Le colline blu

LecollinebluRide in the Whirlwind
USA 1966
con Jack Nicholson, Millie Perkins, Cameron Mitchell, Harry Dean Stanton, Rupert Crosse
regia di Monte Hellman

Mentre sono diretti a Waco, tre cowboy accettano l’ospitalità di cinque individui che si spacciano per cacciatori di conigli. Pur avendo capito che si tratta di banditi, i mandriani si fermano a dormire nei pressi della loro baita. La mattina dopo lo sceriffo e i suoi vigilantes attaccano i fuorilegge e i cowboy sono costretti a fuggire per non finire impiccati. Uno muore nel tentativo di fuga mentre gli altri due si nascondono in un ranch isolato già perlustrato dai vigilantes, ma uno di questi fa ritorno perché invaghito della figlia del fattore e scopre che i ricercati si sono rifugiati in casa. I cowboy tentano la fuga ma uno viene ferito e si sacrifica per permettere al compagno di sfuggire all’inseguimento.

Girato in contemporanea con La sparatoria, da Monte Hellman, regista uscito dalla factory di Roger Corman, Le colline blu è stato scritto da Jack Nicholson, che interpreta Wes, il più giovane dei tre cowboy e l’unico che sfugge alla morte.
I due film di Hellman appartengono al filone di riscrittura del genere western, il 1966 è anche l’anno del primo grande successo degli spaghetti western con Il buono, il brutto, il cattivo. Il lavoro di Hellman fu invece un flop con grosse difficoltà distributive e rivalutato solo in seguito dalla critica.
Un racconto disincantato dove non esiste innocenza e neppure colpa ma solo l’accanimento del destino: se Wes, Otis e Vern se ne fossero andati un poco prima o se avessero rifiutato l’ospitalità dei lochi individui non sarebbe successo nulla.. forse perché il destino ineluttabile si anticipa nell’incontro con l’impiccato appena prima di incappare nella baracca dei fuorilegge.



Lecollineblu1966


Se, come ne La sparatoria, il tema è sempre quello della caccia e dell’inseguimento, Le colline blu presenta una specularità tra le due parti: l’incontro con una casa dove trovare ospitalità viene ripresentata quasi con le stesse inquadrature ma con significati diversi: all’inizio del film si rivela una trappola occupata da banditi, la seconda volta è un vero rifugio abitata da una famiglia. Nel primo caso i viandanti accettano con superficialità l’accoglienza che gli si ritorce contro, nel secondo sono costretti a pretendere un rifugio per sfuggire alla morte. Differenze apparentemente minime che si rivelano pericolosissime e costano la vita a due dei tre protagonisti calati in un mondo dove un semplice capriccio del destino decide le sorti dell’uomo; così anche Wes, che sogna di avere una piccola fattoria dove fermarsi, non trova nessuna comprensione in Abigail a cui confida i suoi desideri e l’impossibilità di contatto umano è sottolineata anche dalla composizione della ripresa, con i tronchi della stalla che dividono inesorabilmente i due.



RideInTheWhirlwind


Film minimalista con dialoghi ridotti all’osso, dove l’asperità del paesaggio rappresenta la difficoltà di vivere in un mondo così selvaggio rappresentato in maniera cruda, senza nessuna concessione alla retorica del western classico o alla mitologia dello spaghetti western.

I magnifici sette

The Magnificent Seven
USA 1960 UA
con Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson, Robert Vaughn, Brad Dexter, James Coburn, Horst Buchholz
regia di John Sturges




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Un villaggio di contadini messicani, regolarmente depredato dalla banda di Calvera, si affida a sette pistoleri per liberarsi dei banditi. Al primo attacco di Calvera i sette riescono a metterlo in fuga ma Calvera non demorde e alcuni contadini iniziano a pensare che forse è meglio la vessazione dei banditi che il coraggio di ribellarsi..




