Grissom Gang (Niente orchidee per Miss Blandish)

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The Grissom Gang
USA 1971
con Scott Wilson, Kim Darby, Tony Musante, Robert Lansing, Irene Dailey, Connie Stevens, Wesley Addy
regia di Robert Aldrich

La banda di  Frankie Railey vuole  rubare la collana che una giovane ereditiera sfoggerà a un ballo ma la rapina finisce male: l’accompagnatore della ragazza viene ucciso e lei rapita. Il gangster Eddie Hagan incrocia per caso Railey e i suoi e sospetta qualcosa. Con il resto della banda Grissom scopre il loro nascondiglio e si porta via la ragazza. Slim Grissom si innamora a prima vista di Barbara Blendish e si oppone al fatto che la ragazza venga uccisa dopo aver ottenuto il riscatto. Barbara è disgustata dalle attenzioni di Slim ma quando scopre che è viva solo grazie a lui lo asseconda pur di riuscire a sopravvivere. L’investigatore Dave Fenner che aveva consegnato il riscatto è l’unico a credere che la ragazza non sia morta e riesce a scoprire che i Grissom ora gestiscono un night club rilevato con i soldi del riscatto. Durante l’assalto della polizia Slim e Barbara fuggono ma vengono raggiunti e Slim ucciso mentre Barbara  riceve il biasimo paterno per aver accettato il legame pur di salvarsi la vita.

A volte il destino è veramente beffardo: Grissom Gang ebbe scarso successo al botteghino e come conseguenza la chiusura degli studios rilevati dal regista nel 1968; eppure se il film fosse uscito due o tre anni dopo avrebbe avuto certamente sorte migliore visto che il film racconta della Sindrome di Stoccolma cioè quella reazione psicologica che porta una vittima a legarsi al proprio carceriere. Il nome deriva da un fatto accaduto nel 1973 a Stoccolma e il caso più celebre è quello di Patricia Hearst del 1974: il film di Aldrich è, per sua sfortuna, del ’71.


Si tratta di un crudo gangster movie, seconda trasposizione dell’omonimo romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo nel 1948 da una produzione inglese.


Un po’ sull’onda del successo di Gangster Story e de Il clan dei Barker (anche qui la banda è guidata con pugno di ferro da una donna, ma’ Grissom) la pellicola di Aldrich sposta il gangster movie dalla metropoli alla campagna: è dalle desolate zone rurali devastate dalla Grande Depressione che partono le gang più pericolose nate dal tragico incrocio di povertà ed ignoranza. Le tare genetiche le case decadenti anticipano sottilmente l’horror rurale: Non aprite quella porta è del ’74.

Ad Aldrich interessa raccontare l’avidità e il conformismo sociale: quasi tutti i dialoghi girano attorno al denaro. L’incomprensione di Mr. Blandish per le scelte della figlia è totale: l’avrebbe preferita morta e il suo rifiuto di farla salire nella sua auto equivale alla morte sociale della ragazza.
Seguendo il romanzo, Aldrich aveva girato anche la scena del suicidio di Barbara ma decide che è una scena superflua: è più sconcertante il completo rifiuto paterno.

Circo de los horrores

Venerdì 6 giugno a Torino riprenderà la tournée italiana del Circo degli Orrori, Circo de los Horrores, variante gotica del Cirque du Soleil, cioè uno spettacolo circense senza animali improntato tutto sull’abilità degli acrobati.

Circodegliorrori

Il genere horror al cinema sta vivendo una stagione piuttosto fiacca dove gli effetti speciali hanno sostituito i meccanismi che fanno scattare la paura, ben venga allora questo spettacolo circense che gioca con molta allegria con il repertorio classico del genere horror: la colonna sonora è composta da urla, ululati, tuoni e cancelli cigolanti, ad accogliere il pubblico in sala gli inservienti vestiti da monaci, i clown e i giocolieri con le maschere inquietanti che rincorrono il pubblico con la motosega entrata nell’immaginario horror grazie a Non aprite quella porta. Il presentatore ha ovviamente le fattezze di Nosferatu e inizia lo spettacolo uscendo dalla sua bara, tutti gli esercizi sono introdotti da una cornice gotica e se ho apprezzato molto la braura dei due ginnasti con stupefacenti esercizi di equilibrio, vedere a pochi metri le due contorsioniste asiatiche che camminano velocemente facendo il ponte fa molta impressione, proprio perché è un classico del l’horror contemporaneo solo che sulla pellicola l’effetto è ottenuto al computer.
Esorcizzare la paura con la paura è un rito antichissimo che include anche lo sberleffo (soprattutto con allusioni sessuali) e la risata e il finale è davvero esilarante giocando con il pubblico invitato ad interagire e simulando di girare un film, speriamo che ancora una volta il vaudeville faccia ripartire la Settima Arte.

