Una strega in paradiso

Bell, Book and Candle
USA 1958 Columbia
con James Stewart, Kim Novak, Jack Lemmon, Ernie Kovacs, Hermione Gingold, Philippe Clay, Elsa Lanchester, Howard McNear, Janice Rule, Bek Nelson
regia di Richard Quine



Unastregainparadiso


Gil Holroyd è un’annoiata strega newyorkese che vorrebbe provare i sentimenti dei comuni mortali, s’interessa così al nuovo vicino, l’editore Shep Henderson ma quando scopre che l’uomo è fidanzato con una sua ex compagna di college particolarmente odiosa, Gil decide di vendicarsi di lei, usando le arti magiche per sedurre l’uomo e mandare a monte le loro nozze. Nel frattempo, sempre per compiacere Shep, Gil aveva attirato in città uno scrittore del paranormale, Sidney Redlitch che sembra sapere molte cose sulla congrega newyorkese; per tenerlo a bada Gil lo affida al fratello, il maliardo Nicky che però finisce per svelare tutti i segreti sulla stregoneria in città. Lo scontro tra Gil e il fratello la porta a confessare a Shep di averlo sedotto con la magia, l’uomo si arrabbia quando scopre di esser stato usato per vendicare vecchi rancori scolastici e lascia Gil per tornare da Merle. La strega vorrebbe vendicarsi nuovamente ma non ha più l’ausilio del suo familio, il gatto Cagliostro e scopre di poter piangere, segno inequivocabile che si è realmente innamorata e ha perso i suoi poteri, ci penserà la svanita zia Queenie a far trionfare l’amore.



Unastregainparadiso


Un classico della commedia romantica che ripropone la coppia James Stewart / Kim Novak a pochi mesi di distanza dal capolavoro hitchcockiano La donna che visse due volte, se qualitativamente tra i due film non c’è paragone, bisogna riconoscere che Kim Novak è molto più sensuale nei panni della strega soprattutto quando mugula la sua nenia incantatrice con il gatto, immagine iconica usata anche come manifesto del Torino Film Festival del 2017 ma Richard Quine aveva una relazione con l’attrice che invece non aveva stregato (platonicamente parlando) il maestro del brivido.



Bell book and candle


Una strega in paradiso richiama per certi versi La donna che visse due volte, anche qui tra i due protagonisti c’è una rottura e un ritrovarsi dopo alcuni mesi con lei cambiata, ma mi è parso di intravedere nella pellicola un richiamo ad altri grandi successi immediatamente precedenti: la coppia che si ritrova sul Flatiron perché l’Empire State building è chiuso sembra un riferimento al successo dell’anno precedente, Un amore splendido e forse la telecamera che indugia sul cappello di James Stewart che vola di sotto rimanda ancora a Vertigo, poi Nicky fa una battuta che -almeno in italiano- gioca con La gatta sul tetto che scotta, sempre del 1958: “il gatto è sul tetto e Gil è cotta”.



Bellbook andcandle


Il cast è il punto di forza del film, Jack Lemmon mette a punto il personaggio stralunato e pasticcione che l’anno dopo esploderà in A qualcuno piace caldo: lungi dal portare a termine la missione affidatagli, finisce per mettersi in combutta con lo scrittore e diventa coautore del libro, come Jerry che scorda che quello di Daphne è solo un travestimento per salvarsi la vita e finisce per accettare la corte di Osgood.



Bellbookandcandle


Lemmon, Stewart e Ernie Kovacs danno vita a un vero trio comico, diverse le scene in cui recitano come in una comica muta a causa della satanica musica jazz dello Zodiaco. Sempre perfetta Elsa Lanchester e Hermione Gingold è un’eccezionale fattucchiera: la scena in cui costringe Shep a bere una disgustosa pozione per disamorarlo da Gil è esilarante.
Il film è ricordato anche per essere l’ultimo in cui il cinquantenne James Stewart figura in un ruolo romantico anche se la sua carriera è ben lungi dalla fine.