Magnificentseven


Un classico del western ispirato, come è noto, a I sette Samurai di Akira Kurosawa, citato negli esotici pagliai del villaggio messicano e nella battuta finale di Chris Adams “Ancora una volta hanno vinto i contadini. Noi abbiamo perso. Noi perdiamo sempre”.
I magnifici sette sono personaggi delusi, stanchi della vita raminga dei pistoleri che vendono al miglior offerente la loro abilità, guardano con distaccata ironia l’ammirazione del giovane Chico che con la sua caparbietà diventerà l’ultimo dei sette e Bernardo O’Reilly (Charles Bronson) fa di tutto, ricorre anche alle sculacciate per far capire ai ragazzini del villaggio che ci vuole più coraggio a vivere delle fatiche della terra come i loro padri che affidarsi all’abilità della pistola.
La scelta di tornare a combattere per il villaggio dopo che Calvera li ha scacciati è l’ultimo scatto d’orgoglio, l’ultima emozione rimasta a uomini che nella vita hanno sperimentato tutto e a cui resta solo da affrontare le proprie paure come ben rappresentato dal personaggio di Robert Vaughn, Lee.
Dallo scontro finale si salveranno solo in tre: due, Chris e Vin, riprenderanno la loro strada mentre Chico resta al villaggio per amore della bella messicana.
La regia di John Sturges presenta alcune schematicità ad esempio la tendenza a riprendere dal basso verso l’alto i protagonisti per sottolineare l’aspetto mitico delle loro figure entrando in quella mitologia del West che è propria di Sergio Leone e non è certo un caso se tre dei sette attori diventeranno figure simbolo dei western di Leone.
Quanto a Yul Brinner citerà il suo Chris Adams ne Il mondo dei robot riproponendo lo stesso look.
Colonna sonora di Elmer Bernstein divenuta celeberrima.

Non c’è pace tra gli ulivi

NoncèpacetragliulivilocItalia 1950 Lux
con Raf Vallone, Lucia Bosè, Folco Lulli
regia di Giuseppe De Santis

Il pastore ciociaro Francesco Dominici tornato dalla guerra e dalla prigionia, scopre che le venti pecore che rappresentavano le ricchezze della sua famiglia sono state rubate da Agostino Bonfiglio, ricco pastore che spadroneggia sugli altri con violenta prevaricazione. Anche la bella Lucia, innamorata di Francesco sta per sposare Agostino, così da ripagare le cambiali del padre. Francesco decide di riprendersi le pecore ma Agostino chiama i carabinieri: durante il processo nessuno osa testimoniare in suo favore per paura delle rappresaglie di Agostino che brucia stalle e avvelena le pecore. Nemmeno Lucia ha il coraggio di testimoniare e Francesco finisce in galera non sapendo che la notte della tentata riappropriazione delle pecore Agostino aveva violentato la sorella Maria Grazia che ha sviluppato un attaccamento morboso per il suo aguzzino e ora vive in casa con lui, dopo aver fatto saltare le nozze con Lucia. Francesco evade per vendicarsi e finalmente ottiene l’aiuto di tutti i pastori stufi delle angherie di Agostino.

NoncèpacetragliuliviAgostinoNon c’è pace tra gli ulivi è forse il film più controverso di Giuseppe De Santis, regista che ha saputo coniugare in maniera originale le tematiche neorealiste sviluppate con particolare attenzione soprattutto verso le realtà contadine e poi coniugate con il melodramma in Riso amaro e anche con derive western in Non c’è pace tra gli ulivi.
La critica soprattutto quella dell’epoca vede nel secondo lavoro un tentativo di aggiustare in chiave comunista quello che la logica di partito non aveva apprezzato in Riso Amaro quindi la voce off del regista che introduce e conclude la vicenda commenta il finale con la necessità degli ultimi di unirsi contro i soprusi.
I punti di contatto tra Riso Amaro e Non c’è pace tra gli ulivi restano diversi ma su tutti spicca la figura della protagonista femminile, eroina suo malgrado che ha fatto delle due interpreti due star, nel primo caso Silvana Mangano, nel secondo Lucia Bosè, anche lei impegnata in un ballo, il saltarello, per distrarre l’attenzione delle guardie e permettere la fuga di Francesco.
L’attenzione per la realtà contadina assume una valenza molto più documentaristica in Non c’è pace tra gli ulivi, ambientato nei luoghi nativi del regista, che sa sfruttare anche una processione religiosa ai fini della trama che effettivamente mostra qualche debolezza in alcuni passaggi.


