Le verità nascoste

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What Lies Beneath
USA 2000, DreamWorks Pictures
con Michelle Pfeiffer, Harrison Ford, Diana Scarwid, Miranda Otto, James Remar, Joe Morton, Wendy Crewson, Amber Valletta, Micole Mercurio
regia di Robert Zemeckis

È stato un anno particolarmente stressante per Claire Spencer: sopravvissuta a un incidente in macchina di cui non ricorda nulla, si è trasferita con il secondo marito nella sua casa di famiglia in Vermont dopo una lunga ristrutturazione e la figlia di primo letto è partita per il college. Quando inizia a sentire strane presenze in casa e pensa che il vicino abbia ammazzato la moglie, Norman il marito, e anche l’amica Jody non le danno retta anche perché la signora Feur ricompare ma Claire non smette di avvertire la presenza di un fantasma e scopre (o meglio ricorda) l’esistenza di una ragazza scomparsa legata al marito…

Mentre Tom Hanks era a dieta ferrea per interpretare il naufrago di Cast Away, il regista Robert Zemeckis sfrutta la pausa di lavorazione per girare questo thriller sovrannaturale molto elegante e patinato ma con un po’ troppi finali e sotto finali.

Anche il cast è di grande richiamo con due protagonisti all’apice del successo, la Pfeiffer conferma la sua bravura, Ford che vuole aggiungere un tassello da cattivo alla sua brillante carriera rimane un po’ schiavo delle smorfiette all’Indiana Jones / Han Solo.

Il film omaggia platealmente Hitchcock soprattutto nella prima parte, quella in cui domina sospetto che il vicino abbia ucciso la moglie e in fondo anche questa falsa pista riprende un po’ il cambio di sceneggiatura di Psyco che inizia con un furto e una fuga per poi diventare tutt’altro, come Le Verità Nascoste che si trasforma lentamente in un horror coniugale da camera dove la raffinata residenza Spencer diventa il luogo dell’infestazione del fantasma della ragazza uccisa nella proprietà.

Se il luogo degli orrori di Psyco era la doccia qui è la vasca da bagno dove si riflette il fantasma di Madison Elizabeth Frank e dove Claire rischia di essere affogata dal marito fedifrago dopo esser stata paralizzata dal farmaco narcotizzante di sua invenzione (l’ossessione di Norman per l’omonimo e più celebre padre scienziato dovrebbe essere speculare ancora una volta al rapporto madre/ figlio di Psyco).

La donna si salva a fatica grazie all’uso dei piedi che riescono ad aprire il tappo della vasca, una scena che potrebbe essere un’ispirazione per Tarantino e il risveglio della Sposa in Kill Bill.

Che il film non sia riuscitissimo nel plot lo dimostra il bisogno di introdurre personaggi secondari con il solo scopo di integrare la trama, vedi la nuova compagna di un amico di famiglia che si rivela essere una vecchia amica di Claire dando così allo spettatore l’opportunità di comprendere meglio la situazione familiare di Claire attraverso i ricordi della cena.

Se il film punta su atmosfere sospese per tre quarti del tempo, l’ultima parte diventa un affastellarsi di finali multipli che aggiungono poco, risultando prevedibili ai fini della trama e dello spavento: ormai lo spettatore sa bene “cosa giace là sotto”.

Paura d’amare

Frankie and Johnny
USA 1991, Paramount Pictures
con Al Pacino, Michelle Pfeiffer, Kate Nelligan, Jane Morris, Héctor Elizondo, Nathan Lane, Ele Keats
regia di Garry Marshall

In una tavola calda di New York si incontrano Frankie e Johnny, lui  neo assunto cuoco, mestiere imparato in galera, lei cameriera convinta di aver chiuso con gli uomini. Con non poche difficoltà Johnny riuscirà a far capitolare la refrattaria donna del suo cuore…

Dopo il successo planetario di Pretty Woman il regista Garry Marshall scardina la commedia romantica con un nuovo film dal titolo musicale e con una nuova coppia di star, Al Pacino e Michelle Pfeiffer nei panni di due poveracci disillusi che tirano a campare lavorando nella tavola calda di un greco con una clientela abituale di vecchi esponenti della working class, ovviamente il film fu un insuccesso.

