Night Tide

USA 1961, AIP
con Dennis Hopper, Linda Lawson, Gavin Muir, Luana Anders, Marjorie Eaton, Marjorie Cameron
regia di Curtis Harrington

John Drake, marinaio in licenza, conosce Mora, una ragazza che fa la sirena in un parco divertimenti. Ben presto John scopre che i precedenti ragazzi di Mora sono morti in maniera poco chiara e la ragazza è coinvolta nelle indagini. Quando John ne parla con la diretta interessata, Mora si dichiara innocente ma si dice anche  convinta di appartenere all’antico popolo del mare come narra il capitano Murdock introducendo lo spettacolo…

Primo lungometraggio del regista Curtis Harrington e primo ruolo da protagonista per Dennis Hopper molto bravo nell’interpretare un ragazzo di provincia che dopo la morte della madre si arruola in marina per conoscere il mondo. John è un ragazzo timido ed educato ma non si lascia influenzare dalle voci che girano sul conto di Mora.

Screenshot

Il film si chiude con la citazione di alcuni versi di E.A.Poe e il film si ispira alla ballata Annabel Lee del poeta bostoniano ma è anche esplicito il riferimento a Il Bacio della Pantera: durante il loro primo incontro in un bar un’inquietante donna in nero parla a Mora in una strana lingua turbando la ragazza che lascia il locale, altre volte la donna comparirà ma sarà visibile solo a John e a Mora, nessun altro la vedrà mai.

La donna in nero rappresenta l’elemento sovrannaturale del film per il resto la trama che culmina con la morte di Mora, ha una spiegazione del tutto terrena: è una caratteristica del regista giocare sull’ambiguità sovrannaturale o pazzia, come in Chi giace nella culla della Zia Ruth? 

Direi che il film presenta anche alcuni debiti verso la Nouvelle Vague: le riprese in esterni, la musica jazz del locale; belli anche i giochi di luce nelle riprese subacquee.

Il film fu presentato in Italia nel 1961 allo Spoleto Film Festival e pur vedendo riconosciuto come miglio film americano dell’anno, la pellicola fu distribuita negli USA solo nel 1963 dalla AIP di Corman

Il bacio della pantera – 1982

Cat People
USA 1982, RKO/ Universal
con Nastassja Kinski, Malcolm McDowell, John Heard, Annette O’Toole, Scott Paulin, Lyna Lowry, Ed Begley Jr., Ron Diamond, Ruby Dee, Frankie Faison
regia di Paul Schrader


Catpeople


Irena Gallier si trasferisce a New Orleans a casa del fratello Paul che non vede dalla più tenera infanzia separati dopo il suicidio dei genitori circensi. Dopo aver accolto la sorella, Paul sparisce misteriosamente mentre un grosso esemplare di pantera viene catturato in un albergo a ore e portato allo zoo di New Orleans. Irena, in giro per la città finisce allo zoo e rimane affascinata dal felino, tanto da restare oltre l’orario di chiusura. Conosce così Oliver dirigente della struttura che le trova anche un lavoro nel negozio di souvenir. Irena è attratta da Oliver ma resta fedele alla propria verginità, intanto Paul torna a casa e le rivela quello che la ragazza sta iniziando ad intuire: appartengono a una razza di uomini pantera e possono accoppiarsi solo tra consanguinei altrimenti si trasformano in belve fino a quando non uccidono un essere umano. Irena rifiuta la proposta di Paul di mettersi insieme come i loro genitori e decide di fare l’amore con Oliver trasformandosi in una pantera, per non aggredire l’amato la pantera fugge e Irina torna umana solo dopo aver ucciso un uomo. Per evitare di vivere tra i due mondi e uccidere ancora, Irena chiede a Oliver di fare l’amore con lei un ultima volta per trasformarsi e restare un felino, rinchiusa nella gabbia dello zoo.



