Tokyo godfathers

Tokyogodfathers

La notte di Natale tre barboni trovano una neonata tra i rifiuti, se ne
prendono cura e decidono di ritrovarne i genitori. Le peripezie che
attraverseranno metteranno a nudo le loro vere storie: Jin, ubriacone e
giocatore ha abbandonato la famiglia, Hana e’ un transessuale finito
sulla strada dopo la morte per AIDS del suo compagno e Miyuki e’ una
ragazzina fuggita di casa dopo aver ferito il padre in una
violentissima lite.

Un cartone giapponese diverso dai soliti che sbarcano in Occidente, anche nel tratto: piu’ realista e dai colori meno accesi.

Un’opera dai chiari risvolti cinefili: titolo e trama fanno immediatamente pensare a In nome di Dio di John Ford, del 1948, titolo originale 3 Godfathers,
dove tre banditi si prendono cura di un neonato a cui sono morti i
genitori, poi diverse battute richiamano grandi film del passato: la
proposta di chiamare la neonata John Doe o la cagnetta che si chiama
Dorothy.

La pellicola affronta temi toccanti con mano leggera e
affastellando situazioni sempre piu’ surreali: il capo yakuza trovato
sotto la macchina, il matrimonio di sua figlia con annessa sparatoria,
la famiglia sudamericana dell’assassino, la falsa madre incline al
suicidio..

I personaggi sono ben delineati nella loro psicologia, e fra tutti
spicca quello di Hana, forse perche’ il suo essere spudoratamente
checca esprime al meglio il miscuglio di melodramma e allegria che
caratterizza il film.

Tokyo sotto la neve, che i protagonisti attraversano in lungo e in
largo, e’ lo sfondo sfolgorante ed indifferente alle avventure di
questa umanita’ che si arrabatta e c’e’ un contrasto stridente tra i
cartelloni pubblicitari che propugnano simboli di felicita’ e ricchezza
e la vita di simpatici, folli poveracci, quasi di stampo zavattiniano.

Per la solita miopia degli esercenti, per i quali cartoon uguale
infanti, il film e’ nelle sale solamente al pomeriggio, almeno in
provincia, ma forse c’e’ da ringraziare per il solo fatto che abbia
trovato una distribuzione.

Lost in translation

Lostintraslation

Spocchioso e irritante, questi sono gli aggettivi che scelgo per definire l’ultima fatica di Sofia Coppola.
L’incontro tra due anime perse nella grande metropoli giapponese non e’ riuscito a colpirmi.
Innanzitutto i luoghi comuni sul Giappone sono veramente stupidi: l’estrema ossequiosita’, il fatto che sia un popolo basso, le difficolta’ di pronuncia della erre (quando la lingua americana, si sa, e’ la piu’ melodiosa di tutte!); se posso capire che una persona costretta a passare una settimana in Giappone per lavoro non abbia voglia di integrarsi con la realta’ in cui si viene a trovare, non riesco comunque ad apprezzare lo sketch da avanspettacolo del giapponese che parla 5 minuti e la traduzione si limita a una frase brevissima: sara’ pure Sofia Coppola ma questo mi pare un mezzuccio da fratelli Vanzina.
Di Tokyo, la regista, che pure ama moltissimo questa citta’, ci da l’iconografia piu’ classica: il Fujiama sullo sfondo, le piantine per muoversi nella metropoli senza numeri civici, Kyoto con i templi di legno e le donne in kimono, il pachinko e il karaoke. La giustificazione e’ sempre che un turista superficiale si limita a questa visione, ma questo repertorio smontato anche da Turisti per caso del duo Blady&Roversi non sottolinea il senso di straniamento che dovrebbero provare le due anime in pena: ci riescono a volte le visioni dall’alto della citta’ che la rendono uguale a tutte le altre metropoli del mondo.
Anche i personaggi non sono convincenti: se il personaggio dell’attore di mezz’eta’ in crisi con la moglie, all’estero per girare uno spot, e’ credibile, ho trovato del tutto irreale la ragazzina appena laureata, in Giappone al seguito del marito fotografo: se sei paturniosa te ne stai a casa rintanata ne tuo buco a trovare un senso alla tua vita, altrimenti se passi 15 giorni o poco piu’ all’estero approfitti del confronto con la nuova cultura per schiarirti le idee, senno’ sei solo un personaggio mal disegnato dalla fantasia di Sofia Coppola.