Reality

Reality Luciano Ciotola, pescivendolo estroverso, anima delle feste di famiglia, viene spinto dai figli a partecipare alle selezioni per il Grande Fratello. Superate le preselezioni e il provino a Roma, per Luciano inizia l’attesa spasmodica della telefonata per entrare nella Casa, attesa che lentamente si trasforma in una vera ossessione.

Il film si apre con una panoramica che inquadra le pendici del Vesuvio per poi stringere su un territorio urbanizzato ma dignitoso dove le case si alternano alle coltivazioni, l’attenzione della macchina da presa infine, si concentra su un’assurda carrozza dorata, brutta copia di quelle delle fiabe Disney che conduce una coppia di sposi al ricevimento di nozze. L’inquadratura finale invece, parte dall’interno della casa del Grande Fratello per allargarsi su un panorama notturno di una desolata distesa di capannoni. Tra questi due estremi si muove lo sguardo acuto del regista che racconta almeno tre secoli di rappresentazione italiana. Se nel nostro Paese tutto è “messa in scena” Napoli è la punta di diamante di questa teatralità innata del popolo italiano. La famiglia di Luciano potrebbe vivere in una squallida casa popolare invece abita in un palazzotto barocco (stile teatrale per eccellenza) mezzo diroccato che di notte ha il fascino di un presepe napoletano (altra forma raffinatissima di rappresentazione) La pescheria e il lavoro della moglie non bastano per mantenere la famiglia e allora i Ciotola si inventano “la truffa” sul robottino da cucina venduto dalla moglie, ancora una volta un’alterazione della realtà. Da notare che Maria, la moglie di Luciano lavora in uno di quegli outlet che vogliono replicare le piazze e i portici tipici dei borghi italiani.
Anche la religione, che pure dovrebbe essere una consolazione viene mostrata come forma massima di rappresentazione: la Via Crucis al Colosseo, spettacolarizzazione del supremo momento mistico della nostra fede, però, non ne mostra solo l’accezione negativa: chi crede trova significati profondi in quella rappresentazione.
Su un humus così predisposto alla messa in scena non deve stupire che abbia attecchito in maniera tanto virulenta un fenomeno come quello del Grande Fratello (esauritosi molto prima in altre nazioni) che fa della rappresentazione di sè stessi una ragione di vita. Piuttosto è interessante vedere come l’omologazione ancora una volta uniformi un talento naturale alla rappresentazione (come abbiamo detto, non necessariamente negativo) svuotandolo completamente di significati: i panni stesi sono una sinfonia di rosa accesi, parrebbe un errore di bucato invece la declinazione in rosa à la divisa omologata di ogni bambina contemporanea, la casa stessa, che viene riarredata in vista delle interviste ai parenti quando Luciano sarà recluso nella Casa, ricalca lo stile neo barocco, animalier minimalista (e quant’altro) che le case delle varie edizioni del reality hanno insegnato ad apprezzare agli italiani. Po c’è Cinecittà, fabbrica dei sogni trasformata nella fabbrica dell’incubo che lentamente avvolge il protagonista e lo spettatore che assiste al completo scollamento dalla realtà di Luciano, per cadere in quella realità che gli prosciuga la verve e l’estroversione.
Come in E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, Matteo Garrone racconta la storia emblematica di un disperato tentativo di riscatto sociale che sembra stigmatizzare alcune peculiarità del nostro tempo -in questo caso il successo fine se stesso, basato solo sull’apparizione televisiva- invece, come nella pellicola di Ciprì, lo scavo antropologico sul costume italiano è ben più profondo e scopre tare molto più radicate.

