Lo studente di Praga

StudentVonPrag

Der Student von Prag
Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt, Grete Berger, Lyda Salmonova, Lothar Körner, Fritz Weidemann
regia di Stellan Rye

Balduin, studente e il più valente spadaccino di Praga, è in angoscia per la perenne mancanza di denaro, soprattutto da quando si è innamorato della contessa Margit dopo averla salvata da una caduta di cavallo. Esasperato dal bisogno, Balduin cede alla bizzarra proposta del losco Scapinelli: centomila monete d’oro in cambio di una qualsiasi cosa che il mago voglia prelevare dalla casa dello studente, che non s’immagina certo che Scapinelli scelga la sua immagine riflessa nello specchio. Apparentemente, quella del riflesso, non sembra una gran perdita, ma lo studente inizia ad incontrare il suo doppio nei luoghi più impensati. Sfidato a duello dal geloso fidanzato ufficiale di Margit, Balduin promette al padre di lei di non uccidere il rivale ma mentre si reca al duello, incontra nuovamente il suo doppio e sarà questi a duellare ed uccidere il barone  Waldis-Schwarzenberg. Balduin cerca il perdono di Margit e quando finalmente tra i due sembra trionfare l’amore, il doppelgänger si palesa anche alla donna che si è accorta che l’amato non si riflette nello specchio. Disperato lo studente spara al proprio riflesso che lo perseguita ma sarà lui a morire.



Lo studente di Praga


Un classico del cinema degli esordi (l’arte cinematografica non esisteva nemmeno da vent’anni) che viene considerato il primo film d’autore nel senso che per la prima volta il cinema fantastico non si limita a stupire il pubblico con gli effetti speciali della settima arte ma li mette al servizio di una storia significativa che attinge a temi classici della cultura tedesca, il doppelgänger e al romanzo di Adelbert von Chamisso, Storia straordinaria di Peter Schlemihl, ripreso anche da  E.T.A. Hoffmann e con reminiscenze del racconto William Wilson di E.A Poe; torna più volte una didascalia tratta dalla malinconica poesia di Alfred de Musset, Nuit de décembre e l’immagine finale del film con il dopplelganger seduto sulla tomba del giovane è la rappresentazione della strofa citata sin dall’inizio del film.



Lo studente di praga


Molti altri i rimandi letterari che si possono intravedere ma il film attinge anche alla neonata psicanalisi: il doppio che si assume il ruolo “sporco” (l’uccisione del rivale) e si presenta nei momenti peggiori con il chiaro intento di ostacolare lo studente ha dei risvolti freudiani lampanti.



Lo studente dipraga


Le riprese sono a telecamera fissa con una grande profondità di campo, sia negli interni che negli esterni dove si possono riconoscere alcuni luoghi noti di Praga. Il protagonista del film e coregista, Paul Wegener rimase molto colpito dal fascino della città e qui scoprì il mito del Golem che portò sul grande schermo ben tre volte.
Restano di grande effetto le scene di Balduin con il suo doppio, ottenute con la doppia esposizione.



Der student von Prag


Il film viene considerato anticipatorio dell’espressionismo tedesco sia per i temi perturbanti che per la figura del mago: il doppio e il mefistofelico incantatore sono gli elementi cardine del celeberrimo Il gabinetto del Dottor Caligari.

Il fu Mattia Pascal

L’Homme de nulle part
Francia – Italia 1937
con Pierre Blanchar, Isa Miranda, Robert Le Vigan, Ginette Leclerc, Catherine Fonteney, Margo Lion, Sinoël
regia di Pierre Chenal


