Anna Karenina

AnnakareninaUSA 1935 MGM
con Greta Garbo, Fredric March, Basil Rathbone, Freddie Bartholomew, Maureen O’Sullivan
regia di Clarence Brown

Il conte Vronsky è a Mosca in licenza e andando a prendere sua madre alla stazione, incontra Anna Karenina. Sarà amore a prima vista anche se la donna cerca di rifuggire il sentimento perché sposata e con un figlio. Quando la passione divampa, la coppia è sulla bocca di tutti e Karenin chiede alla moglie di rinunciare all’amante in nome del decoro. Vronsky e Anna fuggono in Europa e la vendetta di Karenin sarà terribile: far credere al figlio che la madre sia morta. Ormai sola Anna Karenina si accorge che anche Vronski si sta allontanando da lei e non le resta che il suicidio..

La versione cinematografica di Anna Karenina con Greta Garbo è di certo la più famosa anche se molti temi del romanzo di Tolstoj vengono tralasciati: la cognata Kitty figura solo come la fanciulla innamorata di Vronsky che rischia di perdere il vero amore di Yashvin, mentre Dolly rappresenta l’alter ego di Anna: la buona moglie costretta a perdonare le intemperanze del donnaiolo Stiva, il fratello di Anna che sul finale non esita a fare un’ipocrita ramanzina alla sorella perduta.

Karenin

 

Anna è una madre amorevole che riversa sul figlio le delusioni di un matrimonio infelice con Karenin, arido uomo di stato che pensa solo alle convenienze sociali. Ad interpretarlo un gelido Basil Rathbone, che prima di diventare Sherlock Holmes inanellò una lunga serie di vilain, tra cui l’insensibile Karenin.
AnnaKareninaaperturaVronsky incarna il perfetto modello maschile e Frederic March è quasi irriconoscibile per l’aspetto ultravirile del soldato valoroso, ottimo compagno di bevute: è l’unico che esce vincitore dalla gara di vodka della delirante apertura iniziale del film su un fastoso banchetto degli ufficiali russi. Non si disamora di Anna anche se la madre cerca di presentargli un buon partito da sposare ma sente la mancanza dell’azione militare e decide di partire per la guerra senza comunicarlo alla donna che per lui ha abbandonato tutto, anche l’adorato figlio.
In questo mondo schiavo delle convenzioni si muove l’Anna Karenina della Garbo: la diva appare in uno sbuffo di vapore mentre scende dal treno (tutta la scena iniziale dell’incontro alla stazione ha rimandi al tragico epilogo finale). Il suo volto è inespressivo, la maschera glaciale di una donna conscia della propria posizione, convinta di non poter avere altro dalla vita. Nel corso del film la Garbo sa rendere tutte le passioni che sconvolgono Anna: l’amore, la gelosia, la rassegnazione che la porta al suicidio.
Non era la prima volta che la diva svedese portava l’eroina di Tolstoj su grande schermo, era già stata protagonista della versione muta del 1927, Love diretta da Edmund Goulding.
Il film del ’35 fu presentato alla terza edizione della Mostra di Venezia vincendo la Coppa Mussolini per il miglior film straniero.
Dopo questa versione si contano altre cinque versioni cinematografiche del romanzo a partire da quella del 1948 che ha per protagonista Vivien Leigh fino all’ultima del 2012 che vede una magrissima Keira Knightley vestire i panni di colei a cui Tolstoj dedica una descrizione del braccio paffuto, quindi non doveva essere esattamente una silfide.
Ci sono anche cinque versioni mute prima della versione del ’27 con la Garbo.

La calda notte dell’ispettore Tibbs

CaldanotteispettoreTibbs

In the Heat of the Night
USA 1967
con Rod Steiger, Sidney Poitier, Warren Oates, Lee Grant
regia di Norman Jewison

L’ispettore Virgil Tibbs, esperto della omicidi di Filadelfia, si ritrova ad aspettare la coincidenza di un treno a Sparta, una sonnacchiosa cittadina del Mississippi. In quelle poche ore di permanenza in stazione, viene commesso un omicidio e Tibbs è subito sospettato come un nero vagabondo. Fatta valere la sua qualifica, Tibbs è costretto controvoglia ad indagare sull’omicidio e a fermarsi qualche giorno a Sparta: il soggiorno nella cittadina profondamente razzista non sarà per nulla facile..

