In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sul grande schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.
Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.
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Kill Bill volume I
Esaltante. Non trovo altri aggettivi per commentare la visione dell’ultimo Tarantino, anche se in fondo questo epiteto mette in luce
solo l’aspetto ludico e scorrevole del film e non evidenzia il fatto che l’opera si faccia ricordare, lasciando un segno nella mente.
Parlare di capolavoro mi pare prematuro, in fondo abbiamo assistito solo alla prima parte del film, che però getta ottime premesse.
Se scopo dell’arte è interpretare e precedere le pulsioni del proprio tempo, l’autore raggiunge l’intento, non tanto per la sapienza con cui sa elaborare un materiale basso e popolare, anche se l’uso della musica o i passaggi dal colore al bianco e nero scanditi da un battito di ciglia sono, se non geniali, quantomeno magistrali. Però, come diceva Welles la tecnica è alla portata di tutti, altro distingue l’artista.
Le tematiche principali di questo film sono a mio avviso due: il senso dell’onore e il ruolo della donna.
In una civiltà come quella occidentale dove l’unico valore rimasto è il denaro in nome del quale tutto è lecito, il sacrificio della vita per un ideale (buono o cattivo che sia) appare un concetto talmente ridicolo che una vicenda incentrata su questo tema, dev’essere ambientata in un mondo lontano, storicamente o geograficamente. Paradossalmente questo già accadeva nei film dei telefoni bianchi in cui l’adulterio si consumava solo in paesi quali l’Ungheria o la Bulgaria, allora considerati esotici e ben lontani dalla corretta e cattolica Italia fascista. Il motivo della fascinazione che la
cultura orientale sta avendo su di noi in questi anni, è il coraggio di esaltare tradizioni e valori per noi ormai inconcepibili, motivo egregiamente
illustrato in Ghost Dog, il codice del Samurai di Jim Jarmush, del 1999 dove un sicario di colore esercita la sua professione ispirandosi ai principi degli antichi Samurai, mentre i vecchi padrini della mafia italiana piangono la scomparsa del loro codice d’onore dimenticato dai nuovi capi che pensano esclusivamente al mero profitto.
In Kill Bill vi è un forte senso dell’onore, l’esempio migliore eè il dialogo che si svolge durante il magnifico combattimento sulla neve tra O-ren Ishii e Black Mamba: la donna divenuta capo indiscusso della yakuza, saggiato il valore della sua avversaria le dice: “Prima
ti ho schernita, ti chiedo perdono” e la sposa che la affronta per ottenere la sua vendetta: “Perdonata”. Lo scambio di battute riesce ad essere commovente, anziche’ ridicolo.
Il cast del film è composto da attrici bellissime che interpretano donne letali come vipere assassine, Tarantino ha il coraggio di spingere questi personaggi all’estremo: quanto e’ distante il ruolo di Lucy Liu in questo film da quello che interpreta nelle Charlie’s Angels! Non solo perche’ questa volta sta dalla parte del cattivo, ma perche’ i personaggi escono dal prototipo sessuale della cinematografia attuale, divenendo protagoniste di una consapevole sessualita’ disturbata e disturbante: l’inquadratura che apre il film sul volto tumefatto di Uma Thurman richiama inequivocabilmente l’immagine di uno stupro ad opera di un maniaco, le violenze sessuali che verosimilmente la protagonista subisce durante il coma sanno di necrofilia.
Le origini di O-ren Ishii sono raccontate attraverso un anima non solo per una geniale commistione di stili, ma per risolvere altrettanto genialmente la censura che la rappresentazione di una scena di pedofilia avrebbe comportato; Gogo, la diciassettene guardia del corpo
di O-ren e’ una folle vergine che penetra a colpi di spada i maschi da lei provocati e tutte le donne del film danno l’impressione di appartenere in maniera senziente all’harem di Bill, di cui per ora abbiamo avuto solo modo di vedere la mano masturbare la spada durante la telefonata con Darryl
Hannah..
Nei titoli di coda si accredita il film come ispirato al manga (fantomatico?)La sposa, ma a me ha ricordato anche un’opera di Truffaut
del 1968, La sposa in nero dove cinque ricconi uccidono per una bravata uno sposo all’uscita dalla chiesa, la vedova, interpretata da Jeanne Moreau li ammazzera’ implacabilmente. Coincidenza? Non credo, dato che anche la lista di Uma Thurman consta di cinque nomi, e le due attrici richiamano uno stereotipo simile di imperfetta bellezza. In ogni caso quella della donna la cui ira funesta sia scatenata dall’uccisione dell marito o dell’amante sull’altare o sul talamo penso sia un archetipo, anche se la vera spinta alla determinata vendetta della sposa di Tarantino e’ la presunta morte della figlia.
Rappresentare questo aspetto selvaggio e violento del femminile in un epoca in cui la cinematografia porta sullo schermo le incertezze dei supereroi piu’ che le loro imprese e mentre la pubblicita’ e la televisione impongono un modello di erotismo compiacente e rassicurante il maschile, e’ molto di piu’ che la provocazione di un ragazzaccio talentuoso come Quentin Tarantino, è la percezione di una nuova forma di femminilità, raccontata nella maniera
iperbolica, non scevra di ironia che distingue questo regista. Solo il volume II
con lo scontro tra Black Mamba e Bill ci svelera’ quanto l’autore abbia avuto il coraggio di spingere avanti il limite dell’eterna lotta tra i sessi.