Io e Annie

Annie Hall
USA 1977
con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Shelley Duvall, Janet Margolin, Christopher Walken, Colleen Dewhurst
regia di Woody Allen

Alvy Singer riflette sulla sua storia d’amore con Annie: comico nevrotico di origini ebraiche lui, svagata ed insicura wasp lei, le loro strade si dividono quando Annie preferisce vivere a Los Angeles per inseguire il sogno di diventare cantante, percorso inizialmente appoggiato da Alvy che però non sa rinunciare a New York.

La rivoluzione del free cinema colpisce anche la commedia romantica che Woody Allen trasforma in un flusso di coscienza aprendo il film guardando direttamente in macchina.

Il film avrebbe dovuto essere più articolato, una lunga riflessione sulla vita secondo Alvy ma grazie ad un’attenta revisione di sceneggiatura si concentra sul racconto anticonvenzionale di una storia di amore. 

Tra flash back e divagazioni sulle relazioni precedenti dei protagonisti Allen mette a nudo le nevrosi di coppia: il desiderio sessuale calante, le aspirazioni che portano in luoghi diversi.

Dalla pellicola emerge anche tutto l’amore di Allen per New York espresso come antinomia a Los Angeles, mostrata nello stridente rapporto tra musiche natalizie e clima torrido.

Nonostante le smentite del regista, il film viene comunemente letto come una sorta di resoconto autobiografico della reale relazione tra Woody Allen e Diane Keaton: il titolo originale dell’opera è Annie Hall, cioè il vero cognome dell’attrice e pare che gran parte del look iconico della Keaton, che ha segnato un’epoca sia stato creato con i suoi abiti personali.

Io e Annie è uno di quei film che travalica il gusto personale, che piaccia o meno è innegabile la sua forza dirompente nella rottura degli schemi prefissati del genere romantico.

Innegabile che certe idiosincrasie del nostro Nanni Moretti abbiano spunto da questa pellicola, in particolare tutto il segmento relativo al cinema dal rifiuto ad entrare a proiezione iniziata al fastidio per i vaniloqui del cinefilo vociante.

La rosa purpurea del Cairo

Larosapurpureadelcairo The Purple Rose of Cairo
USA 1985
con Mia Farrow, Jeff Daniels, Danny Aiello, Dianne Wiest, Van Johnson
regia di Woody Allen

Nel New Jersey, durante la Grande Depressione, Cecilia, cameriera sbadata e moglie infelice del beone Monk, trova conforto ai suoi guai sognando con le esotiche pellicole sentimentali del cinema Gioiello. Un giorno, all’ennesima visione de La rosa purpurea del Cairo, Tom Baxter, un personaggio del film si accorge di Cecilia e esce dallo schermo per dichiararle il suo amore..

Il film è certamente un atto d’amore nei confronti del cinema da parte del regista Woody Allen che però è ben conscio che la magia del cinema, dal potere consolatorio soprattutto per le masse, è frutto di un’industria ben organizzata quindi la fuga dallo schermo di un attore, pure se con una parte secondaria, non viene ignorata dal produttore della pellicola disposto anche a rimetterci del denaro purché tutto torni nella norma, anche perché l’ammutinamento di un singolo Tom Baxter ha ripercussioni anche nelle altre proiezioni del film.
L’ordine va ristabilito senza farsi troppi scrupoli e a questo pensa spontaneamente Gil Sheperd, l’attore emergente che ha dato vita a Tom Baxter, disposto a tutto pur di non farsi rovinare la carriera dal bizzarro incidente, anche fingersi innamorato di Cecilia per distoglierla da Baxter che respinto, dovrà rientrare nella pellicola. La figura della protagonista, così ingenua e remissiva, è quella di una vittima predestinata, prima del marito ubriacone e manesco e poi di Sheperd.
L’opera procede anche su un altro piano, raccontando lo scompiglio tra gli altri protagonisti del film dall’uscita dallo schermo del loro collega: tra il timore e la rabbia per la stranezza dell’evento e le imprevedibili conseguenze, esce la rivalità dei vari attori, tutti convinti di interpretare il ruolo fondamentale della pellicola. Assieme alle reazioni stizzite del pubblico, questa parte è il contrappunto ironico al malinconico destino di Cecilia, di stampo più teatrale: sembra di assistere alle prove di una piéce e la fuga di Baxter diventa il concreto sfondamento della quarta parete.