L'hommedenullepart


Il giovane Mathias Pascal vuole sposare la fatua  Romilda Pescatore ma l’avara futura suocera chiede un importante contributo finanziario per acconsentire alle nozze. La madre di Mathias sborsa il denaro che la porta alla rovina e alla morte di crepacuore. Costretto a vivere con le due donne che non hanno nessun rispetto per lui e il suo dolore, un giorno Mathias si allontana e va a giocare i pochi soldi rimasti a Montecarlo dove vince una fortuna. Tornato a casa assiste al proprio funerale: uno sconosciuto è stato scambiato per lui e seppellito al suo posto, è l’occasione per Mathias di cambiare vita, se ne va a Roma sotto il nome di Adrien Meis; qui s’innamora di Louise Paleari, nipote del gestore della locanda dove soggiorna. Alcuni pensionanti però intuiscono che c’è un segreto nel passato di Meis e cercano di ricattarlo. L’uomo finge nuovamente il suicidio e torna a casa in Francia ma trova la moglie risposata e con un figlio, fortunatamente il nuovo marito, Pomino, è il figlio del sindaco e ha libero accesso agli uffici anagrafici così Mathias lo costringe a rifargli i documenti con le sue nuove generalità: in questo modo Pomino può tenersi la sua famiglia mentre Adrien può tornare a Roma per dimostrare la propria esistenza ed impalmare l’amata.



Il fu mattia pascal


E’ bizzarro che un autore così amato come Pirandello e un’opera così nota come Il fu Mattia Pascal abbiano avuto poche trasposizioni cinematografiche e curiosamente le prime due sono francesi, la prima è il film muto del 1926 firmato da  Marcel L’Herbier, la seconda questa del 1937 e solo nel 1985 Mario Monicelli dirige l’unico film italiano tratto dal romanzo, Le due vite di Mattia Pascal con Mastroianni.



L'homme de nullepart
L'homme de nullepart


Come è tipico delle produzioni degli anni ’30 il film è girato in due versioni, francese e italiana restano confermati solo i protagonisti mentre il resto del cast cambia e viene scelto nelle maestranze della nazione a cui è destinato, io ho visto la versione francese ma in quella italiana vanno segnalate le presenze di Irma Gramatica nel ruolo della vedova Pescatore, Nella Maria Bonora in quello della figlia Romilda e Enrico Glori, il conte Papiano della versione italiana, l’unico attore non protagonista ad avere poco più di una comparsata (il coiffeur) anche nel film francese.



Vers francese italiana


L’opera di Chenal ha il respiro delle produzioni del cinema del Fronte popolare: molte scene in esterni, una critica feroce della piccola borghesia rappresentata in tutte le sue meschinerie, sicuramente l’aspetto più interessante di questa pellicola che predilige il gusto satirico alla riflessione pirandelliana dell’uomo che non trova pace neppure nella nuova identità. La pellicola segue più l’evoluzione di Mathias da ragazzo sprovveduto che ama cacciare le farfalle, a uomo che sa sfruttare le situazioni a proprio vantaggio e con il ricatto a Pomino il film veleggia verso un lieto fine da pochade.

Vampyr – Il vampiro

Vampyr – Der Traum des Allan Gray
Francia / Germania 1932
con Sybille Schmitz, Julian West, Henriette Gérard, Rena Mandel, Jan Hieronimko, Maurice Schutz, Albert Bras
regia di Carl Theodor Dreyer



Ilvampiro


Il giovane  Allan Grey arriva una sera nel villaggio di Courtempierre e si ferma in una locanda, nella notte accadono strani fenomeni che culminano con l’apparizione di un vecchio che lascia un pacchetto su cui scrive “da aprire dopo la mia morte”. Grey lascia la stanza seguendo le ombre e si ritrova davanti a un vecchio maniero dove vive assieme alle due figlie, l’uomo che gli è apparso ma Grey non fa in tempo a salvarlo dalla morte. Il giovane apre il pacchetto e ci trova un libro che racconta come sgominare i vampiri deve però abbandonare la lettura perché Gisele si accorge che la sorella malata, Leone sta girovagando nel giardino, Allan e Gisele la ritrovano spossata con una ferita al collo, viene chiamato il medico che Grey riconosce per averlo incontrato nella locanda in cui tutto era iniziato. Mentre il giovane ha un’allucinazione e sogna la propria morte, un vecchio servitore riprende la lettura del libro, Grey e l’uomo si ritrovano nel cimitero dove uccidono la vampira Marguerite Chopin, ma il medico suo servitore, è ancora in libertà, fuggendo si ritrova bloccato in una stanza dove si raccoglie la farina del mulino e muore soffocato dall’azionamento della macina.


