American Psycho

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USA 2000 Lionsgate Films
con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Josh Lucas, Samantha Mathis, Justin Theroux, Matt Ross, Cara Seymour
regia di Mary Harron

Patrick Bateman è uno yuppie ventisettenne che vive una vita vuota fatta di apparenze, abiti firmati e locali alla moda, sfogando le proprie frustrazioni ed invidie in una doppia vita di sadico assassino..

Dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, il film che ha lanciato la carriera di Christian Bale, perfetto nel ruolo del levigato uomo di successo, con una passione per la musica pop che nasconde una vena di sadica follia dietro la facciata di yuppie rampante, meticoloso all’inverosimile.
Bateman crede di poter controllare la rabbia sfogandola saltuariamente su esseri che considera inferiori come barboni o prostitute ma quando la sete di sangue sale e non riesce a controllare l’invidia per il successo di un collega, Paul Allen, che uccide, Bateman finisce nel mirino del detective Donald Kimball, che si occupa della sparizione del broker ..sempre che i delirii omicidi di Bateman non siano solo il frutto della sua fantasia malata, ultimo disperato tentativo di fuga da un mondo così superficiale che Bateman e gli altri broker di Wall Street diventano interscambiabili tra di loro.



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La gestazione del film è stata piuttosto complicata: inizialmente la regia doveva essere di Cronenberg, poi sostituito da Mary Harron che abbandona il progetto quando per il ruolo del protagonista si pensa a DiCaprio ma Leonardo, interessato ad altre produzioni, lascia il campo libero a Bale, prima scelta della Harron, anche sceneggiatrice della pellicola.



American Psycho


All’uscita American Psycho ebbe un’accoglienza controversa, visto oggi molta della carica violenta allora scandalosa ha perso mordente, mi sembra ancora valida, invece, la ricostruzione della New York notturna, campo d’azione del serial killer Bateman: vicoli e quartieri desolati, luci blu che restituiscono perfettamente l’atmosfera, se non altro cinematografica, degli anni ’80.
Mary Harron sa costruire bene le atmosfere alienanti facendo riferimento al cinema classico: corridoi vuoti e signorili tra Rosemary’s Baby e Shining, la fuga finale negli atri dei grandi palazzi che ricorda Il tempo si è fermato.
Buoni anche i tocchi di humor nero e l’uso sociologico della musica pop: sinceramente qualcuno oggi ricorda ancora Huey Lewis and The News?



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Pur non essendo un capolavoro, American Psycho è un film interessante, forse l’ultimo capitolo di una cinematografia che indagava il delirio individuale per tentare di sopravvivere a una società che fa sentire perennemente inadeguati: le paure del nuovo millennio sono radicalmente cambiate accelerando l’omologazione e paradossalmente svuotandola del suo valore, oggi i nuovi oggetti del desiderio tecnologico puntano ad appagare solo un piacere estetico materialistico e non sono più status symbol, cioè riprova del raggiungimento di una posizione socioeconomica agiata, ultimo retaggio, ormai deteriorato dall’edonismo reaganiano, del sogno americano che permette(va) di realizzarsi attraverso l’impegno e il lavoro.

The Revenant – Redivivo

TheRevenantThe Revenant
USA 2015, 20th Century Fox
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson
regia di Alejandro González Iñárritu

1823: un gruppo di cacciatori di pelli, guidati da Hugh Glass, subisce un attacco indiano che decima il gruppo, per altro già provato dalla dura battuta di caccia sulle nevi del Nord Dakota. Soprattutto l’animoso e avido John Fitzgerald incolpa il trapper e Hawk, il figlio mezzosangue che lo accompagna, dell’imboscata subita. Quando Glass rimase gravemente ferito dopo l’attacco di un grizzly, Fitzgerald insiste perché l’uomo venga ucciso per risparmiargli terribili sofferenze, salvo poi cambiare idea quando il capitano Henry offre una ricompensa a chi resterà con il ferito fino alla fine e gli darà una degna sepoltura. Il piano di Fitz è chiaro: impossessarsi del premio liberandosi dell’uomo una volta che il drappello sarà ripartito ma le cose non andranno secondo i suoi progetti..

