La Gioia

Italia 2025
con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betty Pedrazzi
regia di Nicolangelo Gelormini

Screenshot

Gioia Montefiori è un’insegnante di francese che finisce per innamorarsi di Alessio Benedetti, uno studente del suo liceo a cui dà ripetizioni. Gioia investe tutti i risparmi di famiglia nel fantomatico progetto d’impresa del ragazzo ma Alessio sparisce con i soldi…

Tratto dell’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, che s’ispira al delitto di Gloria Rosboch del 2016, La Gioia è un racconto tragico della provincia italiana che fa dei due protagonisti due vittime di disfunzionalità familiari opposte ma con l’unica matrice del rapporto distorto con il denaro.

Gioia è una donna di mezz’età che non è mai maturata a livello sentimentale, non a caso la canzone che la identifica è Reality de Il tempo delle mele, un film incentrato sulle cotte delle prima adolescenza e Gioia è rimasta ferma lì per colpa di una famiglia troppo protettiva: una madre ingombrante che la domina anche in età adulta e l’ha soffocata con il suo eccessivo senso di protezione.
Protezione verso la figlia ma anche verso il capitale: i Montefiore sono una famiglia benestante con una bella casa di famiglia, orologi di valore, regali per le grandi occasioni che risaltano maggiormente sul look dimesso di Gioia.

Sono questi simboli di benessere ad attrarre l’attenzione di Alessio che viene da un mondo completamente diverso da quello dell’insegnante: il ragazzo non solo non ha una famiglia su cui contare ma la madre Carla è una figura ambigua certamente a conoscenza del fatto che il figlio si prostituisca e forse lei stessa lo ha instradato a quel mondo con la complicità di Cosimo, l’amico gay che gestisce la doppia vita di Alessio.

Gioia è un’insegnante di francese e si è sfruttato intelligentemente questo dato per rifarsi alla letteratura: il seduttore, la vittima ingenua, l’interesse economico sono temi classici del grande romanzo francese e ne La Gioia riaffiorano retrogusti letterari che vanno da Balzac a Zola.

L’opera è un crescendo emotivo che esplode nel terribile finale: pur mantenendo sempre la violenza e il sesso fuori scena, Gelormini sa trasmettere tutto l’orrore della vicenda.

La banda degli Angeli

Band of Angels
USA 1957 Warner Bros
con Clark Gable, Yvonne De Carlo, Sidney Poitier, Efrem Zimbalist Jr., Rex Reason, Patrick Knowles, Torin Thatcher, Andrea King, Ray Teal, Russel Evans
regia di Raoul Walsh
titolo alternativo italiano La frusta e la carne


Labandadegliangeli


La vita di Amantha Starr cambia drasticamente alla morte del padre: non solo la piantagione di famiglia è mangiata dai debiti, ma la ragazza scopre che la madre era una schiava quindi, in quanto mezzosangue anche Amantha verrà venduta al mercato degli schiavi di New Orleans. La compra Hamish Bond che la rispetta e riesce a conquistarla con il suo animo tormentato. Quando Hamish le confida che la sua ricchezza si basa sulla tratta degli schiavi esercitata in gioventù, Amantha lo lascia. Nel frattempo è iniziata la guerra civile e Amantha si accorge che anche i nordisti sono personaggi piuttosto loschi e quando scopre che Hamish è ricercato per essere impiccato farà di tutto per raggiungerlo…