Vampyr


Vampyr è il primo film sonoro del regista danese Carl Theodor Dreyer e solitamente viene accostato a Dracula e Nosferatu per formare una trilogia ideale sull’origine del mito del vampiro cinematografico ma il film di Dreyer ha ben poco in comune con gli altri due capolavori del genere, innanzitutto non si ispira al romanzo Bram Stoker ma ai racconti di Le Fanu, l’autore di Carmilla e manca soprattutto l’atmosfera gotica: niente vecchi castelli, l’ambientazione è contemporanea, manca anche la dimensione notturna: l’azione si svolge in pieno giorno ma questo pare essere dovuto a problemi tecnici, gli stessi che Dreyer ebbe anche con il sonoro infatti la pellicola è più un anello di passaggio con pochissimi dialoghi e l’uso delle didascalie tipiche del cinema muto.



Ilvampiro


All’uscita in sala il film fu stroncato e solo con il tempo ha assunto la valenza del capolavoro. Restano memorabili alcune sequenze come le ombre che si staccano dal corpo, l’uso dello sdoppiamento dell’immagine e soprattutto il viaggio verso il cimitero visto in soggettiva da Gray dall’interno della bara, un topos che è diventato un classico del cinema horror.



Vampyr


Anche il simbolismo visivo legato alle due sorelle mi è piaciuto molto, il volto di Leone che sembra emergere dalle acque per le pieghe del lenzuolo quando viene meno l’influsso satanico della vampira finalmente distrutta e le mani legate di Gisele, prossima vittima designata dalle presenze malefiche: per le valenze oniriche, Vampyr mi ha fatto pensare più a Un chien andalou che ai due precedenti film horror.

Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello

Italia 1963 Cineriz
con Rosanna Schiaffino, Bruce Balaban, Maria Pia Schiaffino, Gianrico Tedeschi, Jean-Marc Bory, Alexandra Stewart, Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Edmonda Aldini, Vittorio La Paglia, Rossana Di Rocco, Maria Pia Bernardini, Elsa De Giorgi, Enzo Siciliano, Franca Pasut, Giovanni Orgitano, Tomas Milian, Lamberto Maggiorani, Ettore Garofalo, Ugo Tognazzi, Lisa Gastoni, Ricky Tognazzi, Antonella Taito
regia di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti



Rogopaglaricotta


Film a episodi che prende il nome dalle iniziali dei quattro registi impegnati nell’opera che vuole essere una riflessioni sugli “allegri principi della fine del mondo”. Inutile ricordare che spicca il segmento firmato da Pasolini, La ricotta



Rogopag


Apre Illibatezza firmato da Roberto Rossellini: una hostess in trasferta continentale non sa come liberarsi di un corteggiatore inopportuno. Uno psichiatra, amico del gelosissimo fidanzato calabrese, consiglia alla ragazza di modificare il suo aspetto trasformandosi in una vamp aggressiva che scoraggia il pretendente. Rossellini sembra disinteressato alla trama e molto più ai paesaggi orientali c’è però un’interessante riflessione sull’immagine: l’uso della cinepresa amatoriale utilizzata dai due fidanzati per scambiarsi video al posto delle lettere e sarà proprio dalle riprese dell’importuno corteggiatore che lo psichiatra interpretato da Gianrico Tedeschi, potrà fare la sua diagnosi mentre al povero americano non resterà che consolarsi con le immagini rassicuranti della ragazza riprese con la sua telecamera.



Rogopag_


Godard, che aveva accettato di partecipare al progetto solo per incontrare l’amato Rossellini dirige Il nuovo mondo, una sorta di lettura personalissima di Io sono Leggenda di Matheson: il protagonista racconta di un’esplosione atomica sopra Parigi che ha causato un leggero slittamento della realtà di cui si accorge nei comportamenti di Alexandre, la ragazza che ama, la donna non sa spiegare per quale motivo agisce in un certo modo, saltare gli appuntamenti con il fidanzato e baciare sconosciuti in piscina, anche il linguaggio è diverso: non comprende alcune sfumature tra parole diverse e ne inventa di nuove il celebre “io ti ex amo”. La domanda è se la follia sia collettiva e il protagonista sia l’unico savio o stia sviluppando una paranoia per non accettare la fine di un amore che è pur sempre la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.