Recupero The revenant quasi un anno dopo la liberatoria premiazione agli Oscar di Leonardo di Caprio che agguanta l’ambita statuetta alla quinta nomination; se quello di Hugh Glass sia il ruolo più riuscito dell’attore diventa questione secondaria rispetto al grande sforzo fisico che la lavorazione ha comportato e si sa che a questi temi “muscolari” l’Academy non è indifferente quindi ben venga l’Oscar a di Caprio, supportato da un ottimo cast di comprimari, Tom Hardy nel ruolo del gretto Fitzgerald e Domhnall Gleeson in quello dell’incerto capitano Henry.

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Anche visto in televisione il film ammalia per la grandiosità dei paesaggi che sembra andar oltre allo sfondo spettacolare di una dura lotta per la sopravvivenza umana, sembra aleggiare su tutto una dimensione panica che fa colare sul western pennellate di atmosfere sovrannaturali e una volta tanto l’abusata frase “non ho paura di morire sono già morto” pare avere più senso di quanto s’immagini.
Glass sfugge alla morte ma per poter credere a una storia così fantastica è necessario ricorrere ai topos del genere horror/fantastico sennò come si fa a credere che un uomo sopravviva a un grizzly che lo rivolta come un calzino e che lui uccide con qualche coltellata ben assestata? Come può sopravvivere un uomo ridotto in fin di vita al gelo dell’alta quota dove dorme esposto alle intemperie dopo tuffi in acque gelide?
Allora ecco che per rendere accettabile la sospensione di incredulità il film è intriso di scene di genere horror: la prima ad uscire dalla tomba mal assestata di Glass è la classica mano che gratta la terra, ecco la scena tra le rovine della chiesa costruita più in chiave gotica che negli stilemi western ed ecco che per catturare il suo acerrimo nemico Glass deve fingersi ancora una volta morto e risorgere l’ennesima volta.

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Non è certo Glass ad essere il fantasma benché sia il redivivo del titolo, è tutta l’atmosfera filmica ad essere intrisa di malinconia nel rincorrere fantasmi del passato: la comunione con la natura incontaminata, una civiltà distrutta che vaga raminga e desolata come un fantasma sulla propria terra occupata, la tristezza per la famiglia perduta: anche il Capitano Henry dice di non ricordare più il viso del figlio con un discorso tipico sulla morte che anticipa la sua dipartita.

Django Unchained

Djangounchained Nel 1858 il cacciatore di taglie Dr. King Schultz, libera uno schiavo per avere la sua collaborazione e riuscire a catturare tre ricercati. Tra Schultz e Django si instaura un rapporto di amicizia e il cacciatore di taglie decide di aiutare l’uomo a rintracciare e liberare la moglie, Broomhilda, che si scopre essere nelle mani del proprietario terriero Calvin Candie la cui fama di feroce schiavista è leggendaria in tutti gli Stati del Sud.