Alta tensione

Altatensione Haute tension,
Francia 2003
con Cécile de France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon,
regia di Alexandre Aja

Alexia e’ una studentessa universitaria che torna a casa dai suoi, in campagna, per preparare un esame. Con lei c’e’ Marie, la sua migliore amica. La notte del loro arrivo uno psicopatico stermina la famiglia nel sonno..

Smentendo, per sua fortuna, la definizione del trailer che lo paragonava a Saw, uno dei piu’ brutti horror della stagione, Alta tensione mantiene cio’ che l’azzeccatissimo titolo promette: nonostante qualche ingenuita’ il film riesce a garantire un livello molto alto di tensione, soprattutto all’inizio quando il regista gioca astutamente con lo spettatore creando classiche situazioni horror che poi si rivelano del tutto innocenti, dimostrando come chi assista a uno spettacolo dell’orrore entri in sala gia’ predisposto a farsi spaventare; Alexandre Aja asseconda questo desiderio mettendo in scena tutto l’immaginario del terrore: case isolate in aperta campagna, luna piena, boschi, inquietanti furgoni che nascondono l’uomo nero. Il gioco continua richiamando i classici del thriller da Psyco alla cui scena della doccia si allude piu’ volte senza mai riproporre la stessa azione, alla motosega di Non aprite quella porta passando per gli inseguimenti di Duel. Le protagoniste hanno addirittura una fisionomia che richiama due “eroine” del genere: la mora Alexia assomiglia alla Wendy di Shining mentre la zazzera bionda di Marie gia’ dal trailer mi aveva ricordato l’acconciatura di Mia Farrow in Rosemary’s baby e quando entra nel bagno di hitchcockiana memoria ti sovviene che anche la Marion Crane di Psyco ha i capelli corti e biondi.
La pecca piu’ grande del film sta nel suo lato gore, affidato ad effetti speciali non sempre convincenti.
Poco chiaro il periodo storico in cui e’ ambientata la pellicola: look e macchina delle ragazze all’inizio, sembrano porre l’azione ai giorni nostri poi si entra in una dimensione atemporale con la casa isolata e il terrificante furgoncino, mentre ancora attuali sembrano le scene girate al distributore di benzina. Sarebbe bastata una didascalia iniziale e qualche piccolo accorgimento scenografico per ambientare definitivamente la trama nei primi anni ‘90, in un periodo appena precedente all’avvento del cellulare, ma in fondo il bello di assistere a un film dell’orrore e’ quello di chiedersi dove diavolo siano i telefonini quando ti servono veramente.
Il divertito gioco del regista prosegue anche nell’identificazione del colpevole che e’ facilmente individuabile se si presta attenzione alle battute iniziali e agli indumenti.

“Da paura” la colonna sonora che spazia dai Ricchi e Poveri ai Muse.

recensione pubblicata a suo tempo su Impatto Sonoro

La Casa Dei 1000 Corpi

Quattro ragazzi in giro per la provincia americana con l’intento di scrivere una guida delle stranezze locali vogliono approfondire la leggenda del Dottor Satana, un dottore pazzo che pensava di creare una razza di superuomini da folli trapianti chirurgici. Sotto la pioggia battente nella notte di Halloween caricheranno una bella autostoppista che li condurra’ tra le braccia dell’orrido personaggio.


Karenblackcasa1000corpi


Il plot e’ quello tipico dell’horror americano, debitore principalmente a Non aprite quella porta di Tobe Hooper, ma la regia di Rob Zombie, star del metal alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, lo trasforma in una miscela psichedelica di tutti i topos del genere gotico, dal classici della Universal degli anni ‘30, a Roger Corman, agli Z-movie dove il gore si fonde col sexy e il trash, trasmessi nelle maratone della Tv via cavo americana. Non manca la citazione delle nocche tatuate del predicatore Harry Powell, l’oscuro protagonista de La morte corre sul fiume interpretato da Robert Mitchum nell’unica prova registica del grande Charles Laughton.
Il film, soprattutto all’inizio resta a lungo in bilico tra horror e commedia, spiazzando lo spettatore, per trasformarsi poi in una discesa negli inferi della perversione , sempre con un occhio all’ironia.
Un referente e’ sicuramente Alice nel paese della meraviglie, infatti l’unica ragazza che (forse) uscira viva dall’allucinante esperienza viene vestita come la protagonista del cartone della Disney e fugge lungo i cunicoli di un mondo sotterraneo fatto di raccapricciante follia.


Lacasadei1000corpi


Notevole anche l’uso di diversi tipi di fotografia, che sottolineano la continua alternanza tra gioco e splatter: dal bianco e nero ai colori acidi, dalle sovrimpressioni alle riprese in negativo.
Forse non un capolavoro assoluto, ma una sana sferzata a un genere che ultimamente stava languendo.