Dial M for Murder ***3D***

Ildelittoperfetto USA 1954 Warner Bros
con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings
regia di Alfred Hitchcock
titolo italiano Il delitto perfetto

Londra: scoperto il tradimento della moglie, l’ereditiera americana Margot Wendice, con lo scrittore di gialli Mark Halliday, Tom Wendice, spiantato tennista, fa in modo di interrompere la relazione abbandonando lo sport per dedicarsi alla moglie. In realtà l’uomo sta macchinando il delitto perfetto per ereditare tutti i beni della consorte e coinvolge con il ricatto un vecchio compagno di università, Charles Alexander Swann, che dovrà essere l’esecutore materiale del delitto. Margot sfugge al tentativo di omicidio e nella colluttazione resta ucciso l’aggressore. Tom riesce a manipolare le prove in modo che la moglie risulti colpevole dell’omicidio premeditato di Swann che l’avrebbe ricattata in quanto in possesso di una lettera destinata all’amante. Solo l’acuto intervento del capo ispettore Hubbard riuscirà a salvare la donna dalla pena di morte e smascherare il vero colpevole.

E’ attualmente nelle sale cinematografiche la copia restaurata e in versione originale di Delitto Perfetto, film non molto amato dal regista portato a termine in maniera sbrigativa solo per concludere il contratto con la Warner Bros; per certi versi si può considerare un film minore per la conclusione un po’ lambiccata ma stiamo sempre parlando di un film minore di un maestro assoluto della cinematografia come Alfred Hitchcok che come ha dimostrato la recente mostra milanese è stato anche un grande sperimentatore di tecniche cinematografiche. In Delitto perfetto Hitch si cimenta con il 3D e la pellicola attualmente in sala viene trasmessa proprio in stereoscopia.
Ci voleva il grande maestro del brivido per riappacificarmi con il 3D che nei film contemporanei è solo un effetto speciale portato alle estreme conseguenze con gli oggetti che sembrano colpire la faccia dello spettatore (giochino noioso al terzo film in 3D che si vede). Delitto perfetto si svolge quasi tutto nell’appartamento, anzi nel salotto dell’appartamento dei Wendice e la stereoscopia serve a dare profondità all’ambiente dando la sensazione di assistere ad uno spettacolo teatrale dove la quarta parete viene bucata rare volte dagli oggetti interni alla scena.
La pellicola tratta magistralmente due temi molto cari al cineasta: il senso di colpa e la paura di essere scoperti ed è interessante notare come il tennis torni nei film di Hitchcok dedicati alla formulazione del delitto perfetto (anche in Delitto per delitto): se ne sarà ricordato anche Woody Allen per Match Point?
Pur nella complessità della risoluzione del giallo, Delitto perfetto mostra proprio nella parte finale il classico esempio della suspense hitchcockiana: Margot si salverà dalla pena di morte solo se il marito dimostrerà di essere a conoscenza di un particolare e l’ispettore racconta alla donna le incertezze dei gesti dell’uomo fino a quando non si ricorda del dettaglio che aveva sottovalutato la notte del delitto e che lo incastrerà.
Ad interpretare Tom Wendice c’e’ un ottimo Ray Milland, attore di cui troppo spesso si dimentica la bravura. Questa pellicola segna l’inizio della collaborazione tra Hitchcock e Grace Kelly impegnata in una parte un po’ diversa dagli altri personaggi che Hitch le disegnerà addosso: all’inizio la vediamo come una moglie infedele anche se pentita del tradimento che sfoggia due abiti rossi, veste una lunga camicia da notte bianca quando le spetta il ruolo di vittima e il suo look si fa sempre più dimesso quanto più la donna rimane frastornata dagli eventi che le sfuggono di mano: siamo ben lontani dall’icona di eleganza sicura e glaciale di Caccia al Ladro o La finestra sul cortile.