Il bacio della pantera


Il remake de Il Bacio della pantera è un film piacevole che omaggia l’illustre capostipite nella scena della piscina e poi se ne allontana totalmente diventando più che altro un perfetto esempio del suo tempo, dove tutto andava esibito: dall’esplicite scene di sesso, al mistero degli uomini pantera: se l’intro del mondo ancestrale è intrigante, oltre che patinato al punto giusto: la canzone di Bowie arrangiata da Moroder rende l’introduzione un perfetto videoclip; l’autopsia al cadavere della pantera Paul è il momento più lontano dal classico RKO: quel braccio umano che esce dal cadavere del felino prima che questi si decomponga in una nuvola sulfurea è un inutile sfoggio splatter: la doppia natura di Paul era stata ormai ampiamente espressa e l’ultima trasformazione era iniziata da alcuni graffi sulla mano che lasciavano vedere la zampa felina all’interno, poco dopo vediamo l’arto umano uscire dal corpo felino, insomma un gioco di scatole cinesi.
In altri momenti la dimensione splatter funziona: molto intrigante la scena di Irena che corre nuda nel bosco cacciando un coniglio: finalmente quache ombra in più e un minimo di non detto che ricorda il capolavoro originale. A livello di luci il film sembra pagare qualche debito verso il nostro Dario Argento con la prevalenza del rosso simbolo di eros e thanatos anche nelle scenografie e nei costumi ma il sangue che inzacchera le espadrillas ricorda anche Shining.
E’ notevole, a livello di effetti speciali, la trasformazione di Irena in pantera dopo aver fatto l’amore per la prima volta.



Cat people


Inutile dire che il film poggia tutto sulla bravura dell’ottima Nastassja Kinski,  McDowell è ambiguo da par suo e un’ottima spalla, che una donna pantera si sacrifichi e passi tutta la vita in gabbia per amore di un bietolone monoespressivo come John Heard francamente è incomprensibile.

Un lupo mannaro americano a Londra

An American Werewolf in London
USA 1981 Universal
con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, Anne-Marie Davies, Frank Oz, David Schofield, Brian Glover, Don McKillop
regia di John Landis



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Due studenti americani in vacanza nel nord dell’Inghilterra finiscono vittime di un lupo mannaro: Jack  viene sbranato mentre David solo ferito e trasportato a Londra. Dopo due settimane tra la vita e la morte al ragazzo viene raccontata una versione un po’ diversa sull’aggressione da quel che ricorda ma la sua mente è pervasa da strani incubi. A ridosso del nuovo plenilunio il fantasma di Jack appare all’amico per informarlo che presto si trasformerà in un lupo mannaro e consigliargli il suicidio perché le vittime dei lupi mannari restano sospesi tra la vita e la morte fino a quando non si spezza la linea di sangue dei mostri che li hanno uccisi. Ancora una volta David pensa di essere vittima di allucinazioni e si trasferisce a casa di Alex, l’infermiera che l’ha accudito e di cui si è innamorato ma la prima notte di plenilunio David si trasforma e uccide sei persone. Il giorno dopo le sue vittime lo incontrano con Jack in un cinema porno e gli consigliano nuovamente la morte. Nel mentre David si trasforma nuovamente e per evitare altre vittime si lascia uccidere dai poliziotti.



Unlupomannaroamericanoalondra


Tra tutti i film recuperati in questo periodo di lockdown Un lupo mannaro americano a Londra è quello che ho trovato più in relazione alla pandemia perché racconta come l’imponderabile sia escluso dalla civiltà contemporanea: se nella brughiera desolata un lupo mannaro può fare una vittima o poco più a plenilunio, nel cuore di Londra il lupo mannaro non solo riesce a uccidere sei persone in una notte, ma la sua sola presenza scatena una serie di incidenti automobilistici con danni collaterali, gli stessi che dobbiamo ancora valutare e gestire per “imparare a convivere col virus” come dice l’abusato slogan.



