The Getaway

USA 1972
con Steve McQueen, Ali MacGraw, Ben Johnson, Sally Struthers, Al Lettieri, , Slim Pickens, Richard Bright, Bo Hopkins, Jack Dodson, Roy Jenson, Dub Taylor
regia di Sam Peckinpah



The getaway


Dopo quattro anni di carcere Doc McCoy chiede la libertà condizionata per buona condotta che gli viene negata. Capisce che per uscire dal carcere deve scendere a patti con Jack Beynon, un faccendiere corrotto. McCoy manda la moglie Carol a riferire a Beynon la sua disponibilità e si ritrova libero con il compito di portare a termine una rapina. Durante il colpo uno dei rapinatori spara a un poliziotto, il compagno lo uccide e vorrebbe liberarsi di McCoy e la moglie ma ha la peggio. I due fuggono credendolo morto ma Rudy si riprende e si mette sulle loro tracce. McCoy scopre che la refurtiva è minore di quella riferita dai media, chiede spiegazioni a Bynon scoprendo l’intrallazzo con il direttore di banca e soprattutto nonostante Carol spari a Baynon prima che parli, intuisce che la moglie si è concessa al faccendiere per ottenere la sua libertà.
Inseguiti dall’ex complice, dagli scagnozzi di Baynon e la polizia, Doc e Carol iniziano una lunga fuga verso il Messico.



The getaway


Da Sam Peckinpah, reiventore del western, maestro della messa in scena della violenza, ci si aspetterebbe un thriller più adrenalinico invece The Getaway è fondamentalmente una storia d’amore, la ricostruzione del rapporto di fiducia tra un uomo e una donna dopo il carcere un tradimento fatto per amore: c’è il desiderio di separarsi ma solo insieme i due possono riuscire a raggiungere la libertà.
La parte iniziale del film è sicuramente la più bella: il parallelo tra gli animali selvatici che vivono attorno al carcere in una situazione di cattività e spaesamento uguale a quella di Doc. Il senso di alienazione è dato dalla musica incessante dei telai a cui lavorano i detenuti, il montaggio diventa quasi un flusso di coscienza tra la realtà coercitiva e l’anelito di libertà rappresentato dal ricordo di Carol. Anche la passeggiata sul fiume dopo la scarcerazione con Doc che guarda sognante i ragazzini giocare e il ricordo di un tuffo con l’amata si trasforma nel presente (i due tornano in camera fradici).
Tutto il lirismo del regista è concentrato nel sogno di libertà, il tono cambia con la riscossione del prezzo per la libertà ottenuta: la rapina in banca, i brutti ceffi che agiranno con McCoy, il prevedibile nervosismo che sfocia in tragedia addentra la trama in toni e luoghi ancora più drammatici: la resa dei conti con Baynon e la fuga mentre Rudy s’impossessa della vita del veterinario da cui si fa curare, auto e moglie compresa fino a portare l’uomo al suicidio: Rudy e Fran diventano l’antitesi di Doc e Carol.



Thegetaway


Niente più cerbiatti e natura incontaminata ma lo squallore delle cittadine del Texas, gli ingranaggi che incombono sono quelli zozzi e mortali di un camion di raccolta rifiuti e solo nella discarica Doc e Carol ritrovano il senso della loro unione.
Un viaggio in una relazione raccontato con un genere insolito, il thriller d’azione di cui Peckinpah conserva il gusto per il colpo di scena, anche ironico: la perdita della valigetta con i soldi e l’inseguimento sul treno del truffatore, la resa dei conti nell’hotel di El Paso.



Thegetaway


Il montaggio è sicuramente l’elemento di forza del film, assieme alla colonna sonora di Quincy Jones che pare non fosse molto gradita al regista.
Bellissima Ali McGraw ma Steve McQueen qui è davvero The King of Cool per il sangue freddo con cui sa affrontare ogni complicazione.

La calda notte dell’ispettore Tibbs

CaldanotteispettoreTibbs

In the Heat of the Night
USA 1967
con Rod Steiger, Sidney Poitier, Warren Oates, Lee Grant
regia di Norman Jewison

L’ispettore Virgil Tibbs, esperto della omicidi di Filadelfia, si ritrova ad aspettare la coincidenza di un treno a Sparta, una sonnacchiosa cittadina del Mississippi. In quelle poche ore di permanenza in stazione, viene commesso un omicidio e Tibbs è subito sospettato come un nero vagabondo. Fatta valere la sua qualifica, Tibbs è costretto controvoglia ad indagare sull’omicidio e a fermarsi qualche giorno a Sparta: il soggiorno nella cittadina profondamente razzista non sarà per nulla facile..