Ro.go.pa.g


Il terzo episodio è La Ricotta, diretto da Pasolini. Il film si distingue anche visivamente dagli altri tre, è l’unico ad avere inserti a colori, la Deposizione ispirata agli eccentrici fiorentini, e l’unico senza la didascalia introduttiva, questo per i problemi con la censura a cui andò incontro l’episodio che fu reinserito dopo alcuni tagli e correzioni. E’ la storia di Stracci, un figurante che deve impersonare il ladrone buono nella scena della crocifissione. L’uomo regala ai famigliari il suo cestino del pranzo poi riesce ad ottenerne un secondo che gli viene divorato dal cane della diva. Venduto il cane al giornalista che ha intervistato il regista interpretato da Orson Welles, Stracci va a comprare del cibo con cui finalmente si strafoga e finisce per morire d’indigestione sulla croce. La ricotta è un perfetto quadro del mondo pasoliniano, lo sguardo affettuoso sugli umili e la loro bellezza, la compassione per chi è nato con il destino di avere fame, il peso della storia e la coscienza intellettuale consapevole di essere comunque al servizio di un padrone: produttore e direttore del giornale sono la stessa persona.



Ro.go.pa.g


Chiude il film il capitolo diretto da Gregoretti, Il Pollo Ruspante dove si alternano le scene di un convegno sulle vendite con la vita di una famiglia piccolo borghese in pieno boom economico, le esperienze della seconda sono la rappresentazione forse un po’ didascalica di quanto sostenuto dal guru del marketing; il padre che a pranzo all’autogrill vorrebbe un pollo ruspante spiegando la differenza al figlio tra un pollo ruspante e un pollo d’allevamento non si accorge di essere il secondo quando incontra il meridionale guardiano di un terreno da lottizzare sul lago chiamato pomposamente “la svizzera dei lombardi” pur provando ancora un brivido di ribellione al giogo delle cambiali. La voce al laringofono dell’esperto di consumi è forse il colpo di genio dell’episodio: rappresenta la disumanizzazione del cliente visto solo come consumatore da spennare e anticipa il drammatico finale.

L’uomo che cadde sulla Terra

The man who fell to earth
USA 1976
con David Bowie, Rip Torn, Candy Clark, Buck Henry, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo
regia di Nicolas Roeg



Luomochecaddesullaterra


Il magnate Thomas Jerome Newton è in realtà un alieno arrivato sulla Terra in cerca di una salvezza per il suo pianeta morente. La sua multinazionale nata da un giorno all’altro sfruttando alcuni brevetti di avanzate tecnologie extraterrestri, attira le attenzioni della CIA e quando Tomas Jerome è ormai prossimo a tornare a casa grazie al progetto spaziale personale, viene bloccato e segregato in un appartamento lussuoso, umiliato e torturato dagli esperimenti medici, l’uomo finisce alcolizzato.



Luomochecaddesullaterra


Un cult della fantascienza filosofica che rivelò il talento recitativo di David Bowie, qui alla sua prima esperienza attoriale: reduce dai successi glam della maschera di Ziggy Stardust, dismessa nel 1973; la magrezza e l’androginia di Bowie rendono credibile l’iconica trasformazione, o meglio il presentarsi senza trucco dell’alieno dalle pupille verticali.



Theman whofelltoearth


L’uomo che cadde sulla Terra è un classico prodotto del suo tempo dove in un connubio quasi lisergico si mescolano i flussi di pensiero dei protagonisti, i ricordi del passato sul pianeta extraterrestre di Thomas Jerome Newton, immagini simboliche e molto nudo con scene di sesso abbastanza esplicite anche se piuttosto innaturali nelle pose a sottolinearne il valore metaforico.
La pellicola è visivamente affascinante ma un po’ pesante da seguire, soprattutto per lo spettatore contemporaneo: alcuni vuoti nella sceneggiatura lasciano spazio a libere interpretazioni, ad esempio su chi abbia tradito il magnate della World Enterprises, il fedele autista, in realtà agente sotto copertura, o Nathan Bryce, lo scienziato con la passione per le studentesse, che fotografa di nascosto Jerome ai raggi X avendo intuito la sua natura aliena?