Unlupo mannaroamericano alondra


Un lupo mannaro americano a Londra è un caposaldo del nuovo modo di fare horror a partire dagli anni’80 con grande attenzione agli effetti speciali: la trasformazione di David in lupo mannaro sotto l’occhio della telecamera è passata alla storia; non mancano i tocchi umoristici: la normalità con cui prosegue il rapporto tra David e l’amico morto Jack, che ogni volta che si presenta è sempre più incancrenito e nell’ultimo incontro ha un trucco molto simile a quello riproposto due anni dopo da Thriller di Michael Jackson. L’incontro di David con le sue vittime, già surreale di per sé, avviene in un cinema porno e le sue vittime insanguinate lo consigliano sul metodo più efficace ma indolore di suicidarsi.
Non manca il romanticismo con Alex che va incontro al mostro e gli confessa il suo amore toccando la parte ancora “umana” della bestia che si fa sparare anche per salvarla.



Anamerican werewolfinlondon


Per nobilitare l’approccio più leggero ma comunque inquietante all’horror si ricorre alle citazioni, si nominano esplicitamente L’implacabile condanna ma soprattutto L’uomo lupo con Lon Chaney Jr, del resto il film di Landis è una produzione Universal, la storica casa cinematografica della grande stagione dei mostri anni ’30.
Ovviamente non possono mancare citazioni da Il bacio della pantera: l’inseguimento nella metropolitana s’ispira chiaramente alla scena della piscina del film del 1942 mentre il risveglio nella gabbia dei lupi allo zoo rimanda sempre al film del 1942 ma mi pare che venga ripresa nel remake del 1982.



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Da notare anche la cura nella scelta della colonna sonora: tutti i brani cantati hanno a che fare con la luna e Blue Moon viene declinata in pù versioni.
Curiosità, al termine dei titoli di coda c’è una dedica che vuole onorare il matrimonio di Carlo e Diana ecco, quarant’anni dopo possiamo dirlo: dedicare un film dell’orrore per un matrimonio non è elegante e possiamo proprio dire che non porta bene.

La seconda signora Carroll

The Two Mrs. Carrolls
USA 1947 Warner Bros
con Humphrey Bogart, Barbara Stanwyck, Alexis Smith, Nigel Bruce, Ann Carter, Patrick O’Moore, Isobel Elsom, Anita Sharp-Bolster
regia di Peter Godfrey



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Sally Morton scopre che  Geoffrey Carroll, un pittore con cui ha una relazione, è sposato con una figlia e lo lascia; quando l’uomo rimane vedovo i due si sposano ma ben presto il pittore tradisce la moglie con una ricca ragazza, amica di famiglia. Improvvisamente Sally inizia a sentirsi debole e scopre di avere gli stessi malesseri della prima signora Carroll…



Lasecondasignoracarroll


Film non perfettamente riuscito a causa di una regia piuttosto anonima schiacciata dal confronto con due classici del genere: Angoscia e Il Sospetto (per giunta  Geoffrey avvelena le mogli versando la droga nel loro quotidiano bicchiere di latte!).



Thetwomrscarrolls


A reggere il film è il valido cast che supporta due protagonisti di grido: se Barbara Stanwyck conferma la naturalezza della sua recitazione in un ruolo, quella della moglie sospettosa delle intenzioni omicide del marito che svilupperà meglio ne Il terrore corre sul filo, Humphrey Bogart veste dei panni molto lontani da quelli che gli hanno dato la fama, un pittore e per giunta pazzo.
ThetwomrscarrollsSe per il guardaroba Bogart fece pressioni per mantenere un look che non scalfisse la sua mascolinità, il film dimostra che l’attore avrebbe avuto anche buone chances di diventare una star dell’horror (ed era già stato uno zombie vampiro per Vincent Sherman nel 1939): la sua recitazione che si concentra soprattutto nell’intensità dello sguardo gli permette di mantenere un certo aplomb mentre lancia sguardi inquietanti e quando entra dalla finestra nella camera della moglie ha tutta l’attitudine di un vampiro, mi diverte sempre il finale sopra le righe quando cerca di offrire un bicchiere di latte ai poliziotti che lo stanno arrestando e fa un gesto di rassegnazione al rifiuto delle guardie.



La seconda signora carroll


Altro elemento interessante del cast è la presenza dell’attrice bambina più inquietante di Hollywood, Ann Carter, protagonista de Il giardino delle streghe, sequel de Il Bacio della pantera. Anche ne La seconda signora Carrol, lo sguardo angelico e l’aria compita (da piccola adulta viene notato spesso nel film) lasciano il dubbio se la sagace bambina intuisca le decisioni del padre che quando sta per portare a termine l’uxoricidio la spedisce in collegio, resta il fatto che è la chiacchierata con la bambina a far comprendere a Sally il pericolo che corre.