In questa tragica estate che vede il razzismo rialzare prepotentemente la testa in America (ma non solo) le scene iniziali de La calda notte dell’ispettore Tibbs si rivelano tristemente attuali ricordando come una persona di colore sia automaticamente sospettata e come le convenga tacere e subire le imposizioni della polizia: Tibbs non apre bocca fino a quando non si trova nell’ufficio dello sceriffo Gillespie e può dimostrare le sue generalità.
A quasi cinquant’anni dall’uscita il film si rivela ancora un thriller corposo che si tiene stretta l’attenzione dello spettatore, trasmettendogli una sensazione soffocante come il caldo delle notti dell’America più profonda.
Nel 1968 La calda notte dell’ispettore Tibbs fece incetta di Oscar vincendo cinque statuette, la più meritata è quella andata a Rod Steiger per il ruolo dello sceriffo Gillespie, un razzista che nel corso della pellicola scende a patti con la sua coscienza e alla fine diventa amico di Tibbs.

Inheatofnight

Ottima la caratterizzazione dell’attore sempre intento a masticare nervosamente una gomma americana. La naturalezza di Steiger fa risaltare la tensione di Tibbs, prima irritato verso i soprusi subiti poi sulla difensiva perché preso di mira dai giovinastri del paese. Gli scontri sono rappresentati quasi come fossero balletti, ma del resto tra i più grandi successi di Jewinson si annoverano anche due musical: Jesus Christ Super Star e Il violinista sul tetto.
Di grande importanza anche la colonna sonora firmata da Quincy Jones: ritmati rock e blues a sottolineare che, almeno a livello musicale, aveva già vinto la contaminazione black.
Il film ebbe due seguiti sul grande schermo Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs nel 1970 e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs nel ’71, entrambi interpretati da Sidney Poitier, diversamente dalla serie televisiva L’ispettore Tibbs trasmessa in America tra il 1988/1995.

Vincent Sherman

Vincentsherman

Il 16 luglio 1906 nasce a Vienna in Georgia Abraham Orovitz, diventato noto come regista con il nome di Vincent Sherman.
Dopo la laurea il giovane è deciso a fare l’attore e prima sbarca a New York dove cambia il nome e si dedica alla recitazione teatrale e proprio la piece teatrale Counsellor at Law in cui recita accanto a John Barrymore, gli apre le porte di Hollywood infatti dal dramma nel 1933 viene tratto il film Ritorno alla vita diretto da William Wyler e il giovane attore viene confermato anche per la versione cinematografica, ma fare carriera come attore non è cosa facile, Vincent Sherman ripiega allora sul suo talento di abile sceneggiatore che lo fa assumere alla Warner Bros nel 1937.
Il primo film che gira nel 1939 è un B movie, Il ritorno del dottor X ma il protagonista è destinato a chiara fama: Humphrey Bogart, in questa pellicola il futuro divo è una sorta di zombie/vampiro: è risvegliato dalla tomba grazie al sangue sintetizzato in modo tale da ridargli la vita.


RitornodelDottorX

Seguono altri film di serie B tra cui va ricordato Sesta colonna del 1941 che ha sempre per protagonista Bogart nei panni di un delinquente che, cercando gli assassini di un suo amico, scopre una banda di spie naziste.
Il salto di qualità avviene nel 1943 quando Vincent Sherman dirige Bette Davis e Miriam Hopskins in L’amica (titolo originale Old Acquaintance) il film narra il complicato rapporto d’amicizia tra due donne, tra rivalità sentimentali e lavorative: entrambe sono scrittrici. L’amica ebbe un remake nel 1981, Ricche e Famose, l’ultimo film diretto da George Cukor.
L’anno seguente Sherman dirige ancora Bette Davis in La signora Skeffington storia di una donna bellissima che si sposa per interesse, solo quando sente avvicinarsi la vecchiaia e la solitudine comprende l’affetto del marito. Sia La Davis che Claude Rains vengono nominati agli Oscar per questo film.

