Lo Hobbit – La Battaglia delle cinque armate

Hobbitbattaglia5armate Il coraggioso Bard è l’unico a osare contrapporsi a Smaug mentre distrugge Pontelagolungo e con l’aiuto di uno dei suoi figli, riesce a uccidere il drago. Gli uomini si rivolgono ai Nani rinchiusi nella montagna per avere un aiuto mentre anche le altre razze, con intenti più o meno nobili si dirigono su Erebor per ritrovare i propri tesori ma Thorin Scudodiquercia subisce l’influsso malefico di Smaug e diventa improvvisamente avaro e geloso dell’oro custodito nelle viscere della montagna.
Bilbo ruba fortuitamente l’Arkengemma, la pietra più agognata dai Nani e la consegna a Bard e Thranduil perché la usino per trattare con Thorin. Il Nano resta però irremovibile anche perché in suo aiuto sopraggiunge l’esercito dei Nani guidati da Dain. L’improvvisa comparsa dell’orda di orchi guidata da Azog da’ inizio alla battaglia delle cinque armate mentre Thorin resta ancora rinchiuso nella montagna a pensare all’oro, solo dopo una lunga lotta contro sé stesso il nano riuscirà a liberarsi dell’influsso malefico di Smaug e contribuire eroicamente alla battaglia.

Si conclude anche la seconda trilogia che Peter Jackson ha dedicato a Lo Hobbit, il romanzo che narra come Bilbo Baggins sia entrato in possesso dell’anello che sessanta anni dopo suo nipote Frodo dovrà distruggere nelle fiamme del Monte Fato.
La battaglia delle cinque armate entra subito in medias res, riprendendo l’opera di distruzione del drago con cui si concludeva La desolazione di Smaug.
Nonostante la tragicità degli eventi non mancano i tocchi ironici riservati alla figura di Alfrid, l’avido, pauroso e scansafatiche Leccasputo a cui ogni gesto malsano si rivolta puntualmente contro.
Il livello dei film dedicati a Lo Hobbit è sicuramente inferiore ai tre del ciclo de Il Signore degli Anelli: se lo spettatore ha perso lo stupore iniziale (e ne ha ben donde dopo sei film!) anche la regia sembra procedere stancamente con momenti molto telefonati, muore chi ci si aspetta che debba morire e così via, il tappeto musicale contribuisce a identificare immediatamente il momento romantico, epico o drammatico. Un ultimo guizzo lo riserva il finale con il riscatto eroico di Thorin e dei suoi compagni, i momenti di raccordo con quanto avverrà nei film de Il Signore degli Anelli e forse anche la malinconia di sapere di vivere i momenti conclusivi di una saga che tanto peso ha avuto nell’immaginario del XXI secolo rendono dolce il distacco dalla fine delle avventure nella Terra di Mezzo.

Il signore degli Anelli (1978)

Lordoftherings GB 1978
cartoon diretto da Ralph Bakshi

Nel 1978, ben prima della grandiosa trilogia di Peter Jackson, ci fu un tentativo di portare sul grande schermo la saga tolkeniana con un cartoon, scelta piuttosto ovvia in un periodo in cui gli effetti speciali non avevano raggiunto la perfezione odierna. Gli esiti furono negativi, dato che quello che doveva essere un dittico sì limitò al primo film cancellando il seguito per lo scarso successo di critica e pubblico (anche se gli incassi furono buoni questa è la motivazione addotta).
Vale la pena recuperare il cartone oggi che la trilogia di Jackson è un classico perché il regista neozelandese non ha mai fatto mistero di essere un fan del film del 1978 ed è divertente trovare punti di contatto e differenze tra le due trasposizioni filmiche.
Per Gandalf e gli Hobbit (sia Bilbo che Frodo) Jackson pare aver cercato di essere più fedele possibile al modello precedente mentre si discosta totalmente la figura di Aragorn, che nel cartone ha i tratti somatici di un nativo americano muscoloso e volto esclusivamente alla missione mentre nella trilogia si privilegia il tratto malinconico del personaggio (nella pellicola del 1978 non viene mai definito Ramingo né compare Arwen).
L’insuccesso della pellicola si deve alla travagliata vicenda produttiva: i diritti erano stati acquisiti nel 1969 dalla United Artist e John Boorman fu interpellato per una prima stesura. La sua sceneggiatura stravolgeva completamente il romanzo di Tolkien per cui venne bocciata dai produttori; alcune idee del progetto per Il Signore degli Anelli furono utilizzate dal regista per il suo lavoro successivo, Excalibur del 1981 sulla figura di Re Artù.

