La ragazza del punk innamorato

How to Talk to Girls at Parties
GB, USA 2016
Elle Fanning, Alex Sharp, Nicole Kidman, Ruth Wilson, Matt Lucas, Edward Petherbridge, Joanna Scanlan, Tom Brooke
regia di John Cameron Mitchell

Londra 1977, anno del Giubileo della regina e trionfo del punk: tre quindicenni del sobborgo di Croydon, patiti di musica con una loro fanzine, s’imbucano a un concerto punk e poi vorrebbero raggiungere l’after party ma finiscono nella festa sbagliata. Convinti di essere ospiti di americani, i tre sperimentano le stranezze dei “turisti”: Henn s’innamora a prima vista di Zan che decide di seguirlo per sperimentare il punk. Convinti che Zan sia vittima di una setta, i tre chiedono aiuto ai loro amici punk per liberare la ragazza…

La quarta regia di John Cameron Mitchell, noto per il film di debutto Hedwig – La diva con qualcosa in più, è un film che ha diviso la critica: certamente è un film bizzarro ma interessante, tratto dall’omonimo racconto di Neil Gaiman.

Screenshot

Il regista gioca abitualmente con temi sessuali pruriginosi quindi non possiamo certo stupirci della sua rappresentazione del sesso alieno che va letta come una rivisitazione in chiave grottesca del secondo chakra (le sei colonie aliene sono legate ognuna ad un chakra e Zan con la sua gravidanza ibrida darà vita al settimo chakra, quello del cuore)

Ovviamente quello che spicca in questo pastiche tra filosofia, sci-fi e teen movie è l’ambientazione nell’Inghilterra dell’esplosione del punk inteso come una forma di ribellione giovanile, forse l’ultima che in pochi anni, se non mesi, viene fagocitata dal capitalismo: Bodicea sottolinea come le stelle affermate del punk siano ormai modelli consumistici ma il suo lavoro è quello di una talent scout in cerca di nuovi successi e Zan stessa fa notare ad Henn che alcune sue affermazioni siano contraddittorie.

Zan è un’aliena in visita alla Terra nel suo mondo i giovani visitano altre dimensioni per poi essere divorati dal genitore che così assimila le loro conoscenze. Zan vuole avere un’esperienza diretta delle realtà che vive e sulla Terra le viene concesso di passare due giorni con i locali.
Nonostante la ragazza non intenda ribellarsi al suo destino, la sua scelta porterà una rivoluzione nelle leggi della sua comunità.

La ragazza del punk innamorato è un inno sbilenco alla libertà, ricostruzione surreale del decennio 68/77: le divise in latex e gli arredi della dimora aliena richiamano la pop art (infatti i tre ragazzi li scambiano per americani), nel suo procedere eccentrico, il film strappa un sorriso e una riflessione.

La cosa da un altro mondo

The Thing from Another World
USA 1951
con Kenneth Tobey, Margaret Sheridan,Rober Cornthwaite, Douglas Spencer, Dewey Martin, James Arness

regia di Christian Nyby

La squadra del capitano di aviazione Patrick Hendry di base ad Anchorage, viene allertata da una base scientifica artica per uno strano incidente. Al gruppo militare in ricognizione si unisce anche il giornalista in cerca di scoop Ned Scott. Arrivati sul luogo dell’incidente, militari e scienziati si accorgono di aver trovato un disco volante che ha impattato con la banchisa. Recuperato il corpo di un alieno, decidono di trasportarlo nella sua bara di ghiaccio alla base artica. Il parziale scongelamento rivela le sembianze di un essere mostruoso che riesce a liberarsi e scatenare il panico nella base…

La cosa di un altro mondo è un classico della sci-fi americana che apre al filone del tema dell’invasione aliena come metafora della guerra fredda e dell’invasione comunista fomentata dal clima da caccia alle streghe creato dal maccartismo. 

Come tutti i film mitici, il film conserva una sua dose di mistero: a quasi tre quarti di secolo dall’uscita non è ancora chiaro il ruolo di Haward Hawks, fu solo il produttore che ha permeato con la sua idea di cinema l’unica opera degna di nota di Nyby o diresse il film? E in tal caso l’intervento fu per salvare l’opera dall’incapacità del regista designato o Nyby fu un prestanome per un’opera troppo di serie B per un autore come Hawks? Dubbi che alimentano la fama di un film cult che pure è invecchiato maluccio anche per colpa del remake più fedele al romanzo che Carpenter girò nel 1982, La cosa.

