Addio a Christopher Lee

ChristopherLee Solo oggi si è saputo che domenica 7 giugno è scomparso Christopher Lee, al secolo Christopher Frank Carandini Lee nato a Londra il 27 maggio 1922 ma con ascendenze italiane essendo figlio della nobildonna  Estelle Marie Carandini dei marchesi di Sarzano, e come si evince dal cognome l’attore vanta una parentela con l’archeologo Andrea Carandini.
E’ stato un attore completamente dedito al lavoro tanto da essere comparso in quasi trecento film, dando vita a bizzarri incroci tra i personaggi interpretati, ad esempio aver vestito i panni sia di Sharlock Holmes che del fratello Mycroft Holmes e del Lord di Baskerville e altre amenità cinefile che potrete trovare nei trivia della sua pagina imdb.
L’attività recitativa di Lee iniza dopo il secondo conflitto mondiale e il debutto sul grande schermo avviene nel 1948 nell’ottimo mistery/horror Il mistero degli specchi di Terence Young. Un esordio che sembra anticipare il destino dell’attore che dopo otto anni di gavetta approda alla Hammer per interpretare “la creatura” ne  La maschera di Frankenstein, insieme all’amico Peter Cushing che interpreta Frankenstein.

Hammer1

La maschera di Frankenstein sbanca i botteghini e la Hammer prosegue nel suo lavoro di rivisitazione dei mostri Universal degli anni’30 puntando sulla coppia di antagonisti Cushing /Lee.
Nel 1958 i due interpretano per la prima volta Van Helsin e Dracula in Dracula il vampiro: il vampiro di Lee è memorabile quanto quello di Bela Lugosi e l’attore rivestirà i panni del principe della notte ben 12 volte tra il 1958 e il 1976, sette volte solo per la Hammer che lo utilizza anche in altri ruoli ad esempio la serie di cinque film dedicata alla maschera del perfido Fu Manciù.

Dracula

LamummiaIl film della serie di mostri Hammer che preferisco, però, è certamente La mummia del 1959, remake della versione del 1932 con Boris Karloff, anche se viene considerata migliore la pellicola di Karl Freund, io adoro la versione del 1959 perché è uno dei primi ricordi cinematografici della mia infanzia e la trovo molto più romantica della prima.
Per quanto Sir Christopher non amasse la definizione di star dei film del terrore, Lee fu sicuramente un’icona del genere per tutti gli anni ’60 lavorando anche in Italia con Mario Bava nel notevole La frusta e il corpo, La vergine di Norinberga di Antonio Margheriti entrambi del 1963 e ne La cripta e l’incubo, per la regia di Camillo Mastrocinque nel 1964.
Nel 1973 è protagonista dell’interessante horror The Wicker Man, di Robin Hardy, il film è poco visibile molto più conosciuto à il remake del 2006, Il prescelto con Nicholas Cage che pur non essendo all’altezza dell’antecedente, riesce a far intuire l’atmosfera dei riti pagani studiati da Hardy per trasporli nella sua pellicola.
Dookusarumancharlemagne Nel 2011 il regista ha ripreso le tematiche pagane in The Wicker Tree e ovviamente anche in questo film c’è un ruolo per Lee.
Sul finire degli anni ’70 è pronta una nuova leva di registi cresciuti con i film dell’attore che sono ben lieti di affidargli un ruolo nelle loro opere: Spielberg in 1941: Allarme a Hollywood, Joe Dante in Gremlins 2 – La nuova stirpe e poi la collaborazione con Tim Burton, che lo annovera tra i suoi attori feticcio insieme a Lugosi e Vincent Price e lo sceglie per Il mistero di Sleepy Hollow, La fabbrica di cioccolato, come voce de La sposa cadavere e per Dark Shadows.
George Lucas gli riserva il ruolo del Conte Dooku nella seconda trilogia di Guerre Stellari (episodi II e III)
Il ruolo che forse lo svincola, almeno presso le nuove generazioni, dalla figura di Dracula è quello di Saruman nella doppia trilogia che Peter Jackson ha dedicato al ciclo de Il signore degli anelli e Lo Hobbit tra l’altro Christopher Lee aveva anche avuto modo di conoscere l’autore della saga, J.R.R. Tolkien.
Christopher Lee è stato un artista poliedrico la cui iperattività non si limita solo al mondo del cinema: da sempre dotato di una bella voce, ben oltre gli 80 anni si avvicina alla musica metal e nel 2010 compone addirittura Charlemagne: By the Sword and the Cross un’opera sinfonica metallara dedicata a Carlo Magno di cui Lee è discendente, ovviamente dal ramo italiano della famiglia.