Io me ne tenni lontana perché non ho mai amato Pretty Woman e recuperando adesso Paura d’amare trovo un film invecchiato molto male soprattutto nella morale: il film si apre con la morte di una cameriera del locale, una donna di mezz’età che muore sola, senza che quasi nessuno presenzi al suo funerale.
La solitudine in una grande città è un tema importante, una paura che oggi è molto più diffusa di quella dell’AIDS, tema ben presente nel film anche se la figura del vicino gay di Frankie è un po’ macchiettistico.

Il problema però è che come Pretty Woman “sdoganava” la prostituzione, Paura d’amare ha un tono ricattatorio verso il genere femminile: Frankie ha ottime ragioni per stare lontano dagli uomini ma il messaggio di fondo è “bellezza, il tempo passa le occasioni scarseggiano meglio accontentarsi di un mezzo stalker logorroico e probabilmente bugiardo come Johnny”. Fortunatamente oggi non è più tanto accettabile che uno si presenti a prendere una donna a casa quando gli è stato detto chiaramente che non si vuole andare a una festa con lui, nel 1991 pareva ancora una grande dimostrazione d’amore.

La mia antipatia per Johnny deriva forse dalla recitazione di Al Pacino, lo trovo spesso sopra le righe ma in Paura d’amare è veramente troppo gigione, soprattutto se si confronta la sua prova con la recitazione di Michelle Pfeiffer, delicata nel svelare a poco a poco i traumi della protagonista è perfettamente credibile bei panni di una cameriera sciatta.

Le sere trascorse a guardare negli appartamenti degli altri citano Hitchcock ma anche in Maschietta, la protagonista Gloria Swanson ha alcune scene con riflesso alla finestra mentre osserva diversi tipi di vita domestica.

Ladyhawke

USA 1985
con Matthew Broderick, Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer, Leo McKern, John Wood, Ken Hutchison, Alfred Molina, Giancarlo Prete, Loris Loddi
regia di Richard Donner

 

 

Il ladruncolo Philippe Gaston riesce a fuggire dalle carceri di Aguillon e si salva dagli sgherri del Vescovo grazie all’intervento di un cavaliere, Etienne Navarre che lo prende con sé. Ben presto Gaston si accorge che fatti misteriosi riguardano la vita di Navarre ma solo quando il falco che lo accompagna sempre viene ferito in battaglia il ladruncolo scoprirà la verità da Imperius, un vecchio frate a cui viene affidato il falco che di notte torna ad essere  Isabeau D’Anjou, l’amata di Navarre. I due amanti sono separati da una maledizione lanciata proprio dal Vescovo. Navarre sta tornando ad Anguillon per ucciderlo ma Imperius ha scoperto come porre fine alla maledizione…

 

 

Un classico della cinematografia anni ’80 tutto giocato sugli opposti come la maledizione che ha colpito Isabeau ed Etienne “sempre insieme eternamente divisi”: l’estremo romanticismo fantastico della storia d’amore contrapposto alle scene d’azione rese realistiche anche dall’ambientazione tutta italiana caratterizzata dai castelli: quello di Soncino, Vigoleno Castell’Arquato e Torrealta offrono gli scorci di Aguillon mentre  Rocca Calascio, parzialmente modificata, è il castello diroccato dove si è rifugiato Imperius. Castelli e radure (sempre degli Appennini italiani) esaltati dalla fotografia di Vittorio Storaro.

I temi opposti sono legati dal lato comico rappresentato da “il topo” l’abile ladruncolo che diventa suo malgrado protagonista dell’avventura che riunisce i due amanti assieme a Imperius, il frate che, per colpa dei fumi dell’alcol, ha tradito Isabeau e Navarre scatenando l’ira del Vescovo.
Navarre non crede che l’eclisse potrà mettere fine alla maledizione e decide comunque di affrontare il suo nemico e porre fine alla sua sofferenza e quella di Isabeau, solo vedendo coi propri occhi l’evento astronomico comprende il proprio destino: ancora una volta l’opposizione tra un maschile diurno e logico contrapposto al femminile dolce e notturno di Isabeau che famigliarizza da subito con Philippe, anche se la donna ha la determinazione di uccidere con le sue mani Cezar, il cacciatore di lupi inviato dal Vescovo per liberarsi di Navarre.

