Remember

Remember

Max Rosenbaum, ex deportato di Auschwitz che ha collaborato con Wiesenthal, ora è immobilizzato e chiuso in un ricovero ma con l’aiuto di Zew Guttman, un altro sopravvissuto conosciuto nella casa di riposo, potrà compiere l’ultimo atto di giustizia: eliminare l’SS che ha sterminato le loro famiglie e che ora vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander. Zew accetta di compiere la vendetta dopo la morte dell’adorata moglie Ruth e nonostante la demenza senile inizia un viaggio alla ricerca del proprio passato..

Non è un tema nuovo quello della vendetta dello smemorato, a partire da Memento passando per Vendicami dove la vendetta è l’unico motivo per vivere di un vecchio.
Nel film di Atom Egoyan, presentato al Festival di Venezia 2015, il tema centrale è però quello del ricordo, Remember è un thriller che si può ascrivere anche al genere del ricordo della Shoah, di cui esce almeno un film all’anno nell’anniverario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, e allora i quattro Rudy Kurlander che Zew incontra nel suo viaggio rappresentano quattro diversi aspetti del periodo nazista: il primo, interpretato da Bruno Ganz, è un soldato che ha fatto la guerra d’Africa al servizio di Rommel ed era all’oscuro della vera funzione dei campi di concentramento, il secondo era un tedesco ma internato perché omosessuale, il terzo sarebbe stato un ottimo nazista ma era troppo giovane per vivere appieno il momento storico e si è limitato a raccogliere cimeli nazisti e a indottrinare per bene il figlio poliziotto, al quarto incontro c’è la resa dei conti con un drammatico colpo di scena finale che non svelo nonostante il film sia uscito a gennaio ma la programmazione è stata talmente lasca che sicuramente molti dovranno ancora recuperarlo.
Rememberlandauplummer Senza immagini di repertorio o ricordi diretti, la Shoah è presente attraverso le suggestioni di Zew che ci arrivano senza bisogno di essere spiegate: il risveglio nella vasca da bagno e il sussulto vedendo i soffioni della doccia, la paura dei cani aggressivi, soprattutto pastori tedeschi, il suono opprimente della sirena della cava nel segmento dell’incontro con John Kurlander, il figlio del collezionista di cimeli, indubbiamente la parte più angosciante del film per la violenza psicologica a cui Zew è sottoposto che richiama ancora i maltrattamenti dei prigionieri nei lager.
Ma la memoria a cui allude il titolo non si riferisce solo alla tragedia dei campi di sterminio, allude alla perdita della memoria personale per sfuggire al proprio passato, alla capacità di crearsi falsi ricordi per sfuggire a sé stessi opposto alla memoria ferrea di Max Rosembaum che mette in piedi un beffardo gioco del destino perché sa, perché ricorda.
Se Martin Landau è mefistofelico come occulto manipolatore di destini relegato nella sua stanza, Christopher Plummer è superlativo nei panni di Zew Guttman: è sempre in scena tallonato dalla macchina da presa e sa restituire perfettamente la gamma di emozioni che suscita il suo personaggio, mostrandone gli imbarazzi per il senso di smarrimento dovuto alla malattia e la determinazione nel compiere la folle impresa.

Interceptor (Mad Max)

Interceptor Mad Max
Australia 1979
con Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne
regia di George Miller

In un futuro prossimo venturo la violenza dilaga e sono rimasti pochi i poliziotti che cercano di arginarla con altrettanta foga, tra questi Max Rockatansky. Dopo la morte dello psicotico Nightrider le cose precipitano: gli altri componenti della banda bruciano vivo Jim Goose, un collega di Max, che a quel punto decide di abbandonare la polizia per non farsi inghiottire dalla spirale di violenza ma quando il branco di motociclisti gli stermina la famiglia, l’uomo cede e si dedica alla vendetta..