Thetwomrscarrolls


La follia di Carroll nasce dalla perdita di ispirazione quando la vita familiare è serena, i suoi
capolavori mettono su tela i suoi istinti omicidi, come ne L’angelo della morte, ritratto allegorico realizzato mentre avvelenava lentamente la prima moglie. Peccato che il tema resti sullo sfondo, il conflitto arte/felicità è sempre un tema interessante trattato già nel film muto The dragon painter, molti film degli anni 40 ruotano attorno a ritratti femminili, basti pensare a Vertigine di Otto Preminger, qui si poteva lavorare sulle pulsioni psicanalitiche dietro le opere inquietanti di Carroll.

Gli invasati

GliinvasatiThe Haunting
GB 1963 MGM
con Julie Harris, Claire Bloom, Richard Johnson, Russ Tamblyn, Fay Compton, Rosalie Crutchley, Lois Maxwell, Valentine Dyall, Diane Clare, Ronald Adam
regia di Robert Wise

L’antropologo John Markway convince Mrs. Sanderson, proprietaria di un maniero dalla fama sinistra, a concedere a lui e ai suoi assistenti di passare un certo periodo nella villa per dimostrare scientificamente se la casa sia infestata o meno. La donna accetta a patto che al gruppo si unisca anche il nipote Luke, futuro erede di Villa Crain. Dei sei assistenti invitati da Markway si presentano solo due ragazze, la raffinata Theodora dalle riconosciute doti di sensitiva e Eleanor Lance, una giovane donna, nell’infanzia scatenatrice di poltergeist, afflitta da un profondo senso di colpa per la morte della madre, invalida da anni, di cui si ritiene responsabile. L’effettiva presenza di fenomeni paranormali e le ambigue relazioni che si instaurano con i compagni d’avventura portano Eleanor alla morte.



Gli invasati



Un classico della cinematografia horror tratto da un romanzo cult della letteratura gotica novecentesca, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Il film è penalizzato da una certa verbosità: se l’introduzione dei fatti del 1873 che sono alla base della fama sinistra della magione sono interessanti, come anche il dialogo interiore di Eleanor, certe spiegazioni pseudo scientifiche delle varie branche della parapsicologia sono francamente inutili.



The haunting



A funzionare ancora molto bene è la scenografia: gli esterni Hill House sono quelli di una magione inglese a quanto pare realmente infestata, fotografata con perizia da Davis Boulton.
Gli interni furono ricostruiti in studio, lo stile barocco e sovraccarico dell’arredo contribuisce ad accentuare la sensazione claustrofobica del film.
La caratteristica di Hill House, viene detto, è quello di avere superfici distorte che acuiscono il senso di alienazione, la scenografia non sottolinea questo fatto che viene messo in risalto da angolature di riprese azzardate.



Gliinvasati



Memore della lezione di Val Lewton, mitico produttore della RKO che risollevò con una serie di horror a basso costo, alcuni, come Il Giardino delle Streghe, sequel de Il Bacio Della Pantera, diretti da Wise, il regista punta tutto sulla paura nata dall’invisibile e dall’inconoscibile così ne Gli Invasati non ci sono effetti speciali ma la presenza del sovrannaturale è evocata da suoni spaventosi (pianti, lugubri mormorii, passi, colpi ecc..) abbinati a dettagli bizzarri della decorazione degli interni come la parete intarsiata che rivela un volto ghignante reso mobile dai giochi di luce.



Thehaunting



Altro elemento fondamentale è la recitazione degli attori, tutti molto bravi e ben caratterizzati ma è davvero grande la prova della attrice protagonista Julie Harris nota al grande pubblico per il ruolo equilibrato di Abra, quasi cognata e confidente del tormentato Cal Trask (James Dean) ne La Valle dell’Eden (1955).