Il signore degli Anelli (1978)

Lordoftherings GB 1978
cartoon diretto da Ralph Bakshi

Nel 1978, ben prima della grandiosa trilogia di Peter Jackson, ci fu un tentativo di portare sul grande schermo la saga tolkeniana con un cartoon, scelta piuttosto ovvia in un periodo in cui gli effetti speciali non avevano raggiunto la perfezione odierna. Gli esiti furono negativi, dato che quello che doveva essere un dittico sì limitò al primo film cancellando il seguito per lo scarso successo di critica e pubblico (anche se gli incassi furono buoni questa è la motivazione addotta).
Vale la pena recuperare il cartone oggi che la trilogia di Jackson è un classico perché il regista neozelandese non ha mai fatto mistero di essere un fan del film del 1978 ed è divertente trovare punti di contatto e differenze tra le due trasposizioni filmiche.
Per Gandalf e gli Hobbit (sia Bilbo che Frodo) Jackson pare aver cercato di essere più fedele possibile al modello precedente mentre si discosta totalmente la figura di Aragorn, che nel cartone ha i tratti somatici di un nativo americano muscoloso e volto esclusivamente alla missione mentre nella trilogia si privilegia il tratto malinconico del personaggio (nella pellicola del 1978 non viene mai definito Ramingo né compare Arwen).
L’insuccesso della pellicola si deve alla travagliata vicenda produttiva: i diritti erano stati acquisiti nel 1969 dalla United Artist e John Boorman fu interpellato per una prima stesura. La sua sceneggiatura stravolgeva completamente il romanzo di Tolkien per cui venne bocciata dai produttori; alcune idee del progetto per Il Signore degli Anelli furono utilizzate dal regista per il suo lavoro successivo, Excalibur del 1981 sulla figura di Re Artù.

Nazgul Ad una trasposizione a fumetti della saga de Il signore degli anelli pensava da tempo Ralph Bakshi, l’autore di Fritz il Gatto, il primo cartone animato della storia del cinema vietato ai minori. Saputo dell’abbandono del progetto di Boorman, Bakshi negozia i diritti del film con la UA e mette insieme questo particolarissimo oggetto filmico che mischia disegni animati e live action, non teme di usare tonalità di colori molto cupe e per le seguenze dove la magia la fa da padrona utilizza notevoli effetti psichedelici. La seguenza più riuscita è sicuramente quella del tentativo di circuire Frodo da parte dei Cavalieri Neri al confini di Rivendell (Gran Burrone): gli sfondi sono cangianti mentre i nazgul in live action sono resi ancora più inquietanti dall’effetto “posterizzato”, esempio di cui si ricorderà il giovane disegnatore non accreditato Tim Burton nel 1999 per Il mistero di Sleepy Hollow.
Se gli effetti visivi sono notevoli non si può dire lo stesso della trama che diventa piatta e noiosa dopo l’attraversamento delle miniere di Moria quando la Compagnia dell’Anello inizia a separarsi con la scomparsa di Gandalf: molti passaggi sono ridotti a una mera annotazione mentre la battaglia al Fosso di Helm risulta troppo lunga, senza un prologo che ne esalti gli aspetti epici.
Il film si conclude con la fuga degli orchetti e la voce fuori campo annuncia il seguito delle avventure nel secondo film che non verrà mai realizzato.
Forse davvero il film risultava poco chiaro a chi non conosceva il romanzo uscito da una ventina d’anni; di certo la saga doveva essere poco nota ai doppiatori italiani che non sanno come tradurre i nomi dei luoghi della Terra di Mezzo limitandosi ad indicarli con i nomi originali e incorrendo in divertenti storpiature dei nomi dei protagonisti, ad esempio Gollum viene chiamato Gollam.

