Alita – Angelo della battaglia

Alita: Battle Angel
USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Ed Skrein, Mahershala Ali, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza González, Michelle Rodriguez, Lana Condor, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Marko Zaror
regia di Robert Rodriguez


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Anno 2563, trecento anni dopo la guerra con l’Unione delle Repubbliche di Marte, la Terra sconfitta è un luogo desolato, alla “Caduta” sopravvive solo l’ultima delle città sospese ai cui piedi si stende la Città di Ferro dove la gente si arrabatta tra i rifiuti di Zalem, luogo di eletti dove tutti sognano di arrivare. In una discarica il dottor Ido Dyson trova il nucleo di un cyborg dormiente e la porta a casa per ripararla. La ragazzina si sveglia senza ricordare nulla di sé ma ha un’innato istinto alla battaglia. Una delle sue conoscenze nel nuovo mondo è Hugo, un ragazzo con cui nasce una forte simpatia che presto diventa amore. Un giorno Hugo e i suoi amici portano Alita a vedere il residuato di un’astronave marziana e Alita sente l’istinto di entrarvi e qui trova una tuta che sembra reagire ai suoi comandi. Alita chiede a Ido di inserire il suo nucleo nella tuta ma il dottore si rifiuta spiegando alla ragazza le sue origini: il Berserker resta però l’unica opzione quando il corpo di Alita viene distrutto nella battaglia con Grewishka, un cyborg al servizio dell’entità a capo di Zalem e che vuole la distruzione di Alita. Anche Hugo viene coinvolto nello scontro tra Nova e Alita e alla ragazza non resta che diventare una campionessa di motorball per poter accedere alla città sospesa e regolare i suoi conti.



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Non conosco il manga a cui è ispirato il film che ho trovato piacevole anche se non perfetto e con il solito problema che mi allontana dal filone fantastico: a partire da Star Wars, Blade Runner, Terminator, Matrix, fino a Il Signore degli Anelli questo genere cinematografico era sicura fonte iconografica in grado di creare stili e costumi ora è tutto un grande dejà vu, senza più nessuna voglia di creare nuovi immaginari e per Alita è un peccato perché la Città di ferro si ispira alle città dell’America Latina, riconoscibile la cattedrale dell’Avana, e il confronto tra la Città di Ferro e l’irraggiungibile Zalem avrebbe potuto avere una lettura politica molto attuale invece lo stelo che collega Zalem al suolo mi ha ricordato l’Albero della Vita dell’Expo di Milano, evito di elencare tutti i rimandi a Blade Runner e la motocicletta monoruota di Hugo ereditata da Star Wars.
Detto questo il film, pur sfiorando velocemente i temi, risulta intrigante nel viaggio della ricerca di sé, nel tema del rapporto uomo macchina, “fissa” di James Cameron, che avrebbe dovuto dirigere il film posticipando il progetto per anni e finendo per ritagliarsi il ruolo di produttore e affidando la regia a Robert Rodriguez.



Alita battle angel



Si alternano scontri epici con il romanticismo dell’amore adolescienziale tra Alita e Hugo ed è molto bello anche il rapporto paterno che si instaura tra la cyborg e il dottor Ido che la chiama Alita come la figlia che ha perduto e per cui aveva costruito il primo corpo robotico indossato dalla ragazza.
I misteri irrisolti della trama: Alita riemerge dopo trecento anni dalla rumenta o è stata gettata di recente da Zalem? avranno credo, una spiegazione nell’inevitabile sequel con la quasi certezza di trovarci davanti all’ennesima trilogia.
Da menzionare il notevole livello d’interazione tra la live action e la computer grafica con cui sono stati alterati i tratti del volto di Rosa Salazar.