Skeffington Prentiss

Del 1947 è il tragico melò Smarrimento che ha per protagonista Ann Sheridan nei panni di Nora Prentiss, una cantante di night per cui un integerrimo dottore è deciso a lasciare la moglie. Per non chiedere il divorzio il dottor Talbot fa passare il cadavere di un paziente per il suo; quando ormai è convinto di poter iniziare una nuova vita viene arrestato come l’assassino del presunto Talbot.
Sempre nel ’47 Ann Sheridan è protagonista di Le donne erano sole un remake non dichiarato di Ombre malesi girato da Bette Davis nel 1940.
Nel 1948 Sherman abbandona momentaneamente i women movies per dedicarsi a Le avventure di Don Giovanni con Errol Flynn, il film riceve due nomination per le scenografie e vince l’Oscar per i migliori costumi nel 1950.
Dopo il mediocre Cuore solitario del 1949, inizia una collaborazione con Joan Crawford: nel 1950 la dirige in Sola con il suo rimorso e ne I Dannati non piangono, i film non sono eccelsi ma confermano la fama di Sherman di regista delle donne, forse non dovuta solo al soggetto dei suoi film ma anche alle liason che il regista intraprese con le sue protagoniste: nella sua autobiografia Studio Affairs il regista confessa il legame di tre anni con la Crawford e una relazione con Bette Davis ai tempi della loro collaborazione cinematografica. Instaura un legame sentimentale anche con Rita Hayworth quando la dirige nel 1952 in Trinidad.

Hayworthsherman

Dopo questa pellicola la carriera del regista subisce uno stopo di cinque anni: siamo nel pieno del maccartismo e Sherman viene allontanato per sospette simpatie comuniste, non finisce nella lista nera di Hollywood ma si ferma alla grigia.
Riprende a lavorare nel 1956 supervisionando un film italiano Difendo il mio amore, poi nel ’57 sostituisce Robert Aldrich nelle riprese finali de La Giungla della 7° strada. Sherman gira ancora qualche film tra cui ricordiamo I segreti di Filadelfia con Paul Newman onesto avvocato tentato di cedere alle lusinghe del denaro, poi passa alla televisione dirigendo episodi di serie tv o film per la televisione.
Scompare il 18 giugno 2006, nemmeno un mese prima del suo centesimo compleanno.

Intermezzo

Intermezzo: a love story
Usa 1939 Selznick International Pictures
con Leslie Howard, Ingrid Bergman, Edna Best, Ann E. Todd
regia di Gregory Ratoff



Intermezzo

Holger Brandt è un affermato violinista, di ritorno da una lunga tournée conosce Anita Hoffman, la giovane insegnante di piano della figlia Anne Marie.
Impressionato dal talento musicale della ragazza, Holger finisce ben presto per innamorarsi di lei, ricambiato.
Per non cedere al sentimento Anita lascia il lavoro ma mentre sta per andarsene dalla città, Holger, che ha lasciato la moglie, la raggiunge. Anita diventa la nuova accompagnatrice musicale dei concerti del violinista e i due iniziano una vita di musica e viaggi ma l’uomo rimpiange sempre più spesso la lontananza dalla figlioletta. Anita si fa da parte e quando Holger torna a casa solo per portare un regalo ad Anna Maria, la bambina viene investita mentre gli corre incontro.
Capita la sofferenza della figlia anche la moglie perdona Holger.

