Finalmente l’Alba

Italia 2023
con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, Sofia Panizzi, Carmen Pommella, Giovanni Moschella, Enzo Casertano, Michele Bravi
regia di Saverio Costanzo

Roma 1953, Mimosa è una ventenne timida e romantica, patita di cinema come la madre e la sorella maggiore (e maggiorata) Iris che riceve la proposta di fare la figurante in un peplum. Mimosa insiste per accompagnare la sorella al provino e inizialmente scartata, diventa la comparsa della scena finale per un capriccio della protagonista, la star americana Josephine Esperanto che l’ha incrociata nei corridoi. Josephine le regala anche un elegante abito rosso che Mimosa indossa attardandosi a Cinecittà, sarà di nuovo Josephine a offrire alla ragazza un passaggio in macchina per portarla a casa, ma il semplice passaggio si trasforma in una discesa nel sottobosco cinematografico, negli stessi luoghi dove pochi giorni prima ha trovato la morte Vilma Montesi. 


Mah! Commenta perplessa la madre di Iris e Mimosa alla fine del film con Alida Valli e lo stesso commento riservo all’opera che segna il ritorno al cinema di Saverio Costanzo dopo nove anni di lavori televisivi (In Treatment e L’amica geniale).
Sono perplessa perché nel film ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre che ho trovato fastidiose.

Iniziando da queste ultime ho trovato stucchevole il finale surreale, la chiusa perfetta sarebbe stata la discesa da Trinità dei Monti nell’alba livida di Roma con la voce di Josephine che legge la poesia, non c’era nessun bisogno di aggiungere il fantomatico incontro con la leonessa fuggita, ridondante riassunto del messaggio del film: Mimosa che supera le sue paure, non fugge dalla leonessa che finisce per camminarle accanto, una nota surreale che stona con il registro dell’intero film di cui ho apprezzato molto la capacità di passare dall’omaggio neorealista (la parte iniziale con lo spasimante di Iris che si finge introdotto a Cinecittà è quasi una citazione di Bellissima) al mondo felliniano: Mimosa è più di un’appassionata di cinema delusa dall’incontro con i suoi idoli come ne Lo sceicco bianco.

Se girovagando nei meandri di Cinecittà Mimosa ha ancora uno sguardo incantato che la porta all’incontro fortuito con la grande star, riceve anche un anticipo del lato oscuro del mondo del cinema durante il montaggio del cinegiornale sull’omicidio Montesi e nel suo viaggio nella notte romana il sogno si trasforma in un incubo: Mimosa si ritrova proprio nel luogo dov’è morta l’aspirante attrice, nel castello la ragazza è vittima di un gioco crudele di Josephine da cui la salva la profonda innocenza per cui il suo pianto viene scambiato per una raffinata performance artistica.

Mimosa riesce a destreggiarsi e sfuggire a una notte di droga e festini perdendo solo la sua ingenuità (e la verginità) ma quando al mattino si presenta alla porta di Sean, l’attore protagonista del film, convinta di poter iniziare una relazione con lui, scopre di esser stata vittima dell’ennesima manipolazione di Josephine, la cui crudeltà viene banalmente giustificata dalla trasformazione davanti allo specchio mentre si strucca. 

In un film che funziona per le allusioni al caso Montesi, alla ricostruzione del mondo delle comparse e della Hollywood sul Tevere dove tutto viene suggerito e compreso senza bisogno di riferimenti reali, stona un po’ la presenza di un unico personaggio storico, Alida Valli interpretata da Alba Rohrwacher senza per altro nessun lavoro sul trucco per creare una qualche somiglianza con la diva, questo è  un esempio di alcune deviazioni improvvise da un percorso ben disegnato e costruttivo che a mio parere inficiano un’opera altrimenti riuscita.


Io sono l’amore

Iosonolamore Italia 2009
con Tilda Swilton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson
regia di Luca Guadagnino

La famiglia Recchi fa parte dell’alta borghesia milanese, ed è guidata con piglio di ferro dal patriarca Edoardo che nel giorno del suo compleanno lascia la direzione dell’azienda tessile al figlio Tancredi e al nipote Edoardo. Il giovane rampollo stringe amicizia con Antonio, un cuoco che lo ha battuto in una gara di atletica. I due decidono di aprire un ristorante insieme intanto, alla morte del padre, Tancredi decide di vendere l’attività di famiglia; già turbato da questa decisione che contrasta con le volontà del nonno defunto, Edoardo scopre che tra Antonio e la madre Emma è scoppiata la passione..

Protagonista del film è Emma, la moglie di Tancredi, originaria della Russia si è trasferita a Milano al seguito del ricco marito che le ha cambiato pure il nome, trovandogliene uno più consono alla nuova altolocata posizione sociale. Madre di tre figli, Emma è felice della sua quotidianità almeno fino a quando non incontra la passione amorosa tra le braccia del giovane Antonio.
La peculiarità del film è quella di affidare l’esplorazione dell’animo di Emma non tanto ai dialoghi quanto alla scenografia. Protagonista del film, tanto quanto la famiglia che la abita, è villa Necchi Campiglio, residenza deco di proprietà del FAI.
Il film si apre sulle immagini grigie di una Milano gelida ed innevata, bella ma desolata in netto contrasto con il calore della vita famigliare che si svolge all’interno della villa, altrettanto caloroso è lo stato d’animo della donna, dedita alla famiglia in cui trova rifugio dal gelido esterno, da una città che forse non ha mai compreso. Man mano che nasce la passione per Antonio, le immagini dell’esterno si fanno più allettanti mentre l’interno della villa si rabbuia trasformandosi quasi in una prigione da cui Emma fugge per rifugiarsi nell’entroterra sanremese dove Antonio ha intenzione di aprire il ristorante.
Quando la tresca viene scoperta sfocia in tragedia e la gabbia sociale in cui Emma è invischiata si trasforma in un vero e proprio cimitero da cui non le resta che fuggire.
Melodramma contemporaneo, a tratti compiaciuto della propria estetica ma pellicola originale e di sicuro interesse.