Themanwhofelltoearth


Quello che resta è il drammatico significato dell’opera, la discesa negli inferi dell’abbrutimento umano fatto di sesso e alcol, il potere soverchiante e la paranoia del complotto, la delusione della missione fallita ma soprattutto la solitudine che coinvolge tutti i protagonisti, non solo l’alieno, il diverso per eccellenza.



L'uomochecaddesullaTerra


Anticipatorio il valore dei media: fuggito dopo anni dalla sua prigione, Jerome cerca di contattare il pianeta d’origine scrivendo un album musicale, nella speranza che le onde radio trasmesse nello spazio possano riportare il suo messaggio d’addio: significativo che la prima dipendenza sviluppata dal protagonista, anzi il motivo per cui l’alieno è in missione sulla Terra è l’aver ricevuto attraverso lo spazio le floride immagini del “Pianeta d’acqua”, immagine che richiama tanto una delle prime motivazioni date alle emigrazioni di massa dei nostri tempi per cui i poveri arrivavano da noi attirati dalle immagini di benessere trasmesse dalla nostra televisione.

Vertigine

Laura
USA 1944 20th Century Fox
con Gene Tierney, Dana Andrews, Clifton Webb, Vincent Price, Judith Anderson, Dorothy Adams
regia di Otto Preminger



Laura


Laura Hunt, bellissima manager pubblicitaria di successo, viene trovata morta nel suo appartamento sfigurata da un colpo di fucile. Il detective  Mark McPherson che indaga sul caso in cui i sospettati sono le persone più vicine alla donna, finisce quasi per innamorarsi della defunta ed è con sommo stupore che se la ritrova davanti viva e vegeta, tornata dalla sua casa di campagna senza sapere nulla dell’omicidio. La vittima in realtà è una modella dell’agenzia della donna con cui condivideva una vaga somiglianza e una relazione con il fidanzato. Laura diventa una dei maggiori indiziati del delitto…



Laurajpg


Un classico del noir che diede la fama alla protagonista, la bellissima Gene Tierney e all’attempato Clifton Webb, un ballerino teatrale che arriva al successo sul grande schermo ultracinquantenne ricevendo una nomination agli oscar per il ruolo di Waldo Lydecker, raffinato giornalista e scrittore, mentore di Laura per cui nutre un amore possessivo, basato sulla superiorità intellettuale sua e della donna prescelta rispetto al resto del mondo considerato da Lydecker volgo noioso, rozzo e ignorante.



Vertigine


Tanto Lydecker è altezzoso, tanto Laura è un modello di bontà amata da tutti, dalla cameriera alla zia che ha una tresca con il fidanzato di Laura, Shelby Carpenter. E’ proprio la purezza di Laura, unita alla sua bellezza e all’eleganza della sua casa che fa innamorare della morta il rude detective McPherson. Una necrofilia più spinta di quella de La donna che visse due volte -curiosa la similitudine tra il titolo italiano e quello originale del capolavoro hitchcockiano- in quanto McPherson s’innamora di Laura senza averla mai incontrata da viva, una vera angelicazione che si scontra con la realtà: alcuni atteggiamenti della rediviva Laura sono sospetti e portano il detective a dubitare della sua innocenza.
Il fidanzato di Laura, il decaduto Shelby Carpenter che con la sua aria da giuggiolone seduce tutte le donne del film al solo scopo di usarle per i propri comodi, è interpretato da Vincent Price, al secondo dei quattro film girati con Gene Tierney, ben prima di diventare una star dell’horror.
Laura consacra anche il regista della pellicola, Otto Preminger che doveva essere solo il produttore ma che riuscì a scalzare il veterano  Rouben Mamoulian dopo pochi giorni di lavorazione,imponendo anche Clifton Webb per il ruolo di Waldo Lydecker e cambiando anche il direttore della fotografia: Joseph LaShelle fu il solo a vincere l’oscar nelle cinque categorie in cui il film fu candidato.