Tamarreide vs Jersey Shore

Senza Titolo 4 Se Tamarreide vuole essere la risposta a Jersey Shore non vedo un grande futuro per il programma di Italia1. La prima differenza che salta agli occhi e’ che i protagonisti del trash reality di MTV appartengono a una realta’ ben definita: questi guidos e guidettes fieri delle loro origini italiane che pensano solo al sesso, l’abbronzatura e la palestra. Ho iniziato a seguirli per lo shock perche’ supponevo quello stereotipo di grandi famiglie italo-americane si fosse esaurito negli anni’70 e invece sguazza tutto tronfio anche nel nuovo millennio. I protagonisti di Tamarreide invece non hanno delle caratteristiche ben precise si oscilla tra i quattro bellocci che hanno come unico obiettivo il Grande Fratello e saranno stati scartati a un passo dall’ingresso nella casa, e i quattro sfigati, divisi a loro volta tra truzzi di citta’ e quelli di campagna. Annoia quindi il pretesto dell’indagine antropologica, qual’e’ il vero tamarro? La trasmissione cerca inoltre un tentativo di di nobilitazione con il suffisso letterario -eide ben lontano dal mondo truzzo.
La conduttrice Fiammetta Cicogna e’ vestita sempre molto chic proprio per esaltare il contrasto con i protagonisti del reality e i suoi commenti anticipano quanto si mostrera’ nelle clip successive con uno stile che appartiene a un linguaggio televisivo ormai superato ma tanto caro alla scuola GF, al cui pubblico evidentemente si rivolge il programma.
Sorvolando sull’inammissibile messaggio omofobico, risulta insopportabile il confronto degli zarri con i maestri di stile (il principe Giovannelli!): irritante tentativo di procedere al miglioramento degli otto giocatori i cui errori di linguaggio piu’ evidenti sono sottolineati da discalie: se Jersey Shore viene giudicato un programma razzista, quanto e’ peggiore un programma che stigmatizza una categoria sociale con pure la pretesa di educarla?
Tornando a Jersey Shore leggo che il permesso per girare la quarta stagione a Firenze e’ stato dato con riserve sulle riprese relative agli alcolici per evitare che la citta’ passi per una drinkng town. E io che credevo che MTV avesse preferito il capoluogo toscano a mete piu’ consone al target perche’ Florentia E’ GIA’ una drinkng town: ci sono stata nel weekend pasquale per la mostra di Damien Hirst e il sabato sera c’era d’aver paura a girare tra quelle frotte di ragazzini (principalmente stranieri) ciucchi persi e l’olezzo di piscio che il Sabato Santo avvolgeva Piazza del Duomo era un pessimo biglietto da visita per la citta’, non potranno certo far di peggio quegli otto tamarrotti italoamericani!
Consiglierei piuttosto un’illuminazione migliore dei monumenti per chi ama le foto notturne.

Videocracy – Basta apparire

Videocracy

Il documentario di Erik Gandini, uscito in sordina con una distribuzione di sole 70 copie iniziali e che sta scalando i vertici delle classifiche d’incassi nonostante il trailer sia stato rifiutato da Mediaset e Rai mi ha lasciato molto perplessa.
Iniziamo dal mancato passaggio del trailer sulle reti nazionali e visibile sono in rete, vedendo con quanta facilita’ il regista riesce a riprendere i provini mediaset e ad intervistare il regista del Grande Fratello viene il sospetto che l’epurazione (che sicuramente ci sara’ stata) sia stata sfruttata come mossa pubblicitaria calcolata, anche perche’ a Blob sono passati spezzoni del film in diverse occasioni e ne ha parlato pure Marzullo al suo Cinematografo dedicato alla recente Mostra del Cinema di Venezia.
Sorvolando su questo primo dubbio, sinceramente non ho capito quale volesse essere la tesi del film, la pellicola non e’ andata oltre a un’illustrazione superficiale della situazione mediatica del Bel Paese con un presidente del Consiglio che essendo anche il maggior editore della nazione, la sta rimodellando culturalmente secondo i suoi sogni: belle donne prosperose scosciate, un sottobosco di bellocci, dimostrazione lampante dell’immagine di benessere e ottimismo di un paese dove basta apparire per vivere alla grande, insomma niente di nuovo sotto il sole, almeno per chi vive in Italia e a questo clima si e’ ormai tragicamente abituato come racconta Ascanio Celestini ne Il popolo e' un bambino.
Inoltre le cose hanno preso un’accelerazione tale che come ci si fa a stupire del diktat della chiusura anticipata del GF quando Berlusconi e’ ospite di Vespa, a meno da una settimana dello slittamento di Ballaro’ e Matrix per non intralciare la cerimonia di consegna delle casette di Onna? 
La figura luciferina di Corona, frutto di quel mondo contro cui si ribella, e’ ancora attuale in un momento in cui la vallettopoli materana e’ un pallido ricordo cancellato dallo scandalo delle escort pugliesi? 
L’invecchiamento precoce non e’ il solo problema di Videocracy, mi pare che il documentario si ponga sulla falsariga delle opere di Michael Moore senza averne la verve e l’ironia. Come si fa a prendere sul serio le gesta del wannabe Ricky quando lo vedi litigare con la mamma che lo segue quando va a cena con una ragazza? 
Parafrasando Moretti, Berlusconi ce lo meritiamo grazie a figuri cosi’ storditi e anche grazie a quella fetta della sinistra che si fa un vanto di non guardare la tv perche’ e’ meglio un libro (ma poi si imbesuisce davanti ai video scemi di youtube) e a coloro che alzano polveroni perche’ han fatto slittare Ballaro’ ma tacciono sul rifiuto da parte della Rai di dare la copertura legale a Report, mettendo molto piu’ subdolamente a rischio un programma di vera informazione ed approfondimento senza ricorrere ad editti bulgari. 
Berlusconi ce lo meritiamo perche’ la cattiva televisione e’ come l’aids, solo conoscendola puoi evitarne il contagio.