Noncèpacetragliulivi

Di notevole resta la fotografia e l’ambientazione sui monti scabri della Ciociaria, il sapiente uso della composizione dell’immagine con l’uso del panfocus che permette la profondità di campo tenendo a fuoco tutti i livelli dell’inquadratura.

The Revenant – Redivivo

TheRevenantThe Revenant
USA 2015, 20th Century Fox
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson
regia di Alejandro González Iñárritu

1823: un gruppo di cacciatori di pelli, guidati da Hugh Glass, subisce un attacco indiano che decima il gruppo, per altro già provato dalla dura battuta di caccia sulle nevi del Nord Dakota. Soprattutto l’animoso e avido John Fitzgerald incolpa il trapper e Hawk, il figlio mezzosangue che lo accompagna, dell’imboscata subita. Quando Glass rimase gravemente ferito dopo l’attacco di un grizzly, Fitzgerald insiste perché l’uomo venga ucciso per risparmiargli terribili sofferenze, salvo poi cambiare idea quando il capitano Henry offre una ricompensa a chi resterà con il ferito fino alla fine e gli darà una degna sepoltura. Il piano di Fitz è chiaro: impossessarsi del premio liberandosi dell’uomo una volta che il drappello sarà ripartito ma le cose non andranno secondo i suoi progetti..

Recupero The revenant quasi un anno dopo la liberatoria premiazione agli Oscar di Leonardo di Caprio che agguanta l’ambita statuetta alla quinta nomination; se quello di Hugh Glass sia il ruolo più riuscito dell’attore diventa questione secondaria rispetto al grande sforzo fisico che la lavorazione ha comportato e si sa che a questi temi “muscolari” l’Academy non è indifferente quindi ben venga l’Oscar a di Caprio, supportato da un ottimo cast di comprimari, Tom Hardy nel ruolo del gretto Fitzgerald e Domhnall Gleeson in quello dell’incerto capitano Henry.

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Anche visto in televisione il film ammalia per la grandiosità dei paesaggi che sembra andar oltre allo sfondo spettacolare di una dura lotta per la sopravvivenza umana, sembra aleggiare su tutto una dimensione panica che fa colare sul western pennellate di atmosfere sovrannaturali e una volta tanto l’abusata frase “non ho paura di morire sono già morto” pare avere più senso di quanto s’immagini.
Glass sfugge alla morte ma per poter credere a una storia così fantastica è necessario ricorrere ai topos del genere horror/fantastico sennò come si fa a credere che un uomo sopravviva a un grizzly che lo rivolta come un calzino e che lui uccide con qualche coltellata ben assestata? Come può sopravvivere un uomo ridotto in fin di vita al gelo dell’alta quota dove dorme esposto alle intemperie dopo tuffi in acque gelide?
Allora ecco che per rendere accettabile la sospensione di incredulità il film è intriso di scene di genere horror: la prima ad uscire dalla tomba mal assestata di Glass è la classica mano che gratta la terra, ecco la scena tra le rovine della chiesa costruita più in chiave gotica che negli stilemi western ed ecco che per catturare il suo acerrimo nemico Glass deve fingersi ancora una volta morto e risorgere l’ennesima volta.

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Non è certo Glass ad essere il fantasma benché sia il redivivo del titolo, è tutta l’atmosfera filmica ad essere intrisa di malinconia nel rincorrere fantasmi del passato: la comunione con la natura incontaminata, una civiltà distrutta che vaga raminga e desolata come un fantasma sulla propria terra occupata, la tristezza per la famiglia perduta: anche il Capitano Henry dice di non ricordare più il viso del figlio con un discorso tipico sulla morte che anticipa la sua dipartita.