 

 

Chéri

Chéri

GB 2009
con Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Frances Tomelty
regia di Stephen Frears

Fred Peloux, annoiato e ricco figlio di una cortigiana, viene indirizzato dalla madre tra le braccia della amica Lea de Lonval, altra cortigiana ancora bellissima che ha deciso di ritirarsi a vita privata e conosce Fred sin dall’infanzia: è stata lei a dargli il nomignolo di Cheri. Tra i due scoppia una passione che dura felicemente per sei anni quando ancora una volta l’intrigante M.me Peloux organizza il matrimonio del figlio con la giovane e ricca figlia di un’altra collega. Benché cosciente che la relazione con il giovane non potesse durare, Leà non riesce a dimenticare l’amante ma dopo un ultimo incontro capisce che la relazione non può continuare.

Dai racconti di Colette Chéri e La fine di Chéri, Stephen Frears trae un film non perfetto, sicuramente debole nel raccontare i tormenti dei due amanti separati ma eccellente dal punto di vista della ricostruzione storica e poiché parliamo del mio periodo storico preferito confesso che il mio occhio era più attento al villino liberty di Lea, agli arredi e gli abiti squisitamente art nouveau.



Cheri


La perfetta restituzione dello stile racconta anche il coté dell’epoca: son finiti i tempi in cui le demi-mondaine morivano sfinite dalla tisi, questa nuova generazione di cortigiane pensa a buoni investimenti e crea un mondo alto borghese parallelo a quello dell’alta società con cui non può mischiarsi pubblicamente. Una sorta di matriarcato se vogliamo, di cui è vittima Cheri: quello che lo disturba nel ritrovare l’amata è il vederla invecchiata (son stati separati mesi, non anni) o trovare una donna che ricomincia a dirigere la sua vita e a farlo sentire ancora un dodicenne, togliendogli le responsabilità che gli sono finalmente riconosciute dal matrimonio?

Una vedova allegra… ma non troppo

Marriedtothemob Married to the Mob
Usa 1988
con Michelle Pfeiffer, Dean Stockwell, Matthew Modine, Nancy Travis, Alec Baldwin, Joan Cusack
regia di Jonathan Demme

Angela de Marco è la moglie di un picciotto mafioso di Long Island; quando il marito viene ucciso crede che sia l’occasione giusta per liberarsi dello stile di vita mafioso che conduce ma il boss Tony Russo le mette gli occhi addosso. La cosa non sfugge alla gelosissima moglie di Tony, Connie e nemmeno all’FBI che si convince che Angela sia l’amante del boss e incarica l’agente Mike Downey di pedinarla..

Jonathan Demme è sempre stato un regista molto versatile e appena prima de Il silenzio degli innocenti gira questa piacevole commedia romantica molto pop e post, in perfetto stile anni ’80, scherzando con gli stereotipi della mafia: se le mogli dei mafiosi, dedite solo a curare il look cotonato e maculato, allora sembravano grottesche, venticinque anni dopo non stupiscono più dopo aver visto le protagoniste del Jersey Shore proseguire quella tremenda tradizione in fatto di estetica e abbigliamento.
Unavedovaallegramanontroppo Che Demme si sia formato alla factory di Corman e abbia un innato talento per il thriller lo dimostra l’ottima scena dell’omicidio iniziale sul treno pendolare che ci introduce nel mondo mafioso, poi la commedia prende il sopravvento con l’uccisione di Frank “Cetriolo” De Marco per mano del suo boss: il soprannome di De Marco (un Alec Baldwin che non ricordavo esser stato così bello) denota il suo appetito sessuale che lo porta ad avere una storia con l’amante del suo boss, Tony Russo “costretto” a farli fuori entrambi. Anche Russo è un macho sciupafemmine ma purtroppo per lui ha una moglie ipergelosa e determinata come un mulo, che egli, giustamente, teme più della galera e Connie Russo sarà una divertentissima mina vagante per tutta la pellicola. Tony Russo è impersonato da Dean Stockwell che per questo ruolo vinse una nomination agli Oscar, io ho avuto l’impressione che l’attore si sia ispirato al Dave lo Sciccoso (Glenn Ford) di Angeli con la Pistola.
Michelle Pfeiffer (Angela de Marco) è all’apice della sua bellezza anche in versione mora e permanentata e dimostra un buon talento per la commedia amoreggiando con un sex symbol degli anni ’80, Mattew Modine.

Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno

Da quando, otto anni prima, Batman si è assunto le colpe di Due Facce diventando un reietto, Gotham City gode di un periodo di calma e prosperità ma nuvole fosche si stanno addensando all’orizzonte mentre Bruce Wayne si è isolato nella proprietà di famiglia. La sua assenza favorisce un tentativo di scalata alle industrie Wayne e la città finisce in mano a Bane, un truce mercenario che rivela la verità su Dent/Due Facce e tiene Gotham sotto la minaccia di un esplosione nucleare..

