Frida Kahlo e Diego Rivera

Mostrafrida

Sono stata praticamente tra gli ultimi ad essere ammessa alla mostra Frida Kahlo e Diego Rivera che chiudeva ieri a Genova, la mostra mi incuriosiva molto dalla sua prima fermata italiana a Roma alle Scuderie del Quirinale prima di arrivare in Liguria modificata in alcuni aspetti.
La curiosità nasceva dal fatto di notare una certa angelicazione della figura di Frida sui social, in primis su Pinterest dove mi capita spesso di visitare intere board dedicate alla pittrice senza (quasi) nessuna delle sue opere ma tantissime sue foto e quindi mi dicevo “Ah-Ah! Mo’ voglio vedere come vi confrontate con i suoi dipinti di dolore e sangue” perché fondamentalmente io sono un’ingenua e mai avrei creduto che una mostra avrebbe seguito il mood popolare su Frida Kahlo, nota per la vita tormentata, immortalata in quasi ogni momento della sua esistenza, anche sul letto d’ospedale ma vittima di una grande rimozione dei suoi quadri più drammatici che non siano gli autoritratti e le nature morte.


Unos cuantos piquetitos

A Palazzo Ducale mancava persino il quadro più famoso della pittrice Le due Frida mentre era notevolissimo l’apparato fotografico, chi come la sottoscritta ha visto la mostra veneziana del 2001 dedicata a Frida Kahlo e la pittura messicana che esponeva un numero ridotto di opere ma non temeva di mostrarne gli aspetti più sofferti, si è sicuramente trovato spiazzato nella delineazione contemporanea di Frida, sublimata in una icona pop ma disincarnata dalla narrazione martoriata e sanguinolenta del suo corpo e mi chiedo se l’artista approverebbe questo amore incondizionato ma superficiale, meno male che c’è stato modo di approfondire anche l’arte del suo Diego, questo lo avrebbe sicuramente apprezzato e io con lei.

Il filo del rasoio

Ilfilodelrasoioloc

The Razor’s Edge
Usa 1946 20th Century Fox
con Tyrone Power, Gene Tierney, Anne Baxter, Herbert Marshall, Clifton Webb
regia di Edmund Goulding

Larry Darrell, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, è fidanzato con la bellissima e altolocata Isabella Bradley, i cui parenti non approvano questo legame perché il giovanotto rifiuta ogni opportunità di carriera preferendo interrogarsi sul senso della vita. Dopo aver aspettato per oltre un anno che Larry esca dai suoi dubbi esistenziali, Isabella si sposa con un ricco banchiere che però perderà tutto nella crisi del ’29. Intanto Larry, tornato da un viaggio in India, si fidanza con l’amica d’infanzia Sofia, dedita all’alcol dopo la morte del marito e della figlioletta in un incidente ma Isabella non accetta questo legame e fa di tutto perché la donna cada nuovamente nell’alcolismo…



Cliftonwebbilfilodelrasoio


Il filo del rasoio è tratto dall’omonimo romanzo di W. Somerset Maugham e lo scrittore è interpretato da un compassatissimo Herbert Marshall che narra in prima persona la vicenda di Larry ovviando così ai salti temporali dei tre momenti della storia che si svolgono nell’arco di oltre un decennio. Si tratta di un blockbuster dell’epoca, oggi esempio della robusta solidità artiginale delle classiche produzioni hollywoodiane, miscuglio di fondali di cartapesta e ariosi piani sequenza.
La ricerca personale di Larry, dettata dal debito di riconoscenza verso il commilitone che è morto per salvargli la vita, anticipa la via dell’India come scoperta di sé che diventerà così in voga a partire dagli anni ’60 ma il vero motore del film è il melodramma sentimentale al cui vertice c’è Larry, unico amore di Isabella che è disposta a lasciarlo libero di cercare se stesso ma non può accettare che l’uomo della sua vita si butti via cercando di redimere Sofia dall’alcolismo, ritenendola irrecuperabile.
La perfidia di Isabella, meschinamente legata al denaro e alle convenzioni sociali, porterà alla morte violenta della rivale e le farà perdere per sempre l’amato Larry. Ancora una volta un ruolo subdolo è affidato all’angelica Gene Tierney, diabolica anche in Femmina Folle.



TheRazorsEdge


Il cast è fenomenale: nel ruolo di Sofia c’è Anne Baxter che vincerà l’Oscar come attrice non protagonista, Tyrone Power ha il carisma perfetto per il protagonista ma il personaggio più amabile resta quello di Clifton Webb che cesella nel ruolo dello zio Elliot Templeton la caratterizzazione migliore della sua carriera, un amabile figura di snob, ricco americano affascinato dalla nobiltà europea: l’apparentemente cinico Elliot è in realtà il contraltare dell’ipocrita nipote.

Super Bowl: tutto qui?

Katyperry Sono sempre più insofferente a questa moda di riempirsi la bocca con la cultura, alle frasi fatte sulla cultura petrolio d’Italia, alla capacità delle altre nazioni di valorizzare quel “poco” che hanno. Le trovo preoccupanti memore di quella frase di un dirigente della Borsa americana che dice che anche quando il tuo autista discetta di titoli è il momento di uscire dal mercato.

Leonedileonardo L’esempio concreto viene dal Super bowl giocato ieri: da mezza giornata i tiggì ci propinano la stupefacente performance di Katy Perry che noi italiani potremmo tranquillamente spernacchiare dato che il leone robot Leonardo lo aveva inventato 500 anni or sono (e sicuramente il suo modello era a minor impatto energetico) e l’uscita sulla cometa al limite se la gioca con una qualunque Colombina che inaugura il Carnevale veneziano nel Volo dell’Angelo.
Manco il saputello Renzi ci ha fatto un tweet, sta ancora a gongolare per esser riuscito a impressionare Angela con gli Uffizi..

The woman in black

Thewomaninblackloc.jg GB 2012 Hammer Film
con Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds,
regia di James Watkins

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps si reca in uno sperduto villaggio nella brughiera per sovrintendere all’eredità della defunta signora Drablow. L’accoglienza non è delle migliori e Kipps scoprirà a sue spese che la vecchia casa nella palude è infestata dalla Donna in nero: ogni sua apparizione costa la vita a un bambino. Riuscirà il giovane avvocato a dare pace al vendicativo fantasma prima che in paese arrivi il suo figlioletto?

Il film godette di una certa notorietà all’uscita perché era l’attesa prova attoriale di Radcliffe dopo la saga di Harry Potter e direi che l’attore se la cava più che dignitosamente nel ruolo del giovane affranto per la prematura morte di parto dell’amata moglie. Radcliffe è spesso in scena da solo e nonostante si trovi ad affrontare coraggiosamente prove sovrannaturali come il maghetto a cui ha dato corpo, non mi ha mai ricordato Harry Potter.
Più che dei seguiti dell’epopea potteriana il film meriterebbe di essere ricordato perché segna il ritorno della Hammer Film, la mitica casa di produzione horror inglese, alla produzione cinematografica dopo oltre un trentennio di inattività per il grande schermo (l’ultimo film prodotto risale al 1979 e fu Il mistero della signora scomparsa, remake de La signora scompare di Alfred Hitchcock).
The woman in black è tratto dall’omonimo romanzo gotico di Susan Hill (titolo italiano La donna in nero) e presenta molti cliché dell’horror classico soprattutto la vecchia villa abbandonata che ha una pregevolissima ambientazione che ricorda un po’ Mont-Saint-Michel: sorge su uno scoglio raggiungibile solo durante la bassa marea.

Thewomaninblack

L’inizio è molto interessante per la capacità di saper giocare con la suggestione: la donna in nero esiste veramente o rappresenta le angosce di un giovane padre restato solo a badare al figlioletto?
La trama horror poi prende il via e resta credibile con la storia della madre costretta a cedere il proprio bambino alla sorella e impazzita dopo che il piccolo è annegato nella palude.
Purtroppo il finale, che sarebbe di grand’effetto, è rovinato da una scena completamente inutile che ha il torto di anticipare quello che andrà ad accadere; in realtà è il sottofinale, dato che ci tocca ancora un conciliante happy end post mortem e lo sguardo cattivo dell’implacabile donna in nero: un vero peccato!
Intanto da inizio gennaio è nelle sale inglesi e americane il sequel The Woman in Black 2: Angel of Death, la cui vicenda si svolge 40 anni dopo i fatti che coinvolsero Arthur Kipps.

The Imitation Game

TheImitationGame Il biopic romanzato su come i crittografi di  Bletchley Park riuscirono a svelare il codice di Enigma, il cifrario usato dai tedeschi e dagli alleati dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, è in realtà l’occasione per raccontare la storia del matematico Alan Turing, a capo del gruppo di ricercatori.
Turing era una delle menti più brillanti d’Inghilterra, considerato oggi uno dei padri dei computer, il matematico fu dimenticato per oltre mezzo secolo, in seguito agli eventi ignominiosi che lo portarono al suicidio: condannato per il reato di omosessualità, ancora in vigore in Gran Bretagna nei primi anni ’50, non resse ai danni della castrazione chimica che aveva scelto in alternativa al carcere e preferì suicidarsi.
La sua riabilitazione postuma è iniziata nel 2012, centenario della nascita culminando con la grazia postuma concessa dalla Regina Elisabetta a fine 2013.
Il film, con tutti i suoi limiti, è un tributo doveroso a questo genio dimenticato e la pellicola nella sua robusta ricostruzione storica riesce anche ad affascinare lo spettatore.
L’impianto è molto classico con salti temporali che dal periodo esaltante delle ricerche per svelare Enigma, passano all’indagine poliziesca degli anni ’50 che porterà a scoprire l’omosessualità del matematico o rimandano agli anni difficili dell’adolescenza che dovrebbero rivelare alcuni aspetti della personalità di Turing e si dimostrano essere la parte più debole della pellicola.
L’opera probabilmente non ha che ambizioni didascaliche e facilmente può essere confusa con una produzione televisiva (il che non è un demerito visto la grandissima qualità dei serial inglesi) di certo prima di farsi catturare dal film il series addicted deve superare lo straniamento di vedere l’asociale Sherlock fare il verso a Sheldon Cooper litigando con Tywin  Lannister per entrare a Bletchley dove può collaborare con Branson di Downton Abbey

Seven

Seven

Se7en
USA 1995 New Line Cinema
con Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey, Gwyneth Paltrow
regia di David Fincher

Al disincantato detective William Somerset manca una settimana per andare in pensione e gli viene affiancato il giovane e irruente detective David Mills, appena arrivato in città. I primi due casi che i poliziotti devono affrontare sembrano del tutto slegati tra loro ma sarà invece l’inizio di una drammatica caccia a un serial killer che uccide “punendo” i sette peccati capitali..

Il film che ha lanciato David Fincher, alla seconda regia dopo Alien3 è reso memorabile soprattutto per il tragico finale ormai ben noto: il serial killer si riserva il ruolo dell’invidioso e trascina nella propria pazzia il giovane Mills costringendolo a scegliere se entrare nel folle gioco diventando l’iroso che l’uccide per vendetta e il giovane detective (un ottimo Brad Pitt) non sa sottrarsi alla tragica provocazione.
Il finale sconvolgente e il crescendo inquietante degli omicidi mai messi in scena ma mostrati nei loro risultati disturbanti, superano l’impianto classico della strana coppia di colleghi agli antipodi tra cui nasce un’istantanea antipatia.
Direi che il film è stato seminale anche per i titoli di testa e la colonna sonora: i caratteri e il genere musicale sono diventati caratteristici di pellicole o serie tv che puntano sui risvolti inquietanti.
La pellicola è stato scritta da Andrew Kevin Walker, che recita il ruolo della prima vittima, l’obeso ucciso per il peccato di gola.
L’ambientazione è cupa e piovosa quanto Blade Runner, gli interni sono quasi sempre fatiscenti o quanto meno claustrofobici, solo la scena finale con la terribile rivelazione dell’inganno perpetrato dal serial killer avviene sotto il cielo azzurro, in una località desertica rivelando ancora un sottotesto di gusto biblico: la verità, per quanto tremenda, illumina e libera.
John Doe è considerato ancora oggi uno dei cattivi più inquietanti della storia del cinema. Venne interpretato da Kevin Spacey, che per sorprendere gli spettatori rinunciò ad aver il nome in cartellone e nei titoli di testa, pur arrivando dal film che lo aveva reso celeberrimo, I soliti sospetti dove interpretava un altro vilain passato alla storia: Keyser Söze.

Marc Chagall

MarcChagall La retrospettiva completa del grande pittore ha il pregio, non solo di mostrare l’evoluzione creativa di uno dei più noti artisti del XX secolo, ma di rivelarne l’estrema sensibilità che traspare dallo sguardo delle foto che illustrano il pannello della biografia.
March Chagall non è solo il sognante pittore di figure volanti ma un’artista che ha sempre mostrato interesse per le diverse correnti pittoriche cimentandosi con esse, soprattutto dopo il primo viaggio a Parigi, pur restando fedele al fantastico mondo chassidico degli ebrei russi: davanti ai suoi quadri più leggiadri una, forse neanche tanto strana, associazione d’idee mi ha fatto pensare alla vitalità surreale del film Train de vie.
Chagallloc Se la pienezza della vita traspare nelle opere della seconda metà degli anni ’10, dopo il matrimonio con l’amata Bella, al rientro dal primo viaggio a Parigi, in quadri come La passeggiata che campeggia sulla locandina o Il poeta giacente, Chagall sa presentire gli orrori della guerra e descriverne tutta la tragedia fin dagli anni’ 30 in opere come La caduta dell’Angelo o Incendio sulla neve che hanno la stessa potenza che possiamo trovare in Guernica di Picasso.
Non è neppure un caso strano che il Palazzo Reale di Milano dedichi questa mostra a Chagall a un anno di distanza dalla mostra su Picasso, entrambi gli artisti, con esiti speculari si sono imbevuti delle avanguardie artistiche sapendole piegare alla propria personalita profondamente legata alla tradizione locale da cui provenivano espressa nel simbolismo degli animali totemici (il solo toro per Picasso, il gallo la mucca o l’asino per Chagall).
Chagallpicasso Nonostante il successo, la felicità ritrovata accanto alla seconda moglie Vava, dopo la scomparsa di Bella, il tratto di Chagall difficilmente torna alla levità e alla luce giovanile, a dimostrazione dell’enorme sensibilità del pittore, dal profondo sguardo introspettivo: la biografia giovanile Ma Vie e gli schizzi che la illustrano presenti in mostra, dimostrano una valenza di indagine autobiografica piuttosto che un egocentrismo esasperato, come si potrebbe pensare superficialmente.
L’esposizione indaga anche le altre esperienze di Chagall: i bozzetti teatrali per scenografie e costumi per i balletti, le illustrazioni de Le Favole di Fontaine, tantissimo materiale esposto ma non credo sia la vastità della collezione a esaurire lo spettatore, piuttosto è l’enorme empatia emotiva che si avverte con le opere a lasciare piacevolmente spossati.

P.S. i dipinti citati sono nella board pinterest

Big Eyes

Bigeyes Nel 1958 Margaret Ulbrich abbandona il marito e con la figlia al seguito, si trasferisce a San Francisco dove incontra Walter Keane, aspirante pittore come lei. I due si sposano e quando i quadri della moglie che rappresentano bambini dagli enormi occhi tristi, cominciano ad avere successo, un po’ per caso un po’ per necessità (la pittura femminile non aveva mercato) Walter si spaccia per l’autore. Margaret resta intrappolata nel segreto domestico per quasi un decennio in nome dell’amore e della crescente ricchezza fino a quando porta il marito in tribunale e rivendica la propria identità artistica.

Premetto subito che Big Eyes non è un capolavoro ma certamente un film più che dignitoso che potrebbe anche avere una rivalutazione futura visto che a mio modesto parere segna una svolta nella produzione burtoniana. Il regista, chiuso il cerchio con Frankenweenie, remake del suo primo corto, sembra cercare una nuova strada libera dai manierismi stilistici dei suoi ultimi lavori.
Le tematiche di fondo non sono cambiate, ancora una volta il disagio di non essere accettati dalla società, ma non è più quello adolescenziale o di un freak ma il disagio di un artista, probabilmente con un che di autobiografico visto che da Burton ci si aspetta sempre la stessa cosa, una fotocopia possibilmente migliore (paradosso!) delle pellicole che lo hanno reso celebre, parallelamente al caso di Margaret che si vede costretta a replicare all’infinito i trovatelli che le hanno dato la fama, senza potersi evolvere in nuove vie artistiche.
Per la prima volta nella sua carriera il regista si concentra su una protagonista femminile, proprio perché negli anni ’50/’60 in cui si svolge la vicenda, la donna ha pochissime possibilità di scegliere la sua via all’interno della società, non solo in campo artistico, dove non viene considerata: ricordiamo che il film si apre mostrando Margaret già come una ribelle, una che lascia il marito “quando divorziare non era ancora diventato di moda”, la vediamo fuggire dalle ordinate villette color pastello in cui si svolgeva l’azione di Edward Mani di Forbice e forse anche Burton cerca oggi di sfuggire dai suoi stessi eroi.

Boldini Parisien d’Italie vs Preziosa Opera

Boldini Nell’episodio della quarta stagione di Downton Abbey andato in onda il giorno di Natale, la pungente Lady Violet Grantham rintuzza la nipote scandalizzata dalla presenza del gruppo jazz alla festa del genitore dicendo “noi campagnoli non ci possiamo permettere di essere provinciali”. Questa frase mi è tornata in mente domenica scorsa quando sono andata alla neonata GAMManzoni di Milano a vedere la mostra Boldini Parisien d’Italie, rimanendo profondamente delusa non dalle opere del Master of Swish, ma dall’ambiente: due misere salette in cui si accatastano senza costrutto logico le opere esposte, una, La Toilette era posta dietro alla cassa quindi ogni osservazione ravvicinata risultava impossibile e pericolosa per l’opera stessa (siccome i quadri esposti erano tutti di collezioni private, se fossi stata nel proprietario non avrei preso molto bene la cosa). Ritrovarmi vis à vis con il mio adorato Le viole del pensiero dopo un decennio non mi ha consolato molto dalla delusione di un’operazione furbastra nel definire museale uno spazio infimo che ha solo il vantaggio di trovarsi sul perimetro del quadrilatero della moda. Se a Milano insistono a fare i provinciali giocando in questo modo con gli amanti dell’arte, lo stesso non si può permettere la “campagnola” Valenza Po che ha allestito nel Museo del Gioiello (Villa Scalcabarozzi) una mostra molto interessante e piacevole dove presenzia anche un immancabile Boldini.

Mentre alla GAMManzoni si sprecano i biglietti per informare che la cassa chiude alle 18,30 a Valenza l’accoglienza è calorosa e anche dopo le 19, orario di chiusura dell’esposizione vendono ancora il catalogo e il pubblico si può dilungare ad ammirare le oltre cento opere dislocate sui tre piani della villa e anche all’esterno.

Preziosaopera Il tema, vista la tradizione orafa valenza a è quella del gioiello, portati dalle donne ritratte nei quadri accanto ai quali ci sono delle realizzazioni ispirate ai dipinti, gioielli antichi e moderni e il terzo piano raccoglie opere di artisti contemporanei che si cimentano anche nell’orificeria, gli stili sono i più disparati si va dai tatuaggi di Nicolai Lilin, più noto come autore del romanzo Educazione Siberiana, a Enrica Borghi con il suo lavoro sul recupero delle bottiglie di plastica.
Una mostra molto eclettica che permette di conoscere un’ambiente molto raffinato come Villa Scalcabarozzi, con i suoi interni di pregio affrescati e con grandi camini.
L’allestimento riesce anche a stupire: il Ritratto di Teodolinda Piolti di Cesare Saccaggi e Allo specchio di Giacomo Grosso sono esposti nella stessa sala, ebbene, nonostante il realistico ritratto di Teodolinda mostri una donna ben poco piacente, sarà il racconto del dipinto ammantato di leggenda ad affascinare, facendo passare in secondo piano la bellezza troppo sfacciata del dipinto di Grosso.

Preziosa Opera resterà aperta fino al prossimo 25 gennaio e la consiglio caldamente

Un gatto a Parigi

UngattoaParigi La doppia vita di Dino, gatto parigino che di notte accompagna Nico, ladro dal cuore d’oro nelle sue scorribande e di giorno è il fedele compagno di Zoe, una bambina che ha smesso di parlare dopo la morte del padre. Quando la ragazzina viene rapita saranno il gatto e il ladro a correre in suo aiuto..

Arriva anche in Italia, con quattro anni di ritardo l’acclamato cartone animato di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, Une vie de chat, che nel 2010 era stato anche in lizza per gli Oscar tra i film d’animazione.
La storia è molto delicata, incentrata sul difficile rapporto che si è venuto a creare dopo la morte del padre, tra Zoe e la madre Jeanne, commissario di polizia divisa tra i doveri materni e la ricerca del feroce Victor Costa, l’assasino del marito.
Il tratto del disegno è originale, soprattutto rispetto agli standard contemporanei, io ci ho visto qualcosa dello stile di Folon.
Il gioco di sottili richiami è quello che può intrigare maggiormente lo spettatore adulto, non si tratta di citazioni smaccate ma il ladro acrobata fa ricordare che Cary Grant in Caccia al ladro era soprannominato Il gatto per le fughe sui tetti, il rifugiarsi a Notre Dame e le acrobazie tra i gargoyles richiama Il Gobbo di Notre Dame mentre è quasi una citazione di King Kong, l’onirica visione del “Colosso di Nairobi” che attraversa Parigi: la pellicola sa infatti coniugare una trama dai risvolti gialli a sequenze surreali.