Aquaman

USA 2018 Warner Bros
con Jason Momoa, Amber Heard, Patrick Wilson, Willem Dafoe, Nicole Kidman, Dolph Lundgren, Temuera Morrison, Yahya Abdul-Mateen II, Michael Beach
regia di James Wan



Aquaman


Maine, 1985: durante una tempesta il guardiano del faro Thomas Curry trova il corpo di una donna riverso sugli scogli: si tratta di Atlanna regina di Atlantide. I due s’innamorano e hanno un figlio, Arthur ma dopo qualche anno gli atlantidei attaccano il faro per reclamare il ritorno di Atlanna. Anche se dovrà sposare Barox, il promesso sposo da cui era fuggita, la regina torna nel suo regno per salvare la sua famiglia terrestre. Arthur viene istruito sul mondo atlantideo da Vulko, un dignitario di corte fedele ad Atlanna. Grazie ai suoi poteri marini che sfrutta a fin di bene, Arthur diventa l’eroe chiamato Aquaman e durante una delle sue imprese lascia che un vecchio pirata muoia dopo aver assaltato un sottomarino, il figlio di Jesse Kane diventerà l’acerrimo nemico di Aquaman, Black Manta.
Mentre il fratellastro atlantideo vuole riunire tutti gli antichi regni e diventare Ocean Master, la principessa Mera chiede ad Arthur di reclamare il regno per evitare lo scontro con i terrestri ma Aquaman rifiuta fino a quando non vede i primi effetti sulle terre emerse degli attacchi di Orm. Arthur sfida il fratello ma viene battuto per conquistare il regno e il popolo di Atlantide dovrà recuperare il Tridente Sacro di Re Atlan, nella ricerca lo accompagna Mera. Oltre al Tridente Arthur riporta ad Atlantide la madre Atlanna creduta morta da anni. La regina favorisce la riconciliazione tra i due figli ma Black Manta sta organizzando la sua vendetta…



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Ho abbandonato i cinecomics da tempo e l’unico motivo per vedere Aquaman era il protagonista, il bel Jason Momoa. Senza nessuna aspettativa mi sono trovata coinvolta nell’inizio di questa nuova saga (la vendetta di Black Manta sarà il motore del secondo capitolo).
Quello che ho apprezzato è il tono epico: Aquaman non eredita i suoi poteri per un caso fortuito o un esperimento scientifico, gli provengono dalla sua origine atlantidea e la ricerca del tridente scomparso nel regno sepolto sotto il Sahara e la parentesi in Sicilia restituiscono, seppur nella lettura superficiale da blockbuster americano, il sapore della quest, della ricerca tipico di tanto cinema anni’80 da Indiana Jones a Alla ricerca della pietra verde, pellicole da cui Aquaman recupera anche il giocoso scontro tra i sessi che le pellicole anni ’80 mutuavano dalle commedie anni ’30.



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Un altro referente molto presente è sicuramente il Trono di Spade: un bastardo che si scontra con il fratello legittimo per la conquista dei Sette Regni, e guarda caso il protagonista del film si è fatto notare proprio nelle prime stagione della serie nel ruolo di Khal Drogo.
La regina Atlanna ha un’acconciatura con le trecce, sdoganate da Il Signore degli Anelli, sono diventate un must proprio con il Trono di Spade.



Aquaman


Il difetto più grande che posso imputare al film è proprio quello di non aver sviluppato un immaginario proprio: Orm sembra un elfo cattivo, i fondali di Atlantide hanno i colori fosforescenti di Avatar, l’unica idea interessante è quella degli ippocampi usati come destrieri per i cavalieri di re Nereus interpretato da Dolph “ti spiezzo in due” Lundgren.



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Il cast infatti è di grande richiamo: Nicole Kidman nel ruolo di Atlanna, Willem Dafoe nei panni del consigliere Vulko, e su tutti Jason Momoa che gioca ironicamente con il suo incontestabile fascino truzzo e ammiccante.