Lo Hobbit – la desolazione di Smaug

LoHobbitLadesolazionediSmaug Il secondo capitolo de Lo Hobbit inizia con un breve prologo, il primo incontro tra Thorin e Gandalf e si conclude bruscamente con Smaug che si leva in volo infuriato con l’intento di distruggere Esgaroth, non c’è nulla che ricolleghi al capitolo precedente, tantomeno la cornice del racconto scritto da Bilbo ormai vecchio.
Questa scelta stilistica mi da l’impressione che il passaggio nelle sale sia una tappa obbligata della trilogia ma non il fine ultimo che pare essere la versione in DVD, blu ray o qualche altra diavoleria con cui gustarsi a casa propria, magari con un televisore 3D, l’intera saga in un’unica maratona o per lo meno senza dover aspettare un anno tra un episodio e l’altro.
Detto questo, ho trovato La desolazione di Smaug meno deludente di quanto si dice, la prima parte è molto bella: i ragni di Bosco Atro mi sembrano un omaggio ai film fantastici degli anni ’50/’60 come L’isola misteriosa o Giasone e gli argonauti dove comparivano mostruose creature eredi di King Kong o Godzilla (e non c’è certo bisogno di ricordare la passione di Jackson per King Kong!).
Se la ricomparsa di Orlando Bloom nei panni di Legolas ci ricorda il passaggio del tempo e gli scontri tra Gandalf con le emanazioni di Sauron sono debitrici ai dissennatori di Harry Potter, è veramente ottima la ricostruzione in perfetto stile fiammingo della città di Esgaroth, italianizzata in Pontelagolungo.
Ad essere desolante è proprio Smaug, che entra in scena in maniera imponente ma poi si perde in un prolisso dialogo con Bilbo, a dimostrazione che la lunga solitudine tra i tesori di Erebor non l’ha reso poi tanto dissimile dal povero Gollum. Anche la battaglia tra il drago e i nani è piuttosto noiosa e il doppiaggio di Luca Ward troppo affettato, cosa insolita per l’ottimo doppiatore.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato

The Hobbit: An Unexpected Journey 2012
con Martin Freeman, Richard Armitage, Ian McKellen,
regia di Peter Jackson

Sessant’anni prima delle avventure di Frodo, suo zio Bilbo Baggins era stato coinvolto controvoglia da Gandalf il Grigio nella spedizione di tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia nella riconquista del regno di Erebor, gloriosa città nanica distrutta dal terribile drago Smaug; durante l’impresa Bilbo entra in possesso dell’anello che sarà all’origine dell’avventura del nipote.

Lohobbit

Era più che prevedibile che dopo l’enorme successo della trilogia de Il Signore degli Anelli arrivasse sul grande schermo Lo Hobbit, prologo alla trilogia dell’Anello scritto da Tolkien nel 1937.
C’era grande attesa per il ritorno nella fantastica Terra di Mezzo, la cui realizzazione filmica ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo nel XXI secolo.
Che aspettative così alte venissero in parte tradite è altrettanto logico soprattutto se si pensa che da un unico romanzo si vuole trarre l’ennesima trilogia anche se il progetto iniziale era quella di un film in due parti e la prolissità del racconto si evince dalla lunghezza del primo capitolo: più di due ore e mezza per raccontare solo la prima parte dell’impresa fino al salvifico ritrovo di Picco delle Aquile. Sono stati fatti diversi innesti per collegare più strettamente le due trilogie soprattutto la cornice con il vecchio Bilbo Baggins che scrive le sue memorie di nascosto a Frodo.
Quello che manca realmente al film è l’omogeneità stilistica ondeggiando tra l’epicità che richiama la saga dell’anello e i momenti di comicità che vorrebbero stemperarne gli eccessi. Riconosciuti i molti difetti che non ne fanno un capolavoro va detto anche che la pellicola è più che dignitosa con la capacità di affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle avventure di Bilbo non facendo pesare la lunghezza dell’opera: siamo lontani dalla potenza visiva de Il signore degli Anelli ma la capacità affabulatoria di Jackson non viene meno.