Il film del 1951 mostra una derivazione dall’horror classico della casa di produzione RKO: l’essere orrorifico è celato per gran parte del tempo con il doppio vantaggio di aumentare la suspense e limitare i costi; quando viene mostrato l’alieno ha fattezze alla Frankenstein che all’epoca facevano ancora effetto mentre oggi sono un po’ risibili, anche perché gli studi sulla natura dell’alieno, prima di mostrarcelo ce lo descrivono come un vegetale assetato di sangue (torna il vampirismo, tema fondante della stagione horror del primo anni ’30) e più che l’umanoide, risultano inquietanti le culture nate dai suoi semi e irrorate di plasma. Una notazione a margine di questi tempi odierni in cui la scienza è messa così facilmente in discussione, è il ricco corredo scientifico usato dai film dell’epoca per avvalorare storie fantastiche anche se già nel film lo scienziato finisce per avere la peggio: la sua apertura verso la superiorità di un essere appartenente al genere vegetale lo fa prendere per pazzo dagli altri umani e a schiaffoni dall’alieno.  

Per tornare alle tematiche caratteristiche di Hawks presenti nel film, su tutti dominano cameratismo e determinazione resi anche visivamente dalle affollate inquadrature di gruppo in contrasto con la desolata vastità artica e gli anfratti bui della base ma non manca neppure la guerra tra i sessi nelle scaramucce tra la bella segreteria della base scientifica e l’abitante ufficiale d’aviazione, ovviamente la donna ambisce al matrimonio e riuscirà ad ottenerlo.

Il modello di società americana ideale continua con il giornalista (che gira nei dintorni del Polo Nord in trench e cappello di feltro) a cui tocca la parte comica redenta dal toccante discorso di chiusura mentre il manipolo di militari, guidati dal classico ufficiale tutto d’un pezzo, sarà in grado di gestire la lotta per la sopravvivenza con ingegno ma soprattutto coesione. 

Il prato macchiato di rosso

Itala 1975
con Marina Malfatti, Enzo Tarascio, Daniela Caroli, Georg Willing, Nino Castelnuovo, Lucio Dalla, Claudio Biava, Dominique Boschero, Barbara Marzano
regia di Riccardo Ghione



Il prato macchiato di rosso


Mentre l’investigatore di un’agenzia internazionale scopre che alcune bottiglie di vino in realtà contengono sangue, nella provincia di Piacenza, un ricco ragazzotto raccoglie prostitute, zingare, ubriaconi e hippies per ospitarli a casa della sorella e del cognato. Il trio ospita la “feccia della società” per ucciderli senza suscitare clamore e utilizzarne il sangue ma mentre il dottor Genovese vorrebbe usarlo per creare un superuomo, la moglie più prosaicamente lo rivende a peso d’oro nei paesi in guerra. Il poliziotto arriverà per salvare almeno due delle tante vittime.


Ilprato macchiatodirosso


Bizzarro e sconclusionato horror dalle venature fantascientifiche che nella sua assurdità diventa persino affascinante anche se non c’è mai un brivido di paura.
Come dice una vecchia locandina è l’unico film girato interamente a Fiorenzuola: la provincia piacentina, il tema del vino anticipano in parte le tematiche del gotico padano che l’anno successivo avrebbe avuto il suo momento di gloria con La casa dalle finestre che ridono.
Se vogliamo inserire la pellicola in una categoria horror potremmo dire che rappresenta un’evoluzione del vampirismo: il robottone costruito da professor Genovese ha un lungo braccio uncinato che preleva tutto il sangue della vittima imbottigliandolo per gli usi più beceri della pazza famiglia: nel suo delirio nazistoide Genovese vorrebbe creare un superuomo di stampo ariano ma non se ne vedono i risultati nonostante la visita offerta alla ragazza hippie del laboratorio. La moglie Nina e suo fratello Alfiero preferiscono rivendere il sangue spedendolo come bottiglie di Gutturnio nelle zone di guerra dove il liquido non ha prezzo. La critica sociale è chiara tanto che a salvarsi sono solo i due giovani hippies che nella scena finale riprendono a il loro girovagare incuranti della brutta avventura.
Del tutto inconsistente la trama dell’indagine dell’agente dell’UNESCO, la fantomatica agenzia antifrode internazionale che non ha nulla a che fare con l’organizzazione culturale che tutti conosciamo, Nino Castelnuovo procede sicuro verso la destinazione finale, la villa dei Genovese, dove sbaraglia con ben poca fatica l’aitante Alfiero armato di fucile e il resto della famiglia.