Excalibur

ExcaliburGB 1981 Orion
con Nigel Terry, Nicol Williamson, Cherie Lunghi, Helen Mirren, Liam Neeson, Nicholas Clay, Gabriel Byrne
regia di John Boorman

La parabola dell’esistenza e del mito di Re Artù, dalla nascita illecita alla conquista della spada nella roccia dovendo dimostrare ai suoi vassalli di esserne degno, la pacificazione del regno e il matrimonio con Ginevra, la scoperta del tradimento della moglie e del migliore amico, la caduta del regno e la ricerca del Graal, la nascita ancora una volta con l’inganno, di Mordred e la morte di Artù.

In meno di tre ore John Boorman sa condensare la parabola del mito arturiano arricchendola di elementi ancor più leggendari. Excalibur è “la spina dorsale del drago” la rappresentazione delle energie telluriche che uniscono l’uomo alla natura.
Merlino uno degli ultimi maghi a praticare le antiche arti magiche cerca un re degno della spada, Uther Pendragon si rivela troppo schiavo dei suoi desideri per essere all’altezza del ruolo: appena pacificato il regno non esita a scatenare un’altra battaglia per conquistare Igrayne, la bella moglie del Duca di Cornovaglia. Merlino lo aiuta donandogli magicamente le sembianze del Duca al fine di far generare un bambino che crescerà sotto il suo controllo e sarà un re migliore di suo padre.
Pur tra mille difficoltà Artù cerca di essere degno della spada e il suo regno raggiunge finalmente la pace e la prosperità ma la sorellastra Morgana, figlia del Duca, trama la vendetta del padre morto nella battaglia scatenata da Uther: prima convince il cavaliere della tavola rotonda Galvano a insinuare pubblicamente il dubbio sull’onore della regina, portando Lancillotto e Ginevra a cedere alla passione che avevano sempre controllato. Piantando la spada tra i due amanti, Artù distrugge l’equilibrio naturale che si era creato e la carestia si abbatte sul regno. Non contenta Morgana, con lo stesso trucco usato da Uther con sua madre, giace con Artù avendo l’aspetto di Ginevra, nasce così Mordred, allevato nell’odio del padre a cui appena in età, va a reclamare il regno. Nel frattempo Perseval ha trovato il Graal e ristabilito il contatto tra il re e la natura, con questa nuova forza Artù scende in battaglia dopo aver perdonato Ginevra e Lancillotto affrontando serenamente la morte.




Excalibur


Oltre alle Chanson de geste, nell’opera riecheggiano altri classici da Omero a Il signore degli Anelli, ricordiamo che Boorman fu coinvolto nella sceneggiatura che portò cartone di Ralph Bakshie, quando abbandonò il progetto riversò molte delle idee nella realizzazione di Excalibur.
Il tema fondamentale è quello classico della teoretica di Boorman l’uomo e il rapporto con la natura, in Excalibur l’essere umano è inserito nella ciclicità della natura, un continuo alternarsi di forze buone e cattive: il film ha inizio in un medioevo violento ed infuocato e si chiude di nuovo con l’avvento dell’oscurità ma racconta la gloria di una delle pagine più leggendarie dell’umanità che rimane come fulgido esempio nei secoli regalando la speranza che possa tornare nuovamente ad avverarsi.




Merlinoexcalibur


Anche dal punto di vista visivo il film è un pastiche di kitsch anni ’80 e reminescenze simboliste e preraffaellite del mondo medievale, creando una delle rappresentazioni più originali del età arturiana che mi pare essere d’ispirazione a Il trono di Spade.
Notissima la colonna sonora che ha riportato in auge i Carmina Burana




ExcaliburNeesonMirren


Ottima la prova di Nicol Williamson, un Merlino motore degli eventi da cui però sa sempre tenere un distacco a volte anche ironico, Nel cast è possibile riconoscere alcuni attori che sono diventati delle vere e proprie star: Helen Mirren è la bellissima e infida Morgana mentre Liam Neeson è Sir Galvano che mette in dubbio l’onore di Ginevra e combatte con Lancillotto per dirimere la questione.