Il Signore degli Anelli – Le due torri

Visto il passaggio televisivo della saga de Il signore degli anelli ripropongo questa mia recensione scritta all’uscita in sala del secondo capitolo

Ilsignoredeglianelli2 Lord of the Rings: The Two Towers
USA – Nuova Zelanda, 2002
con Viggo Mortensen, Ian McKellen, Elijah Wood, Andy Serkis, Liv Tyler, Cate Blanchett, Orlando Bloom
regia di Peter Jackson

Monopolizza in questi giorni la programmazione delle sale cinematografiche il secondo capitolo tanto atteso della saga tolkeniana.
Il primo episodio della trilogia si era chiuso con la separazione dei membri della compagnia dell’anello: il portatore dell’ amuleto , l’hobbit Frodo e il suo fido compagno Sam diretti nelle terre di Mordor per buttare l’anello nel fuoco distruttore, il bell’Aragorn con l’elfo Legolas e il nano Gimli sulle tracce di Pipino e Merry rapiti dagli orchetti.
Il riassuntino e’ d’obbligo perche’ il nuovo film entra subito in medias res e confida nel fatto che gli spettatori abbiano provveduto al ripasso possibilmente con l’acquisto del cofanetto dvd.
Il film e’ sicuramente molto piacevole, rutilante, con qualche citazione shakespeariana ad alzare i livello (tra tutte il nerovestito consigliere Vermolinguo che in una delle sue prime battute parla del “nostro scontento”, qualora fosse sfuggito il riferimento al fosco Riccardo di Gloucester).
Gli effetti speciali sono stupefacenti soprattutto per quel che riguarda il personaggio di Gollum: il mix di recitazione umana ed rielaborazione al computer crea qualcosa di sorprendente che stupira’ anche gli spettattori piu’ scafati: sapere che quello che vedete non e’ “umano” anche se la mimica e la gestualita’ sono di un’ umanita’ toccante vi sconcertera’, non per nulla si parla di candidare all’oscar l’attore Andy Serkis che interpreta lo schizofrenico personaggio.
Detto questo non si esce totalmente soddisfatti dalla visione.
Tenendo presente che stiamo assistendo a parte di un corpus unico di nove ore e quindi il giudizio potra’ essere esaustivo solo a visione completa, non possiamo non notare dei difetti: l’enfasi di certi momenti precedenti agli scontri con indugi su strazianti addii tra consanguinei spezza il ritmo, il ridurre l’eroico Gimli, l’ultimo della stirpe dei nani ad una macchietta anche nelle scene piu’ cruente della battaglia e’ una scelta discutibile e le battaglie stesse sono girate in maniera piuttosto prosaica: l’estro di Jackson va sicuramente piu’ verso il visionario e le scene piu’ belle del film sono la marcia notturna degli elfi alla volta di Valinor alle luce delle lanterne e il drappello di elfi che giunge a dar manforte agli uomini che si preparano al grande scontro al Fosso di Helm.
Il regista stesso giustifica la scelta umoristica per spezzare il tono troppo cupo e violento che altrimenti avrebbe assunto il film, e in effetti queste accuse soprattutto negli Stati Uniti non sono mancate, dove il film e’ stato addirittura giudicato propagandastico della guerra contro l’Iraq e l’ente Two Towers Protest Organisation ha avanzato su internet la richiesta di cambiare il titolo in quanto allusivo all’amaro episodio dell’11 settembre.
Sorvoliamo, e se proprio vogliamo vedere una morale in questo che non vuole essere altro che un blockbuster, troviamo un anelito ecologista dove alla violenza cieca e distruttrice dei suoi abitanti (vogliamo vedere nella nascita degli uru-kai dal fango una metafora della clonazione?) la terra stessa risponde mettendo in gioco le sue forze vitali piu’ arcaiche e proprio loro riusciranno a ribaltare le sorti di una battaglia che sembrava perduta.

Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno ***IMAX 3D***

LeavventurediTintin_Unicorno

TinTin acquista il modellino di un veliero ad un mercatino e non ha quasi il tempo di concludere la trattativa che due diversi acquirenti si offrono di ricomprarglielo, ma l’acuto reporter non accetta l’offerta. Ben presto il modellino gli viene rubato ma il segreto che la nave custodiva con cura rimane fortuitamente a casa del giornalista. Tornato ad avvisare TinTin del pericolo che corre, uno dei due acquirenti del modellino muore riuscendo pero’ a lasciare un indizio fondamentale per il fiuto del giornalista che si imbarca in una fantastica avventura..