Nazgul Ad una trasposizione a fumetti della saga de Il signore degli anelli pensava da tempo Ralph Bakshi, l’autore di Fritz il Gatto, il primo cartone animato della storia del cinema vietato ai minori. Saputo dell’abbandono del progetto di Boorman, Bakshi negozia i diritti del film con la UA e mette insieme questo particolarissimo oggetto filmico che mischia disegni animati e live action, non teme di usare tonalità di colori molto cupe e per le seguenze dove la magia la fa da padrona utilizza notevoli effetti psichedelici. La seguenza più riuscita è sicuramente quella del tentativo di circuire Frodo da parte dei Cavalieri Neri al confini di Rivendell (Gran Burrone): gli sfondi sono cangianti mentre i nazgul in live action sono resi ancora più inquietanti dall’effetto “posterizzato”, esempio di cui si ricorderà il giovane disegnatore non accreditato Tim Burton nel 1999 per Il mistero di Sleepy Hollow.
Se gli effetti visivi sono notevoli non si può dire lo stesso della trama che diventa piatta e noiosa dopo l’attraversamento delle miniere di Moria quando la Compagnia dell’Anello inizia a separarsi con la scomparsa di Gandalf: molti passaggi sono ridotti a una mera annotazione mentre la battaglia al Fosso di Helm risulta troppo lunga, senza un prologo che ne esalti gli aspetti epici.
Il film si conclude con la fuga degli orchetti e la voce fuori campo annuncia il seguito delle avventure nel secondo film che non verrà mai realizzato.
Forse davvero il film risultava poco chiaro a chi non conosceva il romanzo uscito da una ventina d’anni; di certo la saga doveva essere poco nota ai doppiatori italiani che non sanno come tradurre i nomi dei luoghi della Terra di Mezzo limitandosi ad indicarli con i nomi originali e incorrendo in divertenti storpiature dei nomi dei protagonisti, ad esempio Gollum viene chiamato Gollam.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato

The Hobbit: An Unexpected Journey 2012
con Martin Freeman, Richard Armitage, Ian McKellen,
regia di Peter Jackson

Sessant’anni prima delle avventure di Frodo, suo zio Bilbo Baggins era stato coinvolto controvoglia da Gandalf il Grigio nella spedizione di tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia nella riconquista del regno di Erebor, gloriosa città nanica distrutta dal terribile drago Smaug; durante l’impresa Bilbo entra in possesso dell’anello che sarà all’origine dell’avventura del nipote.

Lohobbit

Era più che prevedibile che dopo l’enorme successo della trilogia de Il Signore degli Anelli arrivasse sul grande schermo Lo Hobbit, prologo alla trilogia dell’Anello scritto da Tolkien nel 1937.
C’era grande attesa per il ritorno nella fantastica Terra di Mezzo, la cui realizzazione filmica ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo nel XXI secolo.
Che aspettative così alte venissero in parte tradite è altrettanto logico soprattutto se si pensa che da un unico romanzo si vuole trarre l’ennesima trilogia anche se il progetto iniziale era quella di un film in due parti e la prolissità del racconto si evince dalla lunghezza del primo capitolo: più di due ore e mezza per raccontare solo la prima parte dell’impresa fino al salvifico ritrovo di Picco delle Aquile. Sono stati fatti diversi innesti per collegare più strettamente le due trilogie soprattutto la cornice con il vecchio Bilbo Baggins che scrive le sue memorie di nascosto a Frodo.
Quello che manca realmente al film è l’omogeneità stilistica ondeggiando tra l’epicità che richiama la saga dell’anello e i momenti di comicità che vorrebbero stemperarne gli eccessi. Riconosciuti i molti difetti che non ne fanno un capolavoro va detto anche che la pellicola è più che dignitosa con la capacità di affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle avventure di Bilbo non facendo pesare la lunghezza dell’opera: siamo lontani dalla potenza visiva de Il signore degli Anelli ma la capacità affabulatoria di Jackson non viene meno.