Ilpratomacchiatodirosso


Nonostante siano più i difetti che i pregi della pellicola, ci sono alcune scene che potrebbero essere anche citazioni colte, ad esempio il festino nella camera con gli specchi deformanti in cui si entra attraverso un tendone-vagina di cui ridono persino gli ospiti, potrebbe essere solo un’idea per aggirare la censura ma poi mi è venuto in mente il lavoro del fotografo André Kertész sulle distorsioni allo specchio e anche l’odio che Nina ha verso lo stravagante marito, in una battuta mi ha richiamato alla mente niente meno che Madame Bovary, l’episodio dello storpio: anche Nina è zoppa ma durante la cena fissando il marito ricorda che anche lei una volta correva benissimo: un’allusione alla scarsa abilità medica di Genovese che rimanda a quella di Charles Bovary?
Resta buona la prova attoriale del malefico trio e anche quella stralunata di Lucio Dalla nei panni del barbone ubriaco ma abbastanza lucido da rendersi conto per primo delle stranezze della villa. Il cantante firma e interpreta anche la canzone omonima, colonna sonora dei titoli di testa e di coda.

Plan 9 from Outer Space

USA, 1959
con Gregory Walcott, Mona McKinnon, Duke Moore, Tom Keene, Carl Anthony, Paul Marco, Tor Johnson, Dudley Manlove, Joanna Lee, Lyle Talbot, Conrad Brooks,
Bela Lugosi, Vampira, Criswell
regia di Ed Wood


Plan 9 from outer space


Un aereo in fase di atterraggio vede un UFO ma l’ordine è quello di tacere sull’incontro con il disco volante, intanto in un cimitero vicino alla casa del pilota Jeff Trent, protagonista dell’incontro alieno, due becchini vengono uccisi mentre seppelliscono una donna. Il marito della defunta muore poco dopo e nuovi fatti misteriosi accadono al cimitero che portano alla morte dell’ispettore Clay, anche la moglie di Trent viene aggredita in casa dal vecchio revenant: è l’attuazione del Piano 9 di una civiltà extraterrestre, resuscitare i morti per convincere i terrestri ad accettare la loro presenza e a recedere dalle ricerche di armi sempre più potenti che finiranno per distruggere l’Universo. Il colonnello Edwards, Jeff Trent e il tenente Harper salgono sull’astronave e discutono con gli alieni, l’arrivo di altri poliziotti fa scatenare una rissa che porta all’incendio dell’astronave mentre i terrestri si mettono in salvo.



Plan9 fromouterspace


Incoronato il film peggiore di tutti i tempi, Plan 9 from Outer Space deve la sua fama (anche) al film di Tim Burton, Ed Wood che ne racconta la genesi.
Il film è veramente bizzarro, un incrocio tra horror e sci-fi, con vampiri-zombie riportati in vita dalla solita invasione aliena tipica dei B movie anni ’50, una di quelle realizzazioni talmente fuori dagli schemi a cui non si può non voler bene, nonostante gli evidenti difetti tecnici e di scrittura.
Il valore aggiunto è ovviamente quello di essere il film postumo di Bela Lugosi: il regista riciclò alcune riprese dell’attore girate poco prima della sua morte e integrate con una controfigura (lontanissima da Lugosi per altezza e fisionomia) che gira con il mantello da vampiro sul volto per non farsi riconoscere.
Gli effetti speciali dei dischi volanti sono risibili però la partenza dell’UFO incendiato mi ha divertito.
Bizzarri anche gli alieni: civiltà evoluta che vuole mettere in guardia l’umanità dalle follie atomiche ha un governo monarchico e le donne non hanno diritto di parola ma soli scopi riproduttivi (!), vabbè diamo la colpa al perbenismo anni ’50 e ai fondi ottenuti da gruppi religiosi…