Auguri a Peter O’Toole

Peterotoole L’attore è scomparso il 14 dicembre 2013

Compie 80 anni un mito del cinema, nominato sei volte all’Oscar, senza mai riuscire a vincere l’ambito premio; ha fondato la sua carriera sul fascino ambiguo ed elegante dei suoi tratti efebici regalando alla storia del cinema un personaggio indimenticabile come Lawrence d’Arabia.
Peter Seamus O’Toole nasce in Irlanda, a Connemara, il 2 agosto 1932. A causa della grave carestia la famiglia si sposta Inghilterra nella città di Leeds dove il giovane Peter cresce tra i pub facendo delle bevute una sua nota e solidissima passione. Abbandona presto gli studi, ma vince una borsa di studio alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra e inizia ben presto a calcare i palcoscenici teatrali.
Si avvicina prima alla televisione e solo nel 1960 debutta nel cinema ne Il ragazzo rapito di di Robert Stevenson. Il terzo film è ambientato tra gli Innuit, Ombre bianche diretto da Nicholas Ray sempre nel 1960, ma è il quarto lavoro a dargli un ruolo definitivo nella cinematografia mondiale, il kolossal Lawrence d’Arabia di David Lean del 1962. La leggenda narra che il regista volesse Albert Finney come protagonista, ma Katharine Hepburn grande amica di O’Toole, fece pressioni perchè il ruolo fosse affidato al suo amico pressoché sconosciuto. E come al solito il fiuto di Kate ebbe ragione.

Nel 1964 l’attore è Enrico II nello scandaloso Becket e il suo re dove si insinuava che tra i due personaggi storici vi fosse una liason sentimentale, regia di Peter Glenville. Nonostante lo scandalo il film fece incetta di premi e nomination nelle principali kermesse.
Nel 1965 è protagonista del Lord Jim di Richard Brooks tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Conrad.
Il film seguente è Ciao Pussycat dove O’Toole interpreta un dongiovanni impenitente che si rivolge a uno psicanalista ancora più fissato di lui con le donne, interpretato da Peter Sellers. Nel cast c’e’ anche Woody Allen e una serie di bellissime protagoniste femminili.
Nel 1966 ancora una commedia accanto alla raffinata Audrey Hepburn in Come rubare un milione di dollari e vivere felici per la regia di William Wyler.
Nel kolossal di John Huston, La Bibbia l’attore incarna gli angeli di Dio.
Dopo La notte dei generali, curioso film bellico dai risvolti thriller diretto da Anatole Litvak che vale a Peter O’Toole il secondo David di Donatello per il miglior attore straniero nel 1967, troviamo l’artista anche nel primo James Bond 007 – Casinò Royale dove il celeberrimo agente segreto britannico è interpretato da David Niven.
Nel 1968 è ancora Enrico II ne Il leone d’inverno accanto a Katharine Hepburn che vince l’Oscar come miglior protagonista femminile mentre il nostro Peter si deve accontentare della terza nomination non andata a buon fine. Per la quarta nomination deve solo aspettare il 1969, con Goodbye Mr. Chips di Herbert Ross remake di Addio, mr. Chips! diretto nel 1939 da Sam Wood.
Altra prova superlativa che gli vale una nomination è quella del 1972 per il ruolo di Jack Arnold Alexander Tancred Gurney – 14º Conte di Gurney ne La classe dirigente, feroce satira di Peter Medak sull’establishment britannico.
Una nomination ai Golden Globe gli vale anche L’uomo della Mancha dove l’attore ha il doppio ruolo di Cervantes e Don Chisciotte accanto a Sophia Loren (Dulcinea) diretto sempre nel ‘72 da Arthur Hiller.
Dopo il ruolo di Tiberius in Io, Caligola di Tinto Brass, O’Toole guadagna una nuova nomination con Professione Pericolo dove interpreta Eli Cross, un regista ossessionato dal realismo al punto tale da far rischiare più volte la vita a uno stuntman dal passato losco.
Anche L’ospite d’onore diretto nel 1982 da Richard Benjamin gli vale l’ennesima nomination senza costrutto.
Nel 1987 è Reginald Johnston, precettore de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci che gli fa guadagnare il David di Donatello come miglior attore non protagonista.
Quasi tutti gli anni ‘90 preferisce passarli lontani dalle scene per dedicarsi al cricket.
Torna al cinema con il ruolo di Arthur Conan Doyle in Favole (1997) di Charles Sturridge e nel 2006, dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera nel 2003, arriva la sesta nomination agli Oscar per Venus, film inedito in Italia.
Purtroppo la sua battaglia con gli Oscar sembra essere definitivamente persa: l’11 luglio scorso l’attore ha annunciato il ritiro dalle scene.