Intermezzoalovestory

Questo convenzionale film sentimentale passa alla storia per essere il primo film girato da Ingrid Bergman in America, quello che darà l’avvio alla sua sfolgorante carriera. Intermezzo è il remake dell’omonima pellicola svedese di cui l’attrice era stata protagonista in patria nel 1936.
Colpito dal suo talento, David O.Selznick la invita in America offrendole un contratto assai vantaggioso con la piena libertà di scegliersi script e coprotagonisti.
Tra i meriti della pellicola c’è quello di saper condensare in soli 66 minuti il melodramma amoroso. Notevoli le musiche, cosa doverosa visto che la storia si svolge in ambito musicale. Anche il regista Gregory Ratoff, più noto come attore, ci mette del suo con un uso interessante della luce che simboleggia l’amore, sia esso sentimentale o familiare: quando Holger si sente respinto nella taverna il suo volto arretra nell’ombra, lo stesso accade ad Anita quando lo lascia e quando Holger chiede perdono al figlio maggiore, Eric, il viso del ragazzo è una maschera nera.
Il punto di forza resta comunque il cast: bravo come sempre Leslie Howard ma la freschezza di Ingrid Bergman e il suo impeto al pianoforte sono davvero deliziosi.

Le regole del delitto perfetto vs Damages

Regole

Sbarca stasera su RaiDue la prima stagione de Le Regole del delitto perfetto, legal thriller molto seguito che ha fatto vincere un Emmy a Viola Davis per l’ottima interpretazione del ruolo di Annalise Keating, l’avvocatessa di successo e docente universitario protagonista della serie.
Anche io amo molto Le regole del delitto perfetto, soprattutto la prima stagione di cui mi sono divorata i primi sei episodi nel corso di una sola notte.
Premesso ciò non ho potuto fare a meno di notare le forti somiglianze con un’altra serie tv che in Italia ha avuto poco successo dato la programmazione ballerina sulle reti Mediaset anche se nel 2008 era arrivata con la fama di serie cult: Damages, serial premiato con un Golden Globe e che nelle due prime stagioni ha fatto vincere due Emmy alla protagonista Glenn Close, anche lei nelle vesti di un avvocatessa senza scrupoli, Patty Hewes, con una famiglia disastrata e un rapporto molto conflittuale con Ellen Parsons, neo assunta nello studio di Hewes forse più per interessi lavorativi che per meriti personali, un po’ come fa la Keating con uno dei suoi studenti.

Damages

Damages era caratterizzata dalla narrazione fortemente destrutturata esattamente come Le regole del delitto perfetto, per questo penso che questo nuovo serial di grido sia una versione pop, più attenta alle esigenze di un pubblico giovane della serie precedente che invece aveva un forte rigore di forma e scrittura, in ogni caso ottimi prodotti entrambi.

The Floating Piers

In un impeto di follia ieri ho deciso di visitare The Floating Piers sul Lago d’Iseo: era l’ultimo giorno, per giunta festivo, avrei dovuto sobbarcarmi ore di code come paventava la stampa invece con un minimo di organizzazione e una botta di fortuna non ho fatto neppure una coda.
Partiti da Tortona alle 15,00 siamo usciti a Seriate intorno alle 16,30 per risalire la Val Seriana fino Piangaiano e scendere poi a Tavernola Bergamasca con l’intento di prendere il traghetto delle 17,40. All’altezza di Riva di Solto abbiamo trovato la strada chiusa per una frana ma gentilmente indirizzati da chi smaltiva il traffico abbiamo costeggiato il lago fino alla costa bresciana e siamo arrivati a Molare alle 18,00 prendendo il battello per Montisola che partiva alle 18,30. Siamo scesi alle porte di Peschiera Maraglio, il paesino dove arrivava la passerella galleggiante A da Sulzano e abbiamo iniziato la nostra visita con tanto di saltino e balletto stile Mago di Oz perché da quando ho visto le prime immagini del floating piers ho subito pensato al sentiero giallo che conduceva a Oz.

