La casa sulla scogliera

UninvitedThe Uninvited
USA 1944 Paramount
con Ray Milland, Gail Russell, Donald Crisp, Ruth Hussey
regia di Lewis Allen

In vacanza in Cornovaglia, i fratelli Rick e Pamela Fitzgerald s’innamorano di una casa abbandonata a picco su una scogliera chiamata Villa Ventosa. Il proprietario, il comandante Beech, non ha problemi a vendere la dimora a prezzo modico ma non vuole che la nipote Stella Meredith frequenti la casa che abitò nell’infanzia fino alla morte della madre.
Trasferitisi nella magione restaurata, i Fitzgerald iniziano a sentire un lugubre pianto nella notte che fa pensare alla presenza di un fantasma e quando Stella, innamorata di Rick, torna a villa Ventosa, cade in trance e rischia di cadere dalla scogliera come accadde alla madre. Durante una seduta spiritica si palesa, oltre all’amorevole Mary Meredith, anche la presenza malefica di Carmela, la gitana spagnola che in vita fu modella e amante del padre pittore di Stella..

Il debutto cinematografico del regista teatrale Lewis Allen è un horror che vira al melodramma e stempera i toni drammatici e paurosi nei toni da commedia riservati ai due fratelli Fitzgerald, che per quanto si trovino a combattere con entità sovrannaturali non perdono mai il sangue freddo e il gusto della battuta: mentre Roderick torna a Londra per lavoro, Pamela resta a Villa Ventosa per sovrintendere la ristrutturazione e benché da subito si accorga del tragico pianto che avvolge la casa, non fugge e non si sfoga neppure con il fratello che scoprirà la peculiarità della casa la prima notte in cui vi dimora.
Casascogliera Se i due protagonisti smorzano i toni orrorifici, la fotografia di Charles Lang (nominata agli Oscar) li esaspera con i chiaroscuri delle candele che si abbassano, contrapponendo la chiara luce degli esterni alla cupa atmosfera delle notti a Villa Ventosa, anche il fantasma di Mary Meredith è rappresentato molto bene e incute paura ancora oggi.
Stella Meredith, la dolce fanciulla tormentata dai confusi ricordi del passato, è il fulcro della vicenda melodrammatica che molto deve a Rebecca la prima moglie: come nel film di Hitchcock si scoprirà che l’idolatrata defunta è in realtà un personaggio malevolo la cui immacolata reputazione è custodita da una fedele ancella: in La casa sulla scogliera Miss Holloway, infermiera e amica personale di Mary Meredith e ora direttrice di una casa di cura intitolata all’amica morta, sta alla governante di casa De Winters, la signora Danvers: ambedue disposte anche ad arrivare all’omicidio pur di salvare la memoria dei loro idoli scomparsi.
Visto il successo della pellicola, l’anno seguente Allen ne girò il seguito, Il fantasma, che si rivelò molto deludente nonostante alla stesura del copione partecipasse anche Raymond Chandler.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

Caligaricesare

Addio a Franco Interlenghi

E’ mancato stamane a Roma l’attore Franco Interlenghi, che debuttò a 15 anni nel film Sciuscià di Vittorio De Sica (1946) uno delle pellicole capostipiti del neorealismo italiano che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1948.