Scoop

Scoop Sondra, una svampita aspirante giornalista del Midwest americano, e’ a Londra ospite di amici. Un giorno assiste allo spettacolo di un mago da strapazzo, Splendini (al secolo Sid Waterman) che la invita sul palco; mentre si trova nello “smaterializzatore” Sondra viene contattata dallo spirito di un famoso giornalista appena scomparso che attraverso di lei vuole mettere a segno l’ultimo scoop della sua carriera: smascherare l’imprendibile killer dei tarocchi..

La trasferta londinese di Allen pare davvero fruttuosa, in breve tempo il maestro newyorchese ha sfornato due film molto belli: il melodrammatico Match Point dello scorso anno e questa nuova godibilissima commedia che lo vede tornare a recitare in un ruolo comico, dalle battute fulminanti come non gli riuscivano da tempo.
Scoop non sta certo tra i capolavori dell’autore, ma resta un divertissement notevole dove i protagonisti cercano di essere qualcun altro, in particolare la strana coppia Sandra/Splendini che si finge padre e figlia e ricchi magnati americani, pur di riuscire a trovare le prove di quanto il reporter scomparso comunica dall’aldila’. Con grande leggerezza il regista mischia citazioni dei suoi film e reminiscenze hitchcockiane anche se ho l’impressione che Allen sia affascinato dalla sopravvissuta distinzione in classi sociali che caratterizza Londra e che gli permette di confrontarsi con il romanzo di Dreiser Una tragedia americana: anche in questo film come in Match Point e’ possibile trovare dei riferimenti al film tratto dal libro nel ‘51 Un posto al sole, nel primo film l’omicidio dell’amante incinta era l’unica soluzione per non perdere i privilegi acquisiti, in Scoop c’e’ la diretta citazione dell’omicidio in barca previa spiegazione del perche’ si sta compiendo.
Molto azzeccato il cast, soprattutto maschile: distaccato ed ironico Allen, credibile e fascinoso Hugh Jackman senza unghioni e doppio ciuffo a banana di Wolverine e last but not least il cameo di Ian McShane nella parte di Joe Strombel il reporter capace di osare allungare anche una mancia alla morte e calarsi di soppiatto nelle acque dello Stige per portare a termine il suo scoop: solo il mitico Al Swearengen (il ruolo di McShane in Deadwood) poteva osare tanto!

Anything else

Anythingelse

Non sono mai stata un’ammiratrice dei film di Woody Allen, e anche in quest’ occasione il giochino delle battute scoppiettanti ha finito con l’annoiarmi ben presto: sara’ un mio limite ma nel suo stile ci trovo qualcosa di forzato, come se le battute non stessero al servizio della storia, ma fosse la vicenda a prendere certe direzioni per dar modo ad Allen di mostrarci i suoi artifici verbali.
Premesso cio’ mi ha colpito il pessimismo latente di questa storia, incarnato dal ruolo del sessantenne svitato che Allen si e’ ritagliato: allergico alla psicanalisi (!), ossessionato da complotti inesistenti e spaventato dalla violenza imperante in America. Alla fine, dietro suo consiglio il protagonista lascera’ New York alla volta della California: se anche il cantore per eccellenza della Grande Mela e’ spaventato, quanto sono feriti gli USA?