Secondo film, dopo Inglourious Basterds, in cui Tarantino rilegge (a modo suo) la Storia, avvalendosi di un quartetto di attori (Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson) in stato di grazia.
Il regista pulp per eccellenza sembra avvertire la necessità di contestualizzare storicamente la violenza per dare una valenza morale alle sue pellicole facendole uscire dal sottobosco criminale di cui ha raccontato le dinamiche fino a Grindhouse – A prova di morte.
Se in Bastardi senza gloria la distinzione tra buoni e cattivi era manichea: ebrei e partigiani contro i nazisti, in Django Unchained c’è un ulteriore scatto morale perché il film si può leggere come l’epopoea dello schiavo liberato Django o come il percorso di presa di coscienza dell’adorabile Dr. Schultz che lo porta all’estremo sacrificio. Perchè proprio nel momento in cui la messa in scena per liberare Broomhilda sta per andare in porto, Schultz non riesce più a restare nei limiti del personaggio che si era costruito, proprio lui che più volte ha ripetuto a Django che una volta entrati nel personaggio non è più possibile uscirne? Non certo per permettere a Tarantino di regalarsi il cameo più lungo e divertente della sua carriera!
Schultz si presenta a Django equiparandosi a uno schiavista: anche lui vive vendendo carne umana un tanto al chilo, si reputa migliore di un proprietario di schiavi perché elimina solo persone che la legge ha riconosciuto come criminali (anche se li uccide davanti ai loro figli) ma nel momento in cui entra in contatto con il perverso Candie si rende conto che se vuole essere davvero superiore a un individuo così viscido deve uscire dal personaggio e rivendicare la propria dignità rifiutando una stretta di mano.
Un’altissima lezione morale che Tarantino racconta con il suo solito stile grondante ironia il che non è un male perché la scena che meglio stigmatizza l’idiozia dei membri del nascente Ku Klux Klan è quella che li mostra come una banda di cazzoni che perde tempo discutendo sulla qualità dei sacchetti che usano per mascherarsi, talmente pessima da non fargli vedere nulla.
Nella sua geniale capacità di mescolare stili e suggestioni, Tarantino in Django unchained riesce a coniugare l’omaggio filologico (musiche, scene e Franco Nero) dello spaghetti western Django di Corbucci con la leggenda nibelunga di Sigfrido, facendo vestire i panni di uno degli eroi ariani per eccellenza a uno schiavo nero, ulteriore raffinato sberleffo al razzismo.

The Departed

Thedeparted USA 2006,
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg
regia di Martin Scorsese

Boston: nell’eterno scontro tra mafia e polizia si intrecciano le storie speculari di Colin Sullivan, poliziotto apparentemente modello, ma in realta’ corrotto: e’ la talpa del boss Frank Costello, mentre il giovane Billy Costigan, proveniente dai bassifondi della citta’ viene infiltrato nel piu’ stretto entourage del gangster per riferire direttamente al Capitano Quinnan..

Scorsese torna, con ottimi risultati, a cimentarsi con un tema a lui caro, le dinamiche della malavita, ma questa volta abbandona i familiari bassifondi newyorchesi per Boston dove ambienta la vicenda in seno alla mafia irlandese (che pero’ ha molti punti in contatto con quella italiana, tanto che il boss ha un nome tipicamente nostrano).
L’opera si ispira al primo capitolo alla trilogia noir di Hong Kong, Infernal affairs di Andrew Lau e Alan Mak per costruire un gioco di scatole cinesi, un rimando di specchi dove niente e nessuno e’ realmente quello che dice di essere, ma vive perennemente nella menzogna.
In questo mondo dove la bugia e’ all’ordine del giorno quello che conta sono le origini, le gesta dei morti, quei defunti citati nel titolo originale del film, un titolo che ha anche valenze anticipatorie della storia, rovinato, al solito, dalla infelice traduzione libera italiana.
Per questo motivo Colin Sullivan e’ il rappresentante ideale degli irlandesi buoni e volenterosi perche’ il padre ha sempre lavorato onestamente e poco importa se il figlio ha preferito lasciarsi irretire fin da ragazzino dal fascino perverso di Costello che lo incanta con il mito del denaro facile, viceversa Billy Costigan e’ il perfetto prototipo del ragazzo di strada dato che proviene da una famiglia che da sempre intrattiene rapporti con la mafia locale ed ha avuto il suo piu’ fulgido rappresentante nello zio, tirapiedi di Costello, trovato assassinato.
Il gioco di realta’ falsate diventa parossistico con le figure dalla psicologa fidanzata con Sullivan, che si occupa del rinserimento di Costigan (non restando insensibile al suo fascino): piu’ volte giustifica il bisogno di menzogne come unico modo per non ferire gli altri o evitare situazioni troppo complesse; anche la figura di Costello nasconde delle ombre imprevedibili e cosi’ quelle di tanti personaggi di contorno.
Che dietro questa stigmatizzazione della falsita’ ci sia un messaggio politico, una denuncia dei metodi disinvolti del governo americano e’ lampante, basta pensare alla “bugia” delle armi di distruzioni di massa che hanno giustificato la guerra ed e’ sottolineata dall’ultima immagine del film: un topo di fogna che insozza la meravigliosa vista sul Palazzo di Giustizia del lussuoso appartamento di Sullivan.
La regia secca e precisa di Scorsese e’ supportata da un cast stellare forse non sempre smagliante: se Di Caprio conferma ancora una volta il suo talento nella delineazione nervosa e fragile di Billy Costigan, Matt Damon non e’ sempre alla sua altezza nel dipingere l’antagonista Sullivan; Martin Sheen e’ misurato nei panni del Capitano Quinnan mentre, ho trovato eccessivamente sopra le righe, per un film cosi’ asciutto, la prova di Jack Nicholson che interpreta il boss Frank Costello.

recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

The aviator

Theaviator

Anno: 2004
Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, Jude Law, Alec Baldwin, Ian Holm, Alan Alda
Regia di Martin Scorsese





Vent’anni della vita dell’eccentrico magnate Howard Hughes, dall’arrivo appena ventenne nella dorata mecca del cinema per intraprendere la carriera di produttore realizzando uno dei film piu’ costosi della storia del cinema, Gli angeli dell’inferno (1930) al primo ed unico volo dell’enorme Hercules nel 1947, passando per gli amori con le dive del cinema, la passione per il volo e le sue idiosincrasie che lo porteranno alla follia.




Non credo che il film di Scorsese possa rientrare nel genere biopic, cioe’ nel novero dei film biografici piu’ o meno romanzati.
Per la complessita’ del personaggio, per il suo interagire con figure celeberrime del mondo del cinema da Jean Harlow a Kate Hepburn, da Errol Flynn ad Ava Gardner, Scorsese, grande conoscitore del cinema classico, preferisce rimandarci solo l’atmosfera di un epoca condensando il film in una biografia acronica, non si potrebbe spiegare altrimenti la presenza di Ava Gardner alla festa per la trasvolata oceanica compiuta da Hughes nel ‘35 quando l‘attrice all’epoca aveva solo tredici anni!
Anche la storia d’amore tra la Hepburn e Hughes e’ stata molto rimaneggiata: l’attrice nelle sue memorie ha sempre parlato solo di un’affettuosa amicizia, mai di qualcosa che potesse sfociare nel matrimonio. Il rapporto tra i due da il destro a Scorsese per mettere in scena una screwball, una commedia sofisticata sullo scontro tra i sessi, e il pezzo forte e’ proprio il pranzo a casa Hepburn, che pare uscito da Scandalo a Filadelfia, il film che rilancio’ definitivamente Katharine Hepburn dopo che per anni era stata “veleno per i botteghini”. (L’attrice compro’ i diritti del film grazie all’aiuto economico di Hughes).
Tutta la relazione Hepburn/Hughes e’ visualizzata rimandando a pellicole che hanno decretato il successo della diva: il volo notturno su Los Angeles ricorda La falena d’argento, in cui la Hepburn nel 1933 interpreta (guarda caso!) un’aviatrice e la prima uscita sui campi da golf ripropone Lui e lei del 1952, in cui l’attrice e’ una golfista un po’ insicura che trova successo e amore tra le braccia del nuovo allenatore Spencer Tracy.
Cate Blanchett non interpreta tanto la grande diva, ma piuttosto propone una recitazione alla Hepburn.
Spesso si paragona questo film a Quarto Potere, principalmente perche’ Welles prima che a Hearst aveva pensato a Hughes come figura ispiratrice del suo Citizen Kane. A parte il rimando iniziale al rapporto morboso con la madre e alla parola “magica” che da rosebud diventa quarantena, Scorsese costruisce un film speculare all’opera di Welles: se Heast/Kane sfrutta il suo denaro per manipolare le masse ed indurle a cercare la guerra, Hughes diventa un paladino della liberta’ lottando strenuamente contro il monopolio della Pan Am sulle rotte intercontinentali.
Personalmente ho apprezzato maggiormente questa seconda parte del film, dove esce la tematica preferita di Scorsese: lo scontro dell’individuo contro il sistema e bisogna riconoscere che la caratterizzazione del senatore Brewster data da Alan Alda e’ veramente notevole. Ottima anche la prova di Leonardo Di Caprio: piu’ che portarlo all’Oscar spero che questo ruolo lo liberi definitivamente dall’ombra del Titanic e ne faccia valutare serenamente le capacita’, di cui, per altro, aveva gia’ dato ampia prova in passato.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