Bandofangels


Impossibile non pensare a Via col vento vedendo La banda degli angeli perché Clark Gable veste ancora i panni dell’eroe del Sud, solo più cupo e tormentato del fascinoso damerino di Charleston.
Visti i problemi di censura che quest’anno hanno afflitto la celeberrima saga di Rossella rieditata 80 anni dopo con pecetta antirazzista, forse bastava abbinare la visione dei due film per mostrare come nemmeno vent’anni dopo la posizione sulla schiavitù fosse già più articolata in un film avventuroso sentimentale con pochi guizzi come La Banda degli Angeli.
A funzionare infatti è la profondità dei personaggi: Hamish Bond è il nome fittizio con cui si è ricostruito una reputazione un accanito mercante di schiavi poi pentito che cerca di espiare le colpe passate trattando con ogni riguardo i suoi schiavi: l’acquisto di Manthy è dettato dal desiderio di salvarla dalle grinfie dei “gentiluomini” che vogliono visionare la merce irriguardosi dei sentimenti della ragazza.
La gentilezza di Hamish è quella che scatena l’odio di Rau-Ru, il giovane attendente di colore allevato come un figlio da Bond: per quanto molto più libero degli altri neri della città, Rau-Ru è cosciente che la sua condizione è solo una parvenza di libertà: legata al prestigio di Bond, nel momento in cui venisse a mancare il suo mentore la situazione di Rau-Ru cambierebbe. Il giovane sfoga la sua frustrazione odiando l’uomo che l’ha allevato ma alla fine ricorderà il debito di riconoscenza che ha nei suoi confronti e lo aiuterà a fuggire.
Anche i personaggi minori rivelano le profonde contraddizioni dell’animo umano: il padre di Amantha che nasconde all’amata figlia la verità sulle sue origini e si rovina per amore dell’insegnante di francese che si tiene la piantagione senza muovere un dito per l’ex allieva. Seth, primo amore di Amantha, predicatore abolizionista che quando ritrova la ragazza a New Orleans, pur sapendola legata ad un altro ufficiale non esita a ricattarla: tacerà la sua razza se Manthy gli si concede.
L’aver capito le ambiguità del mondo porta Amantha a rivalutare Hamish, che a modo suo cerca di riparare gli errori del passato che potrebbe tranquillamente tacere.
E’ interessante il doppiaggio, presumo originale dato che Gable è doppiato da Emilio Cigoli come in Via col vento. C’è un alternanza dell’uso della parola negro e nero: il primo termine è usato comunemente soprattutto dagli schiavisti, il secondo nei discorsi più confidenziali di Hamish a dimostrazione che già nei tardi anni cinquanta anche in Italia la differenza era nota, checché ne dicano i reality del momento.

Indivisibili

Indivisibili

Viola e Dasy sono due gemelle dalla voce angelica, stelle nascenti della musica neomelodica, il fatto di essere gemelle siamesi le rende speciali: sempre al centro di curiosità morbose e superstizione sfruttate da un prete pentecostale.
Le ragazze sono convinte di non poter essere divise, perché questo è quanto hanno fatto credere loro i genitori che campano sulla loro diversità ma quando un medico incontrato casualmente parla della possibilità di separare facilmente le ragazze, in una delle due gemelle si scatena la voglia di libertà e di normalità alterando i fragili equilibri della famiglia.

Presentato con grande successo alle Giornate degli Autori dell’ultimo festival di Venezia, dove ha fatto incetta di premi, Indivisibili è davvero un film molto bello con diverse chiavi di lettura.
E’ molto interessante lo scavo psicologico sulle due sorelle adolescenti, alla soglia del diciott’anni, unite da un unico lembo di pelle tra due corpi perfettamente distinti, ma ricco di vasi sanguigni che permette loro lo scambio emozionale totale per cui una mangia e l’altra ha mal di stomaco: il dualismo di due corpi uniti e di due anime distinte costrette a una unica vita rappresenta in fondo molto bene il momento di passaggio dell’adolescenza: il desiderio di fare nuove esperienze, scoprire l’amore e la paura di abbandonare la sicurezza della vita famigliare sono sentimenti comuni a tutti, l’escamotage delle gemelle siamesi permette di rappresentarlo in toto, sfruttando un realismo magico che Garrone aveva sperimentato con Reality.
Il contesto della terra dei fuochi, la surrealtà delle comunioni e dei matrimoni pacchiani che abbiamo imparato a conoscere anche dai programmi televisivi sono il contesto ideale per una storia di squallore famigliare: il problema di Viola e Dasy sarebbe potuto esser risolto facilmente nella prima infanzia ma nella loro diversità di genitori e gli zii vedono un’occasione di riscatto che nasce dalla disperazione: alle prime rimostranze delle figlie, il padre sbotta dicendo che per gente come loro, senza opportunità la normalità significa la fame, che la loro diversità è la loro fortuna.
Nella descrizione di degrado ambientale e morale si inseriscono la figura del talent scout che vuole sfruttare sessualmente le ragazze illudendole con il miraggio del successo, se questa figura non stupisce, è una scoperta l’esistenza di preti più o meno onesti che creano chiese sincretiste per gli immigrati africani.
Sembrano storie che possono accadere solo nelle aree più disagiate della Campagna ma come per Perez., il film precedente di Edoardo de Angelis, il regista, attraverso la narrazione del suo territorio che conosce bene, racconta il degrado dell’Italia intera: un welfare sempre più assente, una religione che tira sempre di più verso la superstizione.