The Dressmaker – Il diavolo è tornato

The Dressmaker
Australia, 2015
con Kate Winslet, Liam Hemsworth, Judy Davis, Hugo Weaving, Sarah Snook, Caroline Goodall, Kerry Fox, Rebecca Gibney, Gyton Grantley, Shane Bourne, Alison Whyte, Kerry Fox, Gyton Grantley
regia di Jocelyn Moorhouse


Thedressmaker


Tilly Dunnage torna dopo venticinque anni nel paesello natio da cui era stata allontanata da bambina con l’accusa di aver ucciso un coetaneo. Ora Tilly è una sarta raffinata che sa come valorizzare il corpo di qualsiasi donna, un talento formidabile che sfrutterà per ricostruire il passato oscuro della sua infanzia e ricostruire il legame con la madre, Molly la ragazza madre che da sempre è stata considerata la pazza del villaggio. Mentre ricostruisce il passato che l’ha segnata Tilly trova anche l’amore dell’aitante Teddy McSwiney, l’unico che non sembra intimorito da lei e pian piano sgretola se sue paure ma il destino ancora una volta si accanisce su Tilly scatenando ancora l’odio del gretto paesino di Dungatar così alla sarta provetta non resta che umiliarli con la sua bravura…



The dressmaker


Una commedia drammatica che regge soprattutto nel primo tempo con la descrizione degli sgangherati personaggi che animano Dungatar: Molly la pazza, ragazza madre che finge di non riconoscere la figlia tornata dopo un quarto di secolo anche per prendersi cura della madre malata, il sindaco Evan Pettyman che odia visceralmente Tilly e la madre e scopriremo il motivo di tanto risentimento, sua moglie Marigold, la madre del ragazzino ucciso presumibilmente da Tilly che sublima il dolore nell’ossessione per l’igiene e viene tenuta a bada dal marito a suon di psicofarmaci, Gertrud sciatta figlia del droghiere che grazie ai vestiti di Tilly riesce a conquistare Willy Beaumont, il rampollo di una ricca vedova che cerca in tutti i modi di osteggiare il matrimonio (esilarante la rincorsa della futura sposa nell’obbrobrioso abito creato dalla rivale di Tilly). Insuperabile poi il poliziotto Horatio Farrat, con una segreta passione per la moda e il travestitismo, elementi con cui il sindaco lo tiene in scacco e che emergono prepotentemente con l’arrivo di Tilly e le sue stoffe pregiate, ad interpretarlo c’è Hugo Weaving, il terribile agente Smith di Matrix che nel 1994 era stato una delle drag queen di Priscilla la regina del deserto.



Thedressmaker


Il film presenta una commistione di generi in bilico tra commedia sentimentale e melodramma che forse cede un po’ nel finale: l’arrivo notturno di Tilly ha un che di western ma personalmente trovo che il film si ispiri a Jean-Pierre Jeunet nei colori e sia soprattutto una rilettura di Edward mani di forbice, mi ci ha fatto pensare l’inquadratura della casa delle Dunnage, una catapecchia in cima alla collina, esattamente dove stava il maniero in cui viene ritrovato Edward; come il personaggio di Tim Burton, Tilly viene accettata dagli abitanti del villaggio quando il suo talento (la come parrucchiere qui come sarta) torna utile ai gretti compaesani ma alla prima occasione il reietto/a torna tale: e non sarà un caso se il film si perde dove termina il parallelo con Edward mani di forbice.

The Irishman

Theirishman

 Frank Sheeran dalla sua camera nella casa di riposo rievoca la sua storia nel mondo della mafia, da semplice camionista che rivende parte della merce si guadagna la fiducia del boss Russell Bufalino che lo presenta a Jimmy Hoffa, il più potente capo sindacato, nemico giurato dei Kennedy. Anche Hoffa prende a ben volere Sheeran, che diventa la sua guardia del corpo ma quando l’istrionico sindacalista diventa un ingombro pe la mafia sarò proprio Sheeran a doversi liberare dello scomodo amico…

Pur non essendo un capolavoro, The irishman è un film molto bello, affabulatorio: nonostante il ritmo lento ti lasci coinvolgere da tutte le storie di gangster e regolamenti di conti che circondano la trama principale.
Un grande affresco malinconico di un mondo che fu, non la mafia che fu attenzione, Scorsese usa il genere che più gli è congeniale, il gangster movie, per far rivivere l’America dagli anni ’50 agli anni ’70 che è poi quella della sua giovinezza. Lo fa con gli attori amici di sempre, facendosi carico di un viaggio collettivo nel tempo.