Non voglio morire

I Want to Live!
USA 1958 MGM
con Susan Hayward, Simon Oakland, Virginia Vincent, Theodore Bikel, Wesley Lau, Philip Coolidge, Lou Krugman, James Philbrook, Gage Clarke, Joe De Santis, John Marley
regia di Robert Wise


Non voglio morire


Barbara Graham, una “party girl” di facili costumi con diversi reati minori alle spalle sembra sistemarsi quando sposa un barista e ha un figlio ma il marito è tossicodipendente e il matrimonio finisce malamente. Barbara torna alla vita di prima e finisce invischiata in una brutta storia di una rapina ai danni di un’anziana signora che ha portato alla morte di quest’ultima: gli altri due indagati asseriscono che anche la Graham ha partecipato all’omicidio mentre la donna si dichiara totalmente estranea ai fatti. La mancanza di un alibi ma soprattutto il suo atteggiamento spavaldo che ha attirato su di lei l’attenzione dei media, la fanno condannare a morte. L’avvocato Matthews chiede il parere del criminologo Carl Palmberg che ritiene la donna incapace di atti di violenza estrema ed espone altri fatti che convincono anche il giornalista Edward Montgomery, uno dei primi ad aver demonizzato Barbara, dell’innocenza della donna ma il ricorso in appello viene rifiutato e dopo diversi ricorsi Barbara finisce nella camera a gas.



Nonvogliomorire


Non voglio morire si conferma ancora oggi tra i film più toccanti contro la pena di morte sorretto dalla grande prova attoriale di Susan Hayward che per questo film vinse l’unico oscar della sua carriera e dall’ottima regia di Robert Wise che costruisce un robusto dramma a tesi ispirato alla vicenda reale di Barbara Eleine Wood Graham finita nella camera a gas nel 1955 a soli 31 anni, come reale è la figura del giornalista premio Pulitzer Edward Montgomery che prima costruisce la figura della rossa ferina e poi diventa uno dei più grandi assertori della sua innocenza. Forse proprio la mancata analisi del cambio di bandiera di Montgomery è l’anello debole del film, più che aver reso la figura della Graham chiaramente innocente mentre pare che ci fossero pesanti prove a suo carico.



I want to live


In ogni caso la vicenda è uno spunto per sottolineare gli aspetti terribili della pena di morte: il film parte con inquadrature sghembe con un’importante colonna sonora jazz, un bianco e nero molto contrastato che ben rendono la vita ai margini della protagonista, molto interessante anche il segmento del processo con le confessioni estorte a una Barbara particolarmente ingenua ma è quando entra in scena la camera a gas che il film raggiunge il suo apice: se fino a quel momento il film aveva mescolato ricostruzioni in studio e scene in presa diretta, dalla comparsa della camera a gas tutto diventa palesemente artefatto perché l’indicibile resta tale anche davanti alla macchina da presa e Wise, grande regista anche di sci-fi sembra fare riferimento a quel genere cinematografico nei dettagli della preparazione del marchingegno mortale, non manca l’ironia dei numerosi cartelli che invitano i detenuti del braccio della morte a condurre una vita sana, prestare attenzione all’igiene e a non fumare ma è la ricostruzione dei continui rimandi dell’esecuzione, l’assicurarsi che la linea per la grazia all’ultimo minuto sia libera, che sono strazianti per le false speranze che regalano al condannato a cui però non viene risparmiato l’ultima onta della morte pubblica davanti a giornalisti e testimoni tanto che anche la spavalda Barbara chiede di essere bendata per non vedere ancora quel pubblico invadente che ha fatto scempio della sua vita.

