoscerlo durante gli interrogatori della polizia. Nonostante risulti estraneo ai fatti l’ispettore di polizia che conduce le indagini non è convinto dell’innocenza di Costello, il che porta i committenti dell’omicidio a volersi liberare del sicario. Ferito da un altro killer e inseguito dalla polizia, Costello uccide il boss che aveva commissionato l’omicidio e poi torna nel night dove si esibisce Valerie consapevole di andare incontro alla morte.
Caliamo un velo pietoso sulla pessima scelta del titolo italiano che fece infuriare anche il regista: viene addirittura cambiato il nome del protagonista da Jef a Frank per alludere all’omonimo boss mafioso americano.
Le samourai resta un film seminale che ha ispirato diversi autori in diverse parti del mondo, da Drive di Nicolas Winding Refn a Ghost Dog di Jim Jarmusch, tantissimi sono i tributi e le citazioni al polar di Melville che ha ispirato soprattutto il capolavoro di John Woo, The Killer dove il protagonista di chiama Jeffrey e ha un legame particolare, che lo condurrà alla morte, con una pianista resa cieca da una sua sparatoria.
Per restare nel cinema asiatico, Jonnie To avrebbe voluto Delon per il vecchio killer Costello di Vendicami ma l’attore rifiutò la parte che andò a Jhonny Hallyday.
Le samourai è la summa del polar secondo Melville, il maestro della nouvelle vague che rilesse in chiave ancora più cupa e contemporanea il noir americano anni ’40.
Il film inizia nella stanza del protagonista un appartamento completamente spoglio, solo un uccellino in gabbia è l’unica compagnia (e una sorta di allarme) del killer, una frase in sovraimpressione rimanda a una massima del Bushido :
Non esiste solitudine più profonda del samurai, se non quella della tigre nella giungla.
La solitudine sociopatica di Jef è resa dai pochissimi dialoghi e dallo sguardo vuoto e gelido di Delon.
Jef ha un'”amica” Jeanne Lagrange che non lo tradisce neanche davanti al rischio di finire in galera e un mazzo di 40 chiavi che gli permette di aprire qualsiasi DS gli serva per i suoi colpi con l’aiuto di un garagista che gli cambia prontamente la targa senza bisogno di parole. La sua è una vita notturna fatta di luoghi loschi e fatiscenti.
Il ritmo del film è dato anche dalla componente Nouvelle vague ancora molto presente nel film: alla solitudine del samurai fanno da contraltare le scene in presa diretta di Parigi: gli appostamenti della polizia nelle vie trafficate, i poster vistosi delle stazioni del metro e una delle sequenze più note del film è proprio l’inseguimento nel metro, sembra una fuga vittoriosa dagli inseguitori con vendetta sul boss che è venuto meno al contratto in realtà è una corsa volontaria verso la morte che avrebbe dovuto culminare con un sorriso sul volto sempre impassibile del protagonista ma il finale venne cambiato all’ultimo minuto.