Cavaliere-Oscuro-Il-Ritorno

Se è già notevole che una trilogia finisca senza snaturarsi, Nolan compie il miracolo (riuscito solo al Signore degli Anelli) di concludere in crescendo il suo trittico su Batman terminandolo con quello che a mio parere è il capitolo più riuscito dell’intera saga in cui si raggiunge l’equilibrio ottimale tra la riflessione autoriale e l’action necessaria a una storia di supereroi (penso alla notevole sequenza aerea iniziale).
La manipolazione della verità è uno dei temi fondamentali della teoretica di Nolan fin dai tempi di Memento dove va ricostruita come un puzzle, per arrivare a sfalsarla tra i vari piani di realtà in Inception passando per il capolavoro del regista, The prestige. La riflessione sulla menzogna è fondamentale anche nella trilogia di Batman: nel primo capitolo vediamo un uomo che sceglie di nascondersi dietro a una maschera per diventare un simbolo che scuota le coscienze, nel secondo episodio si altera la verità per permettere al bene di vincere mentre in quest’ultimo capitolo la verità sembra apparentemente trionfare svelando l’inganno su Dent ma la menzogna aumenta in modo esponenziale perchè è attraverso un’enorme bugia sull’innesco della bomba che Bane governa con pugno di ferro Gotham.
L’adesione della vicenda di Batman al nostro presente diventa totale ne Il Cavaliere Oscuro il ritorno dove la recessione economica e i vari Occupy assumono una dimensione apocalittica che coniuga il futuribile di Mad Max (il look di Bane per certi versi me lo ricordava) con reminiscenze della rivoluzione d’Ottobre (la distruzione delle case ricche ricorda certe foto del Palazzo d’Inverno devastato) e quella francese (l’allucinato Cillian Murphy assiso su un altissimo scranno pare uscito dal segmento sul Terrore del Napoleon di Abel Gance). Sperando che il film non sia profetico, nella figura di Bane si adombra un notevole populismo che si aggira anche nei nostri confini patri. “Questa è una borsa valori, non c’e’ niente da rubare!” esclama un broker e Bane prontamente gli risponde “Allora tu che ci fai qui?”.
Nolan però è autore molto complesso per proporre un’opera che si legga solo al negativo. La lettura positiva sembra ispirarsi alla frase di Brecht Beato il paese che non ha bisogno di eroi e infatti Batman è sempre più assente dai snodi fondamentali della vicenda: è il Commissario Gordon a disinnescare la bomba, un uomo normale, insignificante di mezz’età con gli occhiali e i baffi ingrigiti. Se Bane incarna il populismo, il commissario diventa il simbolo dell’impegno positivo dell’uomo della strada che si mette in gioco e non si chiude nel proprio egoismo indifferente.
Tornando al lato squisitamente comics del film, non si può tacere della bella prova di Anne Hathaway come CatWoman, certo la sua eroina deve il nome alla destrezza felina nel furto che la accomuna al Gatto di Caccia al Ladro, niente a che fare con la resurrezione burtoniana della CatWoman di Michelle Pfeiffer. Nonostante questo anche una burtoniana come la sottoscritta ha apprezzato la sensualità dell’attrice e l’attualità del personaggio.

Dark shadows

Darkshadows Nella seconda metà del ’700 la famiglia Collins si trasferisce nel Nuovo Mondo ed impianta nel Maine l’impresa ittica di famiglia; gli affari prosperano e il villaggio prende il nome di Collinsport. Barnabas Collins è l’erede di questo impero ma commette l’errore di avere una tresca con una cameriera, Angelique. La ragazza che si è innamorata follemente, è una strega e quando vede Barnabas innamorarsi di Josette induce la ragazza al suicidio, maledice la famiglia e trasforma l’amato in un vampiro facendolo poi rinchiudere in una bara. Nel 1972 durante dei lavori stradali, Barnabas viene accidentalmente liberato dalla sua tomba prigione e si reca a casa dove trova gli eredi dei Collins sull’orlo della rovina mentre Angelique ha prosperato a loro spese ma la strega sarebbe ancora disposta a dividere il suo impero con l’indimenticato Barnabas..