American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Americancrimestory A un passo dalla consegna degli Emmy possiamo dire che la serie rivelazione dell’anno è stata American Crime Story – Il caso O.J. Simpson che tallona l’inarrivabile Trono di Spade con 22 nomination contro le 23 del fantasy di George R. R. Martin.
Come rivela il titolo, già diventato acrostico, ACS è legata ad American Horror Story: nasce sull’onda del successo della serie orrorifica e ritroviamo tra i protagonisti Sarah Paulson, veterana di AHS.
Se le serie dedicate al gotico sono un intrattenimento granduignolesco ed eccessivo ma leggero nel messaggio, American Crime Story entra in campo con una storia che ha segnato profondamente l’America: la vicenda di O.J. Simpson, star del football diventato attore che nel 1994 viene accusato di aver ucciso la ex moglie, Nicole Brown e il suo amico Ronald Lyle Goldman. Due giorni dopo l’omicidio, l’America e il mondo intero assiste in diretta all’inseguimento di OJ in fuga sulle interstates statunitensi.
Non ricordo più dove ho letto che la giustizia legale non è un modo per risarcire la vittima ma per ricostituire un patto sociale e questa massima si adatta perfettamente al racconto che il serial fa del caso in questione. La storia si apre con le rivolte di Los Angeles del 1992 in seguito al tremendo pestaggio del tassista nero Rodney King da parte dei poliziotti di L.A.; nel 1994 dunque la situazione è ancora molto incandescente ed è facile per il il dream team degli avvocati difensori trasformare il caso Simpson in una questione razziale anche se le prove contro di lui sono schiaccianti: l’accusa è talmente convinta di vincere che prende il caso sottogamba, soprattutto per quel che concerne il problema razziale.

ACSIlCasoOJSimpson

Il caso giudiziario assume delle connotazioni mediatiche spropositate: programmi televisivi sospesi per mostrare la diretta del processo, un gioco al massacro sulla pelle dell’avvocato della pubblica accusa Marcia Clark costretta a cambiare look per essere più amabile e di conseguenza credibile per gli spettatori.
Il caso O.J. Simpson non è la storia di un processo famoso ma è l’inizio della contrapposizione sociale bianchi/neri, uomini/donne, che tanti problemi causa ancora oggi ed è soprattutto l’inizio della spettacolarizzazione mediatica dei nostri tempi, non per nulla molto spazio è lasciato all’avvocato Robert Kardashian, amico fraterno di OJ nonché il padre delle sorelle Kardashian, odierne starlette dei reality e dei social e più che il suo ruolo di persona che si ricrede dell’innocenza dell’amico, il telefilm ne sottolinea gli aspetti allora inconsciamente mediatici: ad esempio durante il discorso sui Kardashian che preferiscono l’amicizia e l’onore alla fama, già la piccola Kimmy guarda con sufficienza il padre.
Cast di grido con John Travolta causticamente divertente nei panni dell’avvocato Robert Shapiro, Cuba Gooding, Jr. nelle vesti di OJ e la Paulson bravissima nel mostrare la determinazione e la fatica per le umiliazioni subite da una donna in carriera.

Accadde una notte

Accaddeunanotte It happened one night
USA 1934 Columbia
con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly, Roscoe Karns
regia di Frank Capra

Dopo un litigio con il padre che non approva il suo fidanzamento con un aviatore arrampicatore sociale, la ricca e viziata Ellie Andrews decide di attraversare gli States in pullman per raggiungere a New York l’uomo dei suoi sogni e sposarlo. All’inizio del viaggio la ragazza incontra Pietro Warne, giornalista appena licenziato che decide di aiutarla se potrà pubblicare la sua storia: ovviamente tra le mille traversie del viaggio nascerà l’amore tra Pietro ed Ellie, sentimento che dovrà superare alcuni malintesi prima di trionfare.