The irishman


In quest’ottica è giustificabile l’uso della computer grafica per ringiovanire i personaggi, ma se la tecnologia può ringiovanire un volto non riesce (ancora) a restituire il vigore di un corpo. Nella conversazione tra regista e attori principali, che segue la proiezione, Scorsese si dice soddisfatto dell’impegno con cui gli attori si sono sforzati nel muoversi con agilità, a mio parere la cosa non ha funzionato per nulla: nella scena in cui Sheeran va a pestare il negoziante che ha maltrattato Peggy, scena fondamentale perché la sensibile ragazzina inizia a capire la natura del lavoro del padre, nel pestaggio dicevo, per quanto ripreso da lontano, si vede che è un uomo anziano che scalcia un omone buttato per terra, come diverse volte si notano le spalline sotto le camice chiare che dovrebbero ridare imponenza al fisico un po’ incurvato di De Niro. Per gran parte della visione ho cercato di trovare una motivazione a queste scelte perché faccio fatica a credere che Scorsese, in un film così costoso, cada su dettagli così evidenti ma se lui stesso si dice soddisfatto prendo atto e mi tengo i miei dubbi.



Theirishman


Ad impressionarmi in positivo non è stato il primo piano sequenza che ricorda Quei bravi ragazzi, ma quello nella galleria dove si trova il negozio da barbiere della sparatoria: la macchina da presa segue delle persone di spalle, poi improvvisamente torna indietro per seguire i veri killer che arrivano lateralmente li segue fin sulla porta poi si sentono solo gli spari mentre la macchina da presa indugia su un cuscino di rose rosse in una vetrina vicina: stupefacente.

Piccoli omicidi

Little Murders
USA 1971
con Vincent Gardenia, Elliott Gould, Marcia Rodd, Vincent Gardenia, Elizabeth Wilson. Lou Jacobi, Jon Korkes, Doris Roberts, John Randolph, Donald Sutherland, Alan Arkin
regia di Alan Arkin



Littlemurders


Una mattina l’arredatrice Patsy si sveglia sentendo le urla di un pestaggio sotto le sue finestre, benché la violenza sia all’ordine del giorno, la ragazza chiama la polizia e poi interviene in difesa del malcapitato che però la lascia nelle mani degli assalitori e se ne va come se nulla fosse successo. La ragazza lo insegue per avere spiegazioni e Alfred dichiara di essere un “non curantista”: intoccabile anche dalla violenza esercitata su lui medesimo. E’ l’inizio di una stramba storia d’amore dove Patsy è determinata a far uscire dall’apatia il marito. Quando le cose sembrano smuoversi e Alfred inizia a lasciarsi andare, un cecchino spara alla loro finestra uccidendo Patsy…



Piccoliomicidi


Una caustica commedia nera che stigmatizza la società americana, dall’arte al consumismo, con particolare attenzione ai rapporti familiari: non bastasse l’esilarante l’omelia durante il matrimonio del pastore interpretato da Donald Sutherland, la famiglia viene mostrata con
con tutte le sue nevrosi: le isterie dei Newquist, già colpiti dall’omicidio casuale del figlio maggiore, nascondono la paura di affrontare la vita nella falsa aggressività del padre, nei discorsi fatui della signora Newquist, nell’ottimismo incrollabile di Patsy e i disturbi mentali del fratello minore Kenny a cui fa da contraltare l’anafettività della famiglia di Alfred che aveva perso i contatti con i genitori ed è inviato dall’arrembante mogliettina a riallacciare i rapporti con una serie di domande sulla sua infanzia a cui i Chamberlain non sanno rispondere perché dietro le loro argomentazioni di alta psicologia infantile, non ricordano nulla.
Il vero tema della pellicola è la passiva accettazione della violenza: gli omicidi casuali sono così frequenti che la polizia non sa più che fare (lo sfogo del tenente Practice interpretato dallo stesso regista) e quando Alfred sale in metropolitana con la camicia inzuppata del sangue della moglie nessuno gli fa caso.



Piccoliomicidi


Alfred si rifugia dai familiari della moglie che hanno subito provveduto a rafforzare la sicurezza mettendo delle persiane blindate alle finestre, dopo un periodo di annichilimento Alfred ricomincia ad uscire con la sua macchina fotografica e riprova ad inquadrare il mondo (aveva avuto successo come fotografo di cacche) poi, forse pensando che non c’è tanta differenza tra il mirino di una macchina fotografica e quello di un fucile torna dai Newquist con un fucile comprato “perché era in saldo” e in pochi minuti i tre uomini della famiglia ritrovano la sicurezza neanderthaliana -Alfred si batte il petto come uno scimmione- trasformandosi a loro volta in cecchini mentre la signora Newquist, con un espressione incredibilmente simile alla fantozziana signora Pina di Milena Vukotic, si dichiara contenta del ritrovato sorriso dei familiari.