Il delitto di Giovanni Episcopo

Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson, Roldano Lupi, Alberto Sordi, Ave Ninchi, Nando Bruno, Folco Lulli, Galeazzo Benti
regia di i Alberto Lattuada


IldelittodiGiovanniEpiscopo


In una delle rare occasioni in cui fa vita notturna, il modesto impiegato Giovanni Episcopo conosce Giulio Wanzer un truffatore che finge di essergli amico per rubargli i risparmi. Wanser convince l’impegiato a lasciare la casa del collega da cui sta a pensione da anni per trasferirsi in una pensione, a suo dire, più elegante. Qui Episcopo s’invaghisce di Ginevra, la figlia di dubbia fama dell’albergatrice e amante di Wanser. Quando il truffatore è costretto a riparare in Argentina per sfuggire alla cattura, Episcopo si dichiara a Ginevra che accetta di sposarlo ma ben presto rivela la sua natura di donna leggera; a salvare il matrimonio è l’arrivo di un figlio, Ciro che diventa l’unica ragione di vita per Giovanni Episcopo. Quando dopo sette anni Wanser ritorna a riprendersi l’amante, Episcopo arriva all’omicidio purché il figlio continui ad avere una madre.



Delittogiovanniepiscopo


Se non fosse per il sentimentalismo filiale che inficia l’ultima parte, il film  tratto dal romanzo Giovanni Episcopo di Gabriele D’Annunzio sarebbe davvero un lavoro notevole.
L’inizio è quello tipico del noir americano: la voce off che racconta mentre sullo schermo scorrono le immagini di una vita abitudinaria fino all’incontro con il destino che sconvolge un’esistenza. L’occasione per l’uscita di Giovanni Episcopo è festeggiare il nuovo vestito con i colleghi di lavoro che lo portano in un tabarin dove l’impiegato riceve una bicchierata in fronte dal Wanser che voleva colpire un altra persona. Mentre Episcopo viene medicato Wanser fruga nelle sue tasche e scopre che il timido impiegato ha dei bei risparmi a cui attingere, oltre che essere il cassiere della sua sezione dell’archivio di stato. Wanser viene mostrato con accenti e chiaroscuri mefistofelici e in breve il povero Episcopo diventa succube dell’amico seguendolo alla Pensione California gestita dalla madre della sua giovane amante, Ginevra. Se la fuga precipitosa di Wanser è come un’ombra che si allontana dalla vita di Episcopo, a perdere definitivamente l’uomo è l’amore per la donna, ancora un ritorno ai temi del noir con una sorta di dark lady che ha bisogno di un marito di facciata per giustificare i suoi comportamenti immorali, ricordiamo che la storia è ambientata nell’Italia umbertina d’inizio secolo.



Ildelittodigiovanniepiscopo


Tutto cambia con la nascita del piccolo Ciro, anche gli stilemi cinematografici rientrano nella più consona tradizione italiana: un padre che perde il lavoro e si adatta a tutto per il figlioletto, una madre senza cuore che però quando il figlioletto sta male si ravvede, anche perché l’amante con cui voleva fuggire fino a cinque minuti prima è morto e non ha altro posto dove andare. Nella chiusa si delinea il destino dell’attrice Yvonne Sanson, futura diva di tanti melodrammi di Matarazzo in cui l’amore materno vince sempre sulle tentazioni e le avversità del destino.



Ildelitto di giovanni episcopo


Un altro aspetto interessante della pellicola è l’uso psicologico che Lattuada fa del neorealismo: molte scene sono girate in esterni e rispecchiamo lo stato d’animo della scena: l’opulenza barocca delle piazze romane nella notte di capodanno, la desolazione dei quartieri popolari quando Episcopo deve affrontare le delusioni della vita.

Il giardino dei Finzi Contini

Italia, 1970
con Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Fabio Testi, Romolo Valli, Helmut Berger, Camillo Cesarei, Inna Alexeieff, Raffaele Curi, Barbara Pilavin, Ettore Geri, Alessandro D’Alatri
regia di Vittorio De Sica



Ilgiardinodeifinzicontini


Ferrara 1938, i Finzi Contini aprono le porte del loro meraviglioso parco ai giovani amici dei figli che sono stati esclusi dal circolo del tennis a causa delle leggi razziali. Nel gruppo c’è Guido, innamorato dall’infanzia di Micol e da Milano è arrivato Gianpiero Malnate, un compagno di università di Alberto. Mentre la situazione per gli ebrei italiani si fa sempre più drammatica, Guido capisce di aver perso per sempre la sua occasione con Micol che ha intrecciato una relazione col Malnate che è destinato a cadere sul fronte russo mentre i Finzi Contini e il padre di Giorgio verranno indirizzati ai campi di concentramento.