J. Edgar

J Edgar Il biopic che Clint Eastwood gira su J.Edgar Hoover, personaggio controverso della storia americana, fondatore dell’FBI e direttore del Bureau fino alla sua morte nel ‘72 non nasconde le molte ombre di un disadattato succube della madre ma dalla volonta’ di ferro che seppe sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio, o meglio a vantaggio della propria creatura, l’organizzazione investigativa che rese federale all’inizo degli anni 30 sfruttando il cordoglio per la morte del piccolo Lindy, il figlio del celebre aviatore Charles Lindbergh, ucciso dopo essere stato rapito a scopo di riscatto.
Il film viene accusato di sorvolare su alcuni lati oscuri, ad esempio i rapporti di Hoover con la mafia, a parte che il soggetto e’ davvero bigger than life e la pellicola dura circa 140 minuti, queste critiche potrebbero essere rintuzzate invitando a prestare attenzione al titolo, J. Edgar il nome di battesimo del protagonista, quindi la scelta di indagare sugli aspetti piu’ personali della figura di Hoover, di cui Eastwood non si fa scrupolo di mettere in mostra la doppiezza omofoba essendo innamorato del suo braccio destro Tolson, e la storia d’amore assume sempre maggiore importanza nella parte finale del film che culmina nella descrizione della camera da letto personale di J.Edgar in cui viene trovato morto. Se i saloni deserti di Xanadu rappresentavano il vuoto della vita del Cittadino Kane, quella camera raffinata piena di oggetti d’arte getta una luce pietosa su un uomo che si e’ sempre sforzato, sotto l’assillo di una madre virago di migliorarsi: l’attenzione per l’abbigliamento la scelta del secondo nome piu’ altisonante del banale John iniziale, il dominio delle balbuzie..
I comprimari che attorniano la vita di Hoover sono ben delineati e io sono rimasta affascinata dalla figura un po’ misteriosa di Helen Gandy, la segretaria che dopo aver rifiutato di sposarlo ne diventa la fedele vestale, oltre alla morte: se mi e’ chiaro il legame tra la madre e J. Edgar, il sentimento tra lui e Tolson, la scelta di restargli accanto da parte di questa donna mi risulta meno comprensibile.
Se il titolo denuncia un approccio intimo alla figura di Hoover non vuol dire che il film sia intimista, lo spaccato storico c’e’ e come sempre a Clint non interessa la ricostruzione storica, per quanto filologicamente perfetta nella scenografia e nei costumi. Riflettono pienamente i nostri tempi l’ossessione per il nemico che spinge a porre in secondo piano i diritti civili garantiti rispetto al bene superiore della nazione, la capacita’ di manipolare l’opinione pubblica ottenendo finanziamenti e poteri attraverso l’uso della pubblicita’ indiretta della strumentalizzazione del caso Lindbergh ed e’ la quarta volta che Eastwood fa del rapimento di un bambino il motore drammatico di un suo film, da Un mondo perfetto a Mystic River per culminare in Changeling. Hoover e’ anche un grande manipolatore dei media, crea il mito dei G-man e durante la visione riflettevo come nella mia mente Hoover fosse tra i cattivi mentre l’FBI tra i buoni (o per lo meno fosse sermpe meglio della CIA!) grazie ai tanti serial che vedono il Bureau e i suoi collaboratori come indiscussi protagonisti.
Indubbiamente la lettura e’ anche transnazionale: i maneggi di Hoover fanno pensare al nostrano Andreotti che si limitava solo ad alludere ai suoi archivi segreti per smorzare ogni oppositore e anche la frase che conclude la biografia pensata da Hoover, l’amore che sconfigge sempre l’odio e’ stato il cavallo di battaglia di Berlusconi dopo l’attentato con la statuetta del Duomo.
A sottolineare la sistematica volonta’ di Hoover di plasmare la storia a suo piacimento c’e’ l’escamotage stilistico di raccontare la vicenda del protagonista come se fosse lui a dettare le sue memorie a una serie di agenti che Hoover vuole sempre piu’ fidati ed il meno critici possibili verso la sua verita’ il passo si intuisce quando l’agente Smith fa una domanda che rischia di far crollare il castello di carte di Hoover: l’uomo si blocca un attimo prima di rispondere. Tutta la pellicola e’ un progressivo scollamento tra la visione personale del protagonista e la realtà, nel continuo passaggio dai flashback al presente, fino allo scontro ultimo con Tolson in cui l’uomo getta brutalmente in faccia la verita’ a Hoover: tutto ruota attorno alla menzogna e lla manipolazione, anche il trucco forse troppo pesante ma quanto sono inquietanti le lenti a contatto scure che “accecano” lo sguardo ceruleo di Leonardo di Caprio!