La conversa di Belfort

Lesangesdupeche

Les Anges du péché
Francia, 1943
con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie, Mila Parely, Marie Helene Dasté, Yolande Laffon, Sylvia Monfort, Louis Seigner, Georges Colin
regia di Robert Bresson

Anna Maria, ragazza di buona famiglia decide di prendere i voti e, con disdoro della famiglia, sceglie il convento di Belfort che offre un rifugio a ex galeotte. Anna Maria cerca di convincere Teresa, una ragazza finita ingiustamente in carcere, a cercare la pace nel convento ma la donna, animata da propositi di vendetta, appena scarcerata va a uccidere ll’uomo che la ha incastrata poi si rifugia in convento per far perdere le proprie tracce. Anna Maria si prende cura di lei con un’attenzione morbosa che infastidisce Teresa e fa dubitare le consorelle della fede di Anna Maria che finisce per essere espulsa dal convento, ma la ragazza non torna a casa e ogni notte penetra nel cimitero del convento per pregare sulla tomba del fondatore, verrà trovata svenuta dopo una notte di pioggia. Ormai prossima alla morte Anna Maria prende i voti con l’aiuto di Teresa che poi si consegna alla giustizia.



LaconversadiBelfort


Girato durante l’occupazione nazista con un cast di professionisti, unico caso assieme al seguente Perfidia, La conversa di Belfort è il primo lungometraggio di Robert Bresson in cui si possono trovare molti dei temi che caratterizzeranno la sua teoretica: la religione, la prigione, la riflessione sul bene e sul male.
Il film si apre come un noir antelitteram: la madre superiora e altre due suore si recano di notte al penitenziario per strappare una ragazza appena scarcerata alle attenzioni del suo magnaccia, la seconda volta che l’azione si sposta in prigione avviene senza soluzione di continuità: convento e galera hanno le stesse grate le cui ombre si riflettono sulle pareti. La fotografia di Philippe Agostini ha un ruolo molto importante nella messa in scena, la rappresentazione del bene e del male è tutta giocata sulle tonalità del bianco e del nero: luminoso il convento, sempre più oscuri gli ambienti del carcere fino alla cupezza della cella di sicurezza posta nei sotterranei.
Le ombre servono anche per le ellissi, la vendetta di Teresa si svolge con la camera fissa sulla donna e l’azione è raccontata ancora una volta dal cambio di luce: la porta che si apre illumina il volto della donna, l’uomo è solo un’ombra riflessa accanto a lei che vediamo accartocciarsi dopo lo sparo.
Anche in convento non regna solo il bene, pettegolezzi e ipocrisie sono all’ordine del giorno e Teresa riesce a fruttare la situazione a proprio vantaggio: per liberarsi delle attenzioni di suor Anna Maria le riporta quanto detto alle sue spalle esasperando i rapporti fino all’espulsione della novizia.
La tenacia di Anna Maria che sacrifica anche la vita per redimere la riluttante Teresa ha qualcosa di mistico che non viene compreso nemmeno dalle religiose, come la Vicaria suor Giovanna, l’entusiasmo spirituale di suor Anna Maria viene scambiato per egoismo, voglia di protagonismo e forse la purezza del sacrificio nasce in parte anche da questa componente negativa del carattere dell’entusiasta novizia.
Un altro elemento che caratterizza la produzione di Bresson è l’attenzione alle mani che si nota già in quest’opera prima: l’intreccio di mani delle varie suore mentre Anna Marie prende i voti in punto di morte fa il paio con il dettaglio dei polsi di Teresa che li porge al poliziotto per farsi ammanettare nell’inquadratura finale

She-Devil – Lei, il diavolo

USA 1989
con Meryl Streep, Roseanne Barr, Ed Begley Jr., Linda Hunt, Sylvia Miles, A Martinez, Bryan Larkin, Elisebeth Peters, Maria Pitillo, Susan Willis, Mary Louise Wilson
regia di Susan Seidelman