Per la sua ultima fatica Tim Burton si ispira a una serie televisiva americana andata in onda sul finire degli anni ‘60, il risultato è un divertissement che ha innanzitutto il merito di ridare dignità gotica alla figura del vampiro dopo lo scempio che ne ha compiuto la saga di Twilight: come al solito non si può non amare lo sventurato Barnabas ridotto a vampiro dal maleficio di Angelique ma come sempre Burton non esita a mostrarci il lato oscuro del suo eroe, costretto ad uccidere brutalmente gli operai che lo hanno liberato dalla secolare prigionia per soddisfare l’attrettanto secolare sete di sangue. Si può parteggiare per un vampiro che uccide e dissangua senza la deviazione etica di Twilight o The Vampire Diaries o True Blood in cui i vampiri buoni scelgono di rifiutare il sangue umano e si limitano a quello animale o a dei surrogati. Dark Shadows andrebbe apprezzato solo per il fatto di aver rimesso le cose a posto una volta per tutte!
Il film non sarà una delle vette burtonianie ma personalmente la gioia di ritrovarmi nel mondo di Burton batte il rischio del manierismo e ritrovo con piacere certe espressioni di Edward Mani di Forbice sul viso nuovamente pallido del Barnabas di Johnny Depp e apprezzo anche che la nuova fidanzata appena trasformata trascolori in un volto assai simile a quello de La sposa cadavere. Tim Burton, comunque, non si limita ad aggiornare la sua galleria di personaggi strambi e mostri dal cuore umano, Dark Shadows indaga il tema dell’amour fou con il tormentato personaggio di Angelique Bouchard, strega divorata dall’”odi et amo” odiosa e disperata, ottimamente interpretata da Eva Green.

L’eta’ dell’innocenza

L'etàdell'innocenza

The Age of Innocence
USA 1993Alexis Smith:
con Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Alexis Smith, Geraldine Chaplin, Mary Beth Hurt, Alec McCowen, Richard E. Grant, Miriam Margolyes, Robert Sean Leonard, Siân Phillips, Jonathan Pryce, Michael Gough, Stuart Wilson, Joanne Woodward
regia di Martin Scorsese

New York 1870. L’arrivo in citta’ della contessa Olenska tornata dall’Europa per sfuggire al suo pessimo matrimonio, getta scompiglio nel conformismo del bel mondo cittadino. A farne le spese sara’ soprattutto Newland Archer: il baldanzoso giovanotto, promesso sposo della cugina della contessa, cerca di proteggere la donna per salvare l’onore della famiglia della fidanzata ma finira’ per innamorarsi di lei.

L’etologia ci insegna che le pacifiche colombe sono gli animali più feroci nei combattimenti perché non conoscendo la violenza non hanno freni inibitori. Il bel mondo della New York della seconda meta’ dell’ottocento, proprio per la sua eleganza formale riesce ad essere altrettanto crudele e Martin Scorsese porta sul grande schermo il celebre romanzo di Edith Wharton con l’attenzione di uno studio etologico, descrivendo puntualmente la vita sociale, la finezza degli arredi dalle raffinate porcellane di un mondo che dovrebbe essere nuovo ma che e’ la copia piu’ austera e meno vitale della vecchia Europa dove pur malmaritata, la Olenska poteva condurre una vita interessante frequentando artisti di ogni genere.



L'etàdell'innocenza

Un discorso a parte merita l’imponente quadreria che contraddistingue ogni casa e i suoi abitanti. I sussiegosi ritratti di famiglia dei influenti Van der Luyden, il nudo scandaloso che domina uno dei salotti del lascivo Julius Beaufort fino al celebre quadro di Khnoppf che verra’ dipinto una quindicina di anni dopo gli avvenimenti raccontati e che simboleggia quanto l’anticonformismo della Olenska sia precursore dei tempi (crf la fondamentale scheda sul dizionario Mereghetti).




Ageofinnocence

Oltre che un magnifico spaccato storico che ha lanciato costumisti e scenografi come Dante Ferretti e Gabriella Pescucci, la pellicola racconta la presa di coscienza del proprio fallimento da parte del protagonista, quel Newland Archer che all’inizio della pellicola si crede superiore ai suoi simili perche’ guarda con simpatica condiscendenza l’eccessivo formalismo di cui sono schiavi e che lui si sente in grado di gestire. L’incontro con la Olenska lo mette di fronte a una persona che davvero osa sfidare il perbenismo imperante e Archer sarebbe pronto a seguirne l’esempio fuggendo con lei, ma solo molti anni dopo, ormai vecchio e vedovo, Archer scopre che tutta la sua vita e’ stata decisa da May, l’ingenua fidanzata poi moglie che l’uomo ha sempre creduto incapace di comprendere i meccanismi della vita sociale mentre fin dalla piu’ tenera gioventu’ May e’ stata in grado di tirarne sapientemente i fili tenendosi un fidanzato che era sul punto di perdere e condizionando anche la vita matrimoniale senza che lui se ne rendesse conto.