Tintin

La leggenda vuole che all’uscita del primo Indiana Jones a Spielberg fosse fatta notare la somiglianza tra le avventure del suo spericolato archeologo e quelle di TinTin, il protagonista dei fumetti di Herge’. Non sapendo nulla del lavoro del fumettista belga Spielberg si incuriosi’ e finì per appassionarsi alle avventure del giovane reporter fino a decidere di portarlo sul grande schermo in collaborazione con Peter Jackson che ora produce ma in futuro dirigera’ i due prossimi episodi.
Il segreto dell’unicorno paradossalmente lascia un po’ in secondo piano la figura di TinTin concentrandosi di piu’ sulla genesi del rapporto con il suo compagno di avventure, il capitano Haddock e gran parte del fiuto del celebre reporter nasce dal naso del fedele terrier Milou e infatti molte inquadrature sono ad altezza di cane, soprattutto quella iniziale nel mercato che si apre con il reporter che si fa fare un ritratto e quando ci viene mostrato il disegno sara’ il volto del TinTin dei fumetti di Herge’. Pagato il tributo al padre del protagonista, Spielberg imbastisce una storia che cresce piano piano e si fa sempre piu’ avventurosa e rocambolesca con citazioni dei precedenti lavori di Spielberg: il ciuffo di TinTin che fende l’onda come la pinna de Lo squalo, il vilain interpretato da un irriconoscibile Daniel Craig che ricorda un po’ le sembianze del regista ed infine le pergamene che svolazzano come la piuma di Forrest Gump, il capolavoro di Zemeckis che per primo si avventuro’ nel campo della performance capture con Polar Express.
All’inizio del film mi sono chiesta perche’ complicarsi la vita “cartonizzando” attori veri quando non c’è la necessita’ di far convivere personaggi reali e fantastici, la risposta arriva nel corso della pellicola quando si capisce che solo questa tecnica permette inquadrature cosi’ ardite e scene rocambolesche (superlativo il combattimento con le due gru portuali) da cui i protagonisti possono uscire senza un graffio.
Vedere il film in IMAX, poi, offre una profondita’ e luminosita’ delle immagini notevolissime e finalmente mi ha fatto capire le potenzialita’ del 3D, una tecnologia che trovavo ripetitiva e banale nella composizione dell’immagine che puntava solo sulla sensazione di ricevere in faccia qualcosa scagliato dallo schermo. Il lavoro di Spielberg non utilizza mai questo scontato giochino ma compone le inquadrature in raffinatissimi giochi di specchi, vetri, lenti, riflessi sull’acqua, in una fantasmagorica esperienza visiva. Forse un film dove la tecnica prevale sul cuore ma sicuramente una bella storia che (di)mostra nuove potenzialita’ raffinate ed inesplorate della tecnologia.

Amabili resti

LovelybonesSusie Salmon e’ una ragazzina di quattordici anni, uccisa barbaramente dal suo vicino di casa, insospettabile serial killer. Dopo la morte Susie impieghera’ anni per staccarsi definitivamente dalla sua dimensione terrena: preferisce rimanere nel suo personale cielo per restare ancora vicina ai suoi cari..

Nell’anno del trionfo di Avatar, l’altro maestro degli effetti speciali, Peter Jackson, esplora una dimensione piu’ autoriale per la computer grafica con questa buona trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Alice Sebold.
La dimensione fantastica in cui si trova imprigionata Susie viene rappresentata in tutte le sue sfaccettature oniriche, romantiche e orrorifiche grazie ad una sofisticata miscela di archetipi e fantasia partendo dal celebre dipinto di Arnold Böcklin, L’isola dei morti che fa da sfondo alle prime inquadrature di Susie nel suo cielo, quando cerca di raggiungere il gazebo dove aveva appuntamento con Ray.
Oltre alla componente altamente tecnologica, il film si affida a uno dei piu’ classici linguaggi cinematografici per costruire la suspense, quello del montaggio alternato, riuscendo a ottenere alti livelli di tensione sia nella scena dell’omicidio di Susie intrappolata nella camera sotterranea a cui fa da contraltare la tranquilla cena dei suoi familiari, sia quella ancora piu’ tipicamente thriller del rientro di George Harvey mentre Lindsey fruga al piano di sopra.