She - devil


La sciatta casalinga Ruth Patchett scopre che l’adorato marito ha una relazione con la ricca scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher; dopo aver aspettato inutilmente che il marito rinsavisca, Ruth viene lasciata dal consorte che le rinfaccia di essere l’unica voce in passivo della sua esistenza; punta sul vivo, la donna si mette d’impegno per distruggere la vita dell’ex: fa saltare in aria la casa, costringendo così il marito ad accollarsi i figli nella magione dell’amante; fa sbattere fuori dalla casa di riposo in cui vegeta la madre di Mary Fisher, con cui la scrittrice non ha un gran rapporto, e infine fa in modo che il marito finisca in carcere perché froda i suoi clienti.



Shedevil


Sul finire degli anni ’80 la stella di Meryl Streep si stava appannando: il suo talento era indiscutibile ma l’attrice non si era mai cimentata con la commedia quindi c’era qualche dubbio sulla sua versatilità.
She Devil è la prima commedia in cui la Streep si cimenta (guadagnando una nomination ai Golden Globes) prima di approdare al capolavoro di Zemeckis La morte ti fa bella, alla regia c’è una donna, Susan Seidelman, arrivava dal successo con Madonna, Cercasi Susan disperatamente. Se in quell’opera la regista metteva in scena il mondo underground new yorkese, in She Devil al centro della trama c’è ancora una casalinga frustrata ma stavolta l’estetica è quella da soap opera, soprattutto nella lussuosa villa rosa di Mary Fisher e nelle sue messe in piega vaporose. E dal mondo della soap arriva A Martinez, protagonista di Santa Barbara qui nelle vesti di Garcia, maggiordomo e toy boy della scrittrice fino all’arrivo di Bob Patchett; l’antagonista Roseanne Barr era un a regina delle sitcom tornata in auge di recente per il suo vibrante sostegno all’elezione di Trump.



Shedevil


L’assunto di questa spassosa commedia nera è quello di dimostrare che basta mettere la più raffinata donna alle prese con dei bambini e le incombenze domestiche e la seduzione va a farsi benedire, sia da un punto di vista intellettivo che da quello prettamente fisico: è difficile essere perfette quando basta lo sportello di una lavatrice a spezzare le unghie!



She-devil


La vendetta di Ruth è sistematica, vuole distruggere tutte le certezze della vita del marito, la casa, la famiglia, il lavoro e la libertà per farlo e la casalinga si munisce di un block notes dove segna i suoi obbiettivi per cancellarli una volta raggiunti, esattamente come fa Beatrix Kiddo in Kill Bill!
Per portare a termine la sua vendetta Ruth mette in piedi un agenzia di collocamento rivolta solo a donne brutte e segnate dalla vita, creandosi così una rete di contatti su cui far affidamento per incastrare penalmente l’ex marito, soluzione poco verosimile ma accettabile nel tono sopra le righe che caratterizza il film; chiaro e netto comunque il messaggio di sorellanza da cui siamo ancora lontane.

Dr. Cyclops

USA 1939
con Albert Dekker, Thomas Coley, Janice Logan, Charles Halton, Victor Kilian, Frank Yaconelli
regia di Ernest B. Schoedsack



Drcyclops


Il dottor  Alexander Thorkel conduce da alcuni anni una vita ritiratissima nella foresta andina quando chiede l’aiuto di una spedizione scientifica. Ai tre membri della spedizione si unisce durante il viaggio Steve Baker, un minatore che ha comprato i muli già prenotati dagli scienziati. Thorkel si mostra gentile con i nuovi arrivati ma ha bisogno giusto di una consulenza per i suoi problemi di vista e poi vorrebbe che se ne andassero lasciando piuttosto sconcertati gli scienziati che s’incuriosiscono della misteriosa ricerca di Thorkel: con l’aiuto di Pedro, il solo aiutante dello scienziato, scopriranno a loro spese che il dottore è riuscito a miniaturizzare gli esseri viventi, per loro fortuna il processo prevede il ritorno alle dimensioni normali nel giro di pochi mesi in cui dovranno sfuggire alle insidie della natura e ai propositi omicidi di Thorkel.


Dr cyclops


Uno degli ultimi lavori di Ernest B. Schoedsack, il regista del celebre King Kong codiretto con  Merian C. Cooper che qui figura solo come produttore. Dr. Cyclops è famoso per essere il primo film horror in technicolor.