Il film capostipite è quello meno noto della saga di Mad Max, con minori passaggi televisivi ma anche la distribuzione nelle sale all’uscita del film fu discontinua perché Mad Max nasce come bmovie, a bassissimo costo.
Il titolo italiano, Interceptor, è un’omaggio all’auto elaborata guidata dal protagonista, un giovanissimo e pressochè esordiente Mel Gibson la cui carriera decollò col successo del film e del sequel del 1981, Interceptor – Il guerriero della strada.
E’ una pellicola che mischia con sapienza diversi generi, il debito maggiore è sicuramente verso il western a cui s’ispira per il taglio della fotografia: nella parte iniziale del film vengono solo mostrati dettagli degli occhiali del protagonista o parti del suo volto riflesse nello specchio, riprese solitamente dal basso per sottolineare la grandezza del personaggio.
Notevole il montaggio talvolta così rapido da sembrare confuso. Un altro grande merito del film è di essere un perfetto esempio di enfasi per celazione: la pellicola gronda violenza ma non la esplicita mai, avviene sempre tutto fuori scena o in campo lungo: non vediamo Goose ustionato all’ospedale ma leggiamo solo lo sgomento negli occhi di Max; l’omicidio della moglie e del figlioletto è narrato dalle ciabatte che rotolano verso la telecamera e la macchina da presa non si muove per esibire il dolore del protagonista quando raggiunge i cadaveri dei suoi cari. Il risultato è un senso di oppressione che pervade tutto il film e che comincia dall’inquadratura iniziale: il cancello della sede di polizia che mi ha ricordato il cancello di Auschwitz e che ci precipita in un mondo dove per sopravvivere non c’è spazio per il buon cuore ma serve solo la crudeltà.

Madmax

This must be the place

Thismustbetheplace Cheyenne, una rockstar che faceva musica dark negli anni ‘80, si e’ ritirato in un esilio dorato in Irlanda dopo che due fans si sono suicidati su (presunta) istigazione dei suoi testi. Quando il padre, con cui non parlava da oltre trent’anni, muore, Cheyenne torna a New York e cerca di portare a termine la ricerca che aveva ossessionato la vita del genitore: scovare il nazista che, quand’era internato ad Auschwitz, lo aveva umiliato.

Per mesi ho avuto davanti agli occhi il faccione di Sean Penn truccato da dark e solo nell’inquadratura iniziale in cui si trucca ho colto la derivazione del look di Cheyenne da quello di Robert Smith dei Cure, invece quando ho visto Paolo Sorrentino a Che tempo che fa ho pensato che fosse pettinato come Tim Burton e in effetti Cheyenne per certi versi mi ha un po’ ricordato Edward mani di forbice: il maniero che sovrasta il sobborgo, la disponibilita’ che Cheyenne dimostra verso la gente comune da cui viene accettato nonostante l’aspetto bizzarro, l’ingenuita’ del personaggio che pian piano scopriamo essere meno stordito di quel che appare a prima vista ma ben piu’ saggio e furbo, insomma si impara ad amarlo e solo il cinismo di Sorrentino poteva architettare un happy end cosi’ tremendo in cui distrugge la figura che ci ha insegnato ad apprezzare. Per tutto il corso del film ho pensato che sarei tornata a rivederlo in sala ma ora non so se ho la forza di rivedere l’adulto che prende il posto dell’uomo bambino: la vendetta richiede la perdita del candore e dell’ingenuita’ e quell’uomo del finale, oltre a fumare, prima o poi si comprera’ anche un cellulare: fine terribile di una fiaba.
Se non fosse per la cinica zampata finale, This must be the place sarebbe il “solito” road movie con cui un regista europeo racconta gli States, con la sua pletora di personaggi bizzarri e paesaggi sterminati (per altro questi film sono sempre belli) ma a parte il finale che mi ha fatto sanguinare il cuore, in questa pellicola torna ad esaltarsi il gusto eccezionale per la composizione dell’immagine di Sorrentino che non era stato piu’ cosi’ centrale nella sua economia filmica dai tempi de Le conseguenze dell’amore.