Sciuscia

Finterlenghi Nato a Roma il 29 ottobre 1931 (il lustrascarpe Pasquale Maggi declinerà la stessa data di nascita alle forze dell’ordine) l’attore debutta quindicenne nel capolavoro di De Sica e la sua incontestabile bellezza lo fa entrare nel mondo del cinema, caso raro tra gli attori non professionisti scelti per le pellicole neorealiste.
Il secondo ruolo lo ottiene nel 1949 nel film storico di Blasetti, Fabiola e sempre nello stesso anno è tra i protagonisti del film corale Domenica d’agosto di Luciano Emmer, commedia che apre le porte al neorealismo rosa, cioè l’applicazione degli stilemi neorealistici alla commedia di costume.
Tra i film più interessanti che l’attore ha girato nei primi anni ’50 sono da segnalare Processo alla città di Luigi Zampa e La provinciale di Mario Soldati.
L’anno di grazia è il 1953 in cui Interlenghi è il protagonista di due pellicole molto importanti per il cinema italiano: I Vitelloni di Federico Fellini dove l’attore interpreta Moraldo, l’unico che riesce a sfuggire alla noiosa vita di provincia.
Ne I Vinti, seconda regia di Michelangelo Antonioni che ispirandosi a tre fatti di cronaca vuole raccontare il vuoto della gioventù degli anni ’50, Interlenghi è il protagonista del secondo episodio, ambientato a Roma.
L’anno seguente ha due ruoli in pellicole internazionali: è Telemaco nell’Ulisse di Mario Camerini che ha per protagonista Kirk Douglas ed è uno degli amanti di Ava Gardner ne La contessa scalza.
Franco Interlenghi diventa una star del cinema italiano anni ’50, presente dalle commedie di Totò (Totò, Peppino e i fuorilegge) alle grandi produzioni hollywoodiane come Addio alle armi di King Vidor (1957) ai film più impegnati come Gli Innamorati (1955) di Mauro Bolognini, accanto alla fidanzata che sposa quello stesso anno: Antonella Lualdi, sempre per Bolognini e con la Lualdi nel 1958 gira Giovani mariti e nel 1959 La notte brava ispirato a Ragazzi di vita di Pasolini.
Ancora nel 1959 è presente non accerditato ne Il Generale della Rovere dove Rossellini dirige Vittorio De Sica nel ruolo di un finto generale al servizio dei nazisti che però si riscatterà morendo da eroe. Con Rossellini lavora anche nel 1961 in Viva l’italia, rievocazione della spedizione die Mille.
Gli anni ’60 segnano il declino dell’attore che si ritaglia una dignitosa carriera di caratterista di cui ricordiamo la partecipazione a Amore, piombo e furore di Monte Hellman del 1978, Il camorrista di Tornatore del 1986.
Legato a Michele Placido che lo vuole nel suo film di debutto, Pummarò, in Le amiche del cuore del 11992 e gli ritaglia il ruolo del Barone Rosellini in Romanzo Criminale.
L’ultimo film a cui l’attore ha partecipato è (il pessimo) La Bella Società del 2010.

Lo Hobbit – La Battaglia delle cinque armate

Hobbitbattaglia5armate Il coraggioso Bard è l’unico a osare contrapporsi a Smaug mentre distrugge Pontelagolungo e con l’aiuto di uno dei suoi figli, riesce a uccidere il drago. Gli uomini si rivolgono ai Nani rinchiusi nella montagna per avere un aiuto mentre anche le altre razze, con intenti più o meno nobili si dirigono su Erebor per ritrovare i propri tesori ma Thorin Scudodiquercia subisce l’influsso malefico di Smaug e diventa improvvisamente avaro e geloso dell’oro custodito nelle viscere della montagna.
Bilbo ruba fortuitamente l’Arkengemma, la pietra più agognata dai Nani e la consegna a Bard e Thranduil perché la usino per trattare con Thorin. Il Nano resta però irremovibile anche perché in suo aiuto sopraggiunge l’esercito dei Nani guidati da Dain. L’improvvisa comparsa dell’orda di orchi guidata da Azog da’ inizio alla battaglia delle cinque armate mentre Thorin resta ancora rinchiuso nella montagna a pensare all’oro, solo dopo una lunga lotta contro sé stesso il nano riuscirà a liberarsi dell’influsso malefico di Smaug e contribuire eroicamente alla battaglia.

Si conclude anche la seconda trilogia che Peter Jackson ha dedicato a Lo Hobbit, il romanzo che narra come Bilbo Baggins sia entrato in possesso dell’anello che sessanta anni dopo suo nipote Frodo dovrà distruggere nelle fiamme del Monte Fato.
La battaglia delle cinque armate entra subito in medias res, riprendendo l’opera di distruzione del drago con cui si concludeva La desolazione di Smaug.
Nonostante la tragicità degli eventi non mancano i tocchi ironici riservati alla figura di Alfrid, l’avido, pauroso e scansafatiche Leccasputo a cui ogni gesto malsano si rivolta puntualmente contro.
Il livello dei film dedicati a Lo Hobbit è sicuramente inferiore ai tre del ciclo de Il Signore degli Anelli: se lo spettatore ha perso lo stupore iniziale (e ne ha ben donde dopo sei film!) anche la regia sembra procedere stancamente con momenti molto telefonati, muore chi ci si aspetta che debba morire e così via, il tappeto musicale contribuisce a identificare immediatamente il momento romantico, epico o drammatico. Un ultimo guizzo lo riserva il finale con il riscatto eroico di Thorin e dei suoi compagni, i momenti di raccordo con quanto avverrà nei film de Il Signore degli Anelli e forse anche la malinconia di sapere di vivere i momenti conclusivi di una saga che tanto peso ha avuto nell’immaginario del XXI secolo rendono dolce il distacco dalla fine delle avventure nella Terra di Mezzo.