Dottorcyclops


La trama ha certe somiglianze con i classici, King Kong e La pericolosa partita che diedero fama al regista: località esotiche ed isolate, lo scontro con la natura selvaggia. Thorkel si distingue dalla schiera di scienziati pazzi che lo hanno preceduto per una certa venatura di propaganda antinazista di cui si ammanta la vicenda già nella sequenza iniziale: il grande giacimento di radio viene scoperto da un allievo di Thorkel che vorrebbe l’aiuto dello scienziato per sfruttarlo a scopi benefici ma Thorkel non esita ad uccidere il giovane collega per impadronirsi del giacimento e sfruttarlo perle proprie ricerche. Come se non bastasse, il dottor  Bulfinch, capo della spedizione, ucciso da Thorkel per impedire che riacquisti le dimensioni normali, lo apostrofa dicendo che non capisce come Dio possa ammettere l’esistenza di mostri come Thorkel.



Dr.cyclops


La trama poi si perde nel mostrare come le cinque vittime del Dr. Cyclops riescano a sopravvivere con l’ingegno agli attacchi di esseri che normalmente sono innocui, come il gatto Satana o peggio un coccodrillo. L’intento è soprattutto quello di mostrare gli effetti speciali della miniaturizzazione oggi un po’ datati, si vede l’uso dei trasparenti e la mano meccanica di Cyclops quando solleva le sue cavie umane. Effetti speciali usati qualche anno prima da Tod Browning ne La Bambola del diavolo, alcune idee come quella del gatto tornano anche in Radiazioni BX: distruzione uomo.

Tre passi nel delirio

Histoires Extraordinaires
Francia -Italia, 1968
con Jane Fonda, Peter Fonda, Brigitte Bardot, Alain Delon, Renzo Palmer, Terence Stamp, Salvo Randone
regia di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini



Spiritofthedead


Film a episodi ispirati ai racconti di Edgar Allan Poe, la qualità dei segmenti aumenta con il progredire del film che si apre con il capitolo firmato da Roger Vadim, Metzengerstein la storia della ricca e lussuriosa contessa Frederica de Metzengerstein che ha sempre disprezzato il cugino, il barone Wilhelm Berlifitzing, senza conoscerlo. Quando s’incontrano la donna resta colpita dal giovane e cerca di sedurlo. Viene respinta e per vendetta fa incendiare la stalla degli amati cavalli di Wilhelm che muore cercando di salvare il suo cavallo. Contemporaneamente brucia un arazzo nel castello dei Metzengerstein che rappresentava un cavallo nero e uno stallone indomabile si materializza nel cortile, solo Frederica riesce ad avvicinarlo e l’animale diventa la sua unica compagnia. Una notte di tempesta i fulmini incendiano la campagna, quella stessa notte il tappezziere termina di riparare l’arazzo mentre Frederica in sella allo stallone cavalca tra i campi incendiati finendo arsa viva.
L’attenzione di Vadim è volta più a esaltare la bellezza della moglie Jane Fonda che a seguire gli aspetti fantastici della vicenda, relegati ai paesaggi di Finistère. Ambientato in una sorta di medioevo, il film è una scusa per fare indossare alla Fonda cuna sere di abiti fantasiosi e sexy un po’ sulla falsa riga di Barbarella. Il barone Berlifitzing è interpretato dal fratello Peter Fonda.



Histoires extraordinaires
3passineldelirio


Il secondo segmento, William Wilson è diretto da Louis Malle che è piuttosto fedele al testo del racconto di Poe: William Wilson è un bullo senza scrupoli che nei momenti peggiori viene regolarmente salvato da un omonimo che impedisce che Wilson compia i suoi misfatti; stanco delle intromissioni, Wilson lo sfida a duello e lo uccide poi, pur non essendo cattolico, confessa tutto ad un prete prima di suicidarsi perché ha ucciso la parte migliore di sè. Ancora una volta si punta su due nomi di spicco della cinematografia francese: Alain Delon, sicuramente in parte e Brigitte Bardot con parrucca nera, in un ruolo che è poco più di un cameo, ha più pose il prete interpretato dal nostro Renzo Palmer, ma siccome c’è la scena in cui Wilson frusta la schiena nuda di Giuseppina, la presenza dei due belli per eccellenza del cinema francese aveva i suoi vantaggi. Va detto che Louis Malle avrebbe preferito Florinda Bolkan e non trovava la Bardot adatta al ruolo. In ogni caso pur senza guizzi, il regista realizza un episodio dignitoso, dove si segnala ancora una volta l’ambientazione, la piazza di Bergamo alta.



