L.A. Confidential

USA 1997, Warner Bros
con Kevin Spacey, Russell Crowe, Guy Pearce, James Cromwell, Kim Basinger, Danny DeVito, David Strathairn, Ron Rifkin, Matt McCoy, Simon Baker, Graham Beckel, Darrell Sandeen, Michael McCleery, Tomas Arana
regia di Curtis Hanson

Los Angeles 1953: mentre il mercato della droga è in subbuglio per la morte di un capomafia e la polizia deve rifarsi un’immagine dopo il Natale di sangue, uno dei poliziotti sospesi dal servizio per aver partecipato al linciaggio viene trovato tra i morti della carneficina alla caffetteria Nite Owl. I primi sospettati sono dei ragazzi di colore ma tre poliziotti, per motivazioni diverse, non credono a questa pista e, pur non andando d’accordo tra loro, si alleano per scoprire la verità; qualcuno pagherà con la vita…

Canto del cigno del genere neo-noir: il lato torbido della luccicante Città degli Angeli raccontato in maniera precisa e complessa: una lunga introduzione, più storie apparentemente slegate tra loro che s’intrecciano per rivelare che il mandante è sempre  lo stesso con la sete di governare lo stretto connubio di sesso e droga che attraversa la città.

L’introduzione al periodo storico è precisa: ce la racconta il giornalista Sid Hudgens che dirige un tabloid scandalistico chiamato Hush Hush e ha sul libro paga il detective Jack Vincennes, detto Hollywood Jack perché è il consulente di una serie televisiva che dovrebbe esaltare la polizia losangelina ed è il protagonista di arresti eccellenti costruiti ad arte con Sid.
Jack avrà un inatteso scatto di coscienza quando troverà sgozzato un ragazzotto di provincia i cui sogni di gloria hollywoodiana si sono spenti facendo il gigolo a favore degli scatti fotografici di Sid.

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Il secondo poliziotto è Bud White, giovane partner di Dick Stensland, il poliziotto ucciso al Nite Owl. Bud è un picchiatore, esegue gli ordini senza fare domande e passa per uno poco sveglio in cambio di riserva il diritto di sfogare la sua rabbia più cieca su chi maltratta le donne nel tentativo di superare il trauma della madre massacrata dal marito davanti ai suoi occhi.

Le strade di Bud e Jack scorrono parallele e li accomuna solo il disprezzo verso il tenente Ed Exley, figlio di un eroico poliziotto morto in azione. Exley è stato l’unico a testimoniare contro i colleghi nel Natale di sangue, l’incorrutibilità del giovane poliziotto fa il paio con la sua abilità politica e riesce a fare carriera nonostante sia poco amato.

L.A.  Confidential 1997  Kevin Spacey Guy Pearce
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Los Angeles ovviamente è anche Hollywood e la malavita nutre e si nutre del sottobosco dello star-system, c’è una gag sulla relazione tra Lana Turner e Johnny Stompanato e gran parte della trama ruota attorno a un faccendiere che ha messo in piedi un servizio di escort simili alle dive più amate, alcune delle sue ragazze sfruttano la somiglianza naturale come quella di Lynn Bracken con Veronica Lake, altre devono ricorrere alla chirurgia plastica per diventare Rita Hayworth. Bud s’innamora di Lynn e comincia a indagare sul caso del collega ucciso perché assassinato mentre era in compagnia di una collega di Lynn, morta anche lei al Nite Owl.
Lynn però va a letto con Exley per metterlo in trappola con un servizio fotografico di Sid, la reazione di Bud è inconsulta ma alla fine si alleerà con Exley per arrivare al mandante di tutti gli omicidi.

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Per i due poliziotti e la donna c’è un lieto fine ma la storia emersa dalle indagini è così torbida da lasciare l’amaro in bocca.