Dell’opera di Christo è stato detto tutto e il contrario di tutto, soprattutto dai media che sono passati dall’esaltazione che ha preceduto l’apertura, alla denigrazione degli ultimi giorni cavalcando il parere di celebri critici d’arte che si sono scagliati contro di essa: resta il fatto che camminarci sopra è stata un’esperienza notevole per la bellezza degli scenari di cui si godeva un punto di vista inconsueto e per la piacevolezza di camminare sull’acqua: sono una persona decisamente sedentaria ma oggi ho i muscoli molto meno indolenziti di quando mi ricordo di fare la mia passeggiata serale di un’ora.
Arrivando alla questione fondamentale se Floating Piers sia un’opera d’arte o meno io rispondo in maniera decisamente affermativa e non mi appello alla Land Art o al passato di tutto rispetto di Christo e Jeanne Claude.
The floating piers ha avuto un significato concettuale piuttosto pregnante: la sua unicità e la sua breve durata sono ancor più significativi per il luogo scelto: l’Italia, paese dalle bellezze storiche e artistiche millenarie in cui il compito dell’arte è principalmente quello di preservare il patrimonio.
Contestualizzata storicamente l’opera ha ancora un’altra chiave di lettura: mentre il mondo è sconvolto dal terrorismo islamico, un milione e mezzo di persone si sono ritrovate nell’arco di quindici giorni a camminare fianco a fianco senza esser sottoposte a nessun controllo: andrebbe studiato il ruolo catartico di aver sentito parlare praticamente in contemporanea dal più stretto dialetto bergamasco alla più astrusa lingua straniera e questo accadeva a ogni turista: Christo ha annullato non solo la forza di gravità ma soprattutto il senso di appartenenza nel suo aspetto più deteriore e campanilistico.


Thefloatingpiers

Certamente usufruire in solitaria dei ponti galleggianti sarebbe stato più piacevole e interessante: posso solo immaginare cosa avrebbe potuto essere veder srotolare davanti a sè chilometri di quel nastro cangiante nel colore e nel movimento imposto dalle onde ma viviamo nella società di massa ed è un diritto delle masse godere della bellezza per quanto la possano o la vogliano capire, per quanto la trasformino in un mezzo mondezzaio (obbligatoria la chiusura notturna per questioni d’igiene che all’inizio non era stata preventivata) e la trasformino anche in una sagra di paese come dice Daverio però non ricordo lo stesso accanimento per The Dirty Corner di Anish Kapoor che puntava sempre su sensazioni ludiche ed è finita vandalizzata a Versailles, ma eccoci al vero nodo cruciale: l’arte è un diritto di tutti o è elitaria, riservata solo a chi è in grado di comprenderla? La risposta di Christo mi pare decisamente chiara.

L’erba del vicino è sempre più verde

Thegrassisgreener

The Grass Is Greener
GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr, Robert Mitchcum, Jean Simmons
regia di Stanley Donen

I conti di Rhyall mantengono l’augusta magione aprendo il castello al pubblico, un giorno un miliardario americano entra per sbaglio nelle stanze private e incontra Lady Rhyall: sarà amore a prima vista, tanto che la contessa s’inventerà un viaggio a Londra pur di raggiungere il suo amante. Come farà Victor Rhyall a riconquistare la consorte?


L'erbadelvicinosemprepiùverde

L’erba del vicino è sempre più verde è un film che andrebbe visto quasi necessariamente in versione originale perché è una commedia molto parlata e incentrata sullo scontro culturale America/Inghilterra che molto affascinava il regista: proprio a partire dal 1960 Stanley Donen si trasferisce nel Regno Unito per restarci un decennio.
Cary Grant è insuperabile nei panni del marito fintamente sbadato che sa controllare la gelosia e cerca di riconquistare la moglie con l’astuzia. Hilary Rhyall è l’algida Deborah Kerr, madre e moglie felice che si trova improvvisamente preda della passione incarnata da un roccioso Robert Mitchum per la prima a volta alle prese con la commedia brillante. L’attore affida alla sua fisicità la sicurezza che emana il miliardario Charles Delacro ma non si tira indietro nei risvolti comici e inforca anche lui con grande autoironia gli occhiali che sfoggiano entrambi i duellanti, e pure il maggiordomo in veste di padrino.
GrassisgreenerduelloCompleta il cast Jean Simmons nei panni di un’amica svitata dei Rhyall. Mitchum lavorò più volte con le due attrici e anche la coppia Grant – Kerr è piuttosto rodata, insolita l’accoppiata maschile che per la prima volta si confronta sullo schermo: in un primo tempo Cary Grant aveva rifiutato il ruolo che venne assegnato a Rex Harrison, lo riconsiderò quando l’attore dovette rinunciare per seguire la compagna malata Kay Kendall e ancora una volta Cary Grant ci regala una lezione magistrale di autoironia.