Accadde una notte è un caposaldo della commedia brillante americana, che fece incetta di Oscar: si contano ancora sulle dita i film che sono stati premiati come miglior film, regia, sceneggiatura e per i migliori protagonisti, sia maschile che femminile. Pur non sopportandosi sul set Clark Gable e Claudette Colbert ebbero la carriera spianata (e l’unico Oscar) grazie a quest’opera il cui successo, per altro, fu totalmente inatteso.
Oltre che una divertente commedia sulla guerra dei sessi, la pellicola è anche un road movie e uno spaccato della Grande Depressione, descritta con l’occhio benevolo che caratterizza l’opera di Frank Capra anche se non manca il dramma della madre che sviene per la fame perché ha usato tutti i soldi per il viaggio e per sfamare il figlioletto.
Per quando Ellie si dimostri furba nello sviare i detective sulle sue tracce mandando una vecchietta a fare il biglietto al posto suo, l’ereditiera che sperimenta per la prima volta la libertà totale dopo una vita sempre supervisionata da tate e istruttrici, cade ben presto vittima di un mondo rude dove la sopravvivenza è una lotta: già alla prima fermata d’autobus si fa rubare la valigia e solo l’intervento di Pietro potrà aiutarla nel suo viaggio.
Ithappenedonenight Anche la caratterizzazione di Pietro è molto complessa: perde il lavoro perché ubriaco e inaffidabile ma si rivela molto pragmatico nella gestione della vita pratica di cui Ellie è completamente ignara: la gestione dei soldi, del cibo (la dieta a base di carote), del viaggio. Apparentemente cinico si rivela un cuore d’oro ed estremamente cavalleresco verso la donna che ha deciso di aiutare (le mura di Gerico) il suo difetto maggiore è quello di credersi saputo in tutto tanto da aver intenzione di scrivere manuali su diversi argomenti, compreso l’autostop di cui conosce diverse tecniche che però nulla possono davanti al metodo di Ellie: attirare l’attenzione degli automobilisti mostrando le gambe. La gag dell’autostop è ancora oggi famosissima. Se la Colbert mostra le gambe, Gable diventa un sex symbol levandosi la camicia e restando a torso nudo.
Quando scoppia l’amore tra Ellie e Pietro sorge un ostacolo: il denaro; allora il giovane si reca in tutta fretta a New York per farsi anticipare mille dollari dal suo editore in cambio dello scoop del suo amore con l’ereditiera, senza moralismi Capra anticipa una moda così in voga nei nostri giorni: mettere in mostra il proprio privato nei reality per guadagnare soldi.
Purtroppo Ellie viene scacciata dal motel durante l’assenza di Pietro e delusa dal suo comportamento mette fine alla sua fuga telefonando al padre. Convinta che Pietro l’abbia usata solo per avere la cospicua ricompensa promessa dal genitore, la ragazza torna tra le braccia del fidanzato rassegnata a una vita senza amore ma l’intervento paterno, perché nei film di Capra anche i banchieri hanno un cuore, chiarirà l’equivoco e finalmente dopo l’annullamento concesso a suon di denari dallo sposo abbandonato sull’altare, una trombetta di plastica farà cadere le mura di Gerico, cioè la coperta che ha sempre castamente separato la camera condivisa dai due viaggiatori.
Il doppiaggio italiano d’epoca porta un riconoscibilissimo Gino Cervi a doppiare Gable (cosa che mi procura una punta di fastidio) mentre Paolo Stoppa doppia Oscar Shapeley, l’individuo che prima importuna Ellie e poi viene messo in fuga da Pietro con una parodia dei gangster movie allora celeberrimi, quando Shapeley gli proprone di dividere la ricompensa.
Trovo molto divertente che sia stato italianizzato il nome del protagonista maschile mentre la ragazza continui a chiamarsi Ellie o Ellen come nell’originale.