Vento caldo

Parrish
Usa 1961 Warner Bros
con Troy Donahue, Claudette Colbert, Karl Malden
regia di Delmer Daves

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Parrish McLean si trasferisce nel Connetticut con la madre Ellen, che va a fare la governante nella casa di un coltivatore di tabacco, Sala Post. Mentre il ragazzo scopre la seduzione femminile e viene sfacciatamente corteggiato prima dalla contadina Lucy poi dalla viziata figlia di Sala, la madre si sposa con Judd Raike, il più ricco piantatore della valle. L’uomo è un padre padrone e vorrebbe assoggettare al suo volere anche Parrish che però si ribella ai metodi poco ortodossi con cui Raike guida la famiglia e gli affari.

Vento caldo è il classico melodramma con famiglie patriarcali che si rivelano covi di vipere e i popolani bianchi costretti a giocarsi la dignità; a dirigerlo con mano sapiente c’é Delmer Daves, regista prima di noir poi di western e infine di melodrammi: nel 1959 aveva diretto il celeberrimo Scandalo al Sole che aveva dato la fama a Troy Donahue. In questa pellicola ritroviamo l’ attore idolo delle ragazzine anni ’60, nei panni di un giovane ribelle che preferisce seguire ciò che gli detta la coscienza invece di piegarsi ai metodi poco ortodossi dei Raike che pure gli garantirebbero la sicurezza economica e l’amore della bella Alison Post che non lo segue nella sua decisione di farsi strada da solo e gli preferisce il matrimonio infelice con Wiley Raike.
Anche la madre, Ellen preferisce fingere di non vedere il carattere da desposta del marito in cambio della ricchezza, ma come dice il vecchio marinaio a Parrish nel dialogo introduttivo del film, i figli devono avere il coraggio di fare la propria strada come il ragazzo dimostrerà nel corso della pellicola, guadagnando l’amore di Paige, ultimogenita di Raike che a differenza dei fratelli, ha il coraggio di opporsi all’ingombrante figura paterna.
Parrish MaldenColbert Il carismatico e volitivo, per quanto gramo, Judd Raike è interpretato magistralmente da Karl Malden che io ricordo in ruoli magari anche perfidi ma sicuramente più remissivi. Quello di Ellen McLean è l’ultimo ruolo interpretato da Claudette Colbert sul grande schermo.
Come vuole la tradizione del melò la fotografia gioca un ruolo importante e simbolico, il colore dominante è il marrone simbolo della terra e del tabacco, a cui si oppone il blu quasi imperiale dei ricchi piantatori, è il colore di Alison e dopo essere stato baciato da lei, Parrish va al lavoro con un giubbotto azzurro quasi a significare che ormai appartiene alla viziata ragazza; il rosso è il colore della ribellione e nella seconda parte del film quando il ragazzo sfida apertamente il monopolio terriero del patrigno indossa sempre un maglione o un giubbotto rosso.

Uomini e cobra

Uominiecobra
There Was a Crooked Man
Usa 1970 Warner Bros
con Kirk Douglas, Henry Fonda, Burgess Meredith
regia di Joseph L. Mankiewicz

Dopo un furto da cinquecentomila dollari, che ha nascosto in una tana di serpenti a sonagli, Paris Pitman viene imprigionato in una galera in mezzo al deserto. Il direttore del carcere lo prende di mira perché vorrebbe una fetta del bottino ma muore durante una rivolta e a dirigere la prigione arriva Woodward W. Lopeman, ex sceriffo incorruttibile e dalle idee progressiste che coinvolge Pitman nella nuova gestione del carcere ma il galeotto pensa solo ad evadere e recuperare il suo tesoro..