Femmina Folle

Leave Her to Heaven
Usa 1945 20th Century Fox
con Gene Tierney, Cornel Wilde, Jeanne Crain, Vincent Price
regia di John M. Stahl

Leavehertoheaven


La bellissima ereditiera Ellen Berent incontra su un treno lo scrittore Richard Harland e se invaghisce subito. Anche l’uomo non sa resistere al fascino di questa donna bellissima che sembra sapere benissimo quello che vuole. Quello che Ellen vuole è la completa attenzione dell’uomo che ama e per ottenerla sarà disposta a tutto..


Leavehertoheaven

Femmina folle è il terzo titolo della rassegna Gene Tierney, La diva fragile, un ciclo di quattro film restaurati da Lab80 che sta circolando in diversi cinema d’essai.
Il film è un celeberrimo melò di Stahl, che parte come un’appassionato film sentimentale per calare lentamente lo spettatore nel delirio di Ellen che ucciderà prima Danny, il fratello malato del marito, poi si lancerà dalle scale per eliminare il figlio che porta in grembo e che sente già come una minaccia al rapporto esclusivo con Richard e infine, gelosa dell’amicizia tra la cugina Ruth e Harland arriverà a suicidarsi facendo passare la propria morte come l’omicidio commesso da Ruth per liberarsi della moglie dell’uomo che ama.
La copia restaura recupera pienamente la brillante fotografia di Leon Shamroy che venne premiata con l’Oscar. Il colore e i paesaggi incantevoli fanno da contraltare al delirio di Ellen, come l’incredibile bellezza di Gene Tierney che per questo ruolo venne nominta agli Oscar.
Femminafolle
Cornell Wilde, attore che nell’infanzia amavo molto, si rivela essere piuttosto rigido nella recitazione ma anche questo elemento serve a rappresentare lo sconcerto di fronte a una ossessione inattesa e incontrollabile.
Molto più incisiva, dal punto di vista recitativo, la presenza di Vincent Price, ex fidanzato di Ellen e procuratore distrettuale nel processo per la sua scomparsa. La coppia Tierney/Price è piuttosto rodata tanto che girarono insieme tre film, di cui Femmina Folle è il secondo.
Sono passate alla storia le scene dell’annegamento di Danny, con Ellen impassibile che lo guarda dalla barca dietro gli occhiali scuri e la caduta dalle scale per porre fine alla gravidanza, trovo memorabile anche la morte di Ellen, con quella mano che artiglia il braccio di Harland anche dopo il decesso e da cui l’uomo fatica a liberarsi e infatti, liberarsi dal giogo della moglie, costerà allo scrittore due anni di carcere.


Femmina folle

Il film inizia con il ritorno dell’uomo dal carcere e viene raccontato come un lungo flashback lineare a cui segue l’happy end con Ruth; i titoli di testa sono raccontati attraverso le pagine di un libro che si apre, un metodo piuttosto usuale ma sono tutti elementi che servono a distanziare emotivamente lo spettatore dalla portata drammatica della vicenda.

La costola di Adamo

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USA 1949 MGM
con Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Judy Holliday
regia di George Cukor

Quando una donna spara al marito dopo averlo sorpreso con un’altra, finisce la pace in casa degli avvocati Bonner: lui, Adamo, è il procuratore a cui viene affidata l’accusa mentre la moglie Amanda decide di difendere la donna tradita per dimostrare che le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di delitto d’onore.

