Marguerite

Marguerite Dumond è una nobildonna sposata con un conte squattrinato che non la ama e la trascura. La donna sublima tutta la sua noia nella passione per l’opera collezionando costumi, scenografie e sparititi originali ed esibendosi per la stretta cerchia di amici. Il problema è che nessuno ha mai avuto il coraggio di dirle che è stonata come una campana, lasciandole la convinzione di essere un soprano di coloritura.
Un giorno ad un ricevemento dei Dumont s’intrufolano un artista dadaista e il suo amico, critico musicale: la bolla d’illusione creata intorno alla baronessa, reggerà il confronto con il mondo esterno?

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Pur con qualche zoppicatura il film di Xavier Giannoli si segnala per l’originalità della vicenda raccontata dosando riso e tragedia, liberamente ispirata alla vita di Florence Foster Jernkins, una melomane stonata convinta di essere una grande cantante che incise anche dei dischi.
La pellicola è ambientata nella Francia del 1920 con una ricostruzione storica molto accurata nelle scenografie e nei costumi, buona anche la resa dello spirito eversivo delle avanguardie artistiche degli anni ’20.
In questa follia collettiva si va ad incuneare perfettamente la follia privata della baronessa Dumont che ha sublimato nelle sofferenze delle eroine del melodramma le proprie pene d’amore per un marito che l’ha sposata solo per denaro.
E’ interessante come tutte le persone che dovrebbero tutelare la donna: il consorte, gli amici nobili, la servitù sono quelli che ne sfruttano più biecamente la follia assecondandola per un tornaconto personale, mentre la banda di squattrinati artisti parigini che dovrebbero avere meno remore nell’approfittare di Marguerite, finiscono per affezionarsi a lei incantanti dal candore naif con cui persegue la sua illusione: se non è un’artista del vocalizzo, la baronessa è certamente un’artista nell’anima, disposta a sacrificare tutto in nome della sua “arte”.
[Spoiler] Se lo spirito dei tempi è perfetto per accettare il delirio canoro di Marguerite, sarà purtroppo la nascente tecnologia a distruggere la sua illusione: l’inquietante maggiordomo Madelbos, che più di tutti asseconda la follia della baronessa, ha in realtà uno scopo recondito altrettanto delirante e sarà ascoltando una registrazione della propria voce che Marguerite verrà messa di fronte alla propria incapacità, lo shock subito le sarà fatale? Il film non lo dice esplicitamente ma diventa secondario sapere se la donna sopravvive poichè muore la sua dimensione artistica uccisa dalla macchina che nella sua fredda resa della realtà, trasforma in fenomeno da baraccone, in freak, chi si discosta dalla normalità.

Big Eyes

Bigeyes Nel 1958 Margaret Ulbrich abbandona il marito e con la figlia al seguito, si trasferisce a San Francisco dove incontra Walter Keane, aspirante pittore come lei. I due si sposano e quando i quadri della moglie che rappresentano bambini dagli enormi occhi tristi, cominciano ad avere successo, un po’ per caso un po’ per necessità (la pittura femminile non aveva mercato) Walter si spaccia per l’autore. Margaret resta intrappolata nel segreto domestico per quasi un decennio in nome dell’amore e della crescente ricchezza fino a quando porta il marito in tribunale e rivendica la propria identità artistica.

Premetto subito che Big Eyes non è un capolavoro ma certamente un film più che dignitoso che potrebbe anche avere una rivalutazione futura visto che a mio modesto parere segna una svolta nella produzione burtoniana. Il regista, chiuso il cerchio con Frankenweenie, remake del suo primo corto, sembra cercare una nuova strada libera dai manierismi stilistici dei suoi ultimi lavori.
Le tematiche di fondo non sono cambiate, ancora una volta il disagio di non essere accettati dalla società, ma non è più quello adolescenziale o di un freak ma il disagio di un artista, probabilmente con un che di autobiografico visto che da Burton ci si aspetta sempre la stessa cosa, una fotocopia possibilmente migliore (paradosso!) delle pellicole che lo hanno reso celebre, parallelamente al caso di Margaret che si vede costretta a replicare all’infinito i trovatelli che le hanno dato la fama, senza potersi evolvere in nuove vie artistiche.
Per la prima volta nella sua carriera il regista si concentra su una protagonista femminile, proprio perché negli anni ’50/’60 in cui si svolge la vicenda, la donna ha pochissime possibilità di scegliere la sua via all’interno della società, non solo in campo artistico, dove non viene considerata: ricordiamo che il film si apre mostrando Margaret già come una ribelle, una che lascia il marito “quando divorziare non era ancora diventato di moda”, la vediamo fuggire dalle ordinate villette color pastello in cui si svolgeva l’azione di Edward Mani di Forbice e forse anche Burton cerca oggi di sfuggire dai suoi stessi eroi.