Ex Machina

Exmachina Il giovane programmatore Caleb vince un premio aziendale e va a passare una settimana con il capo, Nathan Batemam, genio del computer che ha fondato BlueBook, il più importante motore di ricerca del mondo. Il ragazzo si ritrova in mezzo al nulla in una villa-bunker ma lo stage si rivela essere qualcosa in più: il giovane programmatore è stato scelto per testare l’intelligenza artificiale a cui Nathan sta segretamente lavorando: Ava. L’androide si rivela estremamente consapevole di sé e del mondo e avverte Caleb di non fidarsi di Nathan, intanto nel corso delle sessioni di test Ava e Caleb cominciano a nutrire un’attrazione reciproca..

Ex Machina fino a un decennio fa sarebbe stato un noir di inganni manipolato da una seducente dark lady, la novità oggi sta nel fatto che l’elemento femminile è incarnato da un’Intelligenza Artificiale, elemento per la verità neppure originalissimo visto che anche in Lei (Her) avevamo un sistema operativo declinato al femminile in grado di evolversi mentalmente e sentimentalmente.
Il film resta un buon esempio di fantascienza filosofica con rimandi a capisaldi della sci-fi come Blade Runner e direi anche Alien3 La Clonazione per la scoperta dei precedenti falliti.
Con una storia, ripeto piacevole ma con un forte senso di déjà vu, mi sono concentrata sugli elementi che mi hanno infastidito fin dall’inizio.
Tornando al paragone con Lei, sembra farsi strada l’idea che i robot non soggetti alle leggi di Asimov siano tutte femmine, qui poi si scrive Ava e si pronuncia Eva quindi il rimando alla trasgressione delle leggi divine è insito nel nome, anche se la Prima Androide non verrà cacciata dall’Eden ma sarai lei a scegliere di andarsene.
Peggiori sono le identificazioni razziali: per far capire subito allo spettatore che Nathan è un tipo losco e creare una tensione che andrà in crescendo si pensa bene di puntare tutto sull’aspetto fisico: scuro, con capo rasato e il barbone, più che un hipster, il grande capo della BluBook ricorda un terrorista arabo, in contrapposizione con l’aspetto angelico, biondo e occhio azzurro del figlio di Brendan Gleeson.
Anche per i modelli che portano alla creazione di Ava non manca l’identificazione razziale, l’unica ancora attiva è Kyoko, ridotta a una schiava sessuale, ruolo che si identifica piuttosto bene con la donna asiatica mentre la furba Ava non è bellissima come i modelli che l’hanno preceduta ma è di pura razza caucasica, quasi che l’emancipazione fosse una connotazione razziale della donna occidentale.

Carioca

FlyingdowntoriolocFlying Down to Rio
Usa 1933 RKO
con Dolores Del Rio, Ginger Rogers, Fred Astaire, Gene Raymond
regia di Thornton Freeland

A Miami la bella brasiliana Belinha flirta con il musicista Roger Bond che ha un ingaggio con la sua banda per l’apertura dell’hotel a Rio del padre della ragazza. L’inaugurazione si rivelerà piuttosto complicata perchè dei biscazzieri non accettano la concorrenza del nuovo albergo e cercano di boiccottarla; inoltre Belinha ha anche un fidanzato, Júlio Ribeiro, che è il miglior amico di Roger. Andata a buon fine l’inaugurazione, sembra che non ci siano più ostavoli per il matrimonio combinato ma Júlio si tira indietro per lasciare che trionfi l’amore tra Roger e Belinha.

Carioca


Se fosse per la trama, Carioca non sarebbe altro che una commedia musicale dimenticabile ma il film passa alla storia perché segna il debutto della coppia Fred Astaire – Ginger Rogers che avrebbe spopolato per tutti gli anni ’30 interpretando ben otto film insieme più uno alla fine degli anni ’40.
I due attori, Astaire praticamente debuttante, sono i coprotagonisti, gli altri componenti della banda del playboy Roger Bond, piacevoli e divertenti nei loro ruoli bucano lo schermo quando provano a ballare “la carioca”, un tipico ballo sudamericano.