Il sesto dei nove film girati dalla coppia Hepburn/Tracy è una raffinata commedia diretta da George Cukor dove si trattano temi attualissimi ancora oggi senza un briciolo di retorica e chiosando con estrema leggerezza sui rapporti uomo-donna in termini sociali, civili e ovviamente sentimentali.
I due attori, legati da otto anni di relazione sentimentale sembrano portare in scena la loro vita quotidiana e i loro veri caratteri: lui pragmatico e conservatore lei combattiva e protofemminista (Kate Hepburn era figlia di una suffragetta).
Con estremo acume lo script della coppia di sceneggiatori, anche loro sposati nella vita, Ruth Gordon e Garson Kanin, sa rovesciare gli stereotipi dei sessi: sarà l’austero procuratore a mettersi a frignare per commuovere la moglie quando sull’orlo del divorzio dovranno vendere l’amata fattoria di cui hanno appena saldato il mutuo, mentre Amanda porta in tribunale una schiera di donne che nei vari settori, da quello scientifico alla forza bruta, non hanno nulla da invidiare agli uomini.
AdamSrib

Alla delicatezza del rapporto della coppia di avvocati che, almeno i primi tempi, riescono a duellare in punta di fioretto in tribunale per poi coccolarsi a casa, fa da contraltare la rudezza degli Attinger, composta dal marito fedifrago e dalla moglie sparatrice: quello che raccontano in tribunale è un legame senza nessun rispetto per l’altro che sfocia nella violenza verbale e fisica ben prima del colpo di pistola che li porta in tribunale.
Ad interpretare Doris Attinger c’è Judy Holliday, attrice molto amata da George Cukor, che le fece vincere l’oscar l’anno successivo per Nata Ieri, portando sul grande schermo la pièce teatrale che aveva rivelato l’attrice.
Warren Attinger è interpretato da Tom Ewell che nel 1955 sarà ancora un marito con fantasie extraconiugali nel suo film più famoso Quando la Moglie è in Vacanza dove è coprotagonista accanto a Marilyn Monroe.
Curiosamente gira il suo film più noto con la Monroe, Come Sposare un Milionario, anche l’altro coprotagonista de La Costola d’Adamo, David Wayne, qui nelle vesti del vicino di casa dei Bonner che corteggia Amanda e le dedica la canzone Farewell Amanda, composta da Cole Porter.

The nice guys

Theniceguys

Los Angeles 1977: il picchiatore Jackson Healy e il detective Holland March, si incontrano in maniera non proprio amichevole: su commissione Healy spacca un braccio a March per convincerlo ad abbandonare un caso che sta seguendo. Ben presto però i due si ritrovano a collaborare per ritrovare Amelia, l’unica sopravvissuta del cast di un film porno che scotta: il sesso è solo una copertura per svelare i raggiri sull’inquinamento dell’industria automobilistica..

Shane Black torna al mondo che gli è congeniale e che in parte ha inventato, o almeno aggiornato agli anni ’80, con la sceneggiatura di Arma Letale: la strana coppia malassortita da cui nasce un’amicizia vincente, nel caso di The Nice Guys i protagonisti sono così squinternati da essere tenuti a bada da Holly, la figlia tredicenne di Holland March, detective fallito ed alcolizzato per il senso di colpa per la morte della moglie. Tra gag surreali e battute fulminanti c’è anche spazio per creare dei personaggi profondi, oltre che divertenti.
La trama è rocambolesca e piena di colpi di scena ma estremamente divertente, la ricostruzione della Los Angeles di fine anni ’70 è perfetta a partire dalla scritta cadente di Hollywood, ai costumi e nella scena alla festa del re del porno in cui una ragazza viene cambiata per un tavolino vedo una citazione artistica delle donne-mobile di Allen Jones.
Questo intelligente divertissement è sostenuto magistralmente dai due interpreti: se Russell Crowe fa la parodia del suo ruolo da duro (e rincontra Kim Basinger vent’anni dopo L.A. Confidential) Ryan Gosling, che già aveva dimostrato una vena comico surreale in Lars e una ragazza tutta sua, rivela un talento grandioso per la comicità slapstick, degna delle comiche di Mack Sennett o Hal Roach.