Lo Hobbit – La Battaglia delle cinque armate

Hobbitbattaglia5armate Il coraggioso Bard è l’unico a osare contrapporsi a Smaug mentre distrugge Pontelagolungo e con l’aiuto di uno dei suoi figli, riesce a uccidere il drago. Gli uomini si rivolgono ai Nani rinchiusi nella montagna per avere un aiuto mentre anche le altre razze, con intenti più o meno nobili si dirigono su Erebor per ritrovare i propri tesori ma Thorin Scudodiquercia subisce l’influsso malefico di Smaug e diventa improvvisamente avaro e geloso dell’oro custodito nelle viscere della montagna.
Bilbo ruba fortuitamente l’Arkengemma, la pietra più agognata dai Nani e la consegna a Bard e Thranduil perché la usino per trattare con Thorin. Il Nano resta però irremovibile anche perché in suo aiuto sopraggiunge l’esercito dei Nani guidati da Dain. L’improvvisa comparsa dell’orda di orchi guidata da Azog da’ inizio alla battaglia delle cinque armate mentre Thorin resta ancora rinchiuso nella montagna a pensare all’oro, solo dopo una lunga lotta contro sé stesso il nano riuscirà a liberarsi dell’influsso malefico di Smaug e contribuire eroicamente alla battaglia.

Si conclude anche la seconda trilogia che Peter Jackson ha dedicato a Lo Hobbit, il romanzo che narra come Bilbo Baggins sia entrato in possesso dell’anello che sessanta anni dopo suo nipote Frodo dovrà distruggere nelle fiamme del Monte Fato.
La battaglia delle cinque armate entra subito in medias res, riprendendo l’opera di distruzione del drago con cui si concludeva La desolazione di Smaug.
Nonostante la tragicità degli eventi non mancano i tocchi ironici riservati alla figura di Alfrid, l’avido, pauroso e scansafatiche Leccasputo a cui ogni gesto malsano si rivolta puntualmente contro.
Il livello dei film dedicati a Lo Hobbit è sicuramente inferiore ai tre del ciclo de Il Signore degli Anelli: se lo spettatore ha perso lo stupore iniziale (e ne ha ben donde dopo sei film!) anche la regia sembra procedere stancamente con momenti molto telefonati, muore chi ci si aspetta che debba morire e così via, il tappeto musicale contribuisce a identificare immediatamente il momento romantico, epico o drammatico. Un ultimo guizzo lo riserva il finale con il riscatto eroico di Thorin e dei suoi compagni, i momenti di raccordo con quanto avverrà nei film de Il Signore degli Anelli e forse anche la malinconia di sapere di vivere i momenti conclusivi di una saga che tanto peso ha avuto nell’immaginario del XXI secolo rendono dolce il distacco dalla fine delle avventure nella Terra di Mezzo.

Il signore degli Anelli (1978)

Lordoftherings GB 1978
cartoon diretto da Ralph Bakshi

Nel 1978, ben prima della grandiosa trilogia di Peter Jackson, ci fu un tentativo di portare sul grande schermo la saga tolkeniana con un cartoon, scelta piuttosto ovvia in un periodo in cui gli effetti speciali non avevano raggiunto la perfezione odierna. Gli esiti furono negativi, dato che quello che doveva essere un dittico sì limitò al primo film cancellando il seguito per lo scarso successo di critica e pubblico (anche se gli incassi furono buoni questa è la motivazione addotta).
Vale la pena recuperare il cartone oggi che la trilogia di Jackson è un classico perché il regista neozelandese non ha mai fatto mistero di essere un fan del film del 1978 ed è divertente trovare punti di contatto e differenze tra le due trasposizioni filmiche.
Per Gandalf e gli Hobbit (sia Bilbo che Frodo) Jackson pare aver cercato di essere più fedele possibile al modello precedente mentre si discosta totalmente la figura di Aragorn, che nel cartone ha i tratti somatici di un nativo americano muscoloso e volto esclusivamente alla missione mentre nella trilogia si privilegia il tratto malinconico del personaggio (nella pellicola del 1978 non viene mai definito Ramingo né compare Arwen).
L’insuccesso della pellicola si deve alla travagliata vicenda produttiva: i diritti erano stati acquisiti nel 1969 dalla United Artist e John Boorman fu interpellato per una prima stesura. La sua sceneggiatura stravolgeva completamente il romanzo di Tolkien per cui venne bocciata dai produttori; alcune idee del progetto per Il Signore degli Anelli furono utilizzate dal regista per il suo lavoro successivo, Excalibur del 1981 sulla figura di Re Artù.