Ritorno al futuro

Back to the Future
USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson, Crispin Glover, Thomas F. Wilson, Wendie Jo Sperber, James Tolkan, Billy Zane, Claudia Wells, Frances Lee McCain, Marc McClure, George Di Cenzo
regia di Robert Zemeckis



Back to the future


Il 17enne Marty Mcfly, studente perennemente in ritardo con una band musicale troppo rumorosa e dei genitori depressi, ha come amico Doc uno scienziato svitato, che una sera gli da appuntamento nel parcheggio del centro commerciale per mostrargli la sua ultima invenzione, una macchina del tempo. Per costruirla Doc ha rubato del plutonio a dei terroristi libici che si presentano sul piazzale eliminando Doc e costringendo Marty a una fuga nel tempo. Il ragazzo si ritrova nel 1955 e non gli resta che rivolgersi al giovane Doc perché riesca a riportarlo nel 1985 senza l’uso del plutonio; nel frattempo Marty deve sfuggire alle attenzioni della madre adolescente e fare in modo che s’innamori dello sfigatissimo George Macfly o lui e i suoi fratelli non verranno al mondo.



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Il film si apre sulla bizzarra collezione di orologi di Doc, ossessionato dal viaggio temporale da quando una caduta in bagno nel 1955 non gli fornì l’idea del flusso canalizzatore. Perfetto congegno ad orologeria è anche il plot del film dove tutti gli elementi s’incastrano perfettamente per dar vita al film cult che mescola la sci-fi alla commedia giovanile, soprattutto nel finale dove i continui contrattempi potrebbero rovinare il ritorno di Marty nel suo tempo ma tutto è calibrato con precisione millimetrica.
L’ossessione per il tempo e la puntualità di Doc fa da contraltare al perenne ritardo di Marty, anche a scuola colleziona note su note perché non entra in classe puntuale. Altrettanto speculari sono i due mondi giovanili: il 1985 fatto di mode:la giovane Lorraine crede che Marty si chiami Levis Strauss, visto che il nome ricorre su tutti gli indumenti da perfetto paninaro, la disinibizione con cui Marty progetta un weekend al lago con la fidanzata fa da contraltare ai puritani anni ’50, puritani e ipocriti visto che l’adolescente Lorraine è ben più disinvolta di quanto racconterà nel futuro ai figli.
Il padre George nel 1985 è schiavizzato dal capoufficio, ex compagno di scuola che lo bullizzava trent’anni prima. L’incontro con il (futuro) figlio trasforma George che arriva a sfidare, anche se involontariamente, il suo aguzzino e a modificare il futuro: Marty tornerà in una famiglia più realizzata e amorevole.



Ritorno al futuro


Il genere teen negli anni’80 era sicuramente in gran voga e la peculiarità del film di Zemeckis è di ibridarlo con il filone nostalgico anni ’50 molto caro ad autori come Spielberg, produttore del film e i suoi amici registi. L’idea veramente geniale è di aggiungervi l’elemento fantascientifico con il viaggio nel tempo lanciato solo l’anno prima da Terminator.
Non c’è la precisione del paradosso della nascita di John Connor, anzi il film si diverte a giocare con le regole dello spazio tempo. “chi se ne frega!” come dice lo stesso Doc e sempre con lo spirito che caratterizza quel gruppo di registi emergenti c’è il gioco del rimando cinefilo dai monster movie anni ’30 da dove deriva il fulmine vitale per il rientro, alla fantascienza anni 50 per cui Marty si traveste da marziano per convincere il padre a corteggiare la futura moglie, anche se il tributo più esplicito è l’incontro con la famiglia di contadini proprietari del fienile dove si ferma la DeLorean.

Un bacio e una pistola

Kiss Me Deadly
USA 1955
con Ralph Meeker, Albert Dekker, Paul Stewart, Juano Hernandez, Wesley Addy, Marian Carr, Maxine Cooper, Cloris Leachman, Gaby Rodgers, Nick Dennis, Jack Lambert, Jack Elam, Jerry Zinneman, Percy Helton, Mady Comfort, Strother Martin, James McCallion, Fortunio Bonanova
regia di Robert Aldrich


Unbacioeunapistola


Costretto a caricare un’autostoppista mezza nuda che gli si para davanti alla macchina, il detective Mike Hammer aiuta la donna a sfuggire a un controllo di polizia ma si risveglia in ospedale sopravvissuto a un incidente d’auto in cui sarebbe morta la ragazza anche se Hammer ha vaghi ricordi di un rapimento e di torture inflitte alla donna. Il detective inizia a indagare sul caso che costerà altre vite prima di scoprire un terrificante segreto..