Cartoline dall’inferno veneziano

C’est Venice pour l’eternite’
Venice qu’il meurt jamais

Toto Cotugno

Mi ero ripromessa di non scrivere nulla della sessantesima mostra del cinema, ma subbissata dalle varie cartoline da Venezia che ogni rete televisiva, con notevole sfoggio di fantasia, ci ha propinato, non posso esimermi dal dire la mia.
Iniziamo da giovedi’ scorso quando nei palinsensti notturni di rai3 mi sono imbattuta in Pascal Vicedomini (pessimo pseudonimo, ma se e’ un nome vero.. pessimi genitori) che commentava la giornata di apertura informandoci dell’arrivo di Johnny Depp, attor giovane che (a suo parere) ha finalmente raggiunto la fama internazionale con La maledizione della prima luna (lo avevate notato in Edward mani di forbice? siete dei veggenti! Vi eravate innamorate di lui in Chocolat o La vera storia di Jack lo squartatore? vi attende senza ombra di dubbio una proficua carriera di talent scout!).
Il nostro solerte cronista ha voluto dirci la sua sulla bagarre riguardante le migliorie strutturali da apportare al palazzo della mostra riuscendo a intervistare al volo il ministro Lunardi la scenetta a cui hanno dato vita mi e’ rimasta impressa quasi alla lettera: -Ministro, che ne pensa del palazzo costruito durante il trentennio.. QUEL trentennio, dovrebbe essere ristrutturato?
Sguardo basito di Lunardi che come ministro di un governo di destra ha ripassato e sa che Mussolini e’ stato al potere solo 20 anni, ma si riprende con scatto felino e abile mossa ribattendo: – Ma no.. basta una rinfrescata! E’ bello quel sapore di VECCHIO!
Lunardi batte Vicedomini 1 a 0: una ripassata al linguaggio tecnico (oltre alle pareti di casa a cui stava evidentemente pensando) farebbe di lui un governante quasi credibile e meno nostalgico.

Venezia2003

Terzo ed ultimo (deo gratia) servizio: uno stralcio di intervista a Woody Allen in cui gli chiede se conosceva Alberto Sordi, una domanda al volo a Rutelli per chiedergli se Sordi e’ stato degnamente ricordato alla mostra.. Ora con tutto l’affetto e la stima per l’Albertone nazionale, oltre a Raf Vallone di cui miracolosamente si sono ricordati, personalmente avrei di molto gradito che qualcuno spendesse una parola di commemorazione per il grandissimo Massimo Girotti!
Gli altri spazi televisivi dedicati alla mostra sono stati condotti da giornalisti impacciati (qui si’ che ci voleva il Sordi dentone!) Rai2 costume e societa’ e’ arrivata a dedicare una puntata ai prezzi esorbitanti di Venezia, notizia talmente ovvia da far rigirare nella tomba anche il povero Lapalisse, per finire con un mini spot su una trattoria dove niente popo di meno che Paolo Villaggio e’ solito bere ombre e pasteggiare a sarde in saor (servizio vincitore del e chissenefrega lagunare).
Ho visto anche Marzullo che vedo con orrore tentare di specializzarsi in conduzioni di eventi cinematografici (vedi lo speciale sulla morte di Gregory Peck), oltre alla sua reiterata ossessione per vento e zanzare posso solo segnalare che da lui ho appreso la ferale notizia che Alberoni e’ il direttore del Centro di Cinematografia.
Salvo solo le cartoline di Barlozzetti che con leggerezza commentavano gli eventi; peccato che il piu’ delle volte i suoi quiz della memoria cinematografica si stemperavano su un primo piano di Sonia Grey!
Fortunatamente c’era Blob ed Enrico Ghezzi, ultimo eroico baluardo della critica cinematografica televisiva, che ieri da dato mostra di tutto il suo genio terminando il suo intervento precisando che lui non andra’ da Marzullo perche’ teme, come in un contatto tra materia e antimateria di essere inghiottito dal nulla: allora Dio c’e’!