In questa tragica estate che vede il razzismo rialzare prepotentemente la testa in America (ma non solo) le scene iniziali de La calda notte dell’ispettore Tibbs si rivelano tristemente attuali ricordando come una persona di colore sia automaticamente sospettata e come le convenga tacere e subire le imposizioni della polizia: Tibbs non apre bocca fino a quando non si trova nell’ufficio dello sceriffo Gillespie e può dimostrare le sue generalità.
A quasi cinquant’anni dall’uscita il film si rivela ancora un thriller corposo che si tiene stretta l’attenzione dello spettatore, trasmettendogli una sensazione soffocante come il caldo delle notti dell’America più profonda.
Nel 1968 La calda notte dell’ispettore Tibbs fece incetta di Oscar vincendo cinque statuette, la più meritata è quella andata a Rod Steiger per il ruolo dello sceriffo Gillespie, un razzista che nel corso della pellicola scende a patti con la sua coscienza e alla fine diventa amico di Tibbs.

Inheatofnight

Ottima la caratterizzazione dell’attore sempre intento a masticare nervosamente una gomma americana. La naturalezza di Steiger fa risaltare la tensione di Tibbs, prima irritato verso i soprusi subiti poi sulla difensiva perché preso di mira dai giovinastri del paese. Gli scontri sono rappresentati quasi come fossero balletti, ma del resto tra i più grandi successi di Jewinson si annoverano anche due musical: Jesus Christ Super Star e Il violinista sul tetto.
Di grande importanza anche la colonna sonora firmata da Quincy Jones: ritmati rock e blues a sottolineare che, almeno a livello musicale, aveva già vinto la contaminazione black.
Il film ebbe due seguiti sul grande schermo Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs nel 1970 e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs nel ’71, entrambi interpretati da Sidney Poitier, diversamente dalla serie televisiva L’ispettore Tibbs trasmessa in America tra il 1988/1995.

Fiore di Cactus

Cactus Flower
USA 1969 Columbia
con Walter Matthau, Ingrid Bergman, Goldie Hawn
regia di Gene Saks

Julian Winston è un dentista di successo, scapolo impenitente che si scopre innamorato della giovanissima amante, Toni, a cui ha raccontato di essere sposato per non doverla sposare. Quando Toni tenta il suicidio, Julian capisce di voler sposare la ragazza e per liberarsi della fantomatica moglie chiede aiuto alla sua attempata assistente di studio, Stefania, pregandola di fingersi una signora Winston desiderosa a sua volta di divorziare dal marito ma liquidare una moglie inesistente non si rivelerà così facile e in fondo Julian non lo desidera neanche..

Fiordicactus

Tratto da una pièce teatrale francese che ebbe molto successo anche a Broadway dove l’assistente Stefania Dickinson era interpretata da Lauren Bacall, Fiore di cactus è una commedia brillante che segna il debutto di Goldie Hawn premiata con un Oscar e altri premi tra cui il David di Donatello.
La storia certo non brilla per originalità: non è difficile capire che la ventunenne Toni si metterà con l’aspirante scrittore Igor Sullivan mentre il dentista di successo si scoprirà innamorato della fedele assistente che non ha mai degnato di uno sguardo; nonostante questo, la commedia rimane molto godibile per la bravura degli attori: da menzionare il fascino della cinquatraquattrenne Ingrid Bergman che dà dei punti alle cougar contemporanee di cui per certi versi anticipa la tendenza flirtando con Igor. La pellicola sa giocare coi paradossi dei cambiamenti di costume della fine degli anni ’60: l’austera signorina Dickinson scopre la sua femminilità come un fiore tardivo a cui fa riferimento il titolo del film, mentre la disinibita Toni che sogna i pantaloni di pelle invece che una stola di visone, si trasforma in una fidanzata compita che non si concede più a quello che fino al giorno prima era stato il suo amante “perché da fidanzati non sta bene”.
Molto gradevole anche l’ambientazione che rispecchia il periodo storico, più che al locale alla moda dove si svolge la parte della pellicola, penso al Guggenheim, architettura contemporanea che fa riecheggiare per tutti i piani l’urlo di Walter Matthau.
La colonna sonora, sempre fedele ai tempi, è firmata da Quincy Jones e si balla sulla musica di I’m A Believer che Caterina Caselli nel ’67 aveva già tradotto in Sono Bugiarda.