Ilgiardinodeifinzicontini


Inizialmente alla stesura della sceneggiatura doveva partecipare anche Giorgio Bassani, autore dell’omonimo romanzo ma vi furono dei dissidi durante la lavorazione e il romanziere si dissociò dal progetto che, come dice la didascalia dei titoli di testa, è liberamente ispirato al romanzo.
Accusato di essere un prodotto che punta sul facile sentimentalismo, il film di De Sica è un’esangue storia di fantasmi, quelli che vediamo nella scena finale dei quattro giovani morti che giocano a tennis, a cui sopravvive solo Giorgio e lo stesso padre di Giorgio, l’unico della famiglia a non riuscire a sfuggire ai rastrellamenti, è rappresentato fin dall’inizio della pellicola con un pallore spettrale. E’ la fascinazione di un mondo perduto: Micol dice a Giorgio che loro due appartengono alla categoria di quelli che più che possedere le cose preferiscono ricordare le cose.
Il mondo spazzato via dalla guerra della borghesia ebraica, quella quasi aristocratica dei Finzi Contini che pensava di comprarsi la sicurezza con i soldi e quella più pragmatica della famiglia di Guido, il cui padre si ostina a vedere qualcosa di buono in Mussolini rispetto ad Hitler anche se ormai ha ridotto gli ebrei a cittadini di serie C.
Nel dramma della Storia s’innesta il dramma amoroso di Guido da sempre innamorato di Micol, inquieta e forse presaga della decadenza della famiglia che s’incarna nell’adorato fratello, Alberto di salute cagionevole, omosessuale, innamorato dell’energia del comunista Malnate, alla cui ruvida sensualità non sa sfuggire neppure Micol che la preferisce all’ingenuità candida di Giorgio. Una pena d’amore che in altri tempi sarebbe sbiadita nel tempo, come dice consolante a Giorgio il padre e invece si fissa indelebile nella memoria come l’ultima fiamma di felicità prima degli orrori della guerra.
Il film valse al regista il suo quarto Oscar come miglior film straniero.

Anni difficili

Italia 1948
con Umberto Spadaro, Massimo Girotti, Ave Ninchi, Milly Vitale, Delia Scala, Ernesto Almirante, Agostino Salvietti, Loris Gizzi, Aldo Silvani, Peppino Spadaro, Giovanni Grasso
regia di Luigi Zampa



Annidifficili


Modica 1935: l’impiegato comunale Aldo Piscitello viene convocato dal podestà che lo avvisa che se non prenderà la tessera fascista verrà licenziato. Tra mille titubanze Piscitello lascia fare alla moglie che lo iscrive al fascio di un paese vicino dandolo per aderente già dal 1921. Il cruccio più grande dell’impiegato è però la sorte del figlio primogenito, Giovanni che passa attraverso tutte le campagne dell’impero: dalla guerra d’Etiopia, alla campagna di Russia, nelle brevi licenze tra una guerra e l’altra Giovanni riesce a sposare Maria, la nipote del farmacista antifascista. Il destino di Giovanni sarò tragico: subito dopo l’armistizio, mentre cerca di raggiungere i famigliari sfollati, viene sparato alle spalle da un soldato tedesco a un posto di blocco. Con lo sbarco degli americani tutti i ferventi fascisti sono pronti a cambiare casacca e Piscitiello, ormai segnato dalla morte del figlio, riceve una dura reprimenda dall’ex podestà ora sindaco che lo biasima per la sua aderenza al partito fascista.



Anni difficili


Tratto da Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati, il film fece molto scalpore all’uscita suscitando un acceso dibattito politico ricevendo attacchi sia da destra che da sinistra: la denuncia del trasformismo politico era così evidente che toccò sicuramente molti nervi scoperti.



Annidifficili


Il tema principale è quello della gente comune travolta dalla Storia, la materia viene trattata in maniera umanissima, giocando con toni scherzosi che mettono alla berlina i vizi italiani e quelli drammatici legati al tragico destino di guerra.
Anni difficili è una pellicola che va assolutamente recuperata non solo perché un ottimo film, ma per la sua stringente attualità: ci sono dialoghi che sembrano usciti da un social di oggi: Piscitello che riprende la moglie perché gode delle notizie passate alla radio della distruzione etiope e le domanda come una buona cristiana come lei possa gioire delle disgrazie di tanta povera gente.
La figlia, persa dietro ai suoi romanzetti rosa e succube della propaganda fascista, arriva a difendere una sconfitta italiana dando la colpa ai soldati non all’altezza del genio militare del duce, dimenticando che il fratello ha partecipato a quella battaglia.
Gli amici antifascisti di Piscitello che si riuniscono nella farmacia, spiegano per quale motivo non si schierano apertamente e perché finiscono sempre per dividersi durante le discussioni. I mali italiani sono dunque sempre gli stessi, cambia solo il modo di comunicarli.

Il principe consorte

The Love Parade
USA 1929, Columbia
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald, Lupino Lane, Lilian Roth, Eugene Pallette, E.H. Calvert, Edgar Norton, Lionel Belmore, Virginia Bruce, Ben Turpin
regia di Ernst Lubitsch


TheLoveParade


Il conte Alfred Renard viene costretto a lasciare l’ambasciata di Sylvania a Parigi per il suo comportamento scandaloso e a tornare in patria dove la giovane regina Luisa è spronata dalla corte a trovarsi un marito. Alfred e Luisa s’innamorano e si sposano e mentre lei è tutta presa dai doveri del suo ruolo, il principe consorte si annoia mortalmente tanto da minacciare di tornarsene a Parigi…


Theloveparade


Il principe consorte è il primo talkie, cioè film parlato di Lubitsch e dimostra una grande perizia tecnica nella gestione della tecnica del sonoro.
Il film segna anche il debutto di Jeanette MacDonald sulle scene, l’usignolo di Filadelfia come verrà soprannominata porta in scena una regina con il look e gli atteggiamenti di una flapper girl, molto vanesia che pensa più ai vestiti (di Travis Banton anche se non è accreditato) che agli affari di stato. Essendo già in periodo pre-code non mancano le scene in sottoveste e anche una ripresa in vasca da bagno molto ammiccante: prima le gambe della regina che sta entrando in acqua poi la l’inquadratura del mezzobusto che emerge nudo dalla vasca.



Ilprincipeconsorte


La trama del film è piuttosto esile, soprattutto nel finale: quando Alfred minaccia di andarsene Luisa diventa più arrendevole e promette di essere più attenta al marito ma è poco chiaro come questo sarà messo in pratica. Resta la grandezza della messa in scena del regista abilissimo a gestire gli spazi, non solo quelli scenografici ma raccontando quello che non si vede attraverso una sorta di coro greco: la prima cena tra Luisa e Alfred non viene rappresentata ma descritta attraverso i commenti delle dame di corte, dei ministri e soprattutto di Jacques, il cameriere francese di Alfred, che cerca di sedurre la cameriera Lulu, i due sono la versione più popolare dell’aristocratica coppia -non per niente cantano Let’s Be Common– portati in scena dall’incredibile gestualità da vaudeville di Lupino Lane, lo zio di Ida Lupino, e Lillian Roth.



The love parade
The love parade


Anche se la trama è esile il film è comunque esilarante: la canzone d’addio a Parigi intonata alle bellezze parigine da Maurice Chevalier dal piano nobile del palazzo continua con il canto di Jacques alle bellezze della servitù per finire con i mugolii del cane di casa a tutte le cagnette del quartiere, un classico esempio di “Lubitsch’s touch” ma la scena più esilarante riguarda la comparsata non accreditata del comico Ben Turpin: mentre Alfred si veste per le nozze, Jacques si dimostra piuttosto scettico su una medaglia appuntata sulla divisa che rappresenta un personaggio strabico e Alfred confida che tutte le volte che ha incrociato uno strabico è stato sfortunato a quel punto compare da dietro la tenda Ben Turpin che avvisa che è il momento di recarsi in chiesa e in effetti le nozze di Alfred saranno decisamente sfortunate a partire dalla prima notte punteggiata dai colpi di cannone..