Nazgul Ad una trasposizione a fumetti della saga de Il signore degli anelli pensava da tempo Ralph Bakshi, l’autore di Fritz il Gatto, il primo cartone animato della storia del cinema vietato ai minori. Saputo dell’abbandono del progetto di Boorman, Bakshi negozia i diritti del film con la UA e mette insieme questo particolarissimo oggetto filmico che mischia disegni animati e live action, non teme di usare tonalità di colori molto cupe e per le seguenze dove la magia la fa da padrona utilizza notevoli effetti psichedelici. La seguenza più riuscita è sicuramente quella del tentativo di circuire Frodo da parte dei Cavalieri Neri al confini di Rivendell (Gran Burrone): gli sfondi sono cangianti mentre i nazgul in live action sono resi ancora più inquietanti dall’effetto “posterizzato”, esempio di cui si ricorderà il giovane disegnatore non accreditato Tim Burton nel 1999 per Il mistero di Sleepy Hollow.
Se gli effetti visivi sono notevoli non si può dire lo stesso della trama che diventa piatta e noiosa dopo l’attraversamento delle miniere di Moria quando la Compagnia dell’Anello inizia a separarsi con la scomparsa di Gandalf: molti passaggi sono ridotti a una mera annotazione mentre la battaglia al Fosso di Helm risulta troppo lunga, senza un prologo che ne esalti gli aspetti epici.
Il film si conclude con la fuga degli orchetti e la voce fuori campo annuncia il seguito delle avventure nel secondo film che non verrà mai realizzato.
Forse davvero il film risultava poco chiaro a chi non conosceva il romanzo uscito da una ventina d’anni; di certo la saga doveva essere poco nota ai doppiatori italiani che non sanno come tradurre i nomi dei luoghi della Terra di Mezzo limitandosi ad indicarli con i nomi originali e incorrendo in divertenti storpiature dei nomi dei protagonisti, ad esempio Gollum viene chiamato Gollam.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato

The Hobbit: An Unexpected Journey 2012
con Martin Freeman, Richard Armitage, Ian McKellen,
regia di Peter Jackson

Sessant’anni prima delle avventure di Frodo, suo zio Bilbo Baggins era stato coinvolto controvoglia da Gandalf il Grigio nella spedizione di tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia nella riconquista del regno di Erebor, gloriosa città nanica distrutta dal terribile drago Smaug; durante l’impresa Bilbo entra in possesso dell’anello che sarà all’origine dell’avventura del nipote.

Lohobbit

Era più che prevedibile che dopo l’enorme successo della trilogia de Il Signore degli Anelli arrivasse sul grande schermo Lo Hobbit, prologo alla trilogia dell’Anello scritto da Tolkien nel 1937.
C’era grande attesa per il ritorno nella fantastica Terra di Mezzo, la cui realizzazione filmica ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo nel XXI secolo.
Che aspettative così alte venissero in parte tradite è altrettanto logico soprattutto se si pensa che da un unico romanzo si vuole trarre l’ennesima trilogia anche se il progetto iniziale era quella di un film in due parti e la prolissità del racconto si evince dalla lunghezza del primo capitolo: più di due ore e mezza per raccontare solo la prima parte dell’impresa fino al salvifico ritrovo di Picco delle Aquile. Sono stati fatti diversi innesti per collegare più strettamente le due trilogie soprattutto la cornice con il vecchio Bilbo Baggins che scrive le sue memorie di nascosto a Frodo.
Quello che manca realmente al film è l’omogeneità stilistica ondeggiando tra l’epicità che richiama la saga dell’anello e i momenti di comicità che vorrebbero stemperarne gli eccessi. Riconosciuti i molti difetti che non ne fanno un capolavoro va detto anche che la pellicola è più che dignitosa con la capacità di affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle avventure di Bilbo non facendo pesare la lunghezza dell’opera: siamo lontani dalla potenza visiva de Il signore degli Anelli ma la capacità affabulatoria di Jackson non viene meno.