Il film ebbe un grande successo di critica e di pubblico confermando la carriera di star come Kevin Spacey e Kim Basinger che ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista.
Per gli altri ruoli, il regista ha puntato su un cast poco conosciuto e la pellicola si è rivelata un ottimo trampolino di lancio per i tre australiani del cast: Guy Pearce e soprattutto Russell Crowe, ma anche Simon Baker, il giovane attore gigolo sgozzato è poi diventato celebre con la serie tv The mentalist

Priscilla, la regina del deserto

Priscillalareginadeldeserto The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert
Australia 1994
con Hugo Weaving, Guy Pearce, Terence Stamp
regia di Stephan Elliott

Anthony, detto Tick si esibisce come drag queen a Sidney quando riceve una telefonata a cui non può sottrarsi, così Mitzi parte con le colleghe Bernadette e Felicia per il centro dell’Australia per un’esibizione in un albergo da salvare..

Non avevo mai visto Priscilla la regina del deserto quindi sono rimasta un po’ spiazzata nel trovare questo film di culto una commedia carina tra musical e road movie, molto colorata ma piuttosto inconsistente, probabilmente sono arrivata fuori tempo massimo: ventidue anni fa mostrare con leggerezza la vita delle trans poteva essere ben più significativo di quanto è oggi, dopo che abbiamo avuto film come Transamerica, dove forse si esplicita il finale del film, con il figlio di Tick disposto ad accettare serenamente l’orientamento sessuale del padre.
Certo The Rocky Horror Picture Show vent’anni prima aveva tutto un altro spirito e non è un caso che Tim Curry abia rifiutato la parte di Bernadette, e anche le commedie di Almodovar erano molto più graffianti a partire dagli esordi ma del resto Almodovar è Almodovar e Stephan Elliott, con tutto il rispetto, ha una filmografia ben più risicata che comprende anche Un matrimonio all’inglese, altra commedia di fama che io non amo molto, stranamente per motivi opposti a quelli di Priscilla dove è l’inconsistenza dei dialoghi e delle scene (l’incontro tra le trans e gli aborigeni che si capiscono senza preconcetti è l’apoteosi della banalità sinistroide più becera), mentre la messa in scena è estremamente piacevole anche se il contrasto tra il deserto selvaggio e i costumi estrosi mi suona vagamente di furbetto.

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A salvare davvero il film è l’interpretazione di Terence Stamp, la sua Bernadette, composta e defilata ma pronta a scatenarsi quando serve si mangia le coprotagoniste perennemente sguaiate.

The hurt locker

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Un robottino che ricorda il Pathfinder marziano, una terra desolata simile a un arido paesaggio lunare, un uomo che si muove indossando una tuta da astronauta: il film della Bigelow si apre su un mondo alieno, quello di questa schifosa guerra in Iraq così lontana da ogni concezione della guerra -sempre orrida- che nelle nostre tranquille lande occidentali possiamo avere.
L’ingresso del protagonista, il sergente William James che entra in una squadra affiatata a sostituire il precedente artificiere morto durante una missione, introduce una dimensione più epica: James si vede come un eroe solitario, quasi un cowboy moderno, che sfida le regole e gioca con la propria vita, collezionando gli inneschi delle bombe che è riuscito a disinnescare, pur e conservando sprazzi di umanità (il rapporto con Beckham).
In realtà è solo un modo per sopravvivere alla guerra, un’ armatura: a proposito è interessante notare come i gesti per indossare le raffinate tute protettive abbiano un che di arcaico, richiamando la vestitura del cavaliere medievale aiutato dagli scudieri. James si costruisce un personaggio da eroe solitario ma l’alienazione si è già impossessata di lui come dimostra la sua breve permanenza a casa soprattutto nella scena al supermercato davanti all’immenso scaffale dei cereali.
The hurt locker ha un andamento un po’ altalenante dovuto alla costruzione episodica della trama ma i momenti di tensione, soprattutto all’inizio, sono davvero mozzafiato e la regia è ottima e se la si piantasse a sottolineare questo film è firmato da una donna sarebbe un miracolo: mai ho tanto sentito strombazzare la cultura di genere e credo mai così a sproposito!
Pur con i suoi difetti, una pellicola che ha davvero qualcosa da dire, personalmente non riuscirò più a sentire l’annuncio dell’esplosione di una bomba da quelle parti con la stessa indifferenza di prima.