Kissmedeadly


Un bacio e una pistola è considerato un classico del cinema noir, addirittura il primo post-noir perché la vicenda esula dal dramma personale per arrivare a una soluzione molto più tragica, dato che coinvolge l’intera umanità: l’oggetto per cui muore Christina Bailey e tanti altri, compreso Nick, il meccanico amico di Hammer, è “la testa della Medusa” un ordigno nucleare che viene aperto con esiti catastrofici dalla novella Pandora, la curiosa Lily/Gabrielle.



Kiss me deadly


Il film si chiude quindi con un crossover verso il genere fantascientifico e le paranoie da guerra fredda ma che il capolavoro di Aldrich fosse insolito lo si capisce già dall’apertura, dai piedi nudi della ragazza che corrono sull’asfalto, il respiro affannoso, le macchine che la evitano fino a costringerla a gettarsi in mezzo alla strada per fermarne una, quella di Hammer che per evitarla finisce fuori strada. Dopo quest’introduzione partono i titoli di testa,che scorrono in diagonale con uno stile non nuovo e poi ripresi e diventati l’emblema di Guerre Stellari ma la novità sta che scorrono all’incontrario dal basso verso l’alto costringendo lo spettatore a un certo sforzo lo stesso che si dovrà fare per tutto il film per seguire l’intricata storia, per quanto tutti i dettagli portino alla soluzione finale, si ha quasi l’impressione che Hammer sia un topo che corre in una sorta di labirinto.
Il personaggio di Hammer ci viene introdotto dall’interrogatorio dei poliziotti che lo valutano con disprezzo: è un sedicente detective che vive sulle infedeltà coniugali, ricattando per situazioni ricostruite ad hoc i malcapitati, con la complicità di Velda la sua segretaria che si presta a questi intrighi perché ama il lusso.
Sordido e amorale come i suoi nemici, Hammer non si farà scrupolo di usare la violenza, tortura compresa, per arrivare alla soluzione.



Kissmedeadly


Il film è molto interessante soprattutto per la fotografia: il bianco e nero è molto contrastato ma a differenza dei noir anni ’40 non c’è il compiacimento di giocare con le ombre siano esser riflesse sui muri o ghirigori sui volti degli attori, forse perché i protagonisti sono sordidi, veri animali notturni è nelle luce diurna o dei locali ben illuminati che si nasconde il pericolo, fino alla luce dirompente dell’esplosione finale.
Lo stile di ripresa ha un che di wellesiano: prodondità di campo, inquadrature insolite attraverso le architetture, una vera e propria ossessione per le scale tanto che si dice che il percorso del detective non sia orizzontale ma verticale, un’ascesa verso la (as)soluzione dal bassifondo morale da cui proviene, anche se non c’è riscatto morale per il protagonista, antieroe per eccellenza per cui sarebbe da preferire il finale europeo che si chiude con l’esplosione della casa invece di quello americano in cui Hammer e Velda riescono a fuggire nell’oceano (ma quanto può essere salvifico riuscire a fuggire a qualche centinaio di metri da un’esplosione nucleare?).



Un bacio e una pistola


C’è poi la caratteristica dei piedi: su due piedi nudi si pare il film, quando Christine viene torturata sentiamo solo le sue urla mentre la macchina da presa resta sulle sue gambe , dal ginocchio in giù dandoci così il modo di incontrare per la prima volta le scarpe del torturatore, la visuale rasoterra è anche la soggettiva di Hammer che giace al suolo semi incosciente e infatti quando va nella villa del boss, la scusa del bagno in piscina serve per controllare le scarpe degli scagnozzi per vedere se riconosce quelle che ricorda: le soluzioni geniali nate dal girare in fretta.

Alien Covenant

Aliencovenant

L’astronave Covenant ha la missione di trasportare un carico di embrioni per colonizzare un pianeta lontano: mentre l’equipaggio dorme un sonno criogenico, l’astronave è guidata dall’androide Walter. L’impatto con una tempesta di neutrini costringe l’equipaggio a un brusco risveglio che porta alla morte del capitano Branson. L’astronave decide quindi di riparare in un pianeta vicino che sembra ideale per ospitare la vita, qui troveranno l’androide David unico sopravvissuto dell’astronave Prometheus..