Inception

Futuro prossimo venturo. L’ultima frontiera dello spionaggio industriale e’ introdursi nei sogni per carpire i segreti piu’ reconditi. Dom Cobbs e’ uno specialista del settore ma un giorno una delle sue vittime, il ricco industriale giapponese Saito, lo ritrova e gli propone un un progetto molto difficile: non estrapolare un’informazione ma impiantare un’idea nell’incoscio di un giovane miliardario, prossimo erede di un monopolio energetico. In cambio Saito dara’ a Cobbs la possibilita’ di liberarsi dell’accusa di uxoricidio e rivedere i suoi figli..

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Inception


Nel film piu’ bello della storia del cinema si tenta di ricostruire la vita di un magnate della carta stampata dalla parola pronunciata in punto di morte, Rosabella; nella sua pellicola piu’ ambiziosa, Christopher Nolan fa in modo che nel giovane Fischer l’idea si innesti ritrovando la “Rosabella” dei suoi sogni.
InceptionFondere Quarto Potere e Blade Runner e’ un progetto molto audace e solo Nolan poteva ambire a tanto, riuscendo, almeno in parte a realizzare il suo proposito. Il congegno e’ perfetto, seppur complicatissimo: ci si muove su cinque livelli, tre di sogno, il piano della realta’ (o cosi’ l’epigono di Deckard crede..) e l’inconscio assoluto. La pecca molto probabilmente sta nel piano emotivo: non c’e’ una scena che riesca a commuovere anche se l’addio tra Cobbs e la moglie aveva un alto potenziale drammatico. Forse solo la scena finale riesce ad essere toccante ma benche’ il regista abbia cercato di limitare gli effetti speciali, quello che passera’ alla storia di questa pellicola sara’ il gusto tipicamente escheriano del cambiamento di prospettiva con il passaggio del piano orizzontale a piano verticale di Parigi.

Shutter Island

Shutterisland L’agente del FBI Teddy Daniels e il suo nuovo compagno Chuck Aule devono condurre un’indagine sulla misteriosa scomparsa di una detenuta nel manicomio criminale di Ashecliffe, che sorge su un’inaccessibile isola al largo delle coste del Massachusetts, Mentre l’indagine prosegue tra l’ostilita’ del personale di custodia, si svela una realta’ del tutto inaspettata..

Mi sembra naturale che l’approfondimento della tematica piu’ peculiare del cinema di Scorsese, la violenza come unica risposta ai tentativi di un individuo di sfuggire alle leggi ferree che regolano il suo gruppo sociale, portasse il regista newyorkese a cimentarsi prima o poi, con il mondo della malattia mentale nello spazio chiuso del manicomio.
Nel suo amore per il cinema classico americano, il maestro del noir postmoderno prende un classico plot destrutturato (siamo dalla parti de L’uomo senza sonno, tanto per intenderci senza svelare i colpi di scena) e lo riveste con lo stile del noir piu’ classico: ambientazioni, costumi, epoca e citazioni cinefile che vanno da Welles a Fuller, passando per la ricostruzione di atmosfere hitchcockiane. La perfezione si sarebbe raggiunta se il film fosse stato palindromo cioe’ se avesse retto sia la versione di Teddy che quella dei dottori del manicomio invece, nonostante l’aggrovigliarsi di colpi di scena nel finale, si conferma solo una delle versioni, ma il film regge bene questa veniale delusione. Si sarebbe potuta risparmiare anche qualche lungaggine di troppo ma pare che 138 minuti sia diventato il nuovo standard dei blockbuster hollywoodiani: che sia la lunghezza ideale per riempire un blu ray?