L’uomo leopardo

The Leopard Man
USA 1943 RKO
con Dennis O’Keefe, Margo, Jean Brooks, James Bell, Isabel Jewell, Margaret Landry, Abner Biberman
regia di Jacques Tourneur




L'uomoleopardo


Per attirare l’attenzione del pubblico la showgirl Kiki Walker entra con un leopardo al guinzaglio mentre si esibisce la sua rivale Clo-Clo, ma l’animale scappa e sbrana una ragazzina; nei giorni seguenti altre due donne, compresa Clo-Clo, muoiono per gli attacchi del leopardo ma Kiki e il suo agente sospettano che il felino non sia colpevole dei due omicidi..




Theleopardman


Tratto dal romanzo Black Alibi di Cornell Woolrich, L’uomo leopardo chiude la trilogia horror nata dalla collaborazione del regista francese Jaques Tourneur e il produttore Val Lewton che ha la sua punta di diamante nel primo film, Il bacio della pantera a cui segue Ho camminato con uno zombi.




Leopardman


L’uomo leopardo è tra i primi film a portare sullo schermo la figura del serial-killer spinto da pulsioni irrefrenabili, sul modello di M – Il mostro di Düsseldorf.
Tourneur innalza le dinamiche horror a una perfezione quasi scientifica: le ombre della notte e i misteri che nascondono vengono sottolineate dal percorso della prima vittima, Teresa Delgado, la ragazzina che trovando l’emporio più vicino chiuso deve uscire dal paese per procurarsi la farina, attraversando il ponte dove si è nascosto il leopardo nero. Teresa ha sempre avuto paura del buio e pur vincendosi non può che bloccarsi paralizzata ogni volta che le ombre o gli anfratti rendono la notte più nera sottolineando il meccanismo base su cui fanno leva gli horror RKO.




L'uomoleopardo


L’identificazione del femminino con gli animali è molto accentuata: Teresa è una preda come l’uccellino in gabbia, Kiki sottolinea con il felino l’aspetto sensuale, Clo-Clo usa le nacchere per produrre un suono ossessivo che ricorda un serpente a sonagli ed è lei infatti a far fuggire il leopardo dal night club. Il legame della ballerina di flamenco con la chiromante introduce invece l’elemento della predestinazione che anticipa il destino di morte che tocca alla ragazza.




Theleopardman


Altro elemento classico delle pellicole prodotte da Val Lewton è il riferimento a tradizioni secolari di paesi lontani che Tourneur fa scontrare con il pragmatismo della metropoli americana, dalla maledizione della donna pantera dell’Est Europa, agli zombie delle Antille per finire con il New Mexico dove, uscito dal limbo della tradizione (la processione che ricorda una vecchia tragedia è solo collaterale alla storia) lo scontro si rivela essere tra ricchezza e povertà: in un posto che “non è un paese per bionde”, Clo-Clo muore perché esce di casa per cercare i cento dollari che le sono caduti nel tragitto, Kiki e Jerry sopiscono il senso di colpa per la pensata del leopardo evitando di lasciare la cittadina durante la festività ed impegnandosi in prima persona per trovare il colpevole e l’happy end finale è sostenuto dalla promessa dei due di rinunciare alla finzione del cinismo.

Il culto del cobra

The Cult of the Cobra
USA 1955 Universal
con Faith Domergue, Richard Long, Marshall Thompson, Kathleen Hughes, William Reynolds, Jack Kelly, Myrna Hansen, David Janssen, Leonard Strong, James Dobson, Walter Coy
regia di Francis D. Lyon



Ilcultodelcobra


Asia, 1945: sei soldati americani trascorrono da turisti l’ultimo giorno di missione e conoscono un incantatore di serpenti disposto a farli partecipare a una cerimonia dei Lamiani che credono nella metamorfosi da uomo a cobra. Durante il rito, Nick scatta una fotografia rivelando la loro presenza: Daru, l’incantatore viene ucciso mentre i sei soldati vengono maledetti. Nick muore la notte stessa mentre altri tre compagni muoiono nel giro di poche settimane nonostante il ritorno negli Usa. Intanto Lisa, una bella e misteriosa ragazza è andata a vivere vicino ai due ex commilitoni e ora coinquilini Paul e Tom..