The Avengers

AvengersL’uso dell’energia generata dal Tesseract apre un portale spaziotemporale da cui i Chitauri si riversano sulla Terra guidati da Loki, il fratellastro esiliato di Thor. Anche se il progetto Avengers era stato abbandonato solo l’alleanza dei supereroi potrà salvare il pianeta dalla distruzione…

Finalmente è arrivato l’epilogo a cui ci avevano a lungo introdotto i due film dedicati a Iron Man, e quelli su Captain America, Thor e la seconda versione di Hulk, il supereroe più sfortunato visto che dal 2003 è stato interpretato da tre diversi protagonisti, Ang Lee aveva scelto Eric Bana, poi Ed Norton ne aveva vestito i panni nel film propedeutico a The avengers e oggi tocca a Mark Ruffalo cedere alle lusinghe del blockbuster targato Marvel e vestirne gli stracciatissimi panni. Sarà per ripagare tutti questi bistrattamenti che il rabbioso ed instabile professor Banner è il perno della vicenda di questo primo capitolo degli Avengers? Forse.

Avengers

La saga dei vendicatori non si discosta dallo stile delle pellicole che ne hanno creato l’attesa: un mix di scene d’azione convulse e battute ironiche. La ricetta funziona e lo spettatore esce soddisfatto per aver avuto quanto si aspettava, eppure dietro la vernice del blokbuster di puro intrattenimento si cela qualcosa di inquietante. L’immaginario a cui si rifà The avengers non è per niente originale anzi è una miscellanea dei più grandi successi degli ultimi quarant’anni: impossibile non pensare a Star Wars citato espressamente nella scena di avvicinamento di un veivolo alla portaerei volante, Nick Fury è vestito tale e quale a Morpheus di Matrix gli invasori hanno qualcosa di Alien e qualcosa degli orchetti de Il signore degli Anelli. Questo citazionismo esasperato non è (solo) mancanza di fantasia, del resto le astronavi chitauriane ispirate ai pliosauri (dinosauri marini) sono una bella novità; è come se The avengers volesse chiamare a raccolta tutti gli eroi dell’immaginario filmico americano e del resto il perchè diventa subito chiaro: si mette in scena la distruzione di New York riprendendo fedelmente l’attentato alle Torri Gemelle. The avengers non è un innocuo blockbuster, è uno scatto d’orgoglio a dieci anni dalla tragedia, un avvertimento ai nemici dell’America che ancora tramano nell’ombra.
Curiosità: l’aereo che attacca Capitan America mentre Iron Man cerca far ripartire uno dei quattro motori della portaerei volante è una leggera elaborazione dei discussi cacciabombardieri F-35 comprati dallo stato italiano.