L’uomo che verrà

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Martina e’ una bambina rimasta muta in seguito alla morte del fratellino neonato spirato tra le sue braccia. Attraverso i suoi occhi seguiamo la vita della sua famiglia e dei suoi compaesani sull’Appennino emiliano nei mesi che precedono e nei giorni che seguono la terribile strage di Marzabotto iniziata il 29 settembre 1944 per concludersi il 5 ottobre 1944.

L’uomo che verra’ non e’ propriamente un film sulla strage di Marzabotto, Diritti prosegue la sua teoretica iniziata nella sua opera prima, Il vento fa il suo giro , che consiste nella narrazione di mondi di matrice contadina appartati come la comunità occitana delle valli cuneesi del film precedente o scomparse, come la vita contadina ai margini della montagna continuata per secoli con le sue leggi ataviche e dure fino al dopoguerra, raccontata nella pellicola attualmente nelle sale. Al regista preme raccontare l’impatto di un un mondo arcaico guidato da leggi secolari con la follia moderna di una guerra crudele che colpisce la popolazione e la costringe suo malgrado a cercare di mantenere un equilibrio impossibile tra le richieste dei partigiani e quelle dei tedeschi: qualunque sia il pensiero politico degli abitanti, essi sono comunque costretti a dividere i magri raccolti con i tedeschi che confiscano e i partigiani che promettono pagamenti a guerra finita.
LuomocheverràIl racconto ha i ritmi lenti di un mondo ormai scomparso e fa pensare a L’albero degli zoccoli di Olmi, maestro di cui Diritti e’ il più fedele allievo, anche per la scelta stilistica di girare il film in dialetto emiliano, sottotitolandolo. Forse incuriosisce il fatto che i dialoghi dei soldati tedeschi non siamo mai sottotitolati ma questa scelta acuisce ancora di più l’incomunicabilità tra i due mondi che sono venuti a collidere. Sicuramente il mondo contadino della famiglia di Martina sarebbe stato comunque destinato a scomparire con il progresso dei decenni a venire, ma l’evento sconvolgente della rappresaglia nazista sconquassa ancora di più quella realtà già così duramente provata per cui non tutti i sopravvissuti materialmente alla strage avranno la forza di sopravvivere in un mondo che ha sovvertito in maniera così folle le regole della convivenza umana; ci riusciranno sono i bambini la cui spinta vitale e’ più forte della perdita della capacita’ di sapersi muovere in un mondo che all’improvviso appare incomprensibile.
L’uomo che verrà conferma il talento originale di Diritti e l’interesse verso questo autore si fa più insistente, benché il film sia stato vergognosamente distribuito solo in cinquantacinque (55!) copie sul territorio nazionale; ma dicevo dell’interesse verso l’autore per cui ogni commento a questo film si conclude ricordando che per anni Diritti ha curato i casting per registi come Fellini, lo ricordo anche io perché la scelta della spia fascista e’ davvero stupefacente: un volto beffardo uscito da un delirio pittorico di Hieronymus Bosch.

Il papa’ di Giovanna

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Bologna, fine anni ‘30: un professore di disegno campano trapiantato a Bologna vive per la figlia che dimostra una qualche fragilita’ emotiva e le restera’ vicino anche quando la ragazza in uno scatto di gelosia uccidera’ la sua migliore amica e sara’ rinchiusa in un ospedale psichiatrico..

Sono entrata in sala con molte aspettative verso questa pellicola (speravo in un bis della magia de La seconda notte di nozze) e invece sono uscita dalla sala con un sonoro “embe’?” che mi dominava la mente.


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La storia era anche interessante, la ricostruzione della Bologna pre e post bellica buona, quello che credo non abbia funzionato sia stata la scelta di concentrare l’attenzione “sul vaso di coccio tra vasi di ferro”: questo padre, eterno sconfitto dalla vita, dall’amore, dalla paternita’ (e pure dall’amicizia!) che non si rassegna alla tragedia della sua esistenza non ha poi molto di interessante rispetto alle figure tragiche della figlia (da sempre un po’ borderline ma non ci viene mai raccontato perche’ o come) e della moglie che non e’ capace di confrontarsi con questa figlia difficile rifugiandosi sempre nella solita battuta che non le viene perdonato il fatto di aver passato la vita a inseguire la bellezza. Certo, il film si intitola il papa’ di Giovanna e quindi e’ ovvio che l’attenzione verta sul padre, ma resta innegabile il fatto che e’  figura meno interessante rispetto alle altre che purtroppo restano appena abbozzate.

Anche la Coppa Volpi come migliore attore a Orlando e’ forse un po’ eccessiva: l’attore partenopeo non spicca particolarmente forse perche’ si tratta di  un ruolo perfettamente tagliato sul suo tipo fisico per cui non si e’ sforzato molto o la caratterizzazione non risalta, ma del resto non mi pare un film che offra eccelse prove recitative, la migliore resta la Rohrwacher anche per il coraggio di recitare la parte adolescenziale con gli orrendi brufoloni sulla fronte chiaramente posticci e totalmente inutili, dato che l’attrice caratterizzava gia’ perfettamente, con la postura scesa delle spalle o l’incertezza nella voce, le insicurezze di Giovanna.