Cult of the cobra


B movie chiaramente derivato da Il bacio della pantera, le citazioni si fanno sempre più esplicite a partire dalla scena nel bowling deserto che ricorda quella della piscina fino al finale omologo: davanti alla macchina non c’è il corpo dell’animale ma il cadavere della ragazza, ne Il culto del cobra quest’ultima trasformazione è l’unica passabile come effetto speciale mentre è davvero deludente la trasformazione precedente dell’ombra del profilo di Lisa che si trasforma nella sagoma del serpente.




Cult of the cobra


Si tratta di un classico bmovie che può risultare accettabile proprio perché telefonato: tutto avviene esattamente nel momento in cui lo spettatore se lo aspetta, fatta salva l’apparizione della vecchietta dell’Esercito della Salvezza che interrompe la tensione dell’omicidio di Rico. Qualche raffinatezza nel modo di girare e nel montaggio salvano il film dalla totale mediocrità.

Il mistero del castello nero

IlmisterodelcastelloneroThe Black Castle
USA 1952, Universal
con Richard Greene, Boris Karloff, Stephen McNally, Paula Corday, Lon Chaney Jr.
regia di Nathan Juran

Il baronetto inglese Ronald Burton, con la falsa identità di Richard Beckett, si reca ospite presso il conte Karl von Bruno: il suo vero scopo è a indagare sulla scomparsa di due suoi cari amici molto probabilmente uccisi dal conte per vendetta. Giunto al castello Burton s’innamora ricambiato della moglie del conte, la bella e mite contessa Elga von Bruno, forzata al matrimonio dal perfido consorte. Quando il conte scopre la verà identità di Burton non sarà per nulla facile ai due amanti sfuggire alle sue ire mortali..

Più che un horror, Il mistero del castello nero è un melodramma amoroso a tinte fosche: i due innamorati seguendo l’esempio di Giulietta e Romeo, bevono la famigerata droga che rallenta i battiti fino a simulare la morte ma il dottor Meissen che ha proposto loro l’espediente non ha abbastanza coraggio per resistere alla crudeltà del conte e rivela a von Bruno l’arcano rischiando che i due finiscano sepolti vivi e l’unico vero momento di tensione del film è proprio il montaggio alternato del conte che scende nella cripta mentre Burton si sta risvegliando.




Theblackcastle


Il dottor Meissen è interpretato da Boris Karloff, sfruttato piuttosto male nel film, destino peggiore tocca a Lon Chaney Jr: il suo Gargon, servitore mostruoso di von Bruno, ha un ruolo marginale, per i cultori resta solo il piacere di vedere l’attore truccato sul modello del trasformismo del celebre padre.




Theblackcastle


Fatti presenti tutti i difetti della pellicola, devo dire che sono rimasta piuttosto sorpresa dall’accuratezza della messa in scena:la ricostruzione del settecento viennese è piuttosto precisa;
Misterocastelloneroanche la scenografia del castello è molto ricca, strapiena di grate, prigioni e passaggi segreti: addirittura una fossa con coccodrilli vivi che i due amanti attraversano su un cornicione con un gioco di luci e suoni che ricorda la scena in piscina de Il bacio della pantera (animale oggetto della caccia di von Bruno, con cui combatte corpo a corpo Burton).
L’esordiente regista austriaco Nathan Juran dimostra un certo talento wellesiano anche nella composizione dell’immagine, nell’uso dei soffitti e nel bianco e nero fortemente contrastato: tutto sommato Il mistero del castello nero non è un film così disastroso come lo descrivono i dizionari di cinema e può soddisfare almeno la curiosità dei patiti del genere.

Zeder

Zeder Italia 1983
con Gabriele Lavia, Anne Canovas
regia di Pupi Avati

Stefano, giovane scrittore, riceve come regalo di anniversario dalla moglie una macchina da scrivere comprata all’asta. All’interno trova uno strano messaggio che allude alla possibilità di tornare dalla morte e incuriosito decide di scoprire a chi apparteneva la macchina da scrivere. Viene così a conoscenza della teoria dei terreni K di Paolo Zeder e assisterà al ritorno dalla morte del prete spretato Luigi Costa..

