Il pataffio

Italia 2022
con Lino Musella, Giorgio Tirabassi, Viviana Cangiano, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Daria Deflorian, Alessandro Gassmann, Valerio Mastandrea
regia di Francesco Lagi

Lo stalliere Berlocchio di Cagalanza ha sposato la figlia del re di Montecacchione che lo ha insignito Marconte di Tripalle, feudo di cui deve prendere possesso. Quando Berlocchio con la sua sposa e il suo sgangherato seguito arriva al castello di Tripalle lo trova semi diroccato, buono solo per il ricovero dei magri armenti dei poverissimi villici. Berlocchio dichiara sue tutte le bestie e si organizza per trascorrere la prima notte in tenda in attesa che il castello venga reso agibile. Con questa scusa sfugge anche alle brame amorose di Bernarda che vuole consumare il matrimonio sull’onda delle sue letture romantiche dei poemi cavallereschi. La mattina dopo la corte scopre che tutte le cavalcature sono state rubate assieme alle bestie ricoverate all’interno del castello. Gli animali sono stati portati dai villici alla Vecchia, signora di Castellozzo, il feudo attiguo, per salvarle dalle pretese del nuovo marconte, che ignaro di tutto dichiara guerra a Castellozzo. A Tripalle restano solo Bernarda e frate Cappuccio che tra confidenze e confessioni finiscono a letto, Bernarda muore durante l’atto e Berlocchio non sa come restituire il corpo al padre. Si decide di farla bollire e restituire al re solo una cassetta con le sue ossa ma il re di Montecacchione s’infuria anche perché Berlocchio non vuole restituire il feudo. Intanto il marconte deve anche fronteggiare la ribellione dei villici che non vogliono pagare i dazi quindi si allea con Migone, sorta di capo villaggio che ha guidato la rivolta, ma il contadino muore d’indigestione dopo la cena di accordo con Berlocchio. L’esercito del re di Montecacchione è ormai alle porte e il marconte decide di suicidarsi assieme al consigliere Belcapo, dopo aver inutilmente provato a suicidarsi contemporaneamente con lo stesso cappio, Belcapo s’impicca per primo ma Berlocchio non è in grado di staccare il corpo e seguirlo nella morte come promesso così non gli resta che la fuga. 

Dal romanzo omonimo di Luigi Malerba, il regista Francesco Lagi trae un film che ricorda molto L’armata Brancaleone  per la totale incompetenza di Berlocchio e del suo seguito, il rapporto atavico con la fame (tema che ha anche riminescenze pasoliniane). Il medioevo cialtrone di Monicelli torna anche nei costumi. 

Ben presto il tono nostalgico per le opere precedenti passa in secondo piano e l’opera assume un suo interesse peculiare; anche il tono ridanciano delle disavventure dei protagonisti si fa più macabro con l’affastellarsi delle morti dei vari personaggi e il film si rivela una spietata analisi dei giochi di potere: il nuovo nobile per cui è stato creato un titolo apposito, marconte, non è in grado di gestire il potere ma ciò non dipende dalla sua natura plebea ma dal fatto che il re stesso non lo abbia messo in condizione di poter gestire il suo ruolo buttandolo allo sbaraglio e facendolo capo del feudo più malridotto del regno.
L’incompetenza e l’incuria non possono che portare risultati nefasti.

Buona la prova del cast, da menzionare Alessandro Gassmann che per sfuggire al confronto con la prova paterna in Brancaleone, (ma i ruoli sono completamente differenti) finisce per ricordare i grugniti di frate Salvatore ne Il nome della rosa

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