Revolutionary road

Revolutionaryroad

Torna la coppia di Titanic (e c’e' pure Katy Bates): dopo aver rappresentato il grande amore romantico, la Winslet e DiCaprio mettono in scena le frustrazioni di un matrimonio degli anni’ 50, problemi matrimoniali che superano le contingenze del periodo, tanto che mi son ritrovata a pensare che forse anche Jack e Rose, se avessero coronato il loro sogno d’amore si sarebbero ritrovati a cercare di conciliare le ambizioni personali con la vita di coppia. Certamente gli States conformisti degli anni’50 sono la cornice ideale per sottolineare il conflitto interno alla coppia e il loro rapporto con gli altri, le reazioni degli amici al progetto dei Wheeler di partire per l’Europa sono impagabili: l’invidia mal celata quando il sogno sembra realizzabile e il sollievo manifesto (e manifestato) quando Frank decide di rinunciare per concretizzare la sua carriera all’interno dell’azienda. 
Per atmosfere e temi Revolutionary road richiama un serial di successo, Mad Man e quel che sconvolge di entrambi e’ la capacita’ di mostrare l’altra faccia del sogno americano (angosciosa l’andata al lavoro di DiCaprio, uomo in grigio omologato alla fiumana dei suoi simili) e far crollare miseramente quel detto che la fine degli anni’50 e i primi ‘60 rappresentano l’innocenza dell’America. 
La prova di Kate Winselt e’ superlativa: se la dimostrazione che un’ottima attrice sa essere sia bella che brutta, qui la Winslet passa dall’avere il fascino pericoloso di una femme fatale ad essere una donnetta distrutta moralmente che cede alla sciatteria, ma ovviamente l’Academy, da sempre piu’ attratta dalle recitazione fortemente caratterizzate fisicamente, l’ha premiata per The reader.

Prova a prendermi

Catch Me If You Can
USA 2002
con Leonardo DiCaprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Martin Sheen
regia di Steven Spielberg



A 16 anni Frank Abbagnale Jr. fugge di casa, incapace di
scegliere con quale genitore andare a vivere dopo il loro divorzio: per i
successivi quattro anni vivra’ di truffe, spacciandosi prima per un pilota della
PAN AM, poi per un medico ed infine per un avvocato. Carl Hanratty, agente
dell’FBI fara’ della sua cattura un fatto personale.


Provaaprendermi


Ispirato alla vera vicenda di
Frank Abbagnale jr., Spielberg utilizza il film per raccontare il mito
dell’America degli anni 60, quando tutto era possibile, anche se si evidenziano
i difetti che ancora oggi scontiamo: l’apparenza e la superficialita’.
Molto
interessante il rapporto di Abbagnale con il padre, un grandissimo Christopher
Walken, e lampante il ruolo di padre putativo che ben presto assume l’agente
Hanratty.

Giudizio del DVD

Innegabile, la qualita’
della traccia audio-video, l’edizione contiene due dischi, di cui uno di extra
particolarmente interessanti: il regista e il cast raccontano la loro
esperienza: pare che il libro in cui Abbagnale racconta la sua vicenda, sia un
cult in America, piu’ volte tentato di portare al cinema: ci riesce Di Caprio
che "arruola" Spielberg come regista.
Molto ghiotto il documentario in cui
Abbagnale racconta brevemente la sua esperienza, anche se e’ eccessiva la
divisione in capitoli che spezza troppo il racconto.