Harry Potter e i doni della morte- parte 2

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C’e’ da chiedersi se quest’ultimo episodio sia un vero e proprio film, basato su una sceneggiatura sensata o sia solamente un bignami per immagini dell’ulima avventura di Harry Potter. Si segue il film con l’attenzione dimezzata, l’altra parte del cervello e’ impegnata a richiamare alla memoria il perche’ e il per come si e’ arrivati a quel punto, l’esempio piu’ emblematico e’ il boccino che racchiude la pietra della resurrezione, per chiarire al lettore cio’ che sta succedendo Harry deve mormorare il nome dell’oggetto estratto dal boccino d’oro con buona pace della suspense per il suo imminente sacrificio.. mortale.
In questa specie di trance necessaria per seguire la pellicola avvengono le connessioni piu’ strane, a un certo punto (quando Voldemort sta per attaccare Hogwarts) ero convinta di assistere a una scena de Il signore degli anelli e questa e’ la cosa piu’ deludente della saga cinematografica di Harry Potter: un decennio passato in compagnia di un soggetto che non ha lasciato niente nel nostro immaginario visivo, visto che in ragione del profitto ha sempre preferito appoggiarsi agli immaginari preesistenti piu’ in voga (negli ultimi tempi e’ emerso anche un certo gusto alla Twilight) . Anche l’immersione nei ricordi di Piton, che forse e’ uno dei segmenti migliori del film, inizia sotto un albero contorto da cui spunta un giovanissimo Severus conciato come un epigono degli eroi di Tim Burton, omaggio alla consorte del maestro del fantastico, Helena Bonham Carter, che nella saga veste i panni di Bellatrix Lestrange?
Per quanto riguarda il mio amato Ralph Fiennes poi, mi sono ritrovata a pensare con rimpianto alla scena del suo esordio, quando in Schindler’s List sparava agli ebrei dal terrazzo della residenza a capo del lager. La sua interpretazione in HP resta dignitosa, non tanto il tono con cui e’ stato doppiato il lancio la maledizione mortale che ha strappato le risate del pubblico. Ho avuto comunque tutto il tempo per notare che il trucco di Voldemort si ispira a Nosferatu ma rivisitato con qualcosa dello stile di Rabarama e questa e’ cosa buona e giusta.

Harry Potter e i doni della morte – parte 1

Harrypotterdonidellamorteparte1 Non sarebbe per nulla disdicevole se in una saga cinematografica cosi’ longeva prendesse a prestito dalle serie televisive il brevissimo riassunto degli episodi precedenti che permette allo spettatore medio, che negli ultimi 18 mesi trascorsi dal film precedente e’ stato in altre faccende affaccendato, di capire a che punto era rimasta la storia di HP.
Per chi non e’ fan accanito del maghetto, risulta particolarmente difficile seguire quest’ultima pellicola che esula dalla cornice solita del viaggio in treno ad Hogwarts e dall’ambientazione scolastica nel celebre college magico, totalmente assente in questa prima parte in cui Harry coi fidi Hermione e Ron parte alla ricerca degli Horcrux, i sette oggetti in cui Voldemort ha suddiviso e nascosto la sua anima per ottenere l’immortalita’ (due son gia distrutti in passato).
Il viaggio dei tre amici che non potranno neppure ricorrere alle arti magiche per il trasporto in seguito a una ferita di Ron ma dovranno muoversi come comuni mortali, permette di fare una riflessione generale sullo stile della saga potteriana che ha certamente alcuni stilemi specifici rappresentati dai bruschi movimenti dei mezzi di trasporto magici, dal bus che si alzava o si restringeva nel secondo capitolo alle traiettorie fulminee degli ascensori del Ministero della Magia in quest’ultima opera. A queste peculiarita’ si aggiungono pero’ aspetti via via diversi per ogni pellicola che si rifanno ai film piu’ in voga del momento. Se e’ sempre forte il legame con Il signore degli anelli (l’influenza negativa del medaglione pari a quella dell’anello) si aggiunge una sorta di citazione dell’altra saga must degli adolescenti cresciuti con Harry, Twilight, ed allora ecco che in quest’ultima pellicola i paesaggi mozzafiato assurgono ad un ruolo piu’ importante e i ghermitori hanno l’aria delle bande vampiresche di Twilight da cui derivano anche gli inseguimenti nella foresta. C’e’ anche una breve sequenza apocalittica che ricorda vagamente The road.
Nonostante i 146 minuti di durata dedicati solo alla prima parte della vicenda, il film non riesce ad approfondire le tematiche del volume (ad esempio i chiaroscuri della figura di Albus Silente) ma e’ una cavalcata tra mille situazioni che solo chi ha letto il romanzo puo’ comprendere e anche se c’e’ qualche buona trovata, come l’inseguimento durante il trasferimento di Harry col sidecar e soprattutto l’inserto a cartoni che coniuga il fascino delle ombre cinesi con un tratto di gusto burtoniano, queste chicche si disperdono nella lunghezza infinita del film. Sono piacevoli le scenografie con le case bislacche dei Weasley e di Luna Lovegood e i costumi (voglio una giacca a 5/6 colletti come Elphias Doge, al matrimonio!)
Avviso a chi soffre di ofidiofobia: stare all’erta, Nagimi e’ sempre piu’ realistica ed aggressiva ed e’ l’unico elemento davvero spaventevole di tutta la pellicola, non solo per chi ha la fobia dei serpenti.