Alice in Wonderland

Alice Kingsleigh e’ una ragazza diciannovenne decisamente troppo emancipata per l’epoca vittoriana: il giorno in cui il giovane lord Ascot la chiede in moglie, la ragazza decide di seguire un bianconiglio con l’orologio e si rituffa nell’avventure della sua infanzia che credeva essere solo un sogno…

AliceInWonderland

Tim Burton rilegge i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie secondo la sua poetica: sono tutti freak con un lato oscuro ed anche i personaggi piu’ perfidi hanno un risvolto umano. Cosi’ non si puo’ non provare simpatia per la macrocefala Regina Rossa la cui crudelta’ nasce dal senso d’inferiorita’ verso la bellissima sorella, la leziosissima Regina Bianca. Anche nei nomi, Iracebeth e Mirana, la lotta tra le due sorelle regine richiama lo scontro tra Elisabetta I e Maria di Scozia, si intravede anche il quadro di un antenato ispirato al notissimo ritratto di Enrico VIII. Burton omaggia nella sua Regina Rossa Bette Davis, che vesti’ per ben due volte i panni dell’augusta sovrana ne Il conte di Essex e ne Il favorito della grande regina, fim che narrano i tormentati amori di Elisabetta con i suoi sottoposti, ripresi dalla passione che Iracebeth nutre per Stayne, il Fante di Cuori. E in fondo anche Anne Hathaway interpreta una regina Bianca che potrebbe ricordare la Maria Stuarda di Katherine Hepburn, esasperando le movenze che per un certo periodo fecero della Hepburn il veleno dei botteghini.
Johnny Depp, nei panni del Cappellaio Matto dimostra per l’ennesima volta la qualita’ della sua collaborazione con Tim Burton dando alla follia del cappellaio una vena drammatica perche’ la sua pazzia e’ frutto del dolore provocato dalla guerra e dalla distruzione.
Purtroppo la seconda parte del film trasforma il possibile ennesimo capolavoro in un‘opera minore. Man mano che la vicenda procede ci si discosta dalle peculiarita’ visive burtoniane, ad esempio mancano i suoi vertiginosi dolly verticali o a volo d’uccello, per sostituirle con un immaginario fantasy di mostri e scontri con armi magiche che hanno il sapore gia’ visto de Il signore degli anelli o Le cronache di Narnia e addirittura un retrogusto alla Harry Potter. Anche il finale cosi’ accomodante e la morale dell’essere quel che si e’, molto disneyana, tradiscono la teoretica burtoniana per sconfinare nel prodotto mainstream piu’ attuale testimoniato anche dalla canzone di Avril Lavigne piazzata in malo modo sui titoli di coda ad interrompere le musiche stranianti del fidato Danny Elfmann.
Andrebbe indagato se queste pecche nascono da pressioni della casa di produzione, in ogni caso possiamo accontentarci di quel che resta comunque un ottimo film firmato Tim Burton.

La fabbrica di cioccolato

La fabbrica di cioccolato

Il remake di Tim Burton di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato firmato nel 1971 da Mel Stuart ed interpretato da Gene Wilder si distingue dal primo film gia’ dal titolo che diventa Charlie and the chocolate factory a sottolineare che se nella precedente pellicola Willy Wonka e’ la guida di un percorso iniziatico che insegna ai bambini ad esser migliori, nel lavoro di Tim Burton Charlie diventa l’elemento che permette a Willy Wonka di riconciliarsi con la sua parte infantile e con il suo vissuto familiare. Il cioccolatiere di Burton infatti e’ un creatore pazzo che da oltre un decennio vive recluso nella sua fabbrica in compagnia degli strampalati Ompa-Loompa. Quando decide di misurarsi nuovamente con il genere umano il suo imbarazzo e’ evidentissimo: per superare l’impasse deve leggere degli appunti. Il personaggio e’ reso benissimo da un Johnny Depp in stato di grazia che con le sue risatine nervose, gli atteggiamenti infantili a molti ha ricordato Michael Jackson, ma la presunta fonte d’ispirazione questa volta non e’ stata confermata.
Willy Wonka e’ una sorta di evoluzione di Edward Mani di Forbice, a cui rimanda la fabbrica misteriosa, incombente sulla citta’ come lo era il castello in cui Edward fu creato. Se allora il confronto era tra il freak e la comunita’, oggi Burton analizza la costruzione dei rapporti personali e a chiudere simbolicamente il cerchio c’e’ la rappacificazione con il vecchio padre: del resto Willy Wonka sta cercando un erede cioe’ sta passando dal ruolo di figlio a quello genitoriale e il superamento del conflitto con il padre e’ un passaggio obbligato. La figura paterna e’ interpretata ancora una volta da un grandissimo del cinema horror, Christopher Lee che sostituisce Vincent Price, il padre che in Edward Mani di Forbice moriva lasciando irrisolto il conflitto generazionale.


Lafabbbricadicioccolato

Spostando l’attenzione sul cioccolatiere il film guadagna un raro equilibrio tra gli aspetti comici e quelli orrorifici: anche in questa versione Willy Wonka sembra ben conoscere i difetti dei bambini che sta accompagnando in giro per la sua fabbrica e va ancora sottolineata la bravura di Depp che con semplici occhiate sa trasformare il suo personaggio da un insicuro nevrotico ad un saputo conoscitore delle debolezze infantili.
Un altro aspetto che ho amato molto di questa pellicola e’ stato il gioco con le citazioni cinematografiche: Tim Burton lo trasforma in un codice per iniziati per cui chi conosce il cinema capisce in cosa si trasfomera’ la tavoletta ben prima di vederlo sullo schermo e anche l’omaggio a Psyco sebbene in modo diverso, rispetta questo modulo.
Quindi dopo aver rivisto il film una seconda volta ribadisco il mio giudizio iniziale: capolavoro!