Airdance Mentre scorre la banale storia d’amore tra Belinha e Roger con una bizzarra notte su un’isola deserta in cui l’inconscio si sdoppia dai personaggi reali per cedere alle lusinghe amorose mentre nella realtà nascondono i loro sentimenti, si può trovare un certo interesse storico nell’osservare le immagini di sfondo di una Rio de Janeiro ancora senza i suoi tipici grattacieli.
Carioca è una pellicola dove le coreografie musicali superano di gran lunga l’interesse per la trama, un perfetto musical del periodo della Grande Depressione, con fantasiose scenografie deco, e ballerini sulla cui bravura non c’è nulla da eccepire: qui abbiamo addirittura un doppio corpo di ballo, americano e sudamericano che enfatizza la sensualità dei ritmi esotici brasiliani: siamo ancora in una pellicola pre-codice Hays che sarebbe entrato in vigore l’anno successivo.
Indimenticabile anche un altro numero musicale, quello acrobatico delle ballerine sui biplani: pur essendo chiaramente delle immagini sovrapposte agli sfondi, smorzano un poco il morboso entusiasmo per il volo di Tom Cruise attaccato all’Airbus A400M dell’ultimo Mission Impossible.

Quando c’era Marnie

Anna, undicenne malata d’asma e con una grave depressione dovuta al fatto di credersi poco amata perché adottata, viene mandata in vacanza in campagna da lontani parenti. Appena arrivata la ragazzina subisce il fascino di una villa abbandonata e qui conosce Marnie, una misteriosa ragazzina..

Quandoceramarnie

In sala per soli tre giorni, per attirare pubblico con il sapore dell’evento, Quando c’era Marnie potrebbe essere l’ultimo film prodotto dallo Studio Ghibli, le cui sorti sono attualmente poco chiare, tra voci di pause di riflessione, abbandoni e annunciato ritorno di Myazaki.
Speriamo non si tratti della chiusura definitiva perché Hiromasa Yonebayashi in questa pellicola dimostra, come in Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento, di aver appreso appieno la lezione dello Studio Ghibli: il tratto pulito ma sempre più raffinato (alcune scene degli uccelli sull’acquitrino hanno tutta la grazia delle antiche carte da parati dette chinoiserie) e soprattutto l’elemento magico salvifico per vite ordinarie sull’orlo del baratro.
Quando c’era Marnie si ispira a un racconto della narratrice inglese Joan Gale Robinson e sa creare un’atmosfera sospesa da perfetta ghost story: Marnie è solo un’amica immaginaria della solitaria Anna? Un fantasma prigioniero nella casa abbandonata? Il fiale è più originale di quanto ci si possa aspettare. Un’avventura intrigante per lo spettatore con reminiscenze hitchcockiane già presenti nel nome della protagonista e con richiami a La donna che visse due volte nelle scene ambientate nell’inquietante silos.

Pixels

Nel 1982 in una capsula della Nasa lanciata nello spazio per entrare in contatto con gli extraterrestri, vengono inviate anche le finali di una gara nazionale di videogiochi, trentatrè anni dopo una civiltà aliena risponde al messaggio che ha completamente frainteso: crede che la VHS dei videogiochi sia un ultimatum di guerra e risponde aggredendo la Terra con la riproduzione letale dei più celebri videogiochi e solo le vecchie glorie dell’Arcade potranno salvare il pianeta.