Alice in Wonderland

Alice Kingsleigh e’ una ragazza diciannovenne decisamente troppo emancipata per l’epoca vittoriana: il giorno in cui il giovane lord Ascot la chiede in moglie, la ragazza decide di seguire un bianconiglio con l’orologio e si rituffa nell’avventure della sua infanzia che credeva essere solo un sogno…

AliceInWonderland

Tim Burton rilegge i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie secondo la sua poetica: sono tutti freak con un lato oscuro ed anche i personaggi piu’ perfidi hanno un risvolto umano. Cosi’ non si puo’ non provare simpatia per la macrocefala Regina Rossa la cui crudelta’ nasce dal senso d’inferiorita’ verso la bellissima sorella, la leziosissima Regina Bianca. Anche nei nomi, Iracebeth e Mirana, la lotta tra le due sorelle regine richiama lo scontro tra Elisabetta I e Maria di Scozia, si intravede anche il quadro di un antenato ispirato al notissimo ritratto di Enrico VIII. Burton omaggia nella sua Regina Rossa Bette Davis, che vesti’ per ben due volte i panni dell’augusta sovrana ne Il conte di Essex e ne Il favorito della grande regina, fim che narrano i tormentati amori di Elisabetta con i suoi sottoposti, ripresi dalla passione che Iracebeth nutre per Stayne, il Fante di Cuori. E in fondo anche Anne Hathaway interpreta una regina Bianca che potrebbe ricordare la Maria Stuarda di Katherine Hepburn, esasperando le movenze che per un certo periodo fecero della Hepburn il veleno dei botteghini.
Johnny Depp, nei panni del Cappellaio Matto dimostra per l’ennesima volta la qualita’ della sua collaborazione con Tim Burton dando alla follia del cappellaio una vena drammatica perche’ la sua pazzia e’ frutto del dolore provocato dalla guerra e dalla distruzione.
Purtroppo la seconda parte del film trasforma il possibile ennesimo capolavoro in un‘opera minore. Man mano che la vicenda procede ci si discosta dalle peculiarita’ visive burtoniane, ad esempio mancano i suoi vertiginosi dolly verticali o a volo d’uccello, per sostituirle con un immaginario fantasy di mostri e scontri con armi magiche che hanno il sapore gia’ visto de Il signore degli anelli o Le cronache di Narnia e addirittura un retrogusto alla Harry Potter. Anche il finale cosi’ accomodante e la morale dell’essere quel che si e’, molto disneyana, tradiscono la teoretica burtoniana per sconfinare nel prodotto mainstream piu’ attuale testimoniato anche dalla canzone di Avril Lavigne piazzata in malo modo sui titoli di coda ad interrompere le musiche stranianti del fidato Danny Elfmann.
Andrebbe indagato se queste pecche nascono da pressioni della casa di produzione, in ogni caso possiamo accontentarci di quel che resta comunque un ottimo film firmato Tim Burton.