Big Eyes

Bigeyes Nel 1958 Margaret Ulbrich abbandona il marito e con la figlia al seguito, si trasferisce a San Francisco dove incontra Walter Keane, aspirante pittore come lei. I due si sposano e quando i quadri della moglie che rappresentano bambini dagli enormi occhi tristi, cominciano ad avere successo, un po’ per caso un po’ per necessità (la pittura femminile non aveva mercato) Walter si spaccia per l’autore. Margaret resta intrappolata nel segreto domestico per quasi un decennio in nome dell’amore e della crescente ricchezza fino a quando porta il marito in tribunale e rivendica la propria identità artistica.

Premetto subito che Big Eyes non è un capolavoro ma certamente un film più che dignitoso che potrebbe anche avere una rivalutazione futura visto che a mio modesto parere segna una svolta nella produzione burtoniana. Il regista, chiuso il cerchio con Frankenweenie, remake del suo primo corto, sembra cercare una nuova strada libera dai manierismi stilistici dei suoi ultimi lavori.
Le tematiche di fondo non sono cambiate, ancora una volta il disagio di non essere accettati dalla società, ma non è più quello adolescenziale o di un freak ma il disagio di un artista, probabilmente con un che di autobiografico visto che da Burton ci si aspetta sempre la stessa cosa, una fotocopia possibilmente migliore (paradosso!) delle pellicole che lo hanno reso celebre, parallelamente al caso di Margaret che si vede costretta a replicare all’infinito i trovatelli che le hanno dato la fama, senza potersi evolvere in nuove vie artistiche.
Per la prima volta nella sua carriera il regista si concentra su una protagonista femminile, proprio perché negli anni ’50/’60 in cui si svolge la vicenda, la donna ha pochissime possibilità di scegliere la sua via all’interno della società, non solo in campo artistico, dove non viene considerata: ricordiamo che il film si apre mostrando Margaret già come una ribelle, una che lascia il marito “quando divorziare non era ancora diventato di moda”, la vediamo fuggire dalle ordinate villette color pastello in cui si svolgeva l’azione di Edward Mani di Forbice e forse anche Burton cerca oggi di sfuggire dai suoi stessi eroi.

Frankenweenie

Frankenweenie

Victor è un ragazzino solitario con una grande passione per la scienza. Il suo migliore amico è il suo cane, Sparky; purtroppo il cane viene investito da un auto ma Victor riesce a rianimarlo grazie all’energia dei fulmini. Quando i compagni di scuola di Victor scoprono il suo esperimento, cercano emularlo per vincere l’agognato premio di scienze.

Nel remake del corto che nel 1984 lo portò alla ribalta (nonostante il licenziamento della Disney), Tim Burton gioca a citare i suoi grandi successi: le belle villette residenziali di Edward mani di forbice, i poster di Mars Attacks! ma di quelle pellicole manca tutto lo spirito delicato dell’attenzione per il freak isolato dalla comunità. Il villaggio di New Holland è abitato da soli freaks: i compagni di scuola di Victor sono in nuce i padri dei più terribili mostri horror del cinema classico. Se Victor rianima Sparky per amore verso il proprio fedele amico a quattro zampe, gli altri ragazzini lo fanno solo per agonismo, per vincere il premio di scienze. Passa un messaggio, anche giusto, di rispetto verso la natura con i suoi ritmi di vita e di morte che però lascia intendere che anche la resurrezione di Sparky ha un che di sbagliato per cui il lieto fine suona posticcio mentre si reitera una melensaggine strappalacrime tipica della Disney (non per niente il film in programmazione al cinema è Bambi) ma lontana dal mondo burtoniano.
L’occasione persa è l’analisi del rapporto con il padre, in fondo Sparky viene investito per colpa sua: Mr. Frankenstein costringe il figlio a giocare a baseball affinché esca dal proprio isolamento e durante la partita accade l’incidente a Sparky.
Quando poi Victor accetta la morte del cane è proprio il padre a convincerlo a rianimarlo nuovamente, cosa che ritengo incongruente.
Burton si limita a costruire una sarabanda di mostri parodiando i classici Warner con esiti anche divertenti ma insufficienti a soddisfare chi (come la sottoscritta) gli perdona anche il suo ormai consueto manierismo