Amabiliresti

Com’e’ ovviamente comprensibile, l’adattamento cinematografico perde molti degli elementi del romanzo ma in questo caso lo spirito del libro e’ completamente racchiuso nella pellicola e alcuni semplici frame parlano direttamente a chi conosce la storia per via letteraria come il charm della casetta del braccialetto di Susie che nel racconto e’ la prova che inchioda il signor Harvey o Lindsey incinta alla cui vicenda personale e romantica il romanzo dedica ampio spazio.
Degni di menzione anche i protagonisti, da Saoirse Ronan nei panni dell’adolescente Susie che non perde la sua luminosita’ neppure dopo una morte cosi’ orribile, al gustoso cameo di Susan Sarandon nei panni della nonna per finire con insuperabile Stanley Tucci le cui occhiate oblique mi inquietano ancora al solo ricordo.

District 9

District9

Sul finire degli anni ‘80 un’astronave aliena si blocca sui cieli di Johannesburg; l’ingresso forzato dell’esercito terrestre trova all’interno della navicella una colonia di alieni in pessime condizioni fisiche. Gli extraterrestri vengono confinati in una baraccopoli, il Distretto 9. 
20 anni dopo una societa’ paramilitare sgombera il distretto per portare gli alieni in una nuova struttura di accoglienza coatta, ma uno dei dirigenti delle operazioni subisce un contagio che ne muta la struttura genetica trasformandolo progressivamente in un alieno, l’uomo diventa materia di studio per la sua stessa organizzazione: finalmente si potranno utilizzare le armi degli extraterrestri che solo la loro struttura molecolare puo’ azionare.. 
Con il placet del mentore Peter Jackson, qui in veste di produttore, il giovane regista sudafricano Neill Blomkamp debutta nel lungometraggio ampliando le tematiche di un suo precedente corto, Alive in Joburg, in un mockumentary, genere frequentato anche da Jackson agli esordi con Forgotten silver, del 1995, il film dell’autore neozelandese che continua ad essermi piu’ caro. E del resto dai tempi di Omero in poi cosa c’e’ di piu’ mitico e al contempo credibile di un racconto ascoltato o di un manoscritto ritrovato? Oggi potremmo fidarci di qualcuno che ci parla in video senza che la sua qualifica sia scritta in sovrimpressione? 
Ispirandosi alla cinematografia sci-fi dell’ultimo quarto di secolo, Blomkamp crea una delle opere di fantascenza con piu’ spessore filosofico dall’avvento di Star Wars saga che tra le sue tante virtu’, ha pero’ il demerito d avere reso piu’ superficiale il genere.
Il ribaltamento della figura dell’alieno da aggressore ad ospite indesiderato sul suolo terrestre diventa l’occasione di riflettere sulla nostra attuale situazione geopolitica che vede l’emigrante come elemento sgradito alle grandi potenze dell’Occidente, e relegato in squallidi centri di accoglienza, se non respinto, dalle sponde del Mediterraneo al muro che segna il confine USa-Messico. Riflessione che si fa piu’ dolente per la mia generazione che sul finire degli anni ‘80 guardava la speranza crescere con le canzoni dedicate a Mandela e quando Soweto, Sun City erano parole conosciute. 
L’occhio apparentemente lontano di Blomkamp, ma in realta’ ben conscio della situazione essendo cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, da’ molto spessore alla vicenda, raccontando anche il rovescio della medaglia, l’abbrutimento degli emigrati: i gamberoni extraterrestri hanno perso tutte le loro conoscenze (vogliamo svelare la metafora e chiamarle tradizioni?) e si limitano ad alienarsi con le scatolette del cibo per gatti, solo pochissimi individui ricordano come funzionano le loro macchine e hanno la pazienza ventennale di aggiustarle. 
Senza pieta’ lo sguardo sui terrestri abbrutiti quanto gli alieni, ma dal denaro e dal potere. Una societa’ parafascista di cui Wikus Van de Merwe (non so perche’ ma mi suona come la perfetta versione boera di Ugo Fantozzi) e’ un perfetto ingranaggio e fino all’ultimo, fino a quando il DNA alieno non prevarra’ su quello umano, le sue azioni saranno mosse solo dall’interesse personale e dall’egoismo. 
Merita attenzione l’abilita’ di nell’uso degli effetti speciali: il regista e’ famoso per il celebre spot della Citroen in cui l’auto si trasforma in un robot ballerino e ancora una volta ci stupisce con la sua abilita’ di rendere credibili non tanto robot o alieni, ma di integrare perfettamente gli effetti speciali nella scena tanto di dare a tutti gli elementi, reali e digitali, la stessa credibilita’.