Sinceramente non sono particolarmente delusa dal secondo prequel di Alien: vedo queste nuove trilogie che crescono attorno ai classici della fantascienza con occhio disilluso: non mi aspetto capolavori o sconvolgenti chiose alle opere precedenti e mi godo quanto di buono può offrire lo spettacolo.
Come per Prometheus non mi ha intrigato molto il lato filosofico della trama, mentre apprezzo gli agganci alla tradizione cinefila: in questo secondo capitolo, come Lucas ci ha insegnato, la vittoria spetta al cattivo che verrà definitivamente sconfitto nell’ultimo episodio. Ridley Scott segue alla lettera il diktat ed entra subito in medias res: le morti e gli attacchi dei neomorfi non si fanno aspettare.
Ribadisco peccato le lungaggini filosofiche tra androide buono e androide cattivo, la pellicola avrebbe guadagnato in compattezza seguendo i classici horror e sci-fi che cita: l’astronave che arriva su un pianeta sconosciuto dove si trovano i resti e i sopravvissuti di un’altra nave spaziale rimandano a Il Pianeta proibito, rappresentare il luogo dove vive David come L’isola dei Morti di Böcklin riletto da Giger è un chiaro rimando gotico e l’isola apparentemente ospitante ma governata da un pazzo è l’idea di base de La pericolosa partita.




Alien-Covenant


Ridley Scott nobilita il prequel di Alien non solo rileggendo sé stesso ma anche i classici del genere e che Alien Covenant sia un film tutto volto al passato lo dimostra il flash back iniziale dove David apre l’occhio e discute con il suo creatore tra capolavori dell’arte moderna compresa la meravigliosa sedia trono di Bugatti

Arrival

Arrival Quando improvvisamente dodici astronavi aliene stazionano in dodici punti diversi del nostro pianeta, la linguista Louise Banks viene ingaggiata dalla task force americana che cerca di comprendere la natura del misterioso oggetto sul suolo americano, per capire se gli alieni sono in grado di comunicare tra loro e anche con noi…

Denis Villeneuve affronta la fantascienza filosofica con un messaggio fortemente pacifista: non si vedevano da tempo alieni animati da così buoni intenzioni, personalmente li ritengo anche un po’ sprovveduti dato che sono venuti sulla Terra per creare un rapporto amicale in previsione del fatto che tra 3000 anni la loro razza avrà bisogno del nostro aiuto e contare su un sentimento di gratitudine da ripagare dopo 3000 anni mi sembra chiedere un po’ troppo alla razza umana che come al solito, all’arrivo degli alieni, rischia di distruggersi da sola per paura, scarsa comprensione e nessuna voglia di scambiarsi le informazioni acquisite.

A prendere letteralmente in mano la situazione e salvare il pianeta è la giovane linguista che con passione cerca di comunicare con gli alieni interpretando il loro linguaggio e ricevendone in cambio una comprensione dell’universo che trascende i limiti del nostro mondo.

Lo stile scelto dal regista è estremamente minimalista, sia nella rappresentazione delle astronavi dai gusci convessi che si fermano a pochi metri dal suolo terrestre sfidando la legge di gravità, che nel rappresentare gli alieni, presenze sfuggenti immerse nella atmosfera liquida che permette loro la vita (e chissà perché a livello inconscio sono convinta che l’acqua sia l’elemento terrestre che meglio possa rappresentare una diversa concezione temporale).


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Arrival punta molto sull’enfasi per celazione: l’arrivo degli alieni, che pure dà il titolo al film, non è mostrato: l’attenzione è rivolta sulle reazioni dei terrestri che assistono all’evento sui media. Gli eptapodi in fondo non sono figure così innovative per gli amanti della sci-fi e mi permetto una battuta dicendo che più Tom & Jerry (Abbot & Costello nella versione originale) io li avrei soprannominati Yog e Sothoth.

Il film sembra voler parlare all’inconscio delle persone usando un immaginario derivativo dai classici della fantascienza, una logica stringente per cui a un certo punto avevo capito chi era il padre di Hannah, la figlia di Louise, un apparente tentativo di “furbizia” lasciando la possibilità di immaginare un paradosso temporale alla Terminator smentito della scrittura circolare (come il tempo) degli alieni.