Secondo gotico padano di Pupi Avati, meno terrorizzante de La casa dalle finestre che ridono ma in grado di creare situazioni e atmosfere angoscianti. Che il regista giochi con l’allusione alla paura senza esplicitarla è chiaro dalla citazione della scena in piscina de Il bacio della Pantera, capolavoro della coppia Val Lewton/Jacques Tourneur che seppero risollevare le sorti della RKO con qualche manciata di horror in cui l’evento macabro è sempre escluso all’inquadratura e si lascia all’immaginazione il compito di creare la tensione.
Zeder però non teme di mostrarci il risveglio dalla morte del prete: nella sua tomba è stata inserita una telecamera dagli studiosi della teoria di Zeder e Stefano spia i misteriosi fatti che si svolgono nella colonia abbandonata da un telescopio, la dualità d’intenti del film si esplicita nell’ambientazione che alterna luoghi bui ed inquietanti, tipici dell’horror classico alle riprese diurne di Bologna, Spina e Rimini nella loro presunta normalità.
La dicotomia fotografica è certo uno dei punti di forza del film ma Avati compie anche un grande lavoro sul cast con una serie di facce che lasciano il segno.
Anche la teoria di Zeder, inventata dagli sceneggiatori è ben congeniata: il prologo ambientato nel 1958 con il ritrovamento delle ossa di Zeder si svolge a Charters, luogo noto sin dall’antichità per le sue proprietà geomagnetiche mente la conclusione del film avviene nella necropoli etrusca di Spina, dove sono state trovate un numero spropositato di tombe. Del resto il plot regge talmente bene che anche Stephen King dovrebbe averne tratto ispirazione per il suo romanzo Pet Sematery

Robert Wise

RobertWise

E’ quantomeno riduttivo che la stampa italiana abbiaricordato lo scomparso Robert Wise, morto a 91 anni lo scorso 14 settembre, principalmente per West Side Story, di cui per altro fu co-regista accanto al coreografo Jerome Robbins: il suo innegabile eclettismo gli ha permesso di firmare ottimi film, se non addirittura dei capolavori in diversi generi cinematografici.
Nato a Winchester, nell’Indiana, il 10 settembre 1914, Wise inizia la sua carriera come tecnico del suono (esperienza fondamentale per Gli invasati del ‘63, capolavoro di suggestione orrorifica che si basa su impressionanti effetti sonori) poi diventa montatore ricevendo una candidatura all’Oscar per il montaggio di Quarto Potere.

Nel ‘44 approda alla regia sostituendo G. von Fritsch che aveva sforato i tempi de Il giardino delle streghe, sequel del famosissimo Il Bacio della Pantera di Jacques Tourneur.
L’anno seguente firma un altro horror fondamentale della RKO di Val Lewton:La iena con Boris Karloff.

Wisehorror

Dopo il bel western del 1948, Sangue sulla luna, con Robert
Mitchum nei panni di un cow-boy che si redime da un tentativo di
raggiro, dirige nel 1949  un ottimo dramma di  ambientazione
pugilistica Stasera ho vinto anche io, dove un pugile si
ribella  ad un match truccato. Sempre nel modo del pugilato e’
ambientato Lassu’ qualcuno mi ama(1956), il film che consacro’
definitivamente Paul Newman.

Wiseboxe

Nel 1951 affronta la fantascienza con un caposaldo della sci-fi dal forte messaggio pacifista: Ultimatum alla terra con il mitico Klaatu, l’ alieno buono venuto ad ammonirci.
Wise e’ anche il primo regista a portare la saga di Star Trek sugli schermi nel 1979.

Wisescifi

Prima di cimentarsi con il musical, West Side Story nel 1961 e nel 1965 Tutti insieme appassionatamente, nel 1958 Robert Wise firma  Non voglio morire, un bellissimo film di denuncia contro la pena di morte interpretato da un grandissima Susan Hayward che vinse l’Oscar per il ruolo di Barbara Graham.

Vogliovivere