I 75 anni dell’Empire State Building

Empire

Ieri ho sentito alla radio che l’Empire festeggiava i 75 anni, il sito ufficiale riporta come data di apertura il primo maggio 1931; qualunque sia il giorno esatto, quale occasione migliore di questo anniversario per tirare fuori dal cassetto un pezzo che ho scritto sul grattacielo piu’ cinematografico del mondo?

L’Empire State Building, splendido edificio decò costruito tra il 1929 e il 1931 è una delle mete obbligate per chi si reca a New York: ormai non è più il grattacielo più alto del mondo, ma rimane uno dei simboli della Grande Mela, ed è entrato anche nell’immaginario cinematografico.
Nell’empireo di celluloide il grattacielo entrò due anni esser stato edificato, nel 1933, quando venne girata una delle scene più famose della storia del cinema: King Kong che lotta contro gli aeroplani aggrappato al pennone dell’Empire.
King Kong racconta di un gorilla gigante strappato all’isola fantastica dove vive; trasformato in fenomeno da baraccone per la gioia dei newyorkesi, il potente gorilla riesce a scappare dalla gabbia e scalato l’Empire come fosse una montagna viene assassinato da un attacco aereo.
Nel celebre film di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack non mancano i riferimenti al mito della bella e la bestia, infatti Kong si innamora della bella Ann Darrow e sacrifica la sua vita pur di salvarla. Il film portò molta notorietà all’attrice che interpretò il ruolo, Fay Wray, e quando l‘attrice è scomparsa nel 2004, le luci che perennemente illuminano l’Empire sono state spente in suo onore.

Kingkong

Le avventure di King Kong sono state riprese più volte ma i remake ufficiali sono due: quello del 1976 dove nelle locandine il gorilla poggia sulle Twin Towers: il film si segnala per il debutto di Jessica Lange nella parte della bella e per gli effetti speciali curati da Carlo Rambaldi e alla fine del 2005 e’ uscito il rifacimento di Peter Jackson: nonostante il regista uscisse dal successo della trilogia tolkeniana de La compagnia dell’anello, la sua nuova pellicola non e’ riuscita a sbancare i botteghini.
Se King Kong ha reso indimenticabile il profilo del grattacielo, i suoi interni hanno fatto da scenario a un altro famoso film anche questo rifatto tre volte, di un genere completamente diverso da quello avventuroso del celebre gorilla, il melodramma An affair to remember, titolato in italiano Un amore splendido. La versione più famosa del film è quella del 1957 con Cary Grant e Deborah Kerr; si narra l’incontro di un uomo e una donna su una nave, mentre tornano dall’Europa: i due si innamorano ma avendo dei legami precedenti, si danno sei mesi di tempo per capire se il loro è vero amore e fissano un appuntamento sulla terrazza dell’Empire. L’uomo si presenta all’appuntamento a differenza della donna; amareggiato, pensa che per lei si sia trattato solo di un’avventura passeggera, solo tempo dopo la rincontrerà su una sedia a rotelle: un’auto l’aveva investita mentre si stava recando al loro appuntamento!

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Il film è firmato da Leo McCarey che aveva già diretto una prima versione della pellicola nel 1939, intitolata Un grande amore (Love affaire), stessi titoli per il pessimo remake del 1999 che vede protagonisti Annette Bening e Warren Beatty. In qualunque versione il film sia conosciuto, la pellicola resta un caposaldo della commedia sentimentale e infatti nel 1993 la regista Nora Ephron omaggia la famigerata storia d’amore che doveva coronarsi sull’Empire State Building facendo incontrare sulla cima del palazzo Meg Ryan e Tom Hanks, protagonisti del suo Insonnia d’amore (Sleepless in Seattle).

EmpirewarholL’indissolubile legame tra l’Empire State Building, New York e il cinema è sottolineato dal film sperimentale di Andy Warhol che ancora una volta indaga nel suo modo dissacratorio, i simboli pop in Empire (1964), una ripresa a telecamera fissa puntata sul famoso edificio lunga otto ore.