Dalla Grande Bellezza al Grande Fratello

Grandefratello13 Sui social si sta consumando la legittima soddisfazione per la vittoria de La grande Bellezza agli Oscar 2014 anche se sarei curiosa di sapere quanti tra i tanti che sbandierano l’orgoglio italiano sono andati in sala a vedere il film perché ho la netta impressione che il senso della pellicola non sia stato compreso ma questo è un Paese così strano che potrebbe riuscire a ripartire anche da un fraintendimento.
La certezza è che tra poche ore i TopicTrend passeranno senza soluzione di continuità da La Grande Bellezza a Il Grande Fratello che per la tredicesima volta torna sui nostri schermi.
Ora la logica vorrebbe che nell’esaltazione per la vittoria del film d’autore il reality venisse semplicemente snobbato nell’indifferenza più totale invece il trend sarà quello di sparare a vista su un prodotto ormai obsoleto visto la trasformazione che i reality hanno avuto all’estero: nei vari Jersey Shore, Geordie Shore, non è più il cast a cambiare ma la location permettendo le interazioni dei protagonisti con l’esterno ma si sa, in Italia tutto deve diventare messa cantata e un programma che fuori dai confini nazionali si risolve in un’ora da noi si dilata ai tempi da kermesse sanremese invadendo molta della programmazione settimanale Mediaset con parenti, amici e storie collaterali dei fortunati (?) abitanti de la Casa. O per lo meno così fu nelle ultime edizioni prima della sospensione.
Ma non mi interessava tanto sviscerare il programma che non vedo più dalla terza edizione (quindi da un decennio) quanto sconsigliare ad alcune categorie di scatenarsi sui social contro il GF13.
Dovrebbe avere la decenza di non scagliarsi sul programma chi alle primarie ha votato Renzi o comunque è entusiasta del suo governo in quanto il sindaco di Firenze non rifiutò che la perla delle città d’arte ospitasse il viaggio in Italia dei tamarri di Jersey Shore trasformandola in una drinktown da far impallidire il divertimentificio della riviera romagnola: Rimini, Riccione e quant’altro sarebbero il corrispettivo delle località di mare in cui all’estero abitualmente sono ambientati nuovi truzzi-show. Stasera stigmatizzare la pochezza culturare del Grande Fratello con questo precedente sarebbe pura #coerenzie!
Dovrebbe tacere anche chi ha figli pre o post adolescenti: probabilmente mentre i genitori si stracciano pubblicamente le vesti sull’infausto destino italiota i pargoli sono in camera loro a vedere su MTV o sul computer le prodezze sessuali di Charlotte&Gary al Geordie Shore o i protagonisti ancora più disinibiti di The Valleys.

Reality

Reality Luciano Ciotola, pescivendolo estroverso, anima delle feste di famiglia, viene spinto dai figli a partecipare alle selezioni per il Grande Fratello. Superate le preselezioni e il provino a Roma, per Luciano inizia l’attesa spasmodica della telefonata per entrare nella Casa, attesa che lentamente si trasforma in una vera ossessione.

Il film si apre con una panoramica che inquadra le pendici del Vesuvio per poi stringere su un territorio urbanizzato ma dignitoso dove le case si alternano alle coltivazioni, l’attenzione della macchina da presa infine, si concentra su un’assurda carrozza dorata, brutta copia di quelle delle fiabe Disney che conduce una coppia di sposi al ricevimento di nozze. L’inquadratura finale invece, parte dall’interno della casa del Grande Fratello per allargarsi su un panorama notturno di una desolata distesa di capannoni. Tra questi due estremi si muove lo sguardo acuto del regista che racconta almeno tre secoli di rappresentazione italiana. Se nel nostro Paese tutto è “messa in scena” Napoli è la punta di diamante di questa teatralità innata del popolo italiano. La famiglia di Luciano potrebbe vivere in una squallida casa popolare invece abita in un palazzotto barocco (stile teatrale per eccellenza) mezzo diroccato che di notte ha il fascino di un presepe napoletano (altra forma raffinatissima di rappresentazione) La pescheria e il lavoro della moglie non bastano per mantenere la famiglia e allora i Ciotola si inventano “la truffa” sul robottino da cucina venduto dalla moglie, ancora una volta un’alterazione della realtà. Da notare che Maria, la moglie di Luciano lavora in uno di quegli outlet che vogliono replicare le piazze e i portici tipici dei borghi italiani.
Anche la religione, che pure dovrebbe essere una consolazione viene mostrata come forma massima di rappresentazione: la Via Crucis al Colosseo, spettacolarizzazione del supremo momento mistico della nostra fede, però, non ne mostra solo l’accezione negativa: chi crede trova significati profondi in quella rappresentazione.
Su un humus così predisposto alla messa in scena non deve stupire che abbia attecchito in maniera tanto virulenta un fenomeno come quello del Grande Fratello (esauritosi molto prima in altre nazioni) che fa della rappresentazione di sè stessi una ragione di vita. Piuttosto è interessante vedere come l’omologazione ancora una volta uniformi un talento naturale alla rappresentazione (come abbiamo detto, non necessariamente negativo) svuotandolo completamente di significati: i panni stesi sono una sinfonia di rosa accesi, parrebbe un errore di bucato invece la declinazione in rosa à la divisa omologata di ogni bambina contemporanea, la casa stessa, che viene riarredata in vista delle interviste ai parenti quando Luciano sarà recluso nella Casa, ricalca lo stile neo barocco, animalier minimalista (e quant’altro) che le case delle varie edizioni del reality hanno insegnato ad apprezzare agli italiani. Po c’è Cinecittà, fabbrica dei sogni trasformata nella fabbrica dell’incubo che lentamente avvolge il protagonista e lo spettatore che assiste al completo scollamento dalla realtà di Luciano, per cadere in quella realità che gli prosciuga la verve e l’estroversione.
Come in E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, Matteo Garrone racconta la storia emblematica di un disperato tentativo di riscatto sociale che sembra stigmatizzare alcune peculiarità del nostro tempo -in questo caso il successo fine se stesso, basato solo sull’apparizione televisiva- invece, come nella pellicola di Ciprì, lo scavo antropologico sul costume italiano è ben più profondo e scopre tare molto più radicate.