Ageinnocence

L’abilità manipolatrice della serafica May e’simboleggiata dalla scultura che immortala le sue mani e che la giovane si fa fare a Parigi in viaggio di nozze: il marmo troneggia ancora in casa Archer anche dopo anni che la donna si e’ spenta serenamente per malattia. Tutto il film e’ pervaso da un’attenzione delle mani per la loro impossibilita’ di mantenere la maschera sorridente del volto quindi furtive prese di mani, guanti slacciati per baciare i palmi, sognati abbracci, sono il sintomo nervoso e furtivo dell’insofferenza alle regole dei due infelici amanti.

Shrek 2

Shrek2

L’orco Shrek corona il suo sogno d’amore sposando la bella principessa Fiona, trasformatasi in orchessa, ma dopo la luna di miele Fiona e Shrek vengono invitati nel regno di Molto Molto Lontano, perche’ i genitori della sposa desiderano conoscere il loro genero…

L’intelligente sequel inizia dove solitamente le fiabe finiscono, raccontandoci cosa si cela in realta’ dietro il “.. e vissero per sempre felici e contenti”. Il regno di Molto Molto Lontano e’ una gustosa parodia di Hollywood, anche il nome del luogo che campeggia sulla collina ricalca la famosa scritta, e del resto in quale posto di questo pianeta l’illusione di vivere in una fiaba perfetta e’ piu’ concreta che a Hollywood? Anche nel fantastico regno da cui Fiona proviene la bellezza e la perfezione sembrano essere condizioni imprenscindibili e l’arrivo del suo rustico marito creera’ non poco scompiglio, facendo scoprire che anche nella compassata famiglia reale non tutto e’ cosi’ perfetto come sembra.
Come nel primo episodio delle avventure di Shrek, continua l’irriverente citazionismo di film e fiabe: se quasi tutti i blockbuster degli ultimi anni sono rivisitati, dal bacio a testa in giu’ di Spiderman all’azione sfrenata con tanto di colonna sonora originale di Mission Impossible, l’omaggio piu’ divertente e’ quello al famoso bacio sulla spiaggia che Burt Lancaster e Deborah Kerr si scambiano in Da qui all’ eternita’ solo che stavolta lo sciabordio delle onde trascina via Fiona e Shrek si trova avvinghiato alla Sirenetta!
Maggior ironia e’ riservata ai personaggi delle fiabe piu’ famose: la sorellastra di Biancaneve e’ un trans che gestisce una bettola malfamata dove Capitan Uncino canta malinconicamente al pianoforte con la voce di Tom Waits, l’imbelle Principe Azzurro e’ un ragazzotto vanesio ed effeminato, figlio di una Fata Madrina per nulla campionessa di bonta’: eminenza grigia del regno di Molto Molto Lontano di cui tira dispoticamente i fili, non si rende conto di non essere piu’ un fiore di ragazza e vestita di uno scintillante abito rosso canta sdraiata sul pianoforte come Michelle Pfeiffer ne I favolosi Baker.
Ai protagonisti del film, Shrek, Fiona e Ciuchino si aggiunge un comprimario eccellente: il Gatto con gli Stivali, killer di professione passato alla causa dell’orco: abile spadaccino ha come arma segreta il musetto commovente del micetto abbandonato.
Per quanto riguarda la qualita’ dell’animazione, il film non ha nulla da invidiare alle produzioni Pixar, anzi forse una maggior indifferenza alla corsa verso lo stupefacente giova alla pellicola, estremamente luminosa e giocata su tinte chiare in netto contrasto con la tendenza Pixar di usare toni cupi, forse per dimostrare che anche nel nero piu’ totale non e’ possibile scorgere un singolo pixel.
Avvertenza: non uscite appena iniziano i titoli di coda: l’entusiasmante festa finale al suono de La vida loca ritorna dopo qualche minuto con un ultimo colpo di scena riguardante Ciuchino.