Tobydammit


Il terzo capitolo affidato a Federico Fellini è quello che rende memorabile l’intera operazione; Toby Dammit è la storia di un attore inglese in declino che viene in Italia per girare un western in chiave cristologica, l’uomo ha accettato il ruolo solo perché il produttore gli ha promesso una Ferrari che gli viene consegnata dopo un’intervista televisiva e una premiazione, Completamente stravolto dall’alcol e da un’allucinazione che lo perseguita da tempo, Toby finirà in un burrone con la testa decapitata da un sottile filo d’acciaio.
Fellini è l’unico che riadatta il racconto di Poe, portandolo nel presente e riuscendo a infondere alle sue tipiche atmosfere surreali una dimensione più cupa e mortifera. Davvero notevole le sequenze iniziali con l’arrivo in aeroporto e il viaggio attraverso Roma, un delirio psichedelico di toni aranciati e di giochi di riflessi sui vetri dell’auto. Fellini mette in scena tutto il suo mondo di strambi personaggi del sottobosco cinematografico, donnine dalle grandi forme e dalle pettinature ancora più esagerate, volti bizzarri, un vecchio attore semicieco chiaramente ispirato al Totò malato degli ultimi anni (il comico era morto l’anno prima, nel 1967).



3 passi nel delirio


La dimensione solitamente onirica e giocosa assume un tono sulfureo sottolineato dalla visione di Damnit, la ragazzina con la palla, citazione se non plagio della bambina di Operazione Paura di Bava che scoprì l’”omaggio” solo vedendo l’opera del collega al cinema.

I bambini ci guardano

Ibambiniciguardano

Italia, 1943
con Luciano De Ambrosis, Isa Pola, Emilio Cigoli, Adriano Rimoldi, Giovanna Cigoli, Jone Frigerio, Riccardo Fellini, Ernesto Calindri, Cesare Gabrielli, Aristide Garbini, Maria Gardena, Dina Perbellini
regia di Vittorio De Sica

La madre del piccolo Pricò abbandona la famiglia per fuggire con l’amante. Il padre, per tenere il bambino al riparo dalle chiacchiere del palazzo, prima lo affida alla sorella della moglie poi alla propria madre. Presso la nonna, per nulla comprensiva, Pricò si ammala gravemente, Nina torna a casa per visitarlo e dietro le insistenze del bambino il marito la riprende in famiglia. La pace sembra ritornare e Andrea regala una bella vacanza alla famiglia ad Alassio. La moglie e il figlio restano una settimana in più nella località di villeggiatura dove Roberto, l’amante, li ritrova. Nina non sa resistere alla passione e trascorre gli ultimi giorni di vacanza con lui, scordandosi praticamente del figlio che li scopre. Pricò fugge, vorrebbe tornare a Roma dal padre, recuperato dai carabinieri viene restituito alla madre davanti a tutti gli ospiti della pensione che non esitano a mostrare la loro riprovazione. Nina riporta il figlio a Roma e scrive una lettera ad Andrea in cui lo lascia. L’uomo mette il figlio in collegio e si suicida.



I bambini ciguardano


Il film che segna la svolta della carriera registica di Vittorio De Sica: il primo film con cui collabora con Zavattini, il primo in cui non compare come attore e il coraggio di scegliere dei temi invisi alla propaganda cinematografica fascista: una donna non solo adultera ma che lascia la famiglia quando l’adulterio era ammesso solo ambientato il località lontane, solitamente Est Europa; il suicidio -tema vietatissimo- di un uomo amorevole e per nulla autoritario e l’infelicità di un bambino che suo malgrado assiste allo disfacimento della sua famiglia, nonostante i tentativi di salvaguardarlo da quanto sta succedendo, Pricò sente e capisce tutto quello che accade: la sensibilità infantile diventa centrale e il bambino non viene considerato un grazioso animaletto incapace di capire.
C’è quel muto gioco di sguardi tra padre e figlio che non il coraggio di rivelare al padre, per non ferirlo ulteriormente, che l’amante della madre li aveva raggiunti al mare che è estremamente commovente ancora oggi.
De Sica riteneva I bambini ci guardano la sua prima vera regia e in effetti l’autore dimostra una grande padronanza nell’uso del mezzo cinematografico: l’incubo in treno di Pricò tra delirio espressionista e surrealista fa il paio con la corsa del bambino in fuga sulla spiaggia, silhouette rincorsa dalla ombre che si staglia sullo scintillio delle onde, il piano sequenza nella pensione quando gli ospiti sfottono bonariamente il bolognese che si vanta di essere un campione a bocce; il dettaglio dei volti di Pricò e suo padre nella muta confidenza in contrasto con il campo lunghissimo del salone del collegio con il piccolo che si allontana dalla madre senza salutarla.