La Faida

Lafaida In un villaggio dell’Albania vive Mark, che sbarca il lunario rivendendo beni di prima necessità con il suo carretto. I guai cominciano quando un vicino gli contesta il diritto di passare su una strada che attraversa una sua proprietà. I toni trascendono e l’uomo viene assassinato dal fratello di Mark. In Albania però vige ancora un’antica legge tribale, il Kanun, per cui la famiglia della vittima può rivalersi uccidendo un qualsiasi membro maschio della famiglia dell’assassino. Per i quattro figli di Mark (due maschi e due femmine) la vita cambia drasticamente..

Il regista di Maria full of grace, Joshua Marston, torna ad indagare la giovinezza in luoghi difficili e marginali mettendo al centro del suo nuovo lavoro lo scontro di civiltà in seno a una famiglia.
Il villaggio albanese è diviso tra un ritmo di vita ancora arcaico per cui ci si muove più con gli animali da tiro che con gli automezzi e una gioventù che vive in modo assolutamente contemporaneo nonostante la povertà. Il sogno del diciassettenne Nik, primogenito di Mark è quello di aprire un internet point, in più l’adolescente si sta innamorando per la prima volta e la reclusione forzata per scampare alla vendetta della famiglia rivale gli risulta del tutto insopportabile. A pagare in prima persona le conseguenze del Kanun è anche la secondogenita, la quindicenne Rudina, costretta ad abbandonare gli studi per gestire la rivendita di pane al posto del padre obbligato a nascondersi dalla polizia e dai familiari della vittima: il peso della famiglia ricade tutto sulle sue spalle e su quello della madre operaia e mentre nel finale per il primogenito si apre una speranza, Rudina difficilmente sfuggirà al proprio destino sacrificato.
Il padre Mark è poco più che quarantenne eppure la distanza con i figli si rivela siderale, specchio di un conflitto generazionale che coinvolge tutti i compagni di scuola di Nik: sogno comune è studiare e lasciare il paese e giudicano assurde le tradizioni del Kanun. Facendo un paragone con il tema del film italiano della settimana, Reality di Garrone viene da pensare che la televisione omologhi le menti mentre il web le apra e forse l’arretratezza di certe nazioni potrà essere la loro fortuna, avendo evitato l’egemonia televisiva.

The river

Theriver Emmet Cole e’ un divulgatore scientifico che ha trasformato il suo decennale programma sulla natura in una sorta di reality sulla sua famiglia: il figlio Lincoln è cresciuto sotto lo sguardo delle telecamere accompagnando i genitori in giro per il mondo. L’ultima spedizione sul Rio delle Amazzoni pero’ Emmet la compie in solitaria, con il fido cameraman e durante il viaggio i due uomini spariscono. Dopo sei mesi dalla scomparsa di Cole si attiva improvvisamente un suo dispositivo e la moglie e il figlio partono alla ricerca dell’uomo con una squadra sponsorizzata ancora una volta dall’emittente televisiva che vuole filmare il salvataggio.