Pur non rispettando la trama, visto che i serpenti in questione sono crotali e non cobra, credo che Uomini e cobra suoni meglio di “uomini e crotali” o “uomini e serpenti a sonagli”. Penso anche che il titolo italiano non faccia tanto riferimento agli animali in questione ma sia più una distinzione filosofica anche se il finale, per restare in tema animale, dimostra cinicamente come l’uomo sia  homo homini lupus.
Il film lascia spiazzati perché il registro iniziale vira sul comico: siamo nel periodo di maggior crisi del sistema delle mayor e si può pensare che la pellicola abbia intenti parodistici sul genere western ma nel corso del film scopriremo che l’apparente bonomia rivela un cinismo spietato.
Per tre quarti del film si parteggia per Pitman, del resto è stato catturato in un bordello, perché il notabile derubato si consolava della rapina subita praticando il voyeurismo assieme al giudice e sbirciando proprio la stanza dove Pitman si stava dando alla pazza gioia. In galera Pitman sembra unire attorno a sé i suoi compagni di cella per formare la banda con cui fuggire: si preoccupa che il giovane Coy Cavendish non subisca le indesiderate attenzioni sessuali di una guardia e cerca di proteggerlo dal pensiero dell’imminente impiccagione. E’ piuttosto urtante quindi scoprire che tutte le attenzioni rivolte al gruppo sono false e che Pitman non esita a sacrificare i compagni per garantirsi la fuga. A punirlo giustamente penserà un serpente, dato che verrà morso dopo aver recuperato la refurtiva che finisce nelle mani di Lopeman; il mite sceriffo si rivela esser stato a sua volta solo un finto ingenuo fuggendo con i soldi oltre il confine messicano.
Uomini e cobra è dunque un acido pamphlet sull’avidità e sulla falsità umana anticipata dal primo incontro tra Pitman e Lopeman nella cella d’isolamento dove il detenuto era incarcerato: in un atmosfera mefistofelica Pitman getta la maschera (i finti occhialini da miope che Kirk Douglas indossa quasi sempre) e tenta lo sceriffo con l’offerta di spartire la refurtiva: la risata di Fonda è quindi ancora più furba di quella del suo tentatore.

William A.Wellman

Williamwellman

William Augustus Wellman nasce il 29 febbraio 1896 a  Brookline nel Massachusetts da una famiglia che discende dai Padri Fondatori e da un firmatario della Dichiarazione d’Indipendanza ma il giovane Bill è uno scavezzacollo che finisce per essere espluso da scuola e fare diversi mestieri per mantenersi.
Douglas Fairbanks lo nota durante uno spettacolo teatrale e gli suggerisce di fare l’attore ma il giovane Wellman preferisce andare volontario nella Prima Guerra Mondiale per poter coronare il proprio sogno: diventare aviatore. Si distingue per il suo coraggio in battaglia e riceve la Croce di Guerra ma viene abbattuto dalla contraerea tedesca ed è costretto a tornare in patria per diventare addestratore di volo in California dove incontra nuovamente Fairbanks e si lascia convincere a recitare.
Debutta in The Knickerbocker Buckaroo del 1919 ma quello dell’attore è un mestiere che Wellman ben presto inizia ad odiare mentre è sempre più attrato dalla macchina da presa. Già nel 1920 debutta come regista non accreditato per la Fox in The Twins of Suffering Creek.
Il debutto accreditato dietro la cinepresa è del 1923 in ben due film che gira nello stesso giorno: The Man Who Won e Second Hand Love: la rapidità nelle riprese resterà una caratteristica peculiare della sua carriera.
Wellmanwingsbison-ashx Nel 1927 gira Ali (Wings) la storia di due aviatori rivali in amore che diventano amici al fronte. L’opera è muta e sonorizzata in un secondo tempo, nel 1929.
Ali è stato il primo film a vincere, insieme ad Aurora di F.W.Murnau, la prima edizione degli Oscar del 1929 come miglior produzione categoria che poi si sarebbe trasformata in quella del miglior film.
E’ stato anche il primo film a mostrare il bacio (fraterno!) tra due uomini e ad introdurre la nudità: si vede la visita medica di un arrualamento e fa capolino il seno nudo della protagonista Clara Bow, sex symbol dell’epoca.
Il primato più importante di Ali è però quello di aver inventato un nuovo genere quello dei film di guerra con battaglie aeree, cui appartiene il film di Howard Hughes, Gli angeli dell’inferno, di cui ci ha raccontato Martin Scorsese in The Aviator.
Scorsese è un grande ammiratore di Wellman, regista che viene considerato solo un abile artigiano, e sostiene che il suo primo gangster movie Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno trova anche ispirazione nel celeberrimo lavoro di Wellman del 1931, Nemico Pubblico, film di cui restano ancora oggi memorabili alcune scene, come quella di James Cagney che spreme mezzo pompelmo sulla faccia della fidanzata.

Nemicopubblico

Molto attivo per tutti gli anni ’30, Wellman spazia nei diversi generi: dall’avventura de Il richiamo della foresta (1935) con Clark Gable, ispirato molto liberamente al romanzo di Jack London, alla commedia sofisticata (e cinica) Nulla sul serio del 1937 in cui un reporter (Fredric March) segue il caso di una ragazza (Carole Lombard) che sta per morire per avvelenamento da radio ma la ragazza sta benissimo e finge la malattia solo per godersi New York spesata dal giornale.
Sempre del 1937 è il film che valse a Wellman l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale di E’ nata una stella (ispirata al film di Cukor del 1932, A che prezzo Hollywood?). La pellicola vanta due remake, quella di George Cukor del 1954 con Judy Garland e quella del 1976 con Barbra Streisand diretta da Frank Pierson.

Wellman30

Se il film sulla legione straniera Beau Geste del 1939 con Gary Cooper, che aveva avuto un piccolo ruolo anche in Ali, è ancora noto, quasi misconosciuta è diventata la pellicola del 1942 interpretata da Ginger Roger Adolphe Menjou e George Montgomery, Condannatemi se vi riesce!, commedia satirica sullo showbiz, adattamento di una commedia alla base anche del musical Chicago. Secondo imdb era tra i film preferiti di Kubrick.
Il capolavoro di Wellman arriva nel 1943, con Alba fatale, un western realistico contro il linciaggio che secondo wikipedia è tra i favoriti di Clint Eastwood (vedi un po’ ‘sti artigiani del cinema..).
Seguono una serie di film di guerra tra cui spiccano I forzati della gloria del 1945, Bastogne (1949), Prigionieri del cielo del 1954 che gli vale una nomination per la miglior regia, alternati a western come Cielo Giallo con Gregory Peck del 1948 e il particolarissimo Donne verso l’ignoto che racconta di una carovana di donne che da Chicago vanno a raggiungere i pionieri nel West per sposarsi con loro. Un film epico girato tutti in esterni che racconta la conquista del West attraverso la figura femminile, coraggiosa e indomita tanto quanto gli uomini che l’ha preceduta.

Wellmanwestern

Wellman si ritira dalle scene del 1958 con un ultimo film di battaglie aeree della Prima Guerra Mondiale, La squadriglia Lafayette.
Si spenge il 9 dicembre 1975.

Interceptor (Mad Max)

Interceptor Mad Max
Australia 1979
con Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne
regia di George Miller

In un futuro prossimo venturo la violenza dilaga e sono rimasti pochi i poliziotti che cercano di arginarla con altrettanta foga, tra questi Max Rockatansky. Dopo la morte dello psicotico Nightrider le cose precipitano: gli altri componenti della banda bruciano vivo Jim Goose, un collega di Max, che a quel punto decide di abbandonare la polizia per non farsi inghiottire dalla spirale di violenza ma quando il branco di motociclisti gli stermina la famiglia, l’uomo cede e si dedica alla vendetta..

Il film capostipite è quello meno noto della saga di Mad Max, con minori passaggi televisivi ma anche la distribuzione nelle sale all’uscita del film fu discontinua perché Mad Max nasce come bmovie, a bassissimo costo.
Il titolo italiano, Interceptor, è un’omaggio all’auto elaborata guidata dal protagonista, un giovanissimo e pressochè esordiente Mel Gibson la cui carriera decollò col successo del film e del sequel del 1981, Interceptor – Il guerriero della strada.
E’ una pellicola che mischia con sapienza diversi generi, il debito maggiore è sicuramente verso il western a cui s’ispira per il taglio della fotografia: nella parte iniziale del film vengono solo mostrati dettagli degli occhiali del protagonista o parti del suo volto riflesse nello specchio, riprese solitamente dal basso per sottolineare la grandezza del personaggio.
Notevole il montaggio talvolta così rapido da sembrare confuso. Un altro grande merito del film è di essere un perfetto esempio di enfasi per celazione: la pellicola gronda violenza ma non la esplicita mai, avviene sempre tutto fuori scena o in campo lungo: non vediamo Goose ustionato all’ospedale ma leggiamo solo lo sgomento negli occhi di Max; l’omicidio della moglie e del figlioletto è narrato dalle ciabatte che rotolano verso la telecamera e la macchina da presa non si muove per esibire il dolore del protagonista quando raggiunge i cadaveri dei suoi cari. Il risultato è un senso di oppressione che pervade tutto il film e che comincia dall’inquadratura iniziale: il cancello della sede di polizia che mi ha ricordato il cancello di Auschwitz e che ci precipita in un mondo dove per sopravvivere non c’è spazio per il buon cuore ma serve solo la crudeltà.

Madmax

100 anni di Anthony Quinn

Aquinn Antonio Rodolfo Quinn Oaxaca nasce il 21 aprile 1915 a Chihuahua, in Messico nel pieno della Rivoluzione messicana. Il padre di origini irlandesi-messicane è un soldato di Pancho Villa che diventa assistente cameraman e si sposta con tutta la famiglia a Los Angeles dove Anthony cresce tra gli studi, incompiuti, di archittettura (è allievo e amico personale di  Frank Lloyd Wright) i primi umili lavori e la boxe.
A 21 anni inizia la carriera di caratterista cinematografico e grazie a quella faccia così diversa dallo stereotipo wasp del divo americano, è richiesto per interpretare mille ruoli etnici: da cinese, arabo e soprattutto da pellirossa, ruolo che intraprende per la prima volta nel 1936 in La conquista del West di Cecil B. De Mille, di cui l’anno dopo sposa la figlia Katherine, anche lei attrice, da cui avrà cinque figli, i primi dei tredici avuti da diverse mogli e amanti.

Sangueearena

Tra i film più importanti di quel periodo si segnala la partecipazione a Sangue e Arena di Rouben Mamoulian del 1941 dove Quinn è Manolo de Palma, amico/rivale del torero Juan Gallardo (Tyrone Power) che butta al vento famiglia e carriera per la sensuale Rita Hayworth, Dona Sol.

Vivazapata Deluso dalla carriera cinematografica che non gli permette di uscire dal ruolo di caratterista, nel 1947 Anthony Quinn decide di concentrarsi sul teatro e a Broadway recita la parte di Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio. Elia Kazan, regista sia della versione teatrale che quella cinematografica con Marlon Brando del 1951, nota l’interprete e lo vuole per il suo prossimo film con Brando, Viva Zapata! Anthony Quinn veste così i panni di Eufemio Zapata il fratello maggiore di Emiliano vincendo il suo primo Oscar da attore non protagonista e dando una svolta decisiva alla sua carriera che in quei primi anni ’50 lo porta in Italia e ne fa uno dei protagonisti della Hollywood sul Tevere, i ruoli sarebbero sempre quelli da latino intenso come in Cavalleria Rusticana di Carmine Gallone o da eroe omerico come nell’Ulisse di Mario Camerini dove interpreta Antinoo capo dei Proci, ma l’incontro con Fellini gli regala un personaggio scolpito nella storia del cinema, il rude saltimbanco Zampanò de La strada.

Lastada

Gobbonotredame Chiusa la parentesi italiana Quinn punta al suo secondo oscar da attore non protagonista interpretando Gauguin in Brama di vivere (1956) il biopic che  Vincente Minnelli dedica alla vita di Van Gogh interpretato da Kirk Douglas. Nello stesso anno veste i panni di Quasimodo ne Il Gobbo di Notre Dame nella versione di  Jean Delannoy, (prima trasposizione a colori del celebre romanzo di Hugo), nel ruolo della zingara Esmeralda c’è un’incantevole Gina Lollobrigida.
Negli anni seguenti, tra western (Ultima notte a Warlock) e film di guerra (I cannoni di Navarone) o storici (Lawrence d’Arabia) Anthony Quinn diventa il prototipo del duro come recita anche il titolo italiano di Requiem for a Heavyweight : Una faccia piena di pugni, film sulla box dove ha un ruolo anche Cassius Clay ma sarà un ruolo completamente diverso, quello dell’inguaribile ottimista Alexis Zorba di Zorba il Greco a diventare il suo film più celebre ma di certo non il migliore.

Zorbailgreco

La carriera dell’attore prosegue, praticamente senza sosta, fino alla fine degli anni ’90 ma le opere degne di note sono davvero poche (personalmente lo ricordo come il Caifa nel celeberrimo sceneggiato Rai Gesù di Nazareth di Zeffirelli) o il ruolo principale ne Il leone del deserto, celebrazione del ribelle libico Omar Mukhtar contro l’invasione fascista guidata da Graziani. Prodotto da Gheddafi nel 1981 il film è stato vietato in italia per circa 30 anni e solo intorno nel 2009 Sky lo ha messo in programmazione, in occasione della visita romana del colonnello libico.
Sempre dedito all’arte, Anthony Quinn siè fatto anche una certa fama come scultore e pittore e ci ha lasciato due autobiografie: Il peccato originale (1972) e One Man Tango del 1997.
L’attore si è spento a 86 anni il 3 giugno 2001.

I dannati e gli eroi

SergeantRutledge

Sergeant Rutledge
USA 1960 Warner Bros,
con Woody Strode, Jeffrey Hunter, Constance Towers, Billie Burke,
regia di John Ford

Il nono cavalleggeri è un reggimento composto esclusivamente da soldati di colore e il sergente Braxton Rutledge è sicuramente l’elemento più valido del corpo, per questo desta grande scalpore l’accusa a suo carico di stupro e duplice omicidio. Pur avendo la possibilità di fuggire Rutledge si sottopone alla corte marziale e durante il processo si scoprirà la verità sulla morte della giovane Lucy Dabney.

Ennesimo ritorno di Ford al mondo della cavalleria con questo film che mescola al western il genere giudiziario: è attraverso i flashback dei testimoni che vengono rievocati gli eventi di cui è accusato il soldato e si capisce chi è il vero assassino. E’ sempre in tribunale, con la plebaglia che punta al linciaggio e con i tocchi comici riservati alla moglie del giudice e al suo codazzo di amiche che Ford descrive il razzismo serpeggiante nei confronti del condannato, il regista ne sa cogliere anche le forme più inconsce in Tom Cantrell, superiore e difensore dell’imputato nel processo e la sua fidanzata, Mary Beecher, che si è trovata coinvolta negli eventi dopo l’assassinio del padre da parte degli indiani, che per l’ennesima volta hanno il ruolo di cattivi, seppure da comprimari.


SergeantRutledge

Lo spettacolare scenario della Monument Valley è ancora una volta lo sfondo ideale della messa in scena fordiana, che torna a girare su alcuni luoghi già usati in Sentieri selvaggi come il guado sul fiume dove avviene l’attacco indiano. I canyon non fanno solo da sfondo ma acquistano una forte valenza simbolica rappresentando l’oppressione di Rutledge quando deve decidere se fruttare l’opportunità di fuga offerta dall’attacco indiano, il paesaggio si apre quando il soldato fugge a sottolineare la ritrovata libertà ma poi il senso del dovere lo riporterà sui suoi passi perché, dirà il sergente durante il processo, senza l’esercito non sarei niente solo un altro negro in fuga.
IDannatiEGliErоiUna mia notazione personale che esprimo con beneficio di inventario, riguarda la curiosità di sapere se John Ford ha mai visto Segantini, forse saranno ancora mie impressioni della bella mostra milanese, ma mi è parso di rivedere le atmosfere di Alla stanga durante un momento di riposo nella spedizione contro gli indiani e l’abito azzurro di Costance Towers con suo cappello di paglia nel finale mi ricordava Mezzogiorno sulle Alpi: solo suggestioni?