I bambini ci guardano


E’ interessante notare che molti sinossi di dizionari online siano piuttosto tranchant sulla figura della madre, donna disonesta, mentre de Sica è esente da ogni giudizio sulla figura di Nina, è molto meno comprensivo, invece, con le persone che circondano la famiglia di Pricò, rappresentanti di una piccola borghesia pettegola e meschina.

A rotta di collo

Speedy
USA 1928 Columbia
con Harold Lloyd, Ann Christy, Bert Woodruf, Brooks Benedict, Babe Ruth, Ernie Adams
regia di Ted Wilde


Speedy


Nella frenetica New York dei tardi anni ’20 quella del vecchio  Pop Dillon è rimasta l’unica tramvia trainata a cavallo e uno speculatore vorrebbe comprare il percorso ma il vecchio Pop non vuole cedere e l’acquirente arriva ad assoldare una gang per rubare il tram del vecchio: se per un giorno il tram cessa il servizio la concessione va all’asta. A sventare il piano dei malintenzionati ci pensa Speedy Swift, il fidanzato di Jane, la nipote di Dillon. Casualmente ascolta la telefonata in cui si organizza il piano ai danni di Pop e coinvolge tutto il quartiere per salvare il vecchio tram, finirà con una scazzottata epica ma il vecchio Pop riceverà il giusto compenso per vendere la sua linea tramviaria.



A rotta di collo


Speedy è l’ultimo film muto del comico Harold Lloyd e pur avendo per soggetto la velocità della metropoli, il ritmo del film non è proprio A rotta di collo: la pellicola sembra formata da diversi segmenti che trovano un senso nel finale ma durante la visione rischiano di perdere l’attenzione dello spettatore: prima c’è l’introduzione dei personaggi, il vecchio Pop, la nipotina tutto pepe e infine il fidanzato patito di baseball che lavora in bar. Mandato a fare una commissione per il capo (consegnare i fiori alla moglie) non riesce a portare a termine l’incombenza e viene licenziato.



Arottadicollo


Ma è venerdì e invece di preoccuparsi il giovanotto si compra un abito nuovo e porta la fidanzata a Coney Island, un segmento divertente e interessante come documento dei divertimenti dell’epoca, famoso perché nella scena degli specchi deformanti Lloyd mostra il dito medio ed è la prima volta che questo gesto appare sul grande schermo. Il legame con la trama però è molto esile: l’incontro con un randagio che sarà un baldo aiutante nella scoperta del furto del tram e nella rissa finale. Il lunedì Speedy trova lavoro come tassista e dopo molte traversie carica sul taxi la stella del baseball Babe Ruth che lo invita a vedere la partita. E allo stadio Speedy scopre il piano ai danni del vecchio Pop organizzando la riscossa.



Speedy


Trama molto complicata, gag già viste, Harold Lloyd non è altro che un ragazzone ottimista che riesce sempre a trovare una soluzione ai suoi guai; a funzionare è il contrasto tra modernità e “la vecchia America” di cui Pop e il suo tram a cavallo sono un simbolo: dal tranquillo quartiere escono, per aiutare il loro vecchio coetaneo, tutta una serie di anziani baldanzosi, reduci della guerra di secessione che non esitano a cimentarsi con i giovani gangster di quartiere e il film è un crescendo, il vecchio cavallo viene sostituito da una coppia di cavalli al galoppo ripresi come in un film western, in netto contrasto con i gangster striscianti contro i muri della metropoli. La regia è molto buona, molte riprese sono fatte in pieno centro, nel traffico caotico di New York, interessante soprattutto l’uso della profondità di campo che riesce a restituire il regista.