Ennesimo serial prodotto da Steven Spielberg che, dopo i dinosauri bruttini di Terranova e gli alieni perfidi di Fallen Skies produce questa serie horror avventurosa dove di orrorifico per ora si è visto molto poco. Sinceramente non avrei scommesso un soldo su questa serie perchè le precedenti produzioni di Spielberg le ho abbandonate a metà ma soprattutto perchè penso che l’horror non sia un genere adatto alla lunga produzione seriale: è oggettivamente molto difficile mantenere un livello costante di tensione e paura per tutti gli episodi della serie, non a caso The river dura solo otto puntate. Ma come ho già detto Ther river non fa paura anzi alcune trovate sono particolarmente ridicole e inficiano situazioni altrimenti interessanti alludo al bambolotto che gira la testa tra i tanti appesi sull’albero delle bambole.
Un altro elemento che a mio parere non è stato sfruttato a dovere è la dimensione del reality, il cinema ci ha già regalato opere in cui tutto veniva visto attraverso il filtro di una telecamera per cui lo spettatore non aveva la sensazione di assistere direttamente alla storia ma di riceverne una versione mediata. in The river si esce abbastanza disinvoltamente dalle situazioni filmate per passare a quelle dirette mentre con piccoli accorgimenti (telecamere nascoste, fuorionda, ecc..) tutto avrebbe potuto mantenere una dimensione metacinematografica.
Nonostante le pecche evidenti The river riesce ad intrigarmi probabilmente per la mia passione innata per il genere e la dimensione esoterica sposata all’esotismo del misterioso Rio delle Amazzoni mi ha catturato.

Scrivimi una canzone

Scrivimi1canzone Music and Lyrics
USA 2006
con Hugh Grant, Drew Barrymore, Brad Garrett, Kristen Johnston,
regia di Marc Lawrence

Alex Fletcher faceva parte di una band di successo degli anni ’80 , i PoP! e ora vivacchia riproponendo i suoi vecchi successi a fiere e sagre. L’occasone di tornare in auge gli e’ offerta da una famosissima e giovanissima lolita del pop con cui potrebbe duettare, se Alex riuscisse a scrivere la canzone adatta, inaspettatamente l’aiuto gli arriva da Sophie, la ragazza che si occupa di bagnare le piante del suo appartamento.

Deliziosa commedia romantica che dimostra una certa abilita’ creativa, i punti salienti della trama sono quelli caratteristici del genere: incontro, innamoramento , crisi e trionfo del sentimento e fortunatamente vengono risolti in maniera poco banale o prevedibile. Anche la scenografia offerta dallo skyline newyorkese e’ decisamente diversa da quello proposta di solito.
Il titolo originale, Music and lyrics trova una sua spiegazione in un dialogo tra i due protagonisti dove Sophie, aspirante scrittrice che esce da una grossa delusione, definisce il testo come quella fase dell’innamoramento in cui si approfondisce la conoscenza dell’altro mentre la melodia rappresenta l’attrazione fisica. Ma il rapporto tra musica e parole rispecchia anche la comicita’ della commedia: a battute argute e divertenti corrisponde un buon lavoro di satira sul mondo della canzone: il video anni’ 80 dei PoP! e’ spassosissimo e nel finale viene riproposto nella sua interezza con il classico stile MTV: le bolle che contengono curiosita’ e biografie del gruppo.
Mi ha molto divertito vedere che anche le meteore del piu’ rutilante showbiz americano sopravvivono suonando alle fiere paesane come i cantanti italiani in declino che puoi trovare alle feste patronali nei nostri paesini.
Ben delineato il personaggio di Cora, la pop star “piu’ famosa di Britney e Christina messe assieme” : una bellissima adolescente che propone ritmi pop mixati con musiche indiane; idolo di ragazzini ed adolescenti, scandalizza o seduce, a seconda del sesso, i genitori che accompagnano i figli minorenni con le sue mise succinte e le movenze ultrasexy.
Il pezzo piu’ geniale e’ pero’ l’allusione al reality a cui Alex era stato invitato a partecipare nel quale le meteore degli anni ’80 dovevano fare a botte e il vincitore avrebbe potuto cantare un suo successo: allo scontro finale Debbie Gibson si batte con Tiffany ma il piu’ epico e’ lo scontro per i secondo classificati: Adam Ant contro Billy Idol!
Ottima la recitazione degli attori: Hugh Grant fornisce forse una delle sue prove piu’ esilaranti cavandosale molto bene come cantante; tenera e svampita Drew Barrymoore e all’altezza anche il cast dei comprimari.
Non siamo certo dalle parti del capolavoro, ma di un buon lavoro di intrattenimento intelligente, si’.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro