Il Simbolismo

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Chiuderà domenica 5 giugno la mostra milanese sul movimento artistico che si sviluppa nell’ultimo quarto del XIX secolo.
Il simbolismo ha i suoi prodromi nell’opera poetica e critica di Charles Baudelaire, il primo ad avvertire la crisi del pensiero positivista che ha permeato buona parte del’800 a partire dalla rivoluzione industriale. Sul finire del secolo le certezze positiviste vengono minate dalle scoperte darwinane che tolgono all’uomo il primato e l’imprimatur divino, il negativismo filosofico di Nietzsche e Schopenhauer e l’affermazione del ruolo fondamentale dell’inconscio che emerge dagli studi di Freud.
AutoritrattoAlbertoMartini

Questi scossoni scientifici si riversano sull’arte e se per lungo tempo il simbolismo è stata considerata un’esperienza artistica di ambito franco-belga, la mostra milanese dimostra che il movimento, nelle sue varie declinazioni ha avuto dimensioni ben più vaste e indaga con maggiore attenzione il simbolismo italiano, forse un poco più tardo ma con esiti notevoli e mettendo in luce anche artisti poco conosciuti come Alberto Martini a cui è dedicata un’intera sezione con il suo autoritratto e diversi disegni tratti dalla serie de La Parabola dei Celibi e da quella ispirata ai racconti di Edgar Allan Poe. Anche Attilio Mussino, Attilio Bonazza, Pompeo Mariani,Francesco Lojacono, Cesare Laurenti, Cesare Saccaggi e Domenico Baccarini dimostrano tutta la vitalità della stagione simbolista italiana.
La donna è sicuramente la figura centrale del movimento simbolista che la esalta nel suo duplice aspetto di tentatrice voluttuosa e demoniaca e più che alle due versioni de Il peccato di Franz von Stuck penso all’inquietante Donna serpente di Achille Calzi, opposta alla forza generatrice del femminile rappresentato da Segantini o Bistolfi.
Carezze (L’Arte) di Fernand Khnopff, che campeggia sulla locandina, ben racchiude il duplice femminino; il quadro è esposto in Italia per la prima volta.
La tentazione femminile è ovviamente rivolta alla voluttà dell’eros che i simbolisti coniugano sempre con thanatos come dimostra La Sirena di Giulio Aristide Sartorio: il vigoroso e sensuale gesto del pescatore verso la bianca e abbandonata figura femminile trova soluzione nell’angolo sinistro del quadro, dove giacciono le ossa di chi ha già ceduto alla mortale tentazione della sirena.
La mitologia affascina molto i simbolisti, in particolare il mito di Orfeo a cui è dedicata un’intera sezione.
GiorgioKienerkIlDolore

Sezioni sono dedicate ai più illustri esponenti del movimento: a Odilon Redon è riservata una sala con otto delle sue litografie più bizzarre, il belga Felicien Rops è presente nella sezione iniziale dedicata a Baudelaire di cui illustrò Les Épaves e ha un sala dedicata a dieci suoi disegni, mentre una sezione è dedicata ai dieci disegni della serie Il Guanto di Max Klinger, a cui anche Francesco De Gregori ha dedicato una canzone.
Bocklin e Moreau sono uniti nell’analisi nel loro ritorno al mito: L’isola dei morti in mostra è una copia di Otto Vermehren ma da Le sirene di Moreau si capisce quando Matisse abbia preso dalla lezione del suo maestro.
Anche i Nabis vantano una sala dedicata a loro con opere del fondatore Serusier e del più celebre esponente Maurice Denis, anche se il mio quadro preferito resta Il mare giallo di Georges Lacombe.
La mostra si conclude con gli artisti italiani che meglio hanno saputo coniugare la lezione simbolista con lo stile liberty: Giorgio Kiernek si ispira chiaramente a Mucha nel trittico de L’enigma umano, mentre Galileo Chini sembra trovare ispirazione per il suo gusto decorativo nella lezione di Klimt, a cui attinge, ma con esiti molto diversi, anche Vittorio Zecchin: quattro pannelli del suo ciclo de Le Mille e una notte concludono la mostra.

Il Simbolismo
dal 3 febbraio al 5 giugno 2016
Palazzo Reale – Milano

Boldini Parisien d’Italie vs Preziosa Opera

Boldini Nell’episodio della quarta stagione di Downton Abbey andato in onda il giorno di Natale, la pungente Lady Violet Grantham rintuzza la nipote scandalizzata dalla presenza del gruppo jazz alla festa del genitore dicendo “noi campagnoli non ci possiamo permettere di essere provinciali”. Questa frase mi è tornata in mente domenica scorsa quando sono andata alla neonata GAMManzoni di Milano a vedere la mostra Boldini Parisien d’Italie, rimanendo profondamente delusa non dalle opere del Master of Swish, ma dall’ambiente: due misere salette in cui si accatastano senza costrutto logico le opere esposte, una, La Toilette era posta dietro alla cassa quindi ogni osservazione ravvicinata risultava impossibile e pericolosa per l’opera stessa (siccome i quadri esposti erano tutti di collezioni private, se fossi stata nel proprietario non avrei preso molto bene la cosa). Ritrovarmi vis à vis con il mio adorato Le viole del pensiero dopo un decennio non mi ha consolato molto dalla delusione di un’operazione furbastra nel definire museale uno spazio infimo che ha solo il vantaggio di trovarsi sul perimetro del quadrilatero della moda. Se a Milano insistono a fare i provinciali giocando in questo modo con gli amanti dell’arte, lo stesso non si può permettere la “campagnola” Valenza Po che ha allestito nel Museo del Gioiello (Villa Scalcabarozzi) una mostra molto interessante e piacevole dove presenzia anche un immancabile Boldini.

Mentre alla GAMManzoni si sprecano i biglietti per informare che la cassa chiude alle 18,30 a Valenza l’accoglienza è calorosa e anche dopo le 19, orario di chiusura dell’esposizione vendono ancora il catalogo e il pubblico si può dilungare ad ammirare le oltre cento opere dislocate sui tre piani della villa e anche all’esterno.

Preziosaopera Il tema, vista la tradizione orafa valenza a è quella del gioiello, portati dalle donne ritratte nei quadri accanto ai quali ci sono delle realizzazioni ispirate ai dipinti, gioielli antichi e moderni e il terzo piano raccoglie opere di artisti contemporanei che si cimentano anche nell’orificeria, gli stili sono i più disparati si va dai tatuaggi di Nicolai Lilin, più noto come autore del romanzo Educazione Siberiana, a Enrica Borghi con il suo lavoro sul recupero delle bottiglie di plastica.
Una mostra molto eclettica che permette di conoscere un’ambiente molto raffinato come Villa Scalcabarozzi, con i suoi interni di pregio affrescati e con grandi camini.
L’allestimento riesce anche a stupire: il Ritratto di Teodolinda Piolti di Cesare Saccaggi e Allo specchio di Giacomo Grosso sono esposti nella stessa sala, ebbene, nonostante il realistico ritratto di Teodolinda mostri una donna ben poco piacente, sarà il racconto del dipinto ammantato di leggenda ad affascinare, facendo passare in secondo piano la bellezza troppo sfacciata del dipinto di Grosso.

Preziosa Opera resterà aperta fino al prossimo 25 gennaio e la consiglio caldamente