Pixels

Prendendo spunto da un corto francese del 2010 Adam Sandler produce ed interpreta questa divertente commedia di pura evasione dal sapore fortemente nostalgico. Personalmente non amo Sandler ma lo spunto della trama mi sembrava interessante e la presenza di Peter Dinklage un buon incentivo per vedere la pellicola che non mi ha per nulla deluso. Per inciso oltre alla presenza del Folletto Tyrion Lannister, Il trono di Spade mette in campo un altro attore: Sean Bean, Eddard Stark nel ruolo del comandante delle forze speciali inglesi.
Come già detto Pixels è una commedia leggera con poche pretese se non quelle di far divertire, cosa in cui riesce piuttosto bene: sono gustose anche le schermaglie amorose tra il nerd fallito Sam Brenner e l’ufficiale Violet Van Patten.
Molto pepata è la scena in cui il Presidente degli Stati Uniti (amico d’infanzia di Brenner) dimostra di non saper leggere durante una visita a una scolaresca ricostruendo molto fedelmente l’attività in cui era impegnato il presidente Bush durante l’attacco dell’11 settembre.
Ottima la ricostruzione dei primi anni ’80: non casuale la scelta dell’anno, il 1982 di E.T. e di Tron (nel finale i protagonisti “entrano” a loro volta nel videogioco) mentre l’imprescindibile Star Wars viene citato al contrario: Tohru Iwatani (che interpreta se stesso) cerca di stabilire un contatto con Pac-Man  ricordandogli di essere suo padre ma per tutta risposta la palla gialla gli divora una mano rovesciando il rapporto Luke Skywalker / Darth Fener sulla celebre battuta.
Forse il limite più grande del film è proprio quello di lavorare su elementi così caratteristici di un dato periodo storico: se i quaranta/cinquantenni trovano esilarante il modo di comunicare scelto dagli alieni, utilizzando spezzoni di personaggi e telefilm in voga in quel periodo dalla Madonna di Like a Vergin a Fantasilandia, le generazioni più giovani probabilmente faticano a riconoscere e ad identificarsi con un mood anni ’80 così dettagliato.

Youth – La Giovinezza

Youtlagiovinezza Due vecchi amici, il compositore Fred Ballinger e il regista Mick Boyle trascorrono le vacanze in lussuoso hotel svizzero dove cercano di curare i guasti della vecchiaia. Il musicista è ormai apatico e si è ritirato dalle scene tanto da rifiutare un invito ad esibirsi davanti alla regina Elisabetta mentre il regista sta scrivendo la sceneggiatura di quello che dovrà essere il suo film testamento. Non saranno però vacanze tranquille: i due sono anche consuoceri e il figlio di Boyle lascia improvvisamente la moglie Lena, figlia di Fred mentre Brenda Morel, la grande attrice che avrebbe dovuto interpretare il film di Mick, preferisce girare una serie tv..

Il tema della giovinezza, o meglio della ricerca della giovinezza, è quanto mai congeniale al cinema di Sorrentino che esamina con affettuosa ironia corpi sfatti e rugosi che il mondo contemporaneo ci ha insegnato a trovare repellenti costringendoci a fare di tutto per allontanare lo spettro della vecchiaia: ecco che allora un vecchio sanatorio dove una volta si andava a curare la consunzione, si trasforma in una lussuosa spa per una clientela facoltosa ma resta sempre un mondo a parte, isolato e concentrato sulla malattia come ne La Montagna Incantata di Thomas Mann (film e romanzo sono ambientati nella medesima struttura il Berghotel Sanatorium Schatzalp, l’ex sanatorio Berghof di Davos).
I destini dei due amici saranno fatalmente opposti e a soccombere sarà colui che appariva più vitale e pieno di impegni. Il lasciarsi vivere e sopravvivere di Fred mi ha ricordato la frase di Picasso “Per diventare bambini occorre una vita”.
Il film è ricco di sottotrame che a volte sono appena un accenno, una semplice contrapposizione visiva al mito della giovinezza incarnata dall’apparizione di Miss Universo in piscina, sfolgorante bellezza quasi irriconoscibile rispetto alla ragazza arguta che Fred e Mick avevano conosciuto la sera prima.
Tra i vari personaggi che si incontrano il più esilarante è Maradona, non tanto per la rappresentazione che ne fa il regista ma perchè il genio di Sorrentino è sottolineato ancora una volta dall’ironia con cui sa prendere in giro i suoi stessi miti: Maradona era citato nel discorso di ringraziamento per l’oscar del La Grande Bellezza e mentre la stampa dibatteva sull’opportunità o meno dell’uscita del regista, Paolo Sorrentino stava già smontando la perfezione dell’idolo nella lavorazione di questo film: una capacità rara che personalmente gli invidio.

Accadde una notte

Accaddeunanotte It happened one night
USA 1934 Columbia
con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly, Roscoe Karns
regia di Frank Capra

Dopo un litigio con il padre che non approva il suo fidanzamento con un aviatore arrampicatore sociale, la ricca e viziata Ellie Andrews decide di attraversare gli States in pullman per raggiungere a New York l’uomo dei suoi sogni e sposarlo. All’inizio del viaggio la ragazza incontra Pietro Warne, giornalista appena licenziato che decide di aiutarla se potrà pubblicare la sua storia: ovviamente tra le mille traversie del viaggio nascerà l’amore tra Pietro ed Ellie, sentimento che dovrà superare alcuni malintesi prima di trionfare.

Accadde una notte è un caposaldo della commedia brillante americana, che fece incetta di Oscar: si contano ancora sulle dita i film che sono stati premiati come miglior film, regia, sceneggiatura e per i migliori protagonisti, sia maschile che femminile. Pur non sopportandosi sul set Clark Gable e Claudette Colbert ebbero la carriera spianata (e l’unico Oscar) grazie a quest’opera il cui successo, per altro, fu totalmente inatteso.
Oltre che una divertente commedia sulla guerra dei sessi, la pellicola è anche un road movie e uno spaccato della Grande Depressione, descritta con l’occhio benevolo che caratterizza l’opera di Frank Capra anche se non manca il dramma della madre che sviene per la fame perché ha usato tutti i soldi per il viaggio e per sfamare il figlioletto.
Per quando Ellie si dimostri furba nello sviare i detective sulle sue tracce mandando una vecchietta a fare il biglietto al posto suo, l’ereditiera che sperimenta per la prima volta la libertà totale dopo una vita sempre supervisionata da tate e istruttrici, cade ben presto vittima di un mondo rude dove la sopravvivenza è una lotta: già alla prima fermata d’autobus si fa rubare la valigia e solo l’intervento di Pietro potrà aiutarla nel suo viaggio.
Ithappenedonenight Anche la caratterizzazione di Pietro è molto complessa: perde il lavoro perché ubriaco e inaffidabile ma si rivela molto pragmatico nella gestione della vita pratica di cui Ellie è completamente ignara: la gestione dei soldi, del cibo (la dieta a base di carote), del viaggio. Apparentemente cinico si rivela un cuore d’oro ed estremamente cavalleresco verso la donna che ha deciso di aiutare (le mura di Gerico) il suo difetto maggiore è quello di credersi saputo in tutto tanto da aver intenzione di scrivere manuali su diversi argomenti, compreso l’autostop di cui conosce diverse tecniche che però nulla possono davanti al metodo di Ellie: attirare l’attenzione degli automobilisti mostrando le gambe. La gag dell’autostop è ancora oggi famosissima. Se la Colbert mostra le gambe, Gable diventa un sex symbol levandosi la camicia e restando a torso nudo.
Quando scoppia l’amore tra Ellie e Pietro sorge un ostacolo: il denaro; allora il giovane si reca in tutta fretta a New York per farsi anticipare mille dollari dal suo editore in cambio dello scoop del suo amore con l’ereditiera, senza moralismi Capra anticipa una moda così in voga nei nostri giorni: mettere in mostra il proprio privato nei reality per guadagnare soldi.
Purtroppo Ellie viene scacciata dal motel durante l’assenza di Pietro e delusa dal suo comportamento mette fine alla sua fuga telefonando al padre. Convinta che Pietro l’abbia usata solo per avere la cospicua ricompensa promessa dal genitore, la ragazza torna tra le braccia del fidanzato rassegnata a una vita senza amore ma l’intervento paterno, perché nei film di Capra anche i banchieri hanno un cuore, chiarirà l’equivoco e finalmente dopo l’annullamento concesso a suon di denari dallo sposo abbandonato sull’altare, una trombetta di plastica farà cadere le mura di Gerico, cioè la coperta che ha sempre castamente separato la camera condivisa dai due viaggiatori.
Il doppiaggio italiano d’epoca porta un riconoscibilissimo Gino Cervi a doppiare Gable (cosa che mi procura una punta di fastidio) mentre Paolo Stoppa doppia Oscar Shapeley, l’individuo che prima importuna Ellie e poi viene messo in fuga da Pietro con una parodia dei gangster movie allora celeberrimi, quando Shapeley gli proprone di dividere la ricompensa.
Trovo molto divertente che sia stato italianizzato il nome del protagonista maschile mentre la ragazza continui